domenica 14 novembre 2021

Recensione di "Il Parnaso ambulante" di Christopher Morley

Buonasera amici, piove qui a Roma, anzi, diluvia come accade ormai da giorni. Sarà anche un problema legato al clima, ma è pur vero che ci troviamo nel bel mezzo di novembre ed è normale che ci siano brutte giornate.
Mi trovo, quindi, in questa domenica, a scrivere nella mia camera, accompagnata dalla luce della scrivania. Finalmente, dopo molto tempo, sono riuscita a leggere qualche libro in breve. Per me, abituata a studiare fino alle 02.00 di notte o a condurre ricerche, si tratta di una fantastica riconquista di libertà. Il lavoro è importante, ma lo sono anche gli attimi di respiro, quel riposo da occupare con le proprie passioni. Chissà se riuscirò anche a riprendere a suonare la chitarra? Sono anni che ci provo e non trovo mai tempo, ma mai dire mai.

Ebbene, proprio nel pomeriggio ho terminato la lettura di "Il Parnaso ambulante" di Christopher Morley, un libro acquistato "incartato", quindi al buio, senza osservarne la copertina, nel punto La Feltrinelli di Viale Giulio Cesare a maggio scorso. Ero appena uscita dall'appartamento di una mia amica e collega con cui stavo preparando un lavoro che poi non prese più il via (che novità...), quando ho deciso di fare una pausa letteraria per trovare conforto tra le pagine dei libri. Ed eccomi qui.




Trama: Viaggiare per le strade aperte della Nuova Inghilterra, a bordo di un attrezzato bibliobus trainato da un grande cavallo, con un cane al seguito, in compagnia di un professore-poeta agile e versatile come un elfo, vendendo libri utili e grandi classici a liberi contadini dai modi franchi, in fuga, per giunta, da un fratello egoista e correndo ogni tipo di avventura: questo genere di felicità - oggi impossibile, ieri a portata di mano purché intimamente liberi - Il Parnaso ambulante racconta. È una versione tenera, tra Mark Twain e Kerouac, del mito americano della frontiera e dell'individualismo ottimistico (e in effetti la protagonista si trasforma da massaia di campagna in intraprendente avventuriera, e poi ritorna, con una coscienza di sé rinnovata, casalinga, ma finalmente padrona del proprio destino). E un'idea, singolare in questo genere di storia, attraversa il racconto. Morley, da americano, non dubita che il modello compiuto di rapporto tra gli uomini sia lo scambio commerciale; ma il libro, merce tra le merci che attraversano le persone, ne conserva tutta la qualità e la sostanza umana. Sicché la vera missione on the road del Parnaso ambulante è «predicare l'amore per i libri e l'amore per gli esseri umani».

Non avevo idea di quale tipo di libro mi trovassi davanti quando scartai l'involto in cui era contenuto. Il nome, pure, era curioso: il Parnaso è il monte dedicato ad Apollo e alle Muse, simbolicamente la patria della poesia, dell'arte, della letteratura. La storia di un'altura "ambulante"? No, non era questo che mi attendeva, bensì la storia di un'avventura, di un'amicizia, della conquista della libertà e, infine, di un amore. Ma comincio dal principio. La protagonista di questa storia, narratrice in prima persona, è Elena McGill, trentanovenne nubile, governante di una casa nella campagna americana dei primi del Novecento, dove vive con il fratello Andrea, egoista e noto scrittore, sempre in viaggio, sempre intento in qualche attività in giro per il mondo.
La vita di Elena trascorre così, tra la cucina e la preparazione del pane, il riordino e la pulizia della casa, il nutrimento degli animali e la donna, ormai non più giovanissima, pensa che questo sia il suo destino. Forse nemmeno ci spera più in qualcosa di diverso. Un giorno, però, alla dimora si presenta un buffo signore, rosso di capelli, ma soprattutto di barba (tanto da meritarsi l'appellativo di "Barbarossa"), con un carretto trainato da un cavallo di nome Pegaso e accompagnato da un cagnolino. Si chiama Roger Mifflin e vorrebbe parlare con Andrea McGill, che è uno scrittore, per vendergli il "Parnaso ambulante".
Elena è incuriosita, tanto più che Andrea non c'è e si occupa lei stessa di parlare con l'ospite. Che cos'è il Parnaso? Si tratta proprio di quello strano carretto in cui è racchiuso un mondo intero: le ante si aprono e centinaia di libri sono lì stipati, mentre l'interno è occupato da una stanzetta e da un cucinino utile per gli spostamenti. Mifflin ha viaggiato per tanti anni con il Parnaso, fermandosi a vendere libri in ogni dove, diffondendo l'amore per la lettura. Ora vorrebbe solo ritirarsi a Brooklyn per poter scrivere un volume sulle sue avventure.
Elena ancora non lo sa, ma quell'incontro le cambierà la vita. La donna decide di comprare con i propri soldi il Parnaso, diventandone proprietaria. Sarà lei, e non il fratello, a viaggiare vendendo libri. Così, salta su e insieme a Mifflin si dirige verso il luogo in cui l'uomo prenderà il treno diretto verso New York.


Sinceramente non mi aspettavo di leggere un racconto carino, divertente e appassionante. Elena, single e rassegnata a fare da balia al fratello, si rimette in gioco, scoprendo il sapore della libertà, imparando a cavarsela da sola (egregiamente, considerando la vita svolta fino ad allora). 
Mifflin è quasi un mago: appare con il Parnaso proprio quando Elena ne aveva più bisogno e, ogni volta, si presenta nei luoghi in cui vi è necessità di un buon libro che trasmetta un insegnamento o qualche buona parola.
Il viaggio su quella carrozza piena di libri - e ammetto che mi piacerebbe proprio esistesse davvero! - si tramuta in un'avventura lungo i sentieri della campagna americana, nel bel mezzo dell'ancora incontaminata natura, condita dalle battute dll'autoironica Elena.
L'amore arriva anche per lei, ma la conquista più grande è quella della libertà, assolutamente non scontata, tanto più per una donna della sua epoca.
Vi consiglio di prendere qualche provvista e di salire sul Parnaso. Elena e Roger vi condurranno in giro per il mondo, vendendo libri e regalando emozioni letterarie a chiunque ne abbia bisogno.


«Quando si vende un libro ad una persona, non gli si vendono soltanto dodici once di carta con inchiostro e colla, gli si vende un’intera nuova vita. Amore e amicizia e umorismo e navi in mari di notte; c’è tutto il cielo e la terra in un libro, in un vero libro, intendo. […] È questa la cosa di cui ha bisogno questo paese: più libri!»

«Come vedete, non ero stato vaccinata contro l'amore da infatuazioni giovanili. Cominciai a fare la governante quando ero ancora una ragazzina, e una governante non ha molte occasioni per essere civettuola. Così ora mi sentivo colpita a fondo. È qui che una donna ritrova se stessa: quand'è innamorata. Non importa se è vecchia o grassa o casalinga o prosaica. Sente quel lieve palpito di cuore e casca giù come una prugna matura».

venerdì 12 novembre 2021

Recensione di "Le due culture" di C. P. Snow

Buon pomeriggio! Torno sul mio blog per parlarvi di una lettura un po' particolare, che non conoscevo. La signora che me ne ha parlato mi ha anche prestato il libro. Non si tratta di un saggio scorrevole, ma riflessivo: "Le due culture" di C. P. Snow.


C'è chi di letteratura non ne vuole sentir parlare, chi il latino lo considera una lingua morta, ma c'è anche chi con la matematica ci ha litigato da tempo e non ha mai compreso la fisica.
Le due culture citate da Snow sono esattamente la cultura umanistica e quella scientifica, in eterno contrasto tra loro. Un classico della storia: sin da quando ho memoria, sono sempre state "materie" contrapposte, ma non per questo totalmente separate. Tra le due infatti può esserci interazione.
Ho letto i commenti e le recensioni in merito al volumetto in questione: alcuni sostengono che gli scienziati cerchino la verità, mentre gli umanisti la bellezza. Ma se non fosse così? 
Posso guardarla dal mio punto di vista personale e sostenere che anche gli umanisti cerchino la verità. Sono un'archeologa. Di certo non sono insensibile davanti alla magnificenza di una scultura quando si presenta l'occasione di osservarla, o alla bellezza incarnata da un mosaico o da quegli affreschi che tanto amo, ma signori, forse sarete sorpresi: l'archeologo cerca la verità. Non si mette alla volontaria ricerca del dettaglio "bello". No, l'archeologo cerca la verità storica, tenta in ogni modo e con i mezzi posti a sua disposizione (si includano i c.d. mezzi "scientifici") di ricostruirla, anche quando le tracce sono veramente labili. Incrocia le fonti scritte e i reperti materiali per poterne venire a capo, e basa la sua esistenza sull'analisi degli strati di terra che sono contenitori di informazioni preziosissime.


Snow, ovviamente, generalizzava e forse, alla sua epoca, l'archeologo - che è la figura più scientifica tra quelle umanistiche - procedeva ancora secondo una concezione antiquaria.
Posso dire, però, che archeologo a parte, le due visioni di Snow non siano totalmente da considerare superate, anzi, basti pensare alla formazione in Italia. La suddivisione tra liceo classico e liceo scientifico (che per esperienza, molto spesso, di scientifico non ha nulla) fa sì che le neo matricole si dividano in chi ama la matematica, la scienza, la fisica e chi ama la letteratura, la storia, la storia dell'arte, disprezzandosi a vicenda. Vi dirò da soggetto atipico che, dopo aver frequentato il liceo scientifico si è iscritta poi ad archeologia (penando non poco con il latino e il greco), che la cultura scientifica e quella umanistica dovrebbero rivestire la stessa importanza perché entrambe contribuiscono a formare una persona intelligente e produttiva.
In Italia, attualmente, ci troviamo esattamente nella situazione che Snow descriveva per l'Inghilterra nel 1959: le persone dedite allo studio delle materie scientifiche studiano la metà degli umanisti, eppure trovano immediatamente impiego con retribuzione mediamente elevata; gli umanisti sono disoccupati o scarsamente retribuiti, pur avendo studiato oltre 10 anni.
Che cos'è che dovrebbe cambiare, si domandava Snow? La nostra educazione. Ebbene sì, bisognerebbe iniziare a capire che entrambi gli aspetti sono fondamentali per far sì che la società proceda e si evolva. Una "rivoluzione scientifica" che investe un X paese farà sì che quest'ultimo proceda tecnologicamente, ma dal punto di vista sociale e delle radici identitarie sarà scarso, anzi, rischierebbe di perderle tragicamente. Snow ne parlava tanti anni fa... adesso in Italia ne osserviamo le conseguenze.


E ancora: perché non integrare le due cose? Porto ancora il confronto con il mondo dei beni culturali. Se davvero funzionasse (ormai è sempre più un'utopia dal mio punto di vista, ma la speranza è l'ultima a morire...), potremmo osservare una sinergia tra scienziati e umanisti. Come? Per esempio, nell'individuazione di un'opera falsa non lavorano solo gli storici dell'arte o gli archeologi che, con la loro esperienza, potranno dare opinioni in merito, bensì anche esperti in diagnostica (fisici) che applicheranno strumentazioni e metodologie scientifiche volte a smascherare "l'inganno".


Potrei farne mille di esempi simili, ma il problema rimane solo uno: una integrazione dei due "mondi" culturali a livello centrale, partendo proprio dall'educazione. Sono sempre stata convinta che un liceo unico sia una soluzione. Perché approfondire più il latino e il greco tralasciando la matematica e la fisica? Si approfondiscano tutti gli aspetti per formare persone in grado di adattare le proprie abilità, persone in grado di comprendere le varie sfaccettature che compongono la realtà a 360°, senza giungere a criticare chi ama risolvere equazioni, o chi invece ama scrivere romanzi. E nel mondo del lavoro si collabori! Non è richiedendo "tuttologi" che si produce occupazione, né ricchezza sia dal punto di vista economico che culturale! Questo, purtroppo, siamo costretti - soprattutto noi della fascia 30-40 - a vederlo ogni giorno: richiesta figura con 10 anni di esperienza in economia, arte, museologia, in possesso di laurea magistrale, dottorato, scuola di specializzazione, etc., in grado di parlare francese, tedesco e inglese, automunito, che usi il PC a tutte le ore del giorno e della notte, capace di lavorare in team, ma anche in autonomia.
Chissà se Snow questo lo aveva previsto quando le parole della sua conferenza tenuta a Cambridge confluirono nel volumetto? Forse persino lui era ottimista nel volgere lo sguardo al futuro... e invece...


«Di fatto, la distanza che separa scienziati e non-scienziati è molto meno superabile fra i giovani di quanto lo fosse anche trent'anni fa. Trent'anni fa le culture non si rivolgevano da tempo la parola: ma almeno si sorridevano freddamente, attraverso l'abisso che le separava. Ora la cortesia è venuta meno, e si fanno le boccacce. Non si tratta soltanto del fatto che oggi i giovani scienziati sentono di far parte di una cultura in ascesa, mentre l'altra è in ritirata. Si tratta anche, che per essere brutali, del fatto che i giovani scienziati sanno che, con una laurea mediocre, otterranno un buon posto, mentre i coetanei e colleghi di Inglese o di Storia saranno fortunati se guadagneranno i due terzi. Nessun giovane scienziato provvisto di un certo talento penserebbe di non essere ricercato o di fare un lavoro ridicolo, come pensava il personaggio di Lucky Jim, e di fatto, una parte del malcontento di Amis e dei suoi compagni è il malcontento dei laureati in lettere sotto-occupati.
C'è una sola via per uscire da questa situazione: e naturalmente passa attraverso un ripensamento del nostro sistema educativo».

giovedì 4 novembre 2021

Recensione di "Più forte di ogni addio" di Enrico Galiano

Buongiorno amici, come state? Mentre questo autunno un po' piovoso (in alcune zone forse un po' troppo) ci accompagna insieme a una tazza fumante di té e alle tante sfumature di colore che assumono le foglie volteggianti per le strade, i buoni lettori non fanno mai a meno di un amico libro.

Il romanzo di cui stavolta vorrei parlarvi è "Più forte di ogni addio" di Enrico Galiano, edito da Garzanti. L'ho acquistato durante una serata piuttosto nostalgica a Nettuno, questa estate. Tra migliaia di libri, questo mi ha rapita immediatamente, forse perché rifletteva in parte il mio stato d'animo.


Trama: È importante dire quello che si prova, sempre. È importante dirlo nel momento giusto. Perché, una volta passato potremmo non trovare più il coraggio di farlo. È quello che scoprono Michele e Nina quando si incontrano sul treno che li porta a scuola, nel loro ultimo anno di liceo. Nina sa che le raffiche di vento della vita possono essere troppo forti per una delicata orchidea come lei: deve proteggersi ed è per questo che stringe tra le dita la collanina che le ha regalato suo padre. Per Michele i colori, le parole, i gesti che lo circondano hanno un gusto sempre diverso dal giorno in cui, cinque anni prima, ha perso la vista. Quando sale sul treno e sente il profumo di Nina, qualcosa accade dentro di lui: non sa che cosa sia, ma sente che lo sta chiamando.
Ogni giorno, durante il loro breve viaggio insieme, in un susseguirsi infinito di domande e risposte, fanno emergere l’uno nell’altra lo stesso senso di smarrimento. Michele insegna a Nina a non smettere di meravigliarsi ogni giorno. Nina insegna a Michele a non avere rimpianti, che bisogna sempre dare l’abbraccio e il bacio che vogliamo dare, dire le parole che non vediamo l’ora di pronunciare. Ma è proprio Nina, quando un ostacolo rischia di dividerli, a scegliere di non dire nulla. Di fronte al momento perfetto, quello in cui confessare che si sta innamorando, resta ferma. Lo lascia sfuggire. Nina e Michele dovranno lottare per imparare a cogliere l’istante che vola via veloce, come la vita, gli anni, il futuro. Dovranno crescere, ma senza dimenticare la magia dell’essere due ragazzi pieni di sogni.
Enrico Galiano, libro dopo libro, è diventato l’idolo dei lettori. Nessuno come lui sa parlare agli adolescenti e agli adulti attraverso il linguaggio universale delle emozioni. Dopo il successo di Eppure cadiamo felici, esordio più venduto del 2017, e di Tutta la vita che vuoi, per mesi in classifica, torna con un romanzo che ci ricorda che ogni momento è importante. Soprattutto quello in cui dire alle persone che amiamo che cosa significano per noi. Bisogna farlo subito, senza aspettare.

Non è il primo romanzo che leggo il cui protagonista è diventato cieco. Qualche tempo fa avevo letto "Una storia straordinaria" di Diego Galdino e, come nel caso del suo Luca, mi sono nuovamente ritrovata a riflettere quanto debba essere terribile ritrovarsi circondati da un mondo a colori che non puoi più vedere, da un mondo in movimento da cui a volte devi difenderti, da un mondo in cui sei comunque un diverso, non completamente autosufficiente. In quel mondo, però, le sensazioni sono tutto, si avvertono in modo migliore e forse si riesce a osservare, invece che guardare.
Michele, il diciottenne protagonista del romanzo, custodisce in sé il sogno di diventare un portiere di calcio e di parare rigori allo stadio San Siro di Milano. Un sogno, forse, tanto comune, quanto quasi impossibile, soprattutto se, a causa di un incidente, si perde la vista. Ogni cosa va in frantumi, un'esistenza giovane viene in qualche modo mutilata, ma è proprio da quell'esperienza che Michele riesce a trarre la forza di andare avanti, di vivere normalmente anche senza la vista. E ci riesce egregiamente, finché un giorno, in un vagone del treno che prende regolarmente per andare a scuola, avverte un profumo che non è solo quello: è mare, è il color indaco, è qualcosa che gli sconvolge il cuore e appartiene a una ragazza.


Lei si chiama Nina e ha il corpo tatuato di croci. Ha diciotto anni, ma ha sofferto tantissimo perché è una ragazza molto sensibile, "un'orchidea", e - si sa - chi è sensibile tende ad assorbire anche il dolore altrui, stando male egli stesso. I mondi di Michele e Nina si incontrano, apparentemente per caso, e sembrano essere così diversi l'uno dall'altra da non poter stare insieme. In realtà è proprio questo che è l'amore: due esseri diversi che, rispettandosi e completandosi, riescono a unirsi.
Proprio quando tutto sembra andare per il meglio (e Michele, ormai, è molto scettico su tutto), Nina scompare, senza nemmeno salutare il ragazzo. Al suo posto cominciano ad arrivare una serie di vocali che riveleranno un'amara e triste verità da cui scappare o da affrontare, sempre con immenso coraggio.


"Più forte di ogni addio" è un romanzo che invia un messaggio forte e chiaro: anche se si prova paura, che a volte è così forte da paralizzarci, bisogna trovare il coraggio di buttarsi, di farsi avanti, di lottare e di confessare i propri sentimenti. Non ci sono ostacoli troppo grandi per un amore autentico che non necessita di eclatanti dimostrazioni, ma solo della presenza, della vicinanza, dell'empatia.
Galiano esamina Michele e Nina mostrando di comprendere i ragazzi d'oggi (in fin dei conti è un professore, ma non tutti i professori sono capaci di stare vicino ai propri allievi), usando il loro linguaggio, scavando dentro il loro animo per far emergere i timori dell'età, a volte esorcizzandoli con una risata.
Michele è cresciuto in fretta, la cecità lo ha fatto maturare, "indurire" per così dire, ma per fortuna ha sempre lasciato aperte le porte del proprio cuore. Nina è fragile quanto un cristallo: è piena di crepe, a volte va in frantumi e per ricomporla ci vogliono molto tempo, costanza, pazienza, amore. Se loro due, così diversi e allo stesso tempo complementari, si sono incontrati, non è solo il caso ad aver dettato legge. Come dice Michele, che ha una mente matematica, due corpi finiranno per attrarsi a vicenda e incontrarsi secondo la gravità. Ed è allora un amore gravitazionale che li ha condotti a stare insieme.

Augurandovi buona giornata, vi lascio annotando alcuni estratti che ho particolarmente apprezzato.

«Avete mai provato a dire addio a qualcuno? Io ho una teoria: che gli addii siano il momento più bello di una storia d'amore. Quello più pieno, più intenso, più tutto. Pensateci: siete lì, state per salutarla per sempre. Sapete che fra qualche minuto non la rivedrete mai più, e con lei avete condiviso gli angolini più remoti del vostro stupido cuore: vi siete regalati sogni, desideri, paure e tutti i vostri deliri mentali e, tempo tre o quattro giri di lancetta, ciao. Saranno o non saranno i tre giri di lancetta più pieni di vita che avrete mai avuto? La risposta è sì. Sempre secondo la mia teoria, in un mondo perfetto, due che si amano - che si amano davvero dico - si stanno sempre dicendo addio.»

«L'amore dovrebbe ricordarsi più spesso che cos'è, nel profondo: un modo molto lungo, e molto dolce, di dirsi addio.»


«Il giorno in cui scopri di essere felice è anche il giorno in cui scopri quanto sei fragile.»

«"Tu senti tutto di più. Ti diranno che è una sfortuna, ma in realtà è un dono, perché ti basterà pochissimo, un gesto, anche una parola, qualcosa di piccolo, per essere felice. È un dono perché chi sente di più vuol dire che è più vivo: e tu sei la più viva di tutti!"»

«E quello che avevo capito è che l'amore, o almeno quello che vorrei io, è mettercela tutta per regalare la felicità a qualcuno, senza volere in cambio null'altro che sapere di esserci riusciti.»

«[...] l'amore non è parlare la stessa lingua. È, tipo, capirsi parlando due lingue diverse. [...] Non è un'anima gemella. È un'anima sola, divisa in due pezzi molto diversi.»

mercoledì 13 ottobre 2021

Recensione di "L'amore ai tempi del colera" di Gabriel Garcìa Márquez

Buonasera lettori, anche quest'oggi intendo trascinarvi all'interno di una lettura particolare, forse dai più conosciuta: "L'amore ai tempi del colera" di Gabriel Garcìa Márquez.
Giravo intorno a questo libro da un'eternità, osservandone la copertina dell'edizione Mondadori, sempre con il desiderio di sfogliarne le pagine, finché un giorno di settembre un mio caro amico non me lo regalò. Ovviamente non potei resistere e lo iniziai immediatamente.


Trama: Per cinquantun anni, nove mesi e quattro giorni Fiorentino Ariza ha perseverato nel suo amore per Fermina Daza, la più bella ragazza dei Caraibi, senza mai vacillare davanti a nulla, resistendo alle minacce del padre di lei e senza perdere le speranze neppure di fronte al matrimonio d'amore di Fermina con il dottor Urbino. Un eterno incrollabile sentimento che Fiorentino continua a nutrire contro ogni possibilità fino all'inattesa, quasi incredibile, felice conclusione. Una storia d'amore e di speranza con la quale, per una volta, Gabriel García Márquez abbandona la sua abituale inquietudine e il suo continuo impegno di denuncia sociale per raccontare un'epopea di passione e di ottimismo. Un romanzo atipico da cui emergono il gusto intenso per una narrazione corposa e fiabesca, le colorate descrizioni dell'assolato Caribe e della sua gente. Un affresco nel quale, non senza ironia, si dipana mezzo secolo di storia, di vita, di mode e abitudini, aggiungendo una nuova folla di protagonisti a una tra le più straordinarie gallerie di personaggi della letteratura contemporanea.


Una volta lessi che se una persona ti ama davvero ti aspetta. Sono sempre stata convinta che si possa aspettare per un po', ma poi ci si debba far avanti, rischiando anche il rifiuto. Aspettare per una vita intera non ha senso se il tempo passa senza la persona che, potenzialmente, avrebbe potuto ricambiare il sentimento. Florentino Ariza, invece, non la pensa come me. Lui è stato in grado di attendere la sua Fermina Daza per tutta la propria esistenza.
Florentino incrocia lo sguardo di Fermina quando entrambi erano poco più che bambini e fu subito amore a prima vista. Florentino, da sempre un poeta mancato, inizia una corrispondenza epistolare con Fermina, che in qualche modo la celava al padre.
Il loro è un amore molto platonico, eppure intriso di tenerezza e innocenza, di sogni che solo da adolescenti si possono fare ad occhi aperti. In seguito, però, all'allontanamento di Fermina dalla cittadina, il sentimento entra in una fase di pericolo. Scoperta la storia d'amore, ovviamente non accettata, dal padre di Fermina, la ragazza si ritrova a vivere per un periodo con alcuni parenti, crescendo e diventando una donna. Quando torna al paese, l'incontro con Florentino - sempre a distanza - non è come se lo sarebbe aspettato: forse per autoconvinzione, o forse proprio perché si erano visti molto poco, Fermina disprezza il ragazzo, considerandolo brutto, e interrompe bruscamente il loro fidanzamento. 
Florentino ha il cuore a pezzi, ma non può far altro che accettare la decisione. Di lì a pochi anni Fermina si sposerà con il noto medico Juvenal Urbino, benvoluto da tutti, anche dal padre della ragazza. A quel punto Florentino si promette che avrebbe atteso tutta la vita, finché il dottore non fosse morto, per riprendersi l'amore perduto e che avrebbe mantenuto la verginità per la sua Fermina.
Intanto gli anni trascorrono inesorabilmente. I due proseguono a incrociarsi durante gli eventi pubblici, in strada, a messa, ma conducono la propria vita. Florentino riesce ad affermarsi nel mondo del lavoro, finendo per dirigere una compagnia di battelli, mentre Fermina diventa la compagna del ricco medico, che può permettersi un'esistenza agiata e lussuosa.
Fermina non ama Juvenal e nemmeno lui la ama veramente, ma è stato un matrimonio conveniente per entrambe le parti. I due vivranno uno accanto all'altro sopportandosi e rispettandosi con affetto, ma mai animati dal vero amore e dalla passione.
Dall'altra parte, Florentino non riesce a dimenticare Fermina. Non si arrende al fatto che il destino abbia giocato contro di lui. Tentando probabilmente di dimenticarla e di sopire il dolore che lo pervade, affoga i propri dispiaceri nel sesso sfrenato e in deboli amori con le vedove, con le giovani donne, con le prostitute, con qualsiasi donna sia compiacente, persino con una quattordicenne quando lui era ormai settantenne.


Mai, però, riuscirà a far entrare nel proprio cuore un'altra donna oltre Fermina Daza. Quando Juvenal Urbino, in tarda età, muore per un incidente alquanto ridicolo - sottolineato da Márquez con amara ironia, caratteristica che impregna un po' tutto il romanzo - Florentino non ha ancora perso la speranza. Lascia la sua vita da settantenne playboy e si dedica alla riconquista di Fermina, ormai anziana, ma sempre orgogliosa.
L'uomo non ha perso il romanticismo, quindi con pazienza e con tutto l'amore che aveva messo da parte per lei, si impegna per far sì che Fermina finalmente lo veda come la persona che è sempre stata ad attendere di poterla amare.
La nota aspra del racconto riguarda proprio quell'amore che è stato ad aspettare così tanto tempo: quando i cuori sono pronti, il corpo invece è ormai vecchio e cadente, quasi incapace di reagire.
Riusciranno i due a ritrovarsi nonostante il destino avverso li abbia separati e riuniti molto tardi?

Tutto il romanzo è impregnato di ironia a volte tragica, a volte quasi comica, utilizzata per descrivere la società dell'epoca e gli eventi che coinvolgono i nostri protagonisti.
Il lettore non potrà far altro che provare un certo senso di pena per Florentino, abbandonato e rimasto in attesa, con quella scintilla di speranza sempre accesa. Fermina, d'altro canto, si adatta e a un certo punto sembra talmente abituata alla sua vita monotona con il medico al fianco e alle agiatezze prive di emozione, che il ritorno di Florentino e di un amore vero la spiazza, provocando in lei un reale shock emotivo.
Il paesaggio estremamente colorato, il verde che circonda la cittadina, il fiume e i battelli, lo stesso colera fanno da contorno agli episodi di questo romanzo.

Cosa ne penso? Che sia un libro da leggere indipendentemente dall'essere romantici o meno. Cercate una storia d'amore classica? Lasciate stare che non fa per voi. Cercate, invece, la storia struggente, avversata dall'uomo e dal destino? Mettetevi comodi e iniziate la lettura.

Vi lascio con alcune frasi piuttosto famose tratte dal libro. 

«Era inevitabile: l’odore delle mandorle amare gli ricordava sempre il destino degli amori contrastati».

«Con lei Florentino Ariza aveva imparato quello che aveva già provato più volte senza saperlo: che si può essere innamorati di diverse persone al contempo, e di tutte con lo stesso dolore, senza tradirne nessuna. Solitario tra la folla del molo, si era detto in un accesso di rabbia: «Il cuore ha più stanze di un casino». Stava versando lacrime per il dolore degli addii. Tuttavia, non appena scomparsa la nave sulla linea dell'orizzonte, il ricordo di Fermina Daza era già tornato a occupare il suo spazio totale».

«Si lasciò trasportare dalla convinzione che gli esseri umani non nascono sempre il giorno in cui le loro madri li danno alla luce, ma la vita li costringe ancora molte altre volte a partorirsi da sé».

«Quello sguardo casuale fu l'origine di un cataclisma d'amore che mezzo secolo dopo non era ancora terminato».

«Passò un colpo di spugna senza lacrime sul ricordo di Florentino Ariza, lo cancellò del tutto, e nello spazio che occupava nella sua memoria lasciò che fiorisse un prato di papaveri».

«Non ebbe mai la pretesa di amare né di essere amata, pur avendo sempre la speranza di trovare qualcosa che fosse come l’amore, ma senza i problemi dell’amore».

domenica 26 settembre 2021

Recensione di "Il momento giusto" di Danielle Steel

Buona domenica, amici! Siamo entrati nella stagione autunnale e io proseguirò ad avere nostalgia del caldo estivo. Sono un'inguaribile romantica, innamorata dei tramonti infuocati sul mare, delle letture in spiaggia, del sole sulla pelle, dell'abbronzatura dorata.
Per qualche minuto, quindi, vi riporto indietro di circa un mese, ad agosto, quando ho terminato la lettura di "Il momento giusto" di Danielle Steel.



Trama: Abbandonata dalla madre quando aveva appena sette anni, Alexandre Winslow cresce con l'adorato padre Eric, che infonde in lei un grandissimo amore per la lettura. Le sere passate a leggere insieme libri gialli portano Alex a cimentarsi nella scrittura, ed è già dai primi racconti che la ragazza dimostra di avere un talento innato. Eric, il suo primo sostenitore, la incoraggia a seguire la sua dote, mettendola però in guardia: pochi crederebbero che una giovane donna possa essere l'autrice di storie tanto terrificanti, e molti uomini ne sarebbero invidiosi. Per questo, se in futuro vorrà continuare a scrivere, le suggerisce di usare uno pseudonimo maschile. Nel tempo, Alex non abbandona mai la sua passione, e anche il dolore per la morte del padre trova sfogo sul foglio di carta. La ragazza scrive in ogni momento libero, dando vita a trame, temi e personaggi che popolano la sua mente. Così, a metà college finisce il suo primo romanzo, che incontra subito l'interesse di un editore. Ricordando il monito del padre, la ragazza sceglie di pubblicare sotto lo pseudonimo di Alexander Green, e il suo libro diventa subito un bestseller. Ma la fama attira anche le invidie di molti, e ogni uomo che Alex prova a fare entrare nella sua vita si rivela essere geloso del successo di Alexander. Troverà mai qualcuno a cui poter confidare la sua vera identità? La persona giusta arriverà al momento giusto, e sarà nel più inaspettato dei modi.

C'è un momento giusto per ogni cosa: per i propri sogni, per innamorarsi, per crescere. Questo Alex non lo sa ancora quando viene abbandonata dalla madre scapestrata e quando suo padre muore lasciandola sola al mondo. A farle compagnia c'erano unicamente i libri gialli che leggeva con il papà e la passione irrefrenabile per la scrittura. La vita ha in serbo per lei tante sorprese e un grande successo. Quella giovane ragazzina sfortunata, grazie a un avvocato e a un gruppo di suore, riuscirà a coronare il proprio sogno diventando un'affermata scrittrice di thriller.
La strada è soddisfacente, ma costellata di insidie, soprattutto a livello sentimentale. Gli uomini che Alex conosce sono invidiosi e soffrono di sindromi di inferiorità, lasciandola ogni volta ferita. La scrittura è la sua unica ragione di vita e, proprio quando non se lo aspettava, ecco giungere l'uomo giusto, quello capace di riattivare il cuore e rendere tutto più bello.


Danielle Steel "gioca" in casa: la protagonista vuole essere una scrittrice e ci riuscirà nonostante tutto; l'autrice, con ogni probabilità, inserisce elementi tratti dall'esperienza personale. Quello della scrittura è un mondo ambizioso, fatto di pregiudizi (le donne sono meno brave degli uomini a scrivere gialli) e di apparenze (ne è dimostrazione lo pseudonimo maschile adottato da Alex), però terribilmente affascinante.
Attraverso l'inchiostro prendono vita personaggi, storie, sentimenti che esistono solo nella mente dell'autore, condivisi poi con ogni lettore.
"Il momento giusto" è un romanzo dedicato a chi ha un sogno e farebbe di tutto pur di realizzarlo; a chi non si arrende mai, a chi spera sempre che domani sarà un giorno migliore.

sabato 18 settembre 2021

Recensione di "That guy" di Kim Jones

Buonasera amici, eccomi di nuovo qui a raccontarvi qualche dettaglio dei romanzi divorati durante lo scorso mese, agosto, chiamato comunemente "estate". Eh sì, anche se l'estate ha ufficialmente inizio il 21 giugno e termina verso il 22 o 23 settembre, per molti "estate" corrisponde al mese in cui possono ritagliarsi qualche giorno di vacanza, solitamente al mare.

Arriviamo al dunque e quindi al romanzo di Kim Jones che costituisce la mia quarta lettura "estiva".


Trama: "Avete presente quel tipo di ragazzo? Il frutto delle vostre fantasie più romantiche, il classico protagonista dei libri. E ricco, potente e, ovviamente, sexy. Vive in un appartamento stupendo, sa essere irritante ma di solito ha una buona ragione, ben nascosta nel suo passato, per giustificare il suo carattere. Ero convinta anche io che non esistesse. E invece ho conosciuto Jake. Mi chiamo Penelope e sono una scrittrice. Ho trascorso anni alla disperata ricerca di un uomo che fosse all'altezza dei miei protagonisti e, adesso che so che esiste, ho una missione: farlo innamorare perdutamente di me. Non dovrebbe essere un'impresa troppo difficile. C'è solo un problema: ho fatto una stupidaggine e adesso Jake mi odia. Ma sfortunatamente per lui... ho deciso che è quello giusto per me. E in un modo o nell'altro riuscirò a conquistarlo."

Tutto nasce da una vendetta e da un grosso equivoco: Penelope deve fargliela pagare all'ex ragazzo della sua migliore amica nonché coinquilina, incendiando una sacchetto di escrementi di cane; per fuggire dopo il furto di tale sacchetto, la stessa protagonista entra in una limousine fingendo di essere la donna che l'autista stava aspettando. Risultato? Penelope, giovane autrice in via di successo, si ritrova in un lussuoso palazzo appartenente al ricco imprenditore Jake Swagger, scambiata per la escort che avrebbe dovuto accompagnarlo a un importante evento. Chiarito l'errore, la nostra protagonista rimane comunque "incastrata" nelle dinamiche che Jake Swagger ha già deciso. E si dà il caso che lui sia, oltre che spaventosamente ricco, anche molto sexy, in grado di risvegliare ogni fantasia.


Come ho trovato questo romanzo? Sicuramente ho apprezzato l'ironia di Penelope, che non manca mai, anche se costellata di espressioni "scurrili" che non amo particolarmente nei libri. Per il resto è la solita storia che echeggia le "Cinquanta Sfumature": lui bello, ricco, potente e dannato con sfrenate pulsioni sessuali; lei, sprovveduta, che rimane intrappolata nella "rete del ragno", diventando improvvisamente lussuriosa. Si narra di avventure sessuali che sfiorano la fantascienza, di donne estremamente vogliose e di uomini che le trattano come un oggetto del piacere in un primo momento, per poi redimersi facendo emergere un barlume di dolcezza e facendo così scattare un innamoramento che sarebbe eufemistico definire "strano". Abbiamo sempre e comunque una donna in posizione inferiore, considerata per le prestazioni che può offrire, rapportata con un uomo superiore, ovviamente intelligente, che la domina.
Francamente non mi piace questa concezione della donna e dei rapporti sentimentali (che implicano altro, oltre il sesso e l'attrazione ovviamente) che vengono, a mio avviso, sminuiti. Ma del resto sembra che la linea pornografica letteraria mascherata sotto la categoria "romance" o "young adult" vada di moda e che le autrici possano trovare affermazione. In sintesi si tratta di una lettura leggera che non avrei scelto se non mi avessero regalato questo libro ormai molto tempo fa.

venerdì 10 settembre 2021

Recensione di "Prometto di sbagliare" di Pedro Chagas Freitas

Al calar della notte, quando i rumori iniziano a rallentare sopraffatti dal silenzio, anche in questa sovraffollata Roma, io sono qui, davanti a uno spazio bianco pronta a condividere con voi la recensione di un altro romanzo molto particolare.



Trama: Il locale è affollato e rumoroso. L'uomo è seduto vicino alla finestra e guarda il cielo grigio, annoiato come ogni lunedì mattina. Improvvisamente si volta e lei è lì, di fronte a lui. Gli occhi carichi di stupore e l'imbarazzo tradito dal tremito delle dita che afferrano la borsa. Sono passati anni dall'ultima volta che l'ha vista, il giorno in cui l'ha lasciata. Senza una spiegazione, senza un perché, se n'è andato spezzandole il cuore. Da allora, lei si è rifatta una vita, e anche lui. Eppure solo ora si rende conto di non avere smesso di amarla neanche per un secondo. Per questo, quando lei cerca di fuggire da lui, troppo sconvolta dalle emozioni che la scuotono, l'uomo decide di fermarla. E nel loro abbraccio, in mezzo ai passanti, prometterle di tentare, agire, cadere, sbagliare di nuovo. Amarla. Davvero e per sempre. Questa sembrerebbe la fine, ma non è che l'inizio della loro storia. Perché ogni loro gesto, ogni lettera che si scrivono, ogni persona che incontrano, ha un universo da raccontare. E l'amore è il filo rosso che lega tutto. Quante volte ci siamo chiesti com'era l'amore da cui siamo nati? Come si è sentito nostro padre la prima volta che ci ha tenuto in braccio? L'emozione più grande è quella di ritrovare quello che si è perso e amarlo di nuovo, come se fosse la prima volta.

È complicato scrivere la recensione dell'opera di Freitas, innanzitutto perché non si tratta di un romanzo benché sia definito tale. È più propriamente una raccolta di brevi e numerosi racconti, a tratti poetici, e di riflessioni in prosa sugli avvenimenti della vita legati tra loro da alcuni macroargomenti, primo fra tutti l'amore, la caducità dell'esistenza umana, lo scorrere del tempo, le scelte, le passioni.
C'è la coppia di innamorati che ha deciso di vivere ognuno la propria vita, finché non si reincontrano, come se non fosse trascorso tanto tempo; c'è il clochard che cerca la sua amata perduta anni prima; c'è l'innamorato segreto che non trova il coraggio di rivelarsi; il figlio che ha un sogno diverso dal futuro che i genitori si auguravano per lui; ci sono gli amanti, che spendono tutto negli istanti di passione; ci sono un uomo e una donna che si amano e farebbero di tutto l'uno per l'altra.
Sono storie di donne e uomini che rispecchiano aspetti della vita di ognuno di noi, esseri imperfetti, tendenti verso la perfezione offerta dalla felicità e dall'amore.


L'opera di Freitas, per tale motivo, non può essere definita strettamente un romanzo, non ha una trama, un inizio, una fine e un protagonista preciso.
Sono contenta di averla potuta leggere in un periodo di (relativo) relax poiché richiede riflessione e un'analisi lenta. Non può essere letta in modo spedito, ma intervallata da pause, in modo che non si trasformi in un impegno gravoso.
Libro consigliato ai sensibili, ai romantici, agli appassionati e a chiunque abbia voglia di un libro un po' diverso dal solito.

«Lo vedeva per la prima volta e già lo amava da sempre. L'amore è molto facile quando nessuno lo complica».

«L'amore può anche essere soltanto qualcuno che ci chiede di lasciarci proteggere, e ci protegge davvero».

«"Prometto di sbagliare". Fu l'unica promessa che le fece, tutta una filosofia in tre parole. Non credeva nella possibilità della perfezione, e neppure faceva nulla per raggiungerla, perché se non esiste a che serve cercarla? E si lasciava vivere per quello che aveva davanti, tutte le possibilità, tutte le porte. C'era sempre un'ora ideale per la felicità ed era sempre adesso. L'amore arriva solo quando smettiamo di essere perfetti».


«Silenzio, ché si comincia ad amare. Tutti gli amori cominciano così. Nel silenzio di uno sguardo, nel silenzio di una mano dipendente dall'altra, di un'altra mano vagant ch deambula per la città notturna del tuo corpo, nel silenzio delle labbra serrate, scambiate, massaggiate, abbracciate e riabbracciate. Tutti gli amori sono silenzio esteso. E tutti i silenzi meritano l'amore».

«Solo chi ha perso l'amore è in grado di dire la verità».

«L'amore ha tante cose ma non ha mai senso».