sabato 18 settembre 2021

Recensione di "That guy" di Kim Jones

Buonasera amici, eccomi di nuovo qui a raccontarvi qualche dettaglio dei romanzi divorati durante lo scorso mese, agosto, chiamato comunemente "estate". Eh sì, anche se l'estate ha ufficialmente inizio il 21 giugno e termina verso il 22 o 23 settembre, per molti "estate" corrisponde al mese in cui possono ritagliarsi qualche giorno di vacanza, solitamente al mare.

Arriviamo al dunque e quindi al romanzo di Kim Jones che costituisce la mia quarta lettura "estiva".


Trama: "Avete presente quel tipo di ragazzo? Il frutto delle vostre fantasie più romantiche, il classico protagonista dei libri. E ricco, potente e, ovviamente, sexy. Vive in un appartamento stupendo, sa essere irritante ma di solito ha una buona ragione, ben nascosta nel suo passato, per giustificare il suo carattere. Ero convinta anche io che non esistesse. E invece ho conosciuto Jake. Mi chiamo Penelope e sono una scrittrice. Ho trascorso anni alla disperata ricerca di un uomo che fosse all'altezza dei miei protagonisti e, adesso che so che esiste, ho una missione: farlo innamorare perdutamente di me. Non dovrebbe essere un'impresa troppo difficile. C'è solo un problema: ho fatto una stupidaggine e adesso Jake mi odia. Ma sfortunatamente per lui... ho deciso che è quello giusto per me. E in un modo o nell'altro riuscirò a conquistarlo."

Tutto nasce da una vendetta e da un grosso equivoco: Penelope deve fargliela pagare all'ex ragazzo della sua migliore amica nonché coinquilina, incendiando una sacchetto di escrementi di cane; per fuggire dopo il furto di tale sacchetto, la stessa protagonista entra in una limousine fingendo di essere la donna che l'autista stava aspettando. Risultato? Penelope, giovane autrice in via di successo, si ritrova in un lussuoso palazzo appartenente al ricco imprenditore Jake Swagger, scambiata per la escort che avrebbe dovuto accompagnarlo a un importante evento. Chiarito l'errore, la nostra protagonista rimane comunque "incastrata" nelle dinamiche che Jake Swagger ha già deciso. E si dà il caso che lui sia, oltre che spaventosamente ricco, anche molto sexy, in grado di risvegliare ogni fantasia.


Come ho trovato questo romanzo? Sicuramente ho apprezzato l'ironia di Penelope, che non manca mai, anche se costellata di espressioni "scurrili" che non amo particolarmente nei libri. Per il resto è la solita storia che echeggia le "Cinquanta Sfumature": lui bello, ricco, potente e dannato con sfrenate pulsioni sessuali; lei, sprovveduta, che rimane intrappolata nella "rete del ragno", diventando improvvisamente lussuriosa. Si narra di avventure sessuali che sfiorano la fantascienza, di donne estremamente vogliose e di uomini che le trattano come un oggetto del piacere in un primo momento, per poi redimersi facendo emergere un barlume di dolcezza e facendo così scattare un innamoramento che sarebbe eufemistico definire "strano". Abbiamo sempre e comunque una donna in posizione inferiore, considerata per le prestazioni che può offrire, rapportata con un uomo superiore, ovviamente intelligente, che la domina.
Francamente non mi piace questa concezione della donna e dei rapporti sentimentali (che implicano altro, oltre il sesso e l'attrazione ovviamente) che vengono, a mio avviso, sminuiti. Ma del resto sembra che la linea pornografica letteraria mascherata sotto la categoria "romance" o "young adult" vada di moda e che le autrici possano trovare affermazione. In sintesi si tratta di una lettura leggera che non avrei scelto se non mi avessero regalato questo libro ormai molto tempo fa.

venerdì 10 settembre 2021

Recensione di "Prometto di sbagliare" di Pedro Chagas Freitas

Al calar della notte, quando i rumori iniziano a rallentare sopraffatti dal silenzio, anche in questa sovraffollata Roma, io sono qui, davanti a uno spazio bianco pronta a condividere con voi la recensione di un altro romanzo molto particolare.



Trama: Il locale è affollato e rumoroso. L'uomo è seduto vicino alla finestra e guarda il cielo grigio, annoiato come ogni lunedì mattina. Improvvisamente si volta e lei è lì, di fronte a lui. Gli occhi carichi di stupore e l'imbarazzo tradito dal tremito delle dita che afferrano la borsa. Sono passati anni dall'ultima volta che l'ha vista, il giorno in cui l'ha lasciata. Senza una spiegazione, senza un perché, se n'è andato spezzandole il cuore. Da allora, lei si è rifatta una vita, e anche lui. Eppure solo ora si rende conto di non avere smesso di amarla neanche per un secondo. Per questo, quando lei cerca di fuggire da lui, troppo sconvolta dalle emozioni che la scuotono, l'uomo decide di fermarla. E nel loro abbraccio, in mezzo ai passanti, prometterle di tentare, agire, cadere, sbagliare di nuovo. Amarla. Davvero e per sempre. Questa sembrerebbe la fine, ma non è che l'inizio della loro storia. Perché ogni loro gesto, ogni lettera che si scrivono, ogni persona che incontrano, ha un universo da raccontare. E l'amore è il filo rosso che lega tutto. Quante volte ci siamo chiesti com'era l'amore da cui siamo nati? Come si è sentito nostro padre la prima volta che ci ha tenuto in braccio? L'emozione più grande è quella di ritrovare quello che si è perso e amarlo di nuovo, come se fosse la prima volta.

È complicato scrivere la recensione dell'opera di Freitas, innanzitutto perché non si tratta di un romanzo benché sia definito tale. È più propriamente una raccolta di brevi e numerosi racconti, a tratti poetici, e di riflessioni in prosa sugli avvenimenti della vita legati tra loro da alcuni macroargomenti, primo fra tutti l'amore, la caducità dell'esistenza umana, lo scorrere del tempo, le scelte, le passioni.
C'è la coppia di innamorati che ha deciso di vivere ognuno la propria vita, finché non si reincontrano, come se non fosse trascorso tanto tempo; c'è il clochard che cerca la sua amata perduta anni prima; c'è l'innamorato segreto che non trova il coraggio di rivelarsi; il figlio che ha un sogno diverso dal futuro che i genitori si auguravano per lui; ci sono gli amanti, che spendono tutto negli istanti di passione; ci sono un uomo e una donna che si amano e farebbero di tutto l'uno per l'altra.
Sono storie di donne e uomini che rispecchiano aspetti della vita di ognuno di noi, esseri imperfetti, tendenti verso la perfezione offerta dalla felicità e dall'amore.


L'opera di Freitas, per tale motivo, non può essere definita strettamente un romanzo, non ha una trama, un inizio, una fine e un protagonista preciso.
Sono contenta di averla potuta leggere in un periodo di (relativo) relax poiché richiede riflessione e un'analisi lenta. Non può essere letta in modo spedito, ma intervallata da pause, in modo che non si trasformi in un impegno gravoso.
Libro consigliato ai sensibili, ai romantici, agli appassionati e a chiunque abbia voglia di un libro un po' diverso dal solito.

«Lo vedeva per la prima volta e già lo amava da sempre. L'amore è molto facile quando nessuno lo complica».

«L'amore può anche essere soltanto qualcuno che ci chiede di lasciarci proteggere, e ci protegge davvero».

«"Prometto di sbagliare". Fu l'unica promessa che le fece, tutta una filosofia in tre parole. Non credeva nella possibilità della perfezione, e neppure faceva nulla per raggiungerla, perché se non esiste a che serve cercarla? E si lasciava vivere per quello che aveva davanti, tutte le possibilità, tutte le porte. C'era sempre un'ora ideale per la felicità ed era sempre adesso. L'amore arriva solo quando smettiamo di essere perfetti».


«Silenzio, ché si comincia ad amare. Tutti gli amori cominciano così. Nel silenzio di uno sguardo, nel silenzio di una mano dipendente dall'altra, di un'altra mano vagant ch deambula per la città notturna del tuo corpo, nel silenzio delle labbra serrate, scambiate, massaggiate, abbracciate e riabbracciate. Tutti gli amori sono silenzio esteso. E tutti i silenzi meritano l'amore».

«Solo chi ha perso l'amore è in grado di dire la verità».

«L'amore ha tante cose ma non ha mai senso».

lunedì 6 settembre 2021

Recensione di "L'ultima lettera d'amore" di Jojo Moyes

Buonasera lettori, come state? Settembre porta con sé la voglia di ricominciare, ma anche tanta nostalgia verso l'estate. Con voi, però, vorrei condividere la recensione di un romanzo, uscito da poco, da cui è stato tratto un film Netflix, che ho trovato molto romantico: l'autrice è Jojo Moyes, ormai famosa per "Io prima di te".


Trama: Londra, oggi. Ellie, una giovane giornalista che lavora per The Nation ed è perdutamente innamorata di un uomo sposato con cui sta vivendo una relazione complicata, durante una ricerca negli archivi del giornale a caccia di una storia che le eviti il licenziamento si imbatte in una lettera degli anni Sessanta: è di un uomo che chiede alla sua amante di lasciare il marito e partire con lui. Incuriosita dalla storia dei due sconosciuti e nella speranza di trarne un buon articolo, Ellie decide di fare ulteriori ricerche per riuscire a sapere cosa ne è stato di quell'amore... Londra, 1960. La giovane e bella Jennifer si sveglia in un letto d'ospedale dopo un incidente d'auto in cui ha rischiato di morire. Non riesce a ricordare nulla: non sa più chi è, non riconosce l'uomo che dice di essere suo marito, il loro appartamento, gli amici comuni, la sua stessa vita. Un giorno però trova nella sua camera da letto una lettera nascosta in un libro, la lettera di un uomo che non è suo marito, e lentamente inizia a ricordare... "L'ultima lettera d'amore" è la storia di due donne di età ed epoche differenti che si ritrovano unite dallo stesso irresistibile sentimento d'amore, grazie al quale trovano il coraggio di essere davvero se stesse.

"Certi amori non finiscono, fanno dei giri immensi e poi ritornano" diceva una nota canzone di Antonello Venditti. Ed è proprio questo che accade a Jennifer e Anthony (Boot), il cui amore nato apparentemente per caso è invece destinato a durare per sempre.
Le differenze sociali e le disgrazie che costellano le rispettive vite non affievoliranno mai quell'immenso sentimento. Jennifer è una donna dell'alta società, coniugata con Laurence, imprenditore nel settore dell'amianto; Anthony è un giornalista, un inviato in Congo. I due si conoscono in Riviera e da lì il sentimento si sviluppa spontaneamente, il più bello che mai si potrebbe desiderare: amicizia che è anche amore reciproco.


Nonostante la vita li abbia separati, i due non si sono mai dimenticati l'uno dell'altra ed Ellie Haworth, giornalista del Nation, si imbatte casualmente nelle loro lettere rimaste custodite per 40 anni nell'archivio del giornale. Ma come sono arrivate lì? E soprattutto quella corrispondenza sarà mai giunta a destinazione? È Ellie a far luce su una storia mai sopita, trovando cosa voglia dire amare davvero oltre lo spazio, il tempo e le circostanze.
"L'ultima lettera d'amore" è un romanzo romantico, nostalgico, pieno di "se fosse stato". Un romanzo che induce a cogliere l'attimo, ad assumersi il coraggio delle proprie azioni, a vivere la propria felicità. Perché la vita è una sola e trovare l'anima gemella è un privilegio riservato a pochi.


«Lei lo osserva. Da qualche parte ha letto che vediamo davvero l'aspetto di una persona nei primi minuti di conoscenza. Dopodiché resta solo un'impressione, condizionata dall'opinione che ce ne siamo fatti».

«La mia unica consolazione, in tutta questa vicenda, è sempre consistita nel sapere che c'era, da qualche parte, quest'uomo che mi amava, che in me vedeva sempre il meglio. Anche nel momento terribile del nostro ultimo incontro, sapevo che lui in me vedeva qualcosa, e questo qualcosa era ciò che più desiderava al mondo».

«Questa vicenda le ha dimostrato che l'età non basta a proteggerci dai rischi dell'amore».

domenica 29 agosto 2021

Recensione di "La voce nascosta delle pietre" di Chiara Parenti

Buonasera amici, come va? In una serata di fine agosto, che porta consé la consueta malinconia di fine estate, condivido con voi la mia recensione di un romanzo, letto ultimamente, che mi è piaciuto particolarmente: "La voce nascosta delle pietre" di Chiara Parenti.


Trama: «Segui le pietre, solo loro regalano la felicità». Luna è una bambina quando il nonno le dice queste parole speciali insegnandole che l'agata infonde coraggio, l'acquamarina dona gioia e la giada diffonde pace e saggezza. E lei è certa che quello sia il suo destino. Ma ora che ha ventinove anni, Luna non crede più che le pietre possano aiutare le persone. Non riesce più a sentire la loro voce. Per lei sono solo sassolini colorati che vende nel negozio di famiglia, mentre il nonno è in giro per il mondo a cercare gemme. Perché il suo cuore porta ancora i segni della delusione. Si è fidata delle pietre, di quello che nascondono, di quello che significano. Si è fidata di quel ragazzo di sedici anni che attraverso di loro le parlava di sentimenti. Dell'amicizia che cresceva ogni giorno e racchiudeva in sé la promessa di un amore indistruttibile. Leonardo era l'unico a credere come lei nel fascino dei minerali e dei cristalli. Leonardo che in una notte di molti anni prima l'ha abbandonata, senza una spiegazione, senza una parola. E da allora il mondo di Luna è crollato, pezzo dopo pezzo. A fatica lo ha ricostruito, non guardando mai più indietro. Fino a oggi. Fino al ritorno di Leonardo nella sua vita. È lì per darle tutte le risposte che non le ha mai dato. Risposte che Luna non vuole più ascoltare. Fidarsi nuovamente di lui le sembra impossibile. Ha costruito intorno al suo cuore un muro invalicabile per non soffrire più. Ma suo nonno è accanto a lei per ricordarle come trovare conforto: il quarzo rosa, la pietra del perdono, e il corallo che sconfigge la paura. Solo loro conoscono la strada. Bisogna guardarsi dentro e avere il coraggio di seguirle.


Luna e Leo, Leo e Luna: due realtà inseparabili da quando la vivace ragazzina ha incontrato Leonardo Landi, sconsolato, in cima a un albero, soprannominandolo così "bambino scoiattolo". E nonno Pietro, dai sinceri occhi di zaffiro, si è accorto fin dal primo momento che quei due "piccoli diamanti" sono destinati a stare insieme nonostante le difficoltà e lo scorrere del tempo.
Luna, Leonardo e Pietro trascorrono interminabili giornate a conoscere le pietre, a impararne le proprietà e a sognare avventure nei posti più magici del mondo. Proprio quando l'amore tra Luna e Leonardo sboccia, accade però un evento che cambierà ogni cosa: quel futuro sperato si allontana e tutto si trasforma in una pietra opaca.
Per fortuna, nonno Pietro ha afferrato i fili rossi del destino dei due ragazzi e non intende lasciarli perché l'amore vero è un miracolo che non si può far sfuggire per nessun motivo al mondo.


Chiara Parenti ha scritto una storia emozionante, ricca di sentimenti e sfumature, proprio come le pietre che guidano i nostri protagonisti lungo tutta la loro esistenza. Quello di Luna e Leo è un percorso di crescita fatto di sofferenze, di sbagli, di affetti e di ritorno a quei sogni che, in un cassetto, si erano assopiti. È la storia che ognuno di noi conosce, soprattutto quando le avversità della vita ci distanziano dai nostri desideri e dalla persona che amiamo.

«Stavo baciando il mio migliore amico, il compagno di tutta la mia vita, e non riuscivo a crederci perché era come se fossi sempre stata tra le sue braccia e conoscessi quelle labbra da sempre. Come se in un universo parallelo fossimo già stati insieme prima di allora, come se quel corpo mi appartenesse e io fossi venuta al mondo solo per lasciarmi avvolgere da lui».

«Il tempo, a volte, deve inchinarsi di fronte all'amore».

«Come l'amore, quello vero, i diamanti non hanno paura del tempo che passa, delle eruzioni vulcaniche, delle temperature elevatissime e delle enormi pressioni. Loro resistono. Loro aspettano. Sempre».


«Viaggiare è cambiare, tesoro... Non sarai più la stessa dopo aver sentito lo scricchiolio degli scarponi nella polvere e dopo aver visto la brillantezza della luna dall'altra parte del mondo».

«Anche il vero amore è così. Ha bisogno di forza, sacrificio, di una resistenza infinita. È un diamante che non ha paura del tempo che passa, delle tempeste, della furia degli elementi. L'amore resiste. Aspetta. E continua a vibrare per sempre».

giovedì 15 luglio 2021

Recensione di "La casa delle farfalle" di Silvia Montemurro

Buon pomeriggio, cari lettori, come state? Nel mezzo dell'estate, condivido con voi la recensione dell'ultimo romanzo che ho letto e terminato poco fa: "La casa delle farfalle" di Sivila Montemurro.


Trama: Quando la vita di Anita, trent’anni e una carriera accademica avviata, viene sconvolta da un tragico evento, decide di lasciare Hans, il suo compagno, per tornare sul lago di Como, dov’è cresciuta. Lì incontra Yoko, una bambina dai tratti giapponesi e dalla voce meravigliosa che, proprio come lei, è segnata da una ferita difficile da rimarginare. Presto Anita, leggendo il diario della nonna Lucrezia, scoprirà di essere legata a Yoko da una storia rimasta sepolta per anni che unisce le loro famiglie e risale al 1943, quando la casa di Lucrezia, la villa delle Farfalle, venne occupata da alcuni ufficiali tedeschi. Un romanzo intimo e corale, che attraversa tre generazioni di donne e che dagli anni della guerra arriva fino ai nostri giorni seguendo il volo leggero e delicato delle farfalle.

Anita, trentenne in carriera, ormai sconvolta da un episodio della sua vita che l'ha lasciata profondamente ferita (e di cui non ci è dato sapere se non verso la fine del romanzo), lascia la Germania e il fidanzato Hans per trasferirsi nella Villa delle Farfalle, sul lago di Como, dove anche sua madre, Margherita, si è ritirata da qualche tempo.
Madre e figlia non hanno mai avuto un rapporto particolarmente affettuoso e le cose tra loro sembrano procedere più per cortesia che per altri sentimenti, in una dimora in cui aleggiano segreti e misteri. In quel luogo è vissuta Lucrezia, nonna di Anita e madre di Margherita; una casa che, nel 1943, fu occupata dai tedeschi durante la Seconda Guerra Mondiale, una casa in cui le vite di tre persone in particolare si sono intrecciate, influendo sul presente e sul futuro.
Nei dintorni della villa, Anita incontra una bambina giapponese, Yoko, dalla meravigliosa voce. Le due legano immediatamente, come se si conoscessero da sempre, ma Margherita è scettica: non vuole che Anita e Yoko si frequentino. Eppure le due iniziano un rapporto di amicizia, saldato anche da Filippo, padre di Yoko e vedovo di Cho, che le condurrà a restaurare e riattivare il farfallario di Lucrezia.
Ci sono però ancora troppi misteri che avvolgono quel posto e, conseguentemente, il passato delle persone che lo frequentano. Anita si cimenta, perciò, nella lettura del diario di sua nonna Lucrezia, venendo a conoscenza di quel che fu e ricostruendo una catena di eventi. In poco tempo la percezione della sua stessa esistenza cambia, le sue certezze si modificano e molte domande hanno ora una risposta.
Proprio come le farfalle, dal volo leggiadro e delicato, così Anita si soffermerà sui ricordi e i sentimenti che hanno coinvolto Lucrezia, Margherita, Cho, ma anche Will, suo nonno mai conosciuto, e Yu Kari, madre di Cho. Sfogliando le pagine e analizzando le sofferenze della sua famiglia, anche Anita riuscirà, finalmente e con l'aiuto di chi le vuole realmente bene, ad esorcizzare le sue paure e a liberarsi di un enorme peso sulla coscienza che non le permetteva di spiccare il volo verso la sua seconda opportunità di felicità.


Silvia Montemurro ha creato un romanzo delicato, che affonda le radici in un recente passato intriso di sofferenza e di grandi sentimenti, oggi a volte dimenticati, sottolineando l'immenso valore dell'amore, ma anche dell'affetto famigliare, sostegno di cui ognuno ha bisogno. Il rapporto madre-figlia viene ripreso più volte come base, così come quel filo rosso del destino che lega, a volte non si sa perché, svariate persone nel corso della loro esistenza.
Sono una fan dei romanzi di Lucinda Riley e quello della Montemurro mi è piaciuto; tuttavia, avrei voluto, da lettrice curiosa e romantica quale sono, conoscere più dettagli dei protagonisti uomini che, a tratti, sembrano privi di sentimenti o incapaci di esprimerli. Sono certa che Will avrà avuto una tempesta dentro che si sarà portato fino all'ultimo giorno di vita; Filippo, sconvolto dal dolore, ha provato a rialzarsi, aprendo il suo cuore a un'altra persona che non è la madre di sua figlia; Alfonso, fratello di Lucrezia, ha amato incondizionatamente, pur non essendo ricambiato allo stesso modo. Forse una descrizione più dettagliata li avrebbe caratterizzati maggiormente, ma queste sono mie riflessioni e richieste da lettrice esigente.
In sintesi, romanzo consigliato, ma attenzione: quando vedrete una farfalla, sarete sicuramente curiose di conoscerne il nome e le caratteristiche, trovando forse qualche risposta nell'incipit di ogni capitolo.
Vi auguro una buona serata, lasciandovi con qualche frase che mi è praticolarmente piaciuta.

«Ci sono persone destinate a incontrarsi e ad amarsi, qualsiasi cosa succeda intorno a loro».

«Ci sono amori che sono come piante bellissime: crescono in mezzo al fango, inizialmente non visti. Ma poi sbocciano e tutti si rendono conto della meraviglia che si sono persi. E ne diventano quasi gelosi. Allora possono decidere: proteggere la bellezza o distruggerla. Il loro amore era così. Per quanto facessero, per quanto provassero, ci sarebbe stato sempre qualcun altro in mezzo a loro. Qualcuno poco sensibile ai fiori nati sul selciato».

«Non era una donna forte, era solo una ragazza innamorata. C'era una bella differenza. Una donna forte può sopportare tutto. Una ragazza innamorata è come una farfalla esposta al gelo dell'inverno. Le sue ali rinsecchiscono e lei muore».


«Forse non tutti possiamo avere l'amore che ci meriteremmo».

«Un segreto si può custodire fino a che non inizia a fare troppo male».

«Koi no yokan» affermò lui. [...] «È un'espressione giapponese, intraducibile nella lingua italiana. [...] È la sensazione che provi quando incontri qualcuno per la prima volta e sai che è scritto nel tuo destino. Sai che comunque andranno le cose, avrà una parte importante nella tua vita, perché ti farà innamorare».

lunedì 31 maggio 2021

Recensione di "La ladra di ricordi" di Barbara Bellomo

Buonasera amici lettori e ben ritrovati su questo piccolo spazio virtuale!
Al termine del mese di maggio, torno a scrivere la mia recensione di "La ladra di ricordi" di Barbara Bellomo, il primo di una serie che vede protagonista l'archeologa Isabella De Clio, coinvolta in casi archeologici e gialli alquanto complicati.


Cosa accomuna l'omicidio, ai giorni nostri, di una dolce, vecchia signora dalla vita irreprensibile e i grandi protagonisti dell'età repubblicana Cesare, Lepido, Cicerone, Marco Antonio, la crudele moglie Fulvia e la piccola Clodia? È quello che dovrà scoprire un terzetto stranamente assortito, chiamato in causa per l'occasione. Isabella De Clio, giovane archeologa siciliana specializzata in arte antica, è bella, volitiva, preparatissima, ma ha un motivo particolare per temere la polizia. E il fatto che l'affascinante Mauro Caccia, l'uomo che la affianca nelle indagini, sia un commissario non l'aiuta più di tanto. Con loro c'è anche Giacomo Nardi, depresso professore di museologia e beni culturali... È l'inizio di una storia che intreccia la Roma del I secolo a.C. e l'Italia contemporanea, gli antichi intrighi politici e i mediocri baroni universitari dei nostri tempi, la violenza che si nasconde tra le mura di casa e la precarietà in cui i ragazzi di oggi, anche i migliori, sono costretti a crescere e a diventare adulti.

C'è una maledizione che impregna il cammeo di Clodia: sembra quasi che il suo ultimo possessore, alla fine, muoia in un modo o nell'altro. Ed è proprio a causa di quel cammeo che la vita della signora Luisa Velio viene stroncata, appena dopo aver telefonato misteriosamente a Giacomo Nardi, professore universitario e docente presso la Fondazione di Todi. L'uomo, in seguito alla tragica morte della moglie, non si è più ripreso, vivendo ormai solo di ricordi e di archeologia, immerso nella lettura di libri che riescano a distrarlo dalla realtà. Mai si aspetterebbe di ricevere una chiamata da quella che sarebbe poi diventata la misteriosa vittima...
Giungiamo, però, alla protagonista, Isabella De Clio, giovane archeologa di 28 anni, dai lunghi capelli rossi fiammanti, studiosa presso la Fondazione, dove conduce una ricerca sui cammei. Sarà proprio lei, grazie alla sua particolare specializzazione (e tutto ha un perché) ad essere coinvolta nelle indagini condotte dall'affascinante commissario di Polizia, Mauro Caccia.


Isabella deve trovare indizi storici, prove che riescano a far individuare almeno una traccia che giustifichi la morte della donna. I cammei costituiscono la sua materia, li studia ormai da anni, tanto da essersi candidata per un posto da ricercatore, laddove le sue speranze sono ridotte al minimo: le trame di raccomandazioni, amicizie e rapporti extra infangano l'ambiente accademico, riducendolo al regno del barone di turno (e riflettendo, aggiungo, esattamente la triste realtà, italiana ed estera, almeno nel settore dell'archeologia).
Isabella non si arrende: come un vero detective interroga i potenziali indagati, ricostruendo una fitta trama, e risalendo fino a un evidente furto di cui, all'epoca, nessuno sembrava essersi accorto. Eppure l'archeologa nasconde un segreto: è cleptomane. Ogni volta che ha intenzione di ricordare un momento specifico, sottrae un oggetto che possa rievocare quanto vissuto e lo inserisce in una scatola. Quel cammeo viola, con un ippocampo ed Eros bendato raffigurati, è magnifico, iconograficamente raro, se non addirittura un unicum... ma c'è qualcos'altro legato a quel manufatto che, rubato ingenuamente da Isabella, costituirà una prova schiacciante per incastrare l'assassino.


E Mauro Caccia? L'ispettore è occupato, eppure scatta qualcosa con Isabella, la brillante studiosa che guida una moto di grossa cilindrata. Lei si è lasciata con il ragazzo che, da pochi mesi, è stato accusato di bancarotta fraudolenta; lui è sposato, ma il suo matrimonio sembra essere giunto a un punto di non ritorno. Le indagini li porteranno ad avvicinarsi molto... ma quando l'archeologia chiama, Isabella risponde, soprattutto nel momento in cui le opportunità provengono dalla Sicilia, sua terra natale. Il lavoro rimane, l'amore a volte no.


"La ladra di ricordi" è un romanzo avvincente, adatto ad ogni tipo di lettore. Le note storiche ci sono, ma rivestono il ruolo di cornice del racconto contemporaneo, permettendo così di essere scorrevole. C'è anche quel pizzico d'amore che porta qualche pagina di batticuore e di aspettativa.
E poi, forse sarò di parte, ma ho subito una immedesimazione con la collega per tanti, forse troppi aspetti, dagli intrighi universitari che ostacolano la carriera (ahimé), alla ricerca iconografica e alla passione verso il passato che mi anima ormai da una vita, fino alle note più sentimentali.
Come me, Isabella proseguirà le sue indagini... e forse la sottoscritta continuerà a trascorrere qualche ora in lettura, curiosando tra le pagine di storie senza tempo.

P.S. Grazie all'amico in divisa che mi ha consigliato questo romanzo e quelli successivi!

«Sì, Eros è spesso associato all'amore. Ma anticamente era il simbolo di ogni unione. L'unione di elementi diversi nel rispetto della loro peculiarità. Anche se sono opposti o contrastanti».
«Non è questo l'amore? L'amore con la 'A' maiuscola?» intervenne Nardi, partecipe, posando la forchetta sul piatto. «Amare senza annullare mai l'altro».

«Isabella aprì l'armadietto che per due anni aveva custodito i libri e il materiale delle sue ricerche e cominciò a svuotarlo. Era triste. E infinitamente delusa. [...] Per la prima volta, da quando lei ricordava, non sapeva cosa fare. Da due settimane era disoccupata. Al pensiero si sentì ribollire dentro. Anni di studi per ritrovarsi senza prospettive, senza aspettative e senza sogni».

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martedì 27 aprile 2021

Recensione di "Le città invisibili" di Italo Calvino

Buonasera amici, finalmente torno sul blog in un brevissimo momento di pausa e con tanti propositi, tra cui quello di tornare a lavorare su Sàkomar e "Chiaro di Luna" provando a riproporli a una casa editrice.
Chissà...
Seppure in ritardo rispetto al bravo lettore, anche io ho letto - nell'arco di questo mese - "Le città invisibili" di Italo Calvino.



Dirò la verità: non ho mai amato i libri di Calvino. Sarà perché sono stata obbligata a leggerli in tre giorni al liceo, sarà perché forse tra autore e lettore deve instaurarsi una certa sintonia che in me non è scattata all'epoca. Ma a volte è necessario espandere la propria cultura. Su suggerimento di mio padre e di un amico "fan" di Calvino, alla fine ho ceduto.

L'intero libro si basa sul racconto che Marco Polo, grande esploratore e conoscitore del mondo, espone a Kublai Khan, il noto conquistatore e condottiero mongolo.
Si susseguono, edificandosi dalle parole di Polo, città strane, fantastiche, ricche di odori, colori, sensazioni. Infatti, non è una semplice descrizione oggettiva quella che emerge da questo monologo (è dialogo solo in alcune parti) interminabile, bensì soggettiva: ogni osservatore percepisce il mondo secondo il proprio punto di vista. La realtà stessa esiste perché l'osservatore la sta guardando.
Ecco che Calvino introduce il lettore, tramite uno stratagemma fondato su due personaggi particolari, all'interno dei mondi alternativi, delle varie realtà e direi anche dell'universo quantistico.
Una stessa città per un viaggiatore può essere in un modo, ma per quello successivo tende ad essere completamente diversa.
Sono tutte città collegate tra loro quelle di Calvino, probabilmente proprio grazie all'elemento comune: Marco Polo che le ha osservate, visitate, vissute.
Eppure, chi può dire, invece, se queste stesse città di cui Polo fornisce una descrizione tanto dettagliata, esistano sul serio e non siano frutto della sua immaginazione? Chi stabilisce, infine, quale sia la realtà? Sono meno "vere" quelle città perché esistenti solo nella mente di Marco Polo?
Calvino spinge perciò a interrogarci su alcuni dei quesiti più complessi a metà tra il filosofico e la fisica pura, in un rimescolamento di realtà e fantasia che, a volte, non sembrano più così differenti tra loro.

Ora, quel che penso io: la filosofia mi è sempre piaciuta, così come ragionare su questioni come la relatività e l'esistenza di universi alternativi (chi ha letto la saga di Sàkomar saprà che non sono solo appassionata, ma piuttosto "fissata"). Non è sicuramente una lettura leggera perché nonostante le descrizioni possano sembrare ripetitive, in realtà non lo sono affatto: ogni città contiene un messaggio che l'autore vuole inviare al lettore. Proprio per questo "Le città invisibili" di Italo Calvino è un libro che deve essere letto, ma con molta molta calma, proprio come Kan e Polo che, seduti a fumare la pipa, parlano tra loro, immaginando e creando universi.


«Ormai da quel suo passato vero o ipotetico, lui è escluso; non può fermarsi; deve proseguire fino a un'altra città dove lo aspetta un altro suo passato, o qualcosa che forse era stato un suo possibile futuro e ora è il presente di qualcun altro. I futuri non realizzati sono solo rami del passato: rami secchi.

- Viaggi per rivivere il tuo passato? - era a questo punto la domanda del Kan, che poteva anche essere formulata così: - Viaggi per ritrovare il tuo futuro?
E la risposta di Marco: - L'altrove è uno specchio in negativo. Il viaggiatore riconosce il poco che è suo, scoprendo il molto che non ha avuto e non avrà».

«E' delle città come dei sogni: tutto l'immaginabile può essere sognato ma anche il sogno più inatteso è un rebus che nasconde un desiderio, oppure il suo rovescio, una paura. Le città come i sogni sono costruite di desideri e di paure, anche se il filo del loro discorso è segreto, le loro regole assurde, le prospettive ingannevoli, e ogni cosa ne nasconde un'altra».

«Pensai: si arriva a un momento della vita in cui tra la gente che si è conosciuta i morti sono più di vivi. E la mente si rifiuta d'accettare altre fisionomie, altre espressioni: su tutte le facce nuove che incontra, imprime i vecchi calchi, per ognuna trova la maschera che s'adatta di più».

«Al soffio che portava via il fumo Marco pensava ai vapori che annebbiano la distesa del mare e le catene delle motagne e al diradarsi lasciano l'aria secca e diafana svelando città lontane. Era al di là di quello schermo d'umori volatili che lo sguardo voleva giungere: la forma delle cose si distingue meglio in lontananza».


«Polo: -... Forse questo giardino affaccia le sue terrazze solo sul lago della nostra mente...
Kublai: -... e per lontano che ci portino le nostre travagliate imprese di condottieri e di mercanti, entrambi custodiamo dentro di noi quest'ombra silenziosa, questa conversazione pausata, questa sera sempre eguale. [...]
Polo: - Che i portatori, gli spaccapietre, gli spazzini [...] esistano solo perché noi li pensiamo.
Kubali: - A dire il vero, io non li penso mai.
Polo: - Allora non esistono».

«Anche a Raissa, città triste, corre un filo invisibile che allaccia un essere vivente a un altro per un attimo e si disfa, poi torna a tendersi tra punti in movimento disegnando nuove rapide figure cosicché a ogni secondo la città infelicee contiene una città felice che nemmeno sa d'esistere».

«Ma la cosa di cui volevo avvertirti è un'altra: che tutte le Berenici future sono già presenti in questo istante, avvolte l'una dentro l'altra, strette pigiate indistricabili».

«L'inferno dei viventi non è qualcosa che sarà; se ce n'è uno, è quello che è già qui, l'inferno che abitiamo tutti i giorni, che formiamo stando insieme. Due modi ci sono per non soffrire. Il primo riesce facile a molti: accettare l'inferno e diventarne parte fino al punto di non vederlo più. Il secondo è rischioso ed esige attenzione e apprendimento continui: cercare e saper riconoscere chi e cosa, in mezzo all'inferno, non è inferno, e farlo durare, e dargli spazio».