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lunedì 29 dicembre 2025

Recensione di "Mille luci sulla Senna" di Nicolas Barreau

Buonasera amici lettori, e bentornati sul blog! Ho chiuso questo dicembre con un romanzo natalizio. Era da anni che avevo intenzione di immergermi in un'atmosfera tutta lucine e biscotti di pan di zenzero a Natale ma poi, tra libri cominciati e impegni vari, non mi ero applicata abbastanza da trovare un romanzo che mi ispirasse. Caso ha voluto che "Mille luci sulla Senna" di Nicolas Barreau, acquistato quest'estate insieme a un altro libro, fosse proprio a tema natalizio e che la protagonista, Joséphine, mi somigli incredibilmente. Anch'io vorrei una houseboat ereditata con annesso un inquilino niente male, ma per questo devo ancora attendere che il destino mi sia favorevole!


Trama: Quando, in una grigia giornata autunnale, Joséphine Beauregard esce dal suo monolocale sul canal Saint-Martin, a Parigi, trova due lettere nella casella della posta. Una è dell’editore con cui collabora come traduttrice e l’altra di un notaio sconosciuto.E così, in pochi minuti, Joséphine scopre di aver perso il lavoro, ma anche di aver ereditato una casa, per quanto atipica e un po’ fatiscente: l’amato zio Albert le ha lasciato la sua vecchia houseboat, ormeggiata lungo il quai accanto al pont de la Concorde.
Per sbarcare il lunario, Joséphine decide a malincuore di vendere la barca, nonostante i ricordi di una gita spensierata lungo la Senna con l’eccentrico zio, da sempre il suo preferito in una famiglia fin troppo convenzionale e severa.
Ma la sorpresa è grande quando, una volta a bordo, si trova di fronte un uomo che sostiene di essere il legittimo inquilino della Princesse de la Loire e che non ha nessuna intenzione di lasciarla.
È l’inizio di una brillante commedia degli equivoci in cui, tra ripetuti boicottaggi dei programmi di Joséphine, succederà di tutto. E a complicare le cose, la temuta réunion natalizia dei Beauregard si avvicina…
Dosando sapientemente sorprese e contrattempi, Nicolas Barreau – il maestro della commedia sentimentale – accompagna i lettori proprio nel cuore della città dell’amore, illuminata dalle mille luci di un Natale davvero speciale.


Come anticipavo, la protagonista, Joséphine Beauregard, è una ragazza poco più che trentenne. Abita a Parigi, in una mansarda in affitto, e lavora come traduttrice di libri in finlandese. Purtroppo, però, gli imprevisti capitano tutti assieme: la sua casa editrice, a malincuore, chiude e suo zio, Albert, malato da tempo, muore. Due lettere in una sola giornata, entrambe portatrici di terribili notizie.

Eppure, quando tutto sembra crollare, la ragazza si abbatte, si lamenta, piange e si dispera, poi si rimbocca le maniche e tenta di ricostruire la propria vita. Grazie al suo più caro amico, durante una serata, conosce persone che le commissionano lavori e lo zio Albert la sorprende, lasciandole in eredità una houseboat sulla Senna. Joséphine, decide di venderla... Peccato che la barca sia abitata da un affittuario per niente intenzionato a lasciarla. A ciò si aggiungono una delusione amorosa (ahimé, un rapporto clandestino con un uomo sposato e molto più grande di lei) e una famiglia per niente comprensiva che non vede l'ora che Joséphine sia "sistemata".

Foto di Dan Novac da Pixabay

A questo punto, è Joséphine a dover decidere di andare avanti con quel che ha, effettuando dei tagli netti con il proprio passato e con legami famigliari piuttosto ingombranti. La houseboat, che sembrava un peso di cui sbarazzarsi, diventa improvvisamente un mezzo per la libertà e per un amore alle porte del Natale.

Tutto si conclude bene, come nelle classiche fiabe natalizie. Ma anche questo genere di libri serve a ristorare il cuore di lettori che, come me, cercano un po' di positività e un angolo di mondo che, seppur immaginario, conceda loro una pausa e un sorso di aria pura. A volte, anche alle persone classicamente sfortunate, accadono cose belle e la storia di Joséphine ne è un esempio.

Per ultima, non per minor importanza, nominerò Parigi, un perfetto sfondo per le storie d'amore e per i sogni da realizzare. L'ho visitata rapidamente nel 2010 durante un viaggio di studi con l'università... c'era ancora così tanto da vedere! E da allora sogno di tornarci. Chissà...

Vi aspetto sempre qui, durante il nuovo anno, con le prossime letture!




«Tuttavia, mentre percorrevo rue des Canettes sfavillante di addobbi, ripensai alle parole di Monsieur Lassalle. Le cose non finivano mai davvero, cambiavano e basta. [...] Dovevo riprendere in mano la mia vita, dovevo uscire dalla torre in cui me ne stavo rinchiusa, invece di aspettare che altri decidessero per me.»

«Quando si aspetta qualcosa di importante troppo a lungo e con troppa intensità, a volte capita che nell'istante in cui quella cosa finalmente accade ci si ritrovi sopraffatti da un'immensa spossatezza. Forse è una reazione fisica, una forma di autodifesa. Come se all'improvviso il corpo volesse rimandare in maniera artificiale ciò che gli crea tensione.»

venerdì 28 novembre 2025

Recensione di "La ferita, la letizia" di Davide Rondoni

Buongiorno amici e bentornati sul blog! Il prossimo anno sarà dedicato a San Francesco d'Assisi. Si celebra, infatti, l'ottavo centenario della sua morte e sono certa che, da bravi lettori appassionati di librerie, avrete visto esposti vari libri sul "Poverello" di Assisi.

Nonostante abbia dedicato un intero esame del mio corso di laurea proprio alla figura di San Francesco, approfondendo la lettura del libro di Raoul Manselli, "San Francesco d'Assisi" (e dirò che è molto ben scritto), la mia ammirazione per questa figura storica e l'amore per la città di Assisi, ha fatto sì che decidessi di acquistare il libro di Davide Rondoni, "La ferita, la letizia. Faccia a faccia con San Francesco, poeta di Dio e del mondo", edito da Fazi editore.


Trama: Figlio di una donna francese che gli sussurrava i versi dei poeti d’oltralpe, delusione di un padre, simbolo delle aspettative mancate dei genitori d’ogni tempo, animo impetuoso, folle, estremo: questo era Francesco.
Immaginando un intimo dialogo con San Francesco d’Assisi, Davide Rondoni ci racconta l’uomo dietro al santo, «un uomo capovolto, ben più di un rivoltoso», mai incline ai compromessi, umile e tormentato eppure ricolmo di una letizia e una fede incrollabili che lo hanno condotto al cospetto di un papa e persino di un sultano. Poeta visionario, la cui esperienza mistica è stata celebrata da molti intellettuali – da Dante, che ne ricorda le vicende nella Divina Commedia, a Gregory Corso, una «di quelle teste folgorate» della Beat Generation –, e anche sceneggiatore teatrale, con l’allestimento del primo presepe a Greccio. Autore del Cantico delle creature, considerato il «primo documento di letteratura in italiano volgare», da cui emerge una voce dalla forza travolgente che per la prima volta attraverso l’esperienza poetica canta l’unità del cosmo e l’amore per la Natura e per le sue creature, si fa precursore del concetto di ecologia integrale, comparso anche nell’enciclica del pontefice che ha preso il suo nome, Francesco.
Con la delicatezza e la soavità di una poesia, Davide Rondoni ci consegna un ritratto inedito del poverello d’Assisi e immagina una conversazione a cuore aperto con il santo in cui, ispirato dall’insegnamento francescano, affronta argomenti attuali come la differenza tra amore e possesso, l’importanza di un ambientalismo che vada oltre il superficiale e la necessità della pace come dono cristiano, in un mondo che oggi è incendiato dalla guerra.

Basilica di San Francesco d'Assisi (foto di Cristina Cumbo, 2024)

Volevo una lettura più leggera, che non ripetesse gli aneddoti storici sulla figura del santo, ma che provasse a esaminarne l'aspetto psicologico, il contesto in cui Francesco viveva e come potevano vederlo gli altri.

Davide Rondoni imposta il libro come una riflessione, generata in seguito a un immaginario contatto visivo con il santo. Cosa c'è nello sguardo di San Francesco? Tutto un mondo: nato dalla donna francese, chiamata la "Francesca", a un certo punto lascia ogni cosa, e adotta uno stile di vita che, per molti, sarà sembrato folle. E tra folle e santo c'è un confine sottilissimo nel Medioevo.

La nostra percezione di Francesco è, appunto, quella di un santo: non ne rileviamo difetti. Ma è proprio attraverso le fonti, invece, e quindi le testimonianze di chi è stato a contatto con questo personaggio, che riusciamo a ricostruirne l'umanità. Non aveva un buon carattere Francesco agli occhi dei concittadini, era impetuoso, un ribelle, un uomo che se ne era andato di casa rinnegando gli agi e che girava con uno straccio addosso, predicando. Era seguito da uno stuolo di altri uomini, incantati dal suo modo di vivere, ma soprattutto dal suo messaggio e dal rapporto che aveva con Dio. E nonostante ciò, Francesco aveva richieste estreme e particolari, come quando ordinò a uno dei suoi frati, Bernardo, di premergli un piede sulla bocca e l'altro sulla gola per "punire la presunzione e l'ardire del cuore".

Umiltà, povertà, fraternità, pace, gentilezza erano i concetti che lo animavano, amore per il prossimo, anche se questo prossimo fosse stato un lupo (si vd. il lupo di Gubbio), e persino per la morte, che nel Cantico delle Creature chiama "sorella".

San Francesco d'Assisi (foto di Cristina Cumbo, 2022)

Rondoni ci mostra Francesco attraverso gli occhi di Dante, che ne parla nel canto XI del Paradiso, e poi esamina, passo passo, il Cantico da cui emerge un amore per la Natura non in sé, ma come riflesso dell'Altissimo Onnipotente Bon Signore.

Una figura sempre affascinante quella di San Francesco d'Assisi che prosegue, a distanza di secoli, a incuriosire, a farsi studiare e ad essere seguita da milioni di persone. Il libro si conclude con il Tau, il simbolo e la lettera che San Francesco adottò come sigillo per firmare gli scritti. Da cosa deriva? Sicuramente si tratta dell'ultima lettera dell'alfabeto ebraico che si pronuncia Taw (ma la cui forma è completamente diversa dal Tau conosciuto) e della lettera, invece, più nota dell'alfabeto greco.

Eremo delle Carceri, Altare con Tau (foto di Cristina Cumbo, 2024)

C'è un collegamento con l'Apocalisse, in cui il Taw è il sigillo dell'Agnello, impresso da un Angelo sulla fronte di coloro che saranno salvati; c'è poi la grande somiglianza morfologica con la croce. Un "gioco" di simbolismi uniti in un unico segno.

Davide Rondoni traccia, perciò, con un linguaggio semplice, divulgativo, anche contemporaneo, la figura di San Francesco, senza che la lettura diventi mai pesante.

Un unico appunto finale che, da archeologa e soprattutto da iconografa cristiana, non posso fare a meno di fare: il Tau non è mai stato adottato nelle catacombe dai primi cristiani. Lo staurogramma non è composto dal Tau e dal Ro, ma dal Chi posto per "obliquo" e dal Ro. Gli stessi primi cristiani adottarono persino l'Alfa e l'Omega, ponendole ai lati dello staurogramma e del cristogramma, proprio per indicare l'inizio e la fine, in riferimento a Cristo. Pur essendo un finale "narrativo" suggestivo, da un punto di vista scientifico devo necessariamente notare un'imprecisione.

Vi lascio con qualche piccolo estratto e un consiglio: visitate Assisi, senza fretta, con tutta la calma del mondo. Solo camminando tra i suoi vicoli, esplorando i suoi monumenti, ammirando la natura che circonda questo paesino nel cuore dell'Umbria, conoscerete anche Giovanni, detto Francesco.

Assisi, distesa di ulivi (foto di Cristina Cumbo, 2022)

«La povertà è la fiaccola che illumina il problema centrale della esistenza umana. Amiamo solo ciò che possediamo? Amore e possesso coincidono? O sappiamo cosa è il tremore vero della povertà, quando abbracciamo i nostri figli, sapendo che non sono nostri, che il loro destino non è nelle nostre mani? E sappiamo che anche la moglie o il marito o il compagno o la compagna con cui viviamo o facciamo l'amore non è nostra proprietà? Nulla è nostro. Anche la nostra vita. Rivoluzione rispetto all'idea attuale di individuo che ha a disposizione tutto.»

«Noi abbiamo un problema con i segni. Li consideriamo poco e in modo confuso. [...] Per un uomo medievale i segni erano invece importantissimi. Il mondo appare a quelle persone come una foresta di segni. Essi assicuravano il legame tra visibile e invisibile. Perché come è evidente anche a noi contemporanei, le cose più importanti della vita non le vediamo, non le misuriamo.»

«La gentilezza è la qualità del cuore che ama anche quel che non possiede. Sa distinguere tra amore e possesso, tra desiderio e pretesa, tra aspettativa e cupidigia. Il cuore gentile.»

«La pace cristiana, francescana la sperimentano i cuori inquieti. Non i tranquilli.»

«La tua umiltà non si poggiava sul carattere, che era impetuoso, non si poggiava solo sulla mortificazione. Sarebbe stata una umiltà triste. Ma sulla consapevolezza di essere stato chiamato.»

«Paradossalmente, l'amante è "triste e gioioso". Cioè nella medesima condizione dell'anima cristiana: ha nostalgia di Dio e però vive con letizia per la Sua presenza nel mondo. Quale nostalgia ti ha strappato il petto mentre eri chiuso nella galera?»

«Ma cos'è la castità dell'acqua? Forse, azzardo, il suo essere a servizio, cioè la capacità che essa ha di favorire la vita di ciò che irrora senza ottenere nulla in cambio, senza voler essere ricambiata. Come la castità umana è un amore rispettoso, così l'acqua nella tua visione ama rispettosamente, senza pretesa. Ecco cosa aiuta il mondo a fiorire.»

«Il perdono in natura non esiste. Non è un gesto "naturale". Eppure è la forma più alta e necessaria di amore umano. In natura non si dà poiché non esistono le sue condizioni: la consapevolezza del bene e del male, e la libertà. Solo l'essere umano libero perdona.»

martedì 28 ottobre 2025

Recensione di "Il romanzo della resurrezione" di Giuseppe Aragno

Buon pomeriggio amici e bentornati sul mio blog!

Oggi vi porto a conoscere "Il romanzo della resurrezione" di Giuseppe Aragno.


Trama: Giovanni Greco vive in un carcere senza sbarre. È l'Italia fascista che non consente scelte: ti pieghi o combatti. Giovanni si ribella, è ucciso ma nel suo nome Elvira e Antonio, la moglie e il figlio, combattono il fascismo e affrontano la vendetta. È l'Italia della doppia morale: le donne sono diavoli o sante. Per amore di Antonio, l'attrice Nina Azzaro lascia le scene ma, tradita dal marito, si perde e sul palcoscenico della vita recita una parte che non sente sua. Nell'Italia "libera" anche Giuseppe Greco, nipote di Giovanni e figlio di Antonio e Nina, non ha scelte: la condanna alla miseria voluta dal regime continua a cancellare diritti. Oppresso dalla tragedia della madre e da quella di Elvira, la nonna, che si lascia morire per non convivere coi fascisti di nuovo onnipresenti, lotta per un mondo più giusto. È una partita persa, ma non si arrende e affida a un romanzo piccole storie di chi scrive la "grande storia", la fede nel riscatto e il sogno di una resurrezione.

Foto tratta da: https://pixabay.com/it/photos/ww1-fiandre-belgio-ricordo-mondo-2111969/

Quando l'autore mi ha scritto un'email per presentarmi il suo romanzo, non ho esitato a dirgli che l'avrei letto. Non era certamente il mio genere, ma perché non ampliare i propri orizzonti? La curiosità che da sempre mi caratterizza mi ha, quindi, spinto ad accettare.

Giuseppe Greco, in punto di morte, viene risparmiato da Atropo - una delle Parche - affinché, assistito da Mnemosine, possa ripercorrere la sua esistenza e lasciare al prossimo le sue memorie. Gli avvenimenti del passato, infatti, devono essere ricordati affinché soprattutto quelli negativi non si ripetano.
E così, la storia della famiglia di Giuseppe inizia da suo nonno Giovanni, in un primo momento socialista e amico di Benito Mussolini, diviene antifascista non appena l'Italia viene risucchiata all'interno di una dittatura. Giovanni Greco sarà costretto ad allontanarsi, pur non riuscendo a salvarsi dal regime. La sua discendenza sarà antifascista, ma con il trascorrere del tempo, pur cambiando le cose e pur essendo caduta la dittatura, la vita del figlio, Antonio, e del nipote, Giuseppe, non sarà di certo semplice.
Giuseppe, in particolare, dovrà confrontarsi con un professore di matematica, ex fascista, che intende umiliarlo, nonché con idee politiche che stanno cambiando anche nella stessa sinistra, apparentemente rivoluzionaria, ma nella sostanza molto più mite, talvolta simile alla corrente avversaria per modus operandi. E poi c'è l'adorata mamma, Nina, ex attrice, che aveva abbandonato tutto per amore e che per amore del figlio avrebbe fatto qualsiasi cosa. La povera Nina terminerà, però, i suoi giorni in un manicomio, in seguito alla manifestazione di sintomi di quella che fu definita "pazzia" e dopo aver appreso, con immenso dolore, che il figlio aveva abbandonato la scuola.
Un peso sul cuore accompagnerà Giuseppe fino alla fine dei suoi giorni: non si perdonerà mai di aver lasciato che la madre fosse stata rinchiusa.
Il romanzo si articola tra ricordi personali ed eventi politici che hanno caratterizzato Napoli, città difficile, piena di controsensi, e di un trascorso pesante, a partire dalla fine della guerra.
La narrazione si conclude con la morte di Giuseppe, affiancato dall'amata Chiara, da Mnemosine, dea della memoria, da sua sorella Lete, dea dell'oblio, e da Atropo che, infine, recide il filo.

Qual è il senso del romanzo della resurrezione? Di certo quello precedentemente citato: ricordare per non ripetere gli errori passati, tramandando alle nuove generazioni quanto è stato per costruire un futuro diverso.
Non vi aspettate un libro leggero. "Il romanzo della resurrezione" è un libro di pura narrativa storica, il cui stile ben si affianca a quelle trasposizioni teatrali/cinematografiche che rimandano all'epoca della guerra. In poche parole: questo libro potrebbe essere idoneo a diventare un film o una serie televisiva.

Ho apprezzato molto l'idea di inserire le dee "pagane" come accompagnatrici della narrazione, di fatto laicizzando anche il concetto di morte e di aldilà. Non posso, però, negare che numerosi capitoli siano stati piuttosto lenti, mostrandosi quasi come veri trattati storici. Avrei preferito prevalesse la narrativa, lasciando alla storia un ruolo di sfondo entro cui inquadrare i fatti; molto spesso, invece, la storia è la protagonista e Giuseppe diventa un personaggio secondario, tramite il quale narrare gli eventi politici. E un altro appunto: ho trovato non molto chiari i dialoghi che uniscono la parte propriamente "parlata" con il pensiero che segue.

Ringrazio Giuseppe Aragno per avermi fatto conoscere la sua opera e vi aspetto alla prossima recensione, lasciandovi con una breve citazione estratta dal romanzo.


«Non ho mai creduto a chi afferma che l'uomo abbia bisogno di dimenticare, per evitare il dolore che gli causano i ricordi. È il potere che ci vuole pronti a dimenticare. Chi non ha storia può essere ingannato e dominato molto più facilmente di chi conserva e difende la memoria di ciò che è stato».


giovedì 9 ottobre 2025

Recensione di "Henry Drummond. Il Dono Supremo" di Paulo Coelho

Buon pomeriggio amici lettori e bentornati! Tra una lettura e l'altra, in questo pomeriggio in cui ho deciso di rimanere in casa a terminare alcuni "progetti", mi dedico alla recensione di un libriccino di Paulo Coelho che parte dall'opera "La migliore cosa del mondo" del pastore protestante Henry Drummond, "Il Dono Supremo".


Trama: Una moltitudine di persone, assetata di saggezza e spiritualità, si raccoglie intorno a un predicatore. La parola viene data a un giovane missionario seduto fra gli ascoltatori, Henry Drummond, che ha vissuto per alcuni anni in Africa. Henry apre la Bibbia e legge la Prima Lettera di San Paolo ai Corinzi. Al centro dell'epistola è l'amore, che è superiore a tutto e non ha confronto con nessun'altra facoltà dello spirito, neanche la fede, dono supremo che culmina nell'inno alla carità del capitolo tredicesimo. A partire dagli insegnamenti del pastore protestante Henry Drummond, Paulo Coelho riflette sulla "cosa più importante del mondo: l'Amore".


Ho acquistato "Il Dono Supremo" tra i "libri al buio". Appena tolta la carta da pacchi esterna, mi sono incuriosita, ne ho letto qualche pagina poi, con l'intenzione di riprenderlo e dedicargli il tempo che meritava, l'ho lasciato ad aspettare un bel po'. Qualche giorno fa, un viaggio in treno ha fatto sì che decidessi di terminarlo.
Effettivamente, "Il Dono Supremo" non presenta un filo narrativo continuo. Si tratta, più che altro, di una serie di riflessioni che nascono dalla lettera di San Paolo ai Corinzi, letta da un giovane missionario tornato dall'Africa a un gruppo di persone riunite in cerca di spiritualità.
Tali profondi pensieri hanno come punto focale l'amore, inteso come nucleo di ogni cosa e della vita stessa, nonché come forza intrisa di eternità.
"Vivere con amore, restituendo amore", è questo il messaggio principale. E mentre le cose terrene termineranno, l'amore rimarrà.
Una breve recensione non rende giustizia ai contenuti del libro che dev'essere letto per poter essere compreso e assimilato.

Questa breve lettura è stata per me un modo per ritrovare i testi che sono alla base degli studi di storia del cristianesimo, ma anche dell'archeologia cristiana, e un mezzo per riflettere su concetti che, in un mondo fatto di apparenze, sono frequentemente ritenuti scontati.
Vi lascio con qualche piccolo estratto e vi aspetto sempre qui con la prossima recensione!


«L'Amore è la regola che riassume tutte le altre regole. L'Amore è il comandamento che giustifica tutti gli altri comandamenti. L'Amore è il segreto della vita.»

«L'Amore è paziente. Sopporta tutto. Crede in tutto. E tutto attende. Giacché esso sa comprendere.»

«Molte persone hanno l'abitudine di dire che la gentilezza è un sentimento superfluo. Non è vero: essa è l'Amore che si manifesta nelle piccole cose. L'Amore non sa essere aggressivo o sconveniente, non sa comportarsi in maniera inopportuna. Puoi essere la persona più timida del mondo, la più impreparata ad affrontare il prossimo, ma se possiedi una riserva d'amore nel cuore, agirai sempre nel modo giusto.»

«Se [l'uomo] non esercita l'anima, non avrà mai forza di carattere, né ideali, né la bellezza che deriva dal proprio miglioramento interiore.»

«Tu non puoi costringerti ad amare, e tanto meno puoi obbligare qualcun altro a farlo. Puoi soltanto osservare l'Amore, innamorartene e sforzarti di copiarlo.»

«La caducità è uno degli argomenti prediletti del Nuovo Testamento: lo stesso Giovanni non afferma che il mondo è errato, dice che "passerà". Nel mondo esistono cose belle: cose che ci affascinano, ci entusiasmano, ci rendono grandi. Ma non dureranno: i domini terreni, l'incanto di una visione, i piaceri della carne, l'orgoglio... tutto ciò esiste soltanto per un breve istante. Perciò non lasciate che il vostro amore si leghi alle cose di questo mondo. Nulla che è presente in esso vale la dedizione e il tempo di un'anima immortale. L'anima immortale deve consegnarsi a qualcosa che vive per l'eternità.» 

giovedì 25 settembre 2025

Recensione di "Ora amati" di Roberto Emanuelli

Buon pomeriggio amici e bentornati sul mio blog! Come vi avevo anticipato, i libri letti nel mese scorso sono stati numerosi. Oggi, quindi, termino con le mie letture estive, tornando poi al consueto ritmo di pubblicazione, portandovi a conoscere "Ora amati" di Roberto Emanuelli.


Trama: Fino a che punto possiamo andare contro noi stessi per amore? Fino a che punto si può concedere fiducia a chi ci inganna? Fin dove possiamo spingerci nel perdonare chi mostra indifferenza mentre andiamo in mille pezzi? Clara vive a Roma, dove gestisce una libreria. Ama il suo lavoro e crede che i libri non regalino solo sapere, ma a volte possano curare, persino salvare chi ne ha bisogno. Adesso però nemmeno lei riesce a trarre beneficio dalla lettura. La sua vita è una continua altalena da quando, tre anni prima, ha conosciuto Alessandro. Ha accettato una relazione costellata di distacchi improvvisi e mezze verità. Una storia che non è quasi mai come vorrebbe. Clara è diventata insicura, a volte stenta addirittura a riconoscersi. Senza i suoi amici, sarebbe già crollata. Anna invece vive a Milano e studia Economia alla Bocconi, per volontà dei genitori più che sua. Davanti a lei c’è un futuro già scritto: tornare in Calabria e prendere le redini dell’attività di famiglia. Ma non è questo che vuole: si sente fuori posto e incompresa. Poi incontra Francesco, e tutto sembra cambiare. La felicità, comincia a pensare, può esistere anche per lei. Ma Francesco è troppo preso da se stesso, e sembra dosare di continuo il tempo che le dedica. Un giorno la ricopre di attenzioni, quello dopo scompare gettandola nello sconforto. In nome dell’amore possiamo perderci e dimenticare chi siamo? Qual è, una volta toccato il fondo, la strada per rinascere e tornare ad amarci?

Questa è la storia di Anna Clara, o meglio, è la storia di tante di quelle persone da poterci scrivere un’enciclopedia. Perché, la verità è che nonostante ognuno di noi sia consapevole che certi amori tossici possano avvelenare lentamente l’esistenza fino ad annientarci, è anche vero che tutti anelano a un sentimento dolce e potente come l’amore. Esistono gli sbagli, esistono gli inganni, esistono dei vuoti incolmabili e, inevitabilmente, ci si ritrova in situazioni che mai si sarebbero immaginate.
Anna Clara è una libraia, lavora a Roma dove è approdata in seguito a un periodo trascorso a Milano, Bologna e Firenze. E nella Capitale ha trovato la sua dimensione, se non fosse per questo amore tormentato con Alessandro, sposato, con due figli, conosciuto in libreria. Sono tante le promesse che si sono stratificate nel tempo, dai sogni di case al mare a una nuova famiglia; desideri che si sono trasformati in illusioni cui Anna Clara, nonostante faccia male, continua a credere perché l’amore le benda gli occhi.
Nemmeno davanti all’evidenza, ai ritagli di tempo trascorsi assieme soppiantati da un’immensa solitudine, Clara riesce a convincersi del fatto che Alessandro non lascerà mai la moglie e che lei sarà sempre e solo l’amante, la seconda scelta, la persona da tenere nascosta e da presentare come un’amica.
Ma quando la corda è tesa, alla fine si spezza. Le bugie, come si suol dire, hanno le gambe corte e il castello di carte viene giù con il primo alito di vento. Fa male, malissimo, un dolore atroce che parte dal cuore e si irradia per tutto il corpo; poi il vuoto, sempre lì, nello stesso punto. Qualcosa è andato in frantumi, ma è allora che bisogna ricominciare. Clara lo capisce dopo tre anni, dopo menzogne mascherate da situazioni impossibili da superare, da sensi di colpa e da quello smisurato egoismo di Alessandro, nemmeno troppo velato, ma invisibile agli occhi della protagonista.

Foto di Hello Cdd20 da Pixabay

Ci sono storie che, a volte, sembrano scritte per noi. E questa storia è stata scritta anche per me.

È complicato uscire da rapporti definiti "tossici": ti senti inadeguata e mai abbastanza, ti assalgono i maledetti sensi di colpa, soprattutto se la persona in questione – come Alessandro – è manipolatrice e riesce a tessere trame fittissime usando i sentimenti in suo favore. È difficile vedere la realtà così com’è, capire che da lì non ne uscirai perché non c’è volontà condivisa per cambiare la situazione (nel caso di Anna Clara, Alessandro non voleva realmente divorziare, ma solo avere un’amante, anzi, più di una). Uno solo ne beneficia, mentre l’altro appassisce, si chiude in se stesso, capita persino che allontani amici e parenti. Ma esistono anche gli imprevisti, quelle “falle” nel sistema che, pur con dolore, ti destano dal sonno profondo in cui sei caduta. Ed è lì, che pur con mille difficoltà, inizia la rinascita. A volte è improvvisa, a volte è graduale, ma come la fenice risorge dalle proprie ceneri, anche le vittime di amori tossici possono farcela. Amare se stessi è il primo passo; colmare quei vuoti che sono rimasti e che, probabilmente, erano precedenti al rapporto distruttivo è il passo successivo. Tutto il resto viene da sé.

Consiglio di leggere “Ora amati”, non solo perché mi sono ritrovata all’interno di numerose parti di questa storia, ma anche perché ognuno di noi può essere Clara. Bisogna sapersi difendere, riconoscere chi non fa per noi (perché, attenzione, non cambierà con il tempo) ed essere consapevoli che, una storia andata male, non è la fine del mondo. Dal baratro sentimentale si può uscire e, con i propri tempi, tornare persino ad amare.
Da parte mia, grazie Roberto Emanuelli, grazie per questo bel libro. Ne avevo bisogno.

Vi lascio con qualche piccolo estratto significativo e vi aspetto con la prossima recensione.

Foto di Stephane da Pixabay

«L’armatura che mi sono costruita negli anni mi sembrava inscalfibile. Mi sono lasciata andare raramente. Ho sempre messo limiti e paletti con gli uomini. Poi è arrivato Alessandro. Solo lui ha saputo aprire una crepa. Si è insinuato nell’acciaio di quel mio secondo corpo, dietro al quale mi proteggevo e guardavo il mondo, sentendomi al sicuro. Con lui sono cadute tutte le mie difese. Con lui mi sono aperta, a lui ho raccontato ogni mia paura, le sofferenze passate, tutto quello che mi ha ferita, tutto quello che mi ha segnata. E quando, ora, lui mi colpisce e mi fa male, nonostante io tenti di reagire, nonostante io provi in tutti i modi a proteggermi, per non cadere ancora, per non cadere più, sembra che io non sia più capace di proteggermi. Con lui, solo con lui, mi sento disarmata. Vulnerabile. Indifesa».

«Gli ho sempre assicurato che non lo avrei giudicato se avesse scelto di rimanere con lei, per i figli o anche solo per paura. Non lo avrei giudicato nemmeno se fosse rimasto con lei solo per interesse. L’unica cosa che gli ho chiesto è stata di essere sincero, e di dirmi chiaramente come stavano le cose. Di non lasciarmi nell’incertezza».

«Ne approfitto anche per invitare tutti a non smettere mai di sostenere l’editoria e le librerie, continuando ad acquistare libri, a regalarli. Perché regalare un libro significa regalare la possibilità di sognare, di viaggiare in mondi che non sapevamo esistessero. Di essere liberi».

«Dici di amarmi, che sono la tua vita, che non puoi vivere senza di me. Mi parli del nostro futuro, della famiglia che avremo. Mi giuri che sono l’unica nel tuo cuore, quella a cui pensi la notte prima di dormire e la mattina appena sveglio. E allora perché adesso non ci sei? E perché mi sento così sola? Se mi ami più della tua vita, perché non ti accorgi che la mia sta andando a pezzi?»

«Oggi ho preso la macchina di mamma e ho guidato fino al mare. Dista solo venti minuti da casa. Il mare, fin da piccola, mi ha sempre salvata. Anche soltanto guardarlo, respirarlo mi fa sentire distante da questa realtà che non mi piace, mi alleggerisce il cuore, mi ricorda che, alla fine, comunque andrà, ci sarà un posto dove tornare. Un orizzonte nel quale perdersi».

«”Gli amori tossici, oltre a distruggerci, hanno il potere di farci credere che non ameremo mai più nessuno in quel modo. […] Ma sappi che non è così. O meglio: forse è vero che non ameremo più nessuno in quel modo. In quel modo malato. In quel modo sbagliato”».

«Ma forse è proprio questo che succede prima di rinascere, no? Si muore davvero un po’. Forse possiamo rinascere realmente solo quando siamo disposti a cambiare. Quando abbiamo il coraggio di diventare altro, lasciando andare il passato. E io riparto da qui, riparto da me stessa. Da una nuova me stessa».


mercoledì 24 settembre 2025

Recensione di “L’amore al posto giusto, al momento giusto” di Ali McNamara

Buonasera amici e ben ritrovati tra le pagine virtuali del mio blog! Dove vi porto stasera? In Inghilterra, a percorrere le stradine di Cambridge per conoscere la storia di Adam ed Eve... sì, Adamo ed Eva, ma non quelli del Vecchio Testamento!


Trama: Eve è appassionata di antichità da sempre. È convinta che ogni oggetto del passato sia una finestra su un altro mondo e su un altro tempo. Per questo, svolge ricerche accurate su ogni singolo articolo del suo piccolo negozio di antiquariato a Cambridge, così da poterne raccontare la storia a chi lo acquista. In questo modo, ha l’impressione di onorare il passato e apprezzare il presente. Adam è il suo opposto: per lui conta solo il futuro. È in città per occuparsi del lascito di suo nonno, da poco scomparso, e spera che la faccenda si concluda il più in fretta possibile. Quando scopre che il nonno ha incaricato Eve di vendere le antichità presenti in casa sua, Adam desidera solo che le ricerche minuziose della ragazza non gli impediscano di tornare a Londra al più presto. Tuttavia, dopo la resistenza iniziale, Adam si ritrova ad affrontare un viaggio nei ricordi di famiglia in compagnia di Eve, e chissà che il presente, il passato e il futuro all’improvviso non entrino in collisione e facciano battere loro il cuore...


Ho individuato questo libro durante una passeggiata a Latina. E sì, ogni volta che ci capito, la tappa alla libreria Feltrinelli è obbligatoria. Cercavo un libro leggero, che avesse però qualche nota interessante e, nonostante il titolo non mi desse molta fiducia (non so se si è capito, ma sono ampiamente stufa di titoli fuorvianti che nascondono storie di tutt’altro genere), l’allusione al negozio di antiquariato gestito dalla protagonista ha giocato un punto a favore.
Eve vive, ormai da moltissimi anni, a Cambridge. Ha ereditato l’attività dei nonni e gestisce il negozio di antiquariato in Clockmaker Court. Molto spesso le capita di sgomberare case e, quindi, di mettere in vendita gli oggetti ritenuti interessanti per il mercato antiquario. Ecco, infatti, presentarsi la sua nuova opportunità. Eve si reca presso la casa di un ex professore universitario, deceduto, dove ad accoglierla c’è il nipote, quarantenne “bello e dannato”, dai toni rock, gentile e persino ironico. Il suo nome è Adam ed è evidente che tra i due, sin dai primi istanti, si stabilisca un certo legame che pian piano si fa più solido, soprattutto quando Eve e Adam iniziano a scoprire ciò che hanno in comune (a partire dal giorno di nascita, il 29 febbraio), e a individuare alcuni segreti che avvolgono i rispettivi parenti e tutti i negozianti di Clockmaker Court. Ci sono strani oggetti, documenti e fotografie che rimandano a periodi passati, dalla Seconda Guerra Mondiale all’epoca Vittoriana e Edoardiana. Seguendo questo filone, come perfetti 007, capiranno di non poter sfuggire al destino e a un compito importante, custodito per secoli tra le mura di Clockmaker Court.


Tutto mi aspettavo tranne di trovarmi a stretto contatto con il mondo della Marvel, composto di universi negli universi e di viaggi nel tempo. L’amore, che appare a grandi lettere sulla copertina, fa quasi da sfondo alla storia che si sviluppa tra le viuzze e i caratteristici negozi di Cambridge. Ritroviamo elementi di Harry Potter, che si tengono la mano con quelli dei fumetti creati da Stan Lee. E alla fine, ne risulta un romanzo piacevole, più fantasy che romance. Veramente una sorpresa.

Se desiderate leggere una storia un po’ diversa, intrisa di mistero e di magia, questo libro fa per voi. Non vi aspettate romanticherie particolari perché sono totalmente assenti e controllate i vostri orologi: attenzione alle pendole che segnano orari del tutto sbagliati.

Ah, a proposito, una nota finale: il titolo originale è “Right Place, Right Time”, molto più idoneo rispetto all’adattamento italiano.

Foto di Joe da Pixabay

«Nessuno di noi sa esattamente quanto tempo ci resta da vivere. Perciò dobbiamo sfruttare al meglio quello che abbiamo».

«[…] Perché le memorie che creiamo e l’amore che condividiamo con i nostri amici e con la nostra famiglia saranno sempre il tempo più importante».

martedì 23 settembre 2025

Recensione di "Un segreto tra le pagine" di Violet Moore

Buon pomeriggio e bentornati, amici lettori! Tra improvvisi diluvi e un venticello fresco, qui a Roma sembra essersi affacciato l'autunno... ma la sottoscritta è rimasta alle letture estive da condividere qui con voi.

Oggi vi porto a Milano a conoscere Veronica e Leonardo, i protagonisti di "Un segreto tra le pagine" di Violet Moore.


Trama: Veronica si è appena trasferita a Milano, accettando il lavoro dei suoi sogni: editor per la casa editrice che pubblica i romanzi di Lia Robinson, pseudonimo di una famosa quanto misteriosa autrice.
Un giorno, nella sua caffetteria preferita, Veronica conosce Leonardo, affascinante avventore che condivide la sua stessa passione per la lettura. Dopo quel primo, casuale incontro, Leonardo non perde occasione per trascorrere del tempo con lei e in poco tempo Veronica si scopre sempre più legata e finalmente pronta a lasciarsi alle spalle la fine della sua precedente storia d’amore. Ma proprio quando i due si lasciano andare ai sentimenti che provano l’uno per l’altra, Veronica scopre una cosa su Leonardo che lui le ha volutamente tenuto nascosto. Un segreto che rischia di mandare all’aria tutto.


Ebbene sì, anche io a volte leggo gli Harmony. Avevo acquistato questo romanzo lo scorso anno, avendo finito la scorta da Roma. Poi, tra una cosa e l’altra, non sono riuscita a leggerlo e ho pensato di portarlo nuovamente al mare con me. Mi serviva una lettura leggera, soprattutto a fronte di chiacchiere e musica che in spiaggia non mancano e distraggono parecchio.

Quella di Veronica e Leonardo è una storia che inizia grazie ai libri e che prosegue grazie a loro. Forse è per questo che, nonostante sia un romanzo leggero, ha trovato il mio apprezzamento. Veronica si è recentemente trasferita a Milano e lavora come editor alla EdiQube. Si è lasciata da qualche mese con Massimo, con il quale aveva un rapporto decisamente tossico ed è intenzionata a concentrarsi solo ed esclusivamente sul lavoro. Ma si sa, quando le protagoniste decidono di dare un taglio netto all’amore, arriva l’uomo che fa perdere loro la testa. In questo caso, Leonardo si presenta in maniera piuttosto goffa, entrando nel locale in cui Veronica sta aspettando la sua amica, con una pila di libri tra le braccia che, puntualmente, si dissolve, cadendo a terra. La donna, quindi, si avvicina per aiutare il bel moro e da lì scatta la scintilla. La storia si sviluppa poi tra le vie di Milano, con il Castello Sforzesco, il Parco Sempione e tutti quei luoghi che personalmente amo, a fare compagnia agli appuntamenti di Veronica e Leonardo. Classicamente, però, uno dei due nasconde un segreto, da cui si svilupperanno una serie di incomprensioni che, come nelle fiabe, si risolveranno in un lieto fine.


“Un segreto tra le pagine” è appunto un Harmony, un romanzo rosa leggero e nulla più, ma l’ho trovato piacevole e, soprattutto, scorrevole, incentrato maggiormente sullo sviluppo sentimentale dei protagonisti che sull’estrema attrazione, elemento che molto spesso caratterizza – anche in maniera ripetitiva e noiosa (si veda, ad esempio, “Amori e segreti al Pumpkin SpiceCafè” – molti altri libri in circolazione.

Consigliato per trascorrere qualche ora nella bella Milano (smettetela di definirla grigia perché non è vero), nel mondo dell’editoria e immerse in una storia d’amore dai toni romantici.

«I libri li avevano fatti incontrare e avevano rischiato di separarli. Ma quel romanzo in particolare era stato il primo tassello della loro storia».

martedì 16 settembre 2025

Recensione di "Amori e segreti al Pumpkin Spice Cafè" di Laurie Gilmore

Buon pomeriggio amici lettori e bentornati alla ricerca di qualche consiglio di lettura!
Visto che, ahimé, sta terminando l'estate, vi parlerò di un romanzo la cui copertina rimanda proprio al clima autunnale, dai toni gialli e arancioni. Si tratta di "Amori e segreti al Pumpkin Spice Cafè" di Laurie Gilmore. Sono certa che lo avrete avvistato tra gli scaffali della vostra libreria di fiducia.


Trama: Quando Jeanie riceve in eredità dalla zia l’amato Pumpkin Spice Cafè a Dream Harbor, decide di cogliere al volo l’occasione e di costruirsi un nuovo inizio lontano dal noioso lavoro d’ufficio. Tutti nella cittadina sembrano conquistati dal buon umore di Jeanie e dal suo strepitoso caffellatte speziato; tutti eccetto Logan, uno scontroso contadino che detesta i pettegolezzi e preferisce stare da solo. Ma l’esuberanza di Jeanie e un mistero che incombe sul Pumpkin Spice Cafè costringeranno Logan a passare molto tempo con la strana ragazza di città. Riuscirà a resistere a lei e al suo caffellatte speziato?

Foto di NoName_13 da Pixabay

Sono sincera, anche io vorrei ricevere in eredità una piccola libreria in un paese sperduto della Provenza, oppure un caffè letterario collocato in un borghetto, esattamente come le protagoniste di numerosi romanzi dalle copertine colorate. Peccato che non abbia questa fortuna! Detto ciò, Jeanie, la protagonista di “Amori e segreti al Pumpkin Spice Cafè”, gestisce il caffè a Dream Harbor che la zia, andata in pensione, le ha lasciato. Jeanie ha colto al volo l’occasione: dopo aver scoperto il proprio capo morto sulla scrivania dell’ufficio, ha deciso di condurre una vita più rilassata.

Dream Harbor è un paese molto piccolo, in cui tutti sanno tutto degli altri concittadini, ma Jeanie non fa fatica ad ambientarsi, anzi, sin dal primo momento, gestisce alla grande il caffè della zia. Tuttavia, alcuni rumori sinistri la svegliano nel cuore della notte. E qui mi sarei aspettata un romanzo che si articolasse più sulle persone che si recavano al caffè, sulle difficoltà e sui piaceri del nuovo lavoro, e sì, anche su una storia d’amicizia o di amore e su un vero mistero da risolvere, ma invece il romanzo è totalmente incentrato sull’intensa attrazione che Jeanie prova nei confronti di Logan, il contadino bello e burbero che le porta a casa una cassetta di zucche, proprio all’inizio della narrazione.

Sin dal primo sguardo cominciano le fantasticherie su addominali, pettorali e muscoli vari ben scolpiti; ovviamente Logan, riprendendo il filo che ormai collega ogni romanzo femminile sin dall’uscita delle “Cinquanta sfumature”, ha un passato tormentato: orfano, lasciato dalla precedente donna, teme incredibilmente il legame con un’altra persona e, in modo molto egoista, la prescelta deve voler rimanere a Dream Harbor. Fosse mai che il “principessino” si sposti dal paese per amore di lei, o che entrambi prendano una decisione comune!


Ad ogni modo, si capisce sin dalle prime pagine dove si vuol andare a parare: a notti spettacolari incentrate su un’attrazione cosmica e in cui il sentimento (se c’è, perché ne dubito) fa da sfondo. Nulla da ribattere, se il romanzo avesse avuto però un altro titolo, un’altra copertina e un’altra descrizione… E invece, il famoso “mistero” cui si allude sul retro del libro fa sorridere, il caffelatte speziato (che sinceramente mi incuriosiva) è solo accennato perché viene ordinato da una cliente del bar ed è ben chiaro dalle prime righe che Logan e Jeanie finiranno insieme senza alcuna difficoltà.

Ho letto svariate opinioni sul romanzo e molte lettrici erano concordi nel ritenerlo un buon libro leggero, da ombrellone, carino e con una bella storia d’amore. Mi chiedo sinceramente cosa leggano le persone. Pur apprezzando le storie leggere (le leggo anche io), non vedevo l’ora di terminare “Amori e segreti al Pumpkin Spice Cafè” perché incredibilmente noioso, ripetitivo e con una trama così banale da non suscitare nessun interesse. Peraltro, il romanzo fa parte di una trilogia composta dalle storie degli altri amici di Jeanie e Logan, ma non sono minimamente incuriosita dagli altri libri.

È carina solo la copertina, ben ideata per attrarre potenziali lettrici; per il resto è uno dei libri più scialbi che abbia mai letto. Non lo consiglio, nemmeno per una lettura leggera. Ce ne sono di migliori in giro.

martedì 9 settembre 2025

Recensione di "Ci vediamo in Cime tempestose" di Tessa Bickers


Buon pomeriggio e ben ritrovati! Oggi vi porto a conoscere un libro il cui titolo è ispirato al celebre romanzo di Emily Brontë: si tratta di "Ci vediamo in Cime tempestose" di Tessa Bickers.


Trama: Quando Erin si rende conto di aver dato via la sua vecchia copia di Il buio oltre la siepe, si sente crollare il mondo addosso. E non solo per il libro in sé, che già sarebbe una perdita incalcolabile, ma perché quelle pagine erano piene di note che lei aveva scritto per Bonnie, la sua migliore amica scomparsa troppo presto. Atterrita all’idea di aver perso quell’ultimo ricordo di lei, torna nella biblioteca di quartiere dove lo aveva lasciato per errore e si accorge che, nel frattempo, qualcuno lo ha preso in prestito e ha risposto a tutte le sue note, aggiungendo commenti personali e spunti di riflessione. E, alla fine, un invito: «Ci vediamo in Cime tempestose?» È l’inizio di una corrispondenza fatta di confidenze, critiche letterarie e confessioni a cuore aperto. È l’inizio di un legame forte così come può essere solo quello tra chi condivide la stessa passione per i libri. È l’inizio di un amore tenero e sorprendente, un raggio di luce in due vite che fino a quel momento erano state costellate di amarezza e delusioni. Ciò che Erin non sa, però, è che la persona cui sta aprendo la sua anima non è affatto uno sconosciuto, ma un fantasma del suo passato, il ragazzo di cui si era quasi innamorata, prima che lui rovinasse tutto, spezzandole il cuore. E adesso dovrà trovare il modo di superare i vecchi rancori e imparare a perdonarlo, se vuole che il loro amore di carta si trasformi in realtà…
Tenero, arguto e deliziosamente nostalgico, questo romanzo è un delicato inno all’amore per la lettura e al potere che hanno le grandi storie di farci superare i momenti difficili… e, a volte, persino di farci trovare l’anima gemella. Perché non c’è relazione più profonda di quella tra persone che amano gli stessi libri.


Come sempre, sarò sincera nelle recensioni che scrivo e pubblico sul mio blog. È raro che abbia letto un libro talmente noioso da avere voglia di sfogliare l’ultima pagina e salutarlo. Purtroppo, questo è il caso di “Ci vediamo in Cime tempestose”. Nonostante sia stato pubblicizzato come un caso editoriale, come una romantica storia d’amore, l’ho trovato davvero infinito e ripetitivo.
Tutto ruota attorno alla storia di due ragazzi che non si sono più rivisti dai tempi del liceo, Erin e James. Erin si è appena licenziata ed è alla ricerca di un lavoro che la soddisfi; James, invece, ha un’occupazione di successo, ma non ne è contento. Entrambi sentono di aver bisogno del loro posto nel mondo, hanno un disperato desiderio di trovarlo, ma devono prima individuare la strada giusta. Sia Erin che James sono traumatizzati, in qualche modo, dalle rispettive famiglie: la ragazza è “sopravvissuta” al divorzio dei suoi genitori e al fatto di aver scoperto che sua madre era l’amante del professore di letteratura, da lei ammirato alla follia; il ragazzo, invece, deve fare i conti con il bipolarismo della madre, che ritiene la sua nascita responsabile di tutte le sue disgrazie.
Erin e James al liceo erano legati da un’amicizia, mai sfociata in qualcos’altro poiché facevano in realtà parte di un trio: con loro c’era sempre Bonnie, cara amica poi morta di cancro, che sarà onnipresente in tutti i capitoli del libro. Erin, soprattutto, ricorda ogni minimo momento con lei, addirittura vede il suo fantasma seduto nella sua camera e ci parla. Seguendo il consiglio dell’amica di inseguire i propri sogni, Erin finisce però per agire e vivere pensando a cosa farebbe Bonnie in quella determinata situazione.
Nelle vite di Erin e James si inserisce, del tutto casualmente, il piccolo angolo bookcrossing dove Erin, disfandosi di alcune cose, ritrova “Il buio oltre la siepe”, libro cui era legata per via del biglietto contenuto al suo interno con le parole di Bonnie. Tutto inizia quando Erin sfoglia le pagine e trova, segnati ai margini, commenti alla narrazione. Così la “Ragazza dei margini” (Erin) e “L’Uomo del mistero” (che, casualmente, è James) iniziano a scambiarsi libri, scrivendosi commenti e messaggi proprio lungo i margini bianchi delle pagine. Ed è attraverso questa atipica corrispondenza che entrambi individueranno la strada giusta per andare avanti e quella per stare insieme una volta scoperte le rispettive identità.


Se l’idea del bookcrossing e dei messaggi scritti sui libri è l’elemento che più mi ha ispirata, facendo sì che scegliessi questo romanzo in libreria riponendovi alte aspettative, tutto il resto della narrazione mi ha totalmente delusa. Sin dalle prime pagine, la storia non mi ha coinvolta, rivelandosi con un ritmo estremamente lento e ripetitivo. Erin e James vivono il proprio presente pensando continuamente alla scuola, a quanto accaduto in passato, come se fossero rimasti eterni adolescenti alle prese con bullismo e problemi vari. Bonnie, descritta quasi come una santa, costella ogni singolo respiro di Erin e James, che appaiono invece come due appendici senza carattere. Gli elementi “tragici” – alias la malattia e la morte di Bonnie, il bullismo subito da James e la malattia mentale della mamma di James – avevano lo scopo di riportare la narrazione su un piano più riflessivo, ma il tutto andava sviluppato meglio…

In 352 pagine lo spazio c’era tutto per poter scrivere un romanzo degno di questo nome con un filo conduttore che fosse realmente quello di un amore letterario. Peccato per l’opportunità del tutto sfumata: il sentimento tra Erin e James si prospetta, infatti, come un legame adolescenziale acerbo e rimasto tale, ricco di risentimenti e mai maturato nel tempo.
Gli amori che “fanno dei giri immensi e poi ritornano” (per citare Antonello Venditti) devono essere tali, con la A maiuscola, senza essere confusi con le cotte liceali tra compagni di scuola che, a rifletterci dopo anni, ti fanno pure vergognare un po’.
Lettura sconsigliata a chi cerca un libro che parli di libri, come farebbero pensare sia il titolo italiano, sia quello inglese (“The Book Swap”) e la copertina.
Vi aspetto alla prossima recensione e vi lascio intanto con tre piccoli estratti che, invece, ho apprezzato.

«Se dovessi immaginare la mia vita nel futuro, sarebbe il prosieguo di ciò che ho appena iniziato. Insegnare alla gente ad amare i libri come li amo io.»

«Con questa storia di passarle i libri su cui le scrivi domande e annotazioni… in pratica le stai dicendo che la ami.»

«Non ignorare la voce del cuore dicendo sì a qualcosa solo perché sai di poterlo fare. Non sempre la strada più semplice è la migliore.»

 

lunedì 1 settembre 2025

Recensione di "Un'ora" di Christian Bergamo

Buonasera, amici lettori, e bentornati tra le pagine virtuali del mio blog! Qualcuno di voi sarà rientrato in ufficio, con tanti bei ricordi di tramonti e aperitivi; qualcun altro, invece, si preparerà ad andare in vacanza, in seguito a un agosto lavorativo. Ma sono certa che, a qualunque categoria apparteniate, solo per il fatto di essere qui, avrete almeno un libro con voi, da bravi appassionati lettori.

La recensione di questa sera riguarda "Un'ora" di Christian Bergamo. Ne avete sentito parlare?


Trama: Una volta all’anno il tempo si ferma, regalandoci un’ora in cui tutto è possibile. È ciò che succede a fine ottobre, nel passaggio dall’ora legale a quella solare, ed è in questo momento sospeso che nasce la storia di Diego e Camilla. I due si incontrano in un bar neanche ventenni, allo scoccare dell’ora solare, e sullo scadere del loro tempo insieme si fanno una promessa: ritrovarsi tutti gli anni nello stesso posto per vivere quell’ora che in realtà non esiste, senza vedersi mai oltre quello spazio sicuro e senza mai parlare di sé al passato e al futuro. Un qui ed ora in cui si annida l’affetto di cui hanno bisogno, in cui prendersi una pausa da un’esistenza che, nelle sfide quotidiane, può logorare anche i sogni e gli affetti più forti. Lucio, il proprietario del locale, da dietro il bancone è arbitro e testimone dell’accordo: anno dopo anno li osserva e li ascolta tra una sigaretta e un bicchiere, senza mai immischiarsi, provando a immaginare le loro vite e a indovinare chi siano davvero fuori da quelle quattro mura dove hanno deciso di prendersi una pausa da ciò che li aspetta tutti i giorni. E la loro relazione diventa così per lui un’occasione inattesa per riflettere sulla propria realtà. Christian Bergamo ci regala nel suo romanzo un’inedita storia di quasi amore, di due vite che si incontrano di rado, come le lancette di un orologio, e che, in un mondo che corre veloce, trovano uno strano modo per non perdersi mai.


Ho conosciuto questo romanzo perché, durante un pomeriggio dello scorso anno, ho incontrato l’autore all’interno della libreria Mondadori di piazza Cola di Rienzo. Mi ero rifugiata lì, in seguito a una riunione di lavoro, e volevo respirare aria pura, aria che odorasse di libri. Caso ha voluto che quel giorno avessi dimenticato a casa anche il portafogli perché avevo cambiato borsa e mi rimanevano solo pochi spiccioli per il caffè.
Il mio giro all’interno della libreria era, quindi, meramente esplorativo, così, tanto per osservare le nuove uscite e informarmi sulle novità editoriali. Ero l’unica persona che camminasse per il negozio e Christian Bergamo mi chiese se avessi avuto voglia di ascoltare qualcosa sul suo libro. Risposi di sì. Ero in cerca di novità editoriali, no? E così sono venuta a conoscenza della storia di Lucio, il proprietario di un bar, e di Diego e Camilla, due ragazzi che, durante una notte di fine ottobre (quando c’è il cambio dell’ora, dalla legale alla solare), si erano incontrati e, ogni anno, avevano deciso di incontrarsi alla stessa ora, nello stesso locale.

Lucio è il narratore esterno, legato al bar che ha aperto nel 1996 e alla sua famiglia composta da Roberta, la moglie e unica donna della sua vita, e Federico, figlio ribelle con cui si susseguiranno dissidi finché non metterà la testa a posto. La narrazione si divide tra la vita di Lucio e lo scorrere del tempo: ogni volta in cui si ripresenta la fatidica ora dell’incontro tra Diego e Camilla è già trascorso un anno. E così avanti per ben 24 ore che, riunite, fanno una giornata, ma disposte nel tempo scandiscono 24 anni. Un’ora, la loro, che diventa un sorso d’aria nel mezzo degli eventi che caratterizzano le rispettive vite, di cui nessuno sa nulla.

Diego e Camilla staranno mai insieme? È bene dire che i due stileranno un regolamento, scritto dietro la lista dei cocktail del locale conservata all’interno dello stesso, tra i dischi in vinile. E le regole prevedono che i due si incontreranno per ben 24 volte, mantenendo sempre una certa distanza, così come che si parli sempre e solo del presente che vivranno in quell’ora, mai del futuro, né del passato.
Sono regole difficili da rispettare, ma trascorrono 24 anni così. Intanto Lucio osserva i due ragazzi crescere, diventare un uomo e una donna, affrontare le difficoltà della loro esistenza, i mutamenti del loro aspetto fisico, la presenza o meno della fede al dito.

Alla fine, i due clienti del bar diventano una presenza fissa per Lucio, un appuntamento anche per lui che non mancherà mai di esserci. Sono due affezionati sconosciuti. Il lettore non può a fare a meno di chiedersi se, al di fuori del bar, i due si siano mai dati appuntamento trasgredendo le regole, oppure come sarebbe andata se avessero deciso di mettersi insieme sin da subito. 
È un romanzo dei “se”, del condizionale applicato a un’unica ora in 365 giorni ogni anno, che fa riflettere molto. A volte le occasioni vanno colte al volo, altrimenti sfuggono e si passa un’intera esistenza a rincorrerle, a rimpiangerle. Vivere il presente, quindi, senza pensare a quel che è stato e a quel che sarà. Il finale rimane, però, aperto e sta al lettore immaginare come proseguirà il rapporto tra Diego e Camilla dopo il termine della ventiquattresima ora.

Foto di StockSnap da Pixabay

Cosa è accaduto invece a me quel pomeriggio? Ho salutato Christian Bergamo, ringraziandolo di avermi illustrato il suo libro e dicendogli che sicuramente lo avrei letto. Era imbarazzante rivelare la verità… il libro lo avrei acquistato anche subito, ma non avevo un soldo con me, in quella borsa gigantesca che mi porto sempre dietro.

Come ho trovato il romanzo? Interessante all’inizio e alla fine: è curioso il patto tra i due e il lettore è incentivato a capire come proseguirà l’anno successivo. Ma sono sincera: a un certo punto, l’ho trovato un po’ ripetitivo. Ogni anno la giornata si ripresentava sempre identica, con poche descrizioni di Diego e Camilla proprio a causa del regolamento che avevano stilato, e alcuni capitoli sono stati piuttosto lenti.

La dinamica dei fatti mi ha ricordato “One Day” di David Nicholls e gli indimenticabili Emma e Dexter che, dopo anni trascorsi lontani, decidono però di stare insieme, nonostante il finale sia poi tragico.

Ho letto in due giorni e mezzo “Un’ora”, ma consiglio di assaporarlo gradualmente, riprendendolo in più giornate per evitare l’effetto “ripetizione” che ho subito nei capitoli centrali.

Vi aspetto, perciò, con la prossima recensione, sempre qui, sullo stesso blog!

Foto tratta da da Pixabay


«Sicuro che dovremmo farlo?»
«Sì, le cose belle sono quelle che a un certo punto finiscono.»
Allora non ero d’accordo, credevo in ciò che resiste, che si trattasse di persone o circostanze. Il resto era di passaggio, perché se termina, pensavo, è destinato a essere dimenticato. E la bellezza stava proprio lì, nell’eccezione di quel che resta. Diego e Camilla erano la mia eccezione, ma solo fino alla dodicesima ora. Poi è cambiato tutto.

«Quello che dura è perché si usa poco. Sennò il consumo è inevitabile: la macchina, le suole delle scarpe, le storie d’amore. Prendi invece la nostra amicizia. Ci sopportiamo solo perché non ci frequentiamo spesso».

«Vedere questi orologi ognuno con un’ora diversa non mi dà il senso del tempo che passa, ma che c’è sempre un momento giusto per poter cambiare qualcosa, basta capire quando».

«Eccoli fragili, ragazzini, imbranati, estranei. Vedi l’amore che giro fa per poi perdersi e scordarsi dove stava andando. Questo, pensavo, è quello che succede quando la fine non è una tappa del percorso, ma solo una conseguenza».

lunedì 25 agosto 2025

Recensione di "Il quaderno dell'amore perduto" di Valérie Perrin

Buongiorno amici, e bentornati sul mio blog in questa coda di fine estate! Sto finalmente leggendo tantissimo e mi rendo conto che dovrei dedicare sia alla lettura, sia alle altre mie passioni più tempo. Invece, molto spesso, si sacrificano i propri hobby per il lavoro quando c'è, o per cercarlo. Una migliore divisione della giornata potrebbe effettivamente giovare.

Arriviamo al dunque. Il romanzo di cui posterò la recensione è "Il quaderno dell'amore perduto" di Valérie Perrin.


Trama: La vita di Justine è un libro le cui pagine sono l’una uguale all’altra. Segnata dalla morte dei genitori, ha scelto di vivere a Milly – un paesino di cinquecento anime nel cuore della Francia – e di rifugiarsi in un lavoro sicuro come assistente in una casa di riposo. Ed è proprio lì, alle Ortensie, che Justine conosce Hélène. Arrivata al capitolo conclusivo di un’esistenza affrontata con passione e coraggio, Hélène racconta a Justine la storia del suo grande amore, un amore spezzato dalla furia della guerra e nutrito dalla forza della speranza. Per Justine, salvare quei ricordi – quell’amore – dalle nebbie del tempo diventa quasi una missione. Così compra un quaderno azzurro in cui riporta ogni parola di Hélène e, mentre le pagine si riempiono del passato, Justine inizia a guardare al presente con occhi diversi. Forse il tempo di ascoltare i racconti degli altri è finito, ed è ora di sperimentare l’amore sulla propria pelle. Ma troverà il coraggio d’impugnare la penna per scrivere il proprio destino?

Ho letto altri due romanzi di Valérie Perrin: il celebre “Cambiare l’acqua ai fiori” e “Tatà”.
E avendo letto ora “Il quaderno dell’amore perduto”, ovvero il romanzo d’esordio, trovo che le tematiche toccate nel primo si sono sviluppate in maniera più estesa sia in “Cambiare l’acqua ai fiori”, in cui tutto ruota intorno a un tragico incidente e a una morte mai dimenticata, sia in “”Tatà” dove i legami famigliari sono tutto, ma vi sono anche ricordi e gli esiti della Seconda Guerra Mondiale.

[ATTENZIONE: SPOILER!]

La protagonista di “Il quaderno dell’amore perduto” si chiama Justine, ha poco più di 20 anni, è orfana e lavora presso una casa di riposo, “Le Ortensie”. La ragazza vive con i nonni paterni, che l’hanno cresciuta, e suo cugino, Jules, anch’egli orfano. I padri di Justine e Jules erano gemelli ed entrambi, con le rispettive mogli, sono morti in un tragico incidente d’auto. Questo segnerà la vita sia di Justine, sia di Jules che hanno ricevuto attenzioni, ma non quell’amore genitoriale. Justine, soprattutto, avverte in maniera molto intensa questa assenza, che si riflette nel suo comportamento: di giorno accudisce amorevolmente gli anziani della casa di riposo, mentre di sera affoga i suoi vuoti nell’alcool, andando a ballare in discoteca e finendo a letto con ragazzi di cui non ricorda nemmeno il nome. Si percepisce la volontà di non volersi legare, la paura di essere amata.


Detto ciò, intorno alla morte dei genitori di Justine e Jules aleggia un mistero. Solo dopo anni, infatti, la polizia riprende in mano il fascicolo e riapre le indagini. Justine lo viene a sapere per caso, ma non lascerà cadere lì la questione. Andrà a fondo, rivelando una trama familiare complessa da cui nessuno è esente, nemmeno gli insospettabili nonni.

Ma a cosa si riferisce “Il quaderno dell’amore perduto”? Non alla storia della famiglia di Justine, bensì a quella di un’ospite delle “Ortensie”, Hélène Hel, di cui la ragazza si prende cura quotidianamente e con la quale chiacchiera. L’anziana Hélène ha raccontato la propria vita a Justine, in maniera frammentaria, proprio come farebbe una persona vittima di demenza senile. Lei si trova in quella casa di riposo, ma nella sua mente è seduta in spiaggia, in riva al mare, ad aspettare il suo Lucien, l’uomo che l’ha resa libera insegnandole a leggere (Hélène era dislessica e Lucien le insegnò a leggere, per una serie di vicissitudini, in braille) e ad amare. Lo stesso Lucien che, deportato dai nazisti per aver nascosto un ebreo, tornerà anni più tardi, quando ormai era stato dato per morto. In tutta la storia, vi è sempre un gabbiano che, come un angelo, veglia sull’esistenza di Hélène e Lucien.
 
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Justine appunta su un quaderno azzurro tutta la storia di Hélène e sarà proprio lei a leggerla all’anziana signora quando, per via dell’età e di una caduta, sarà ricoverata in ospedale entrando in coma, negli ultimi giorni della sua lunga esistenza.

Valérie Perrin, quindi, anche in questo romanzo punta molto sulla famiglia che, nonostante appaia come un porto sicuro e inattaccabile, talvolta nasconde aspetti molto oscuri; sull’amore incondizionato, un sentimento che forse al giorno d’oggi non c’è più, o è rarissimo da incontrare; sulla morte, come punto di fine, ma anche di inizio per le “indagini” di chi è rimasto. Non so perché questa autrice, infatti, sia così legata ai cimiteri che compaiono in ogni suo romanzo, giocando un ruolo certamente non secondario.

In questo periodo di pausa, l’ho letteralmente divorato terminandolo in soli due giorni (mentre a Roma, tra una cosa e l’altra, sarebbe andato avanti un mese).

Vi aspetto alla prossima recensione e vi lascio con un piccolo estratto. A presto!

«È come se il mio viso non avesse ancora scelto, come se non avesse ancora finito di disegnarsi. Mi ripeto che ciò che non trovo attraente in me un giorno piacerà a qualcuno. A qualcuno che mi amerà e che diventerà il mio pittore. Sarà lui a continuare il disegno. A trasformare lo schizzo in un capolavoro grazie a una grande storia d’amore. Ciascuno di noi è il Michelangelo di qualcun altro. Il problema è che bisogna trovarsi».
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