domenica 30 giugno 2019

Recensione di "Sono sempre io" di Jojo Moyes

Buongiorno e buona domenica a tutti, cari lettori! Compaio e scompaio saltuariamente, tra un impegno e l'altro... ormai mi occorrerebbero giornate molto più lunghe di sole 24 ore!
E finalmente, dopo qualche mese in cui l'orario per andare a dormire si era spostato per me alle 02.00 di notte, sono riuscita a terminare la lettura di "Sono sempre io" di Jojo Moyes, terzo libro riguardante la storia della cara Louisa Clark.


Trama: Lou Clark sa tante cose... Ora che si è trasferita a New York e lavora per una coppia ricchissima e molto esigente che vive in un palazzo da favola nell'Upper East Side, sa quanti chilometri di distanza la separano da Sam, il suo amore rimasto a Londra. Sa che Leonard Gopnik, il suo datore di lavoro, è una brava persona e che la sua giovane e bella moglie Agnes gli nasconde un segreto. Come assistente di Agnes, sa che deve assecondare i suoi capricci e i suoi umori alterni e trarre il massimo da ogni istante di questa esperienza che per lei è una vera e propria avventura. L'ambiente privilegiato che si ritrova a frequentare è infatti lontanissimo dal suo mondo e da ciò che ha conosciuto finora. Quello che però Lou non sa è che sta per incontrare un uomo che metterà a soqquadro le sue poche certezze. Perché Josh le ricorda in modo impressionante una persona per lei fondamentale, come un richiamo irresistibile dal passato... Non sa cosa fare, ma sa perfettamente che qualsiasi cosa decida cambierà per sempre la sua vita. E che per lei è arrivato il momento di scoprire chi è davvero Louisa Clark.

Louisa Clark è rimasta nel cuore delle lettrici per la sua generosità, il coraggio, il dolore che ha sopportato e che è riuscita, bene o male, a superare. Louisa Clark è una ragazza che rispecchia un po' tutte noi: sbadata, spesso confusa, con tanta voglia di fare e a volte poca fortuna. Eppure è una persona che non si è mai arresa, almeno dopo aver conosciuto Will Traynor, il suo grande amore purtroppo perduto. Proprio Will le ha consigliato di essere sempre se stessa, di non accontentarsi mai, di vivere la vita fino in fondo. 


In cuor suo, Louisa sa bene che quelle parole, dettate da un uomo che prima dell'incidente aveva assaporato ogni singolo istante della sua esistenza, sono vere e che dovrebbe seguirle, ricordarle e ripetersele appena sveglia al mattino, ma le difficoltà sono tante e trovare se stessi nel mondo di oggi non è così semplice.
Dopo aver ricevuto una proposta di lavoro dall'altra parte dell'Oceano, Louisa parte alla volta di New York, ritrovandosi a dover fare da dama di compagnia ad Agnes, seconda moglie del ricco Mr. Gopnik, inquilino di uno dei palazzi più altolocati della Grande Mela. Non è facile abituarsi ai ritmi della "moderna" nobiltà: incontri, riunioni, cene di beneficienza con annessa tanta ipocrisia, corse mattutine, sedute dall'estetista, ore di attesa in macchina ad aspettare che Agnes termini le proprie cose. Lou, però, è molto paziente e comprensiva, così tanto da riuscire ad entrare in sintonia con Agnes che la reputa una sua amica in tutto e per tutto. Quella donna polacca, sempre impeccabile, è in realtà una persona molto fragile, che non riesce ad ambientarsi in un mondo in cui si è ritrovata catapultata e che tollera esclusivamente per amore di suo marito.


La vita scorre in maniera frenetica per Lou, mentre pensa ancora che in Inghilterra la sua famiglia va avanti, sua sorella ha forse trovato l'amore (che ancora nessuno conosce), Lily, la figlia di Will, è riuscita a ricrearsi una vita tessendo un ottimo rapporto con la nonna e poi c'è Sam, l'uomo che l'ha salvata dalla caduta dal terrazzo, quell'uomo dalle spalle larghe che si è lentamente e gentilmente insinuato nel cuore ferito di Louisa Clark. Una relazione a distanza è complicata: emerge la gelosia, seguita dal dubbio e da futili discussioni che sfilacciano i sentimenti. E come se non bastasse, durante una cena di gala, Louisa incontra un tale Josh, che sembra la fotocopia americana di Will.
Ci sono mille e più difficoltà nella vita di Lou, eppure abituata a un'esistenza in un paesino sperduto del Norfolk, la ragazza adora la nuova avventura da newyorkese, in una città che non dorme mai e in cui ogni sogno ha una buona probabilità di diventare realtà... forse anche il suo, racchiuso in un cassetto polveroso e pieno di abiti vintage dal gusto stravagante.


Rivelare qualcosa in più significherebbe togliere il gusto di assaporare il romanzo fino in fondo, ma chiunque abbia seguito la storia di Louisa Clark non potrà fare a meno di continuare a conoscerla pagina dopo pagina. Lou è uno dei personaggi che più ho amato e sentito vicino. In quest'ultimo episodio, si può dire che subisca una presa di coscienza: dopo l'ennesima delusione e, al contempo, una nuova possibilità di migliorare se stessa e la condizione delle persone a lei prossime, Lou riesce finalmente a capire chi voglia essere, intercettando la strada per tracciare il futuro che ha sempre sognato. L'esperienza di Lou fa comprendere bene al lettore quanto siano indubbiamente importanti gli affetti e l'amore, ma anche quanto sia fondamentale realizzarsi dal punto di vista lavorativo. Senza quest'ultimo aspetto, una persona si sente completa a metà.

Vi lascio con qualche piccola citazione che ho amato. Buona domenica!

«I libri ti insegnano la vita. I libri ti insegnano l'empatia. Ma non puoi comprarli, se con quello che guadagni riesci a malapena a sbarcare il lunario. Ecco perché quella biblioteca è una risorsa vitale! Se chiudi una biblioteca, Louisa, non cancelli soltanto un edificio, cancelli la speranza.»  


«Presi la metropolitana fino a Washington Heights e scesi a qualche minuto a piedi dalla biblioteca. Finalmente, dopo giorni, ebbi l'impressione di trovarmi in un luogo familiare, pronto ad accogliermi. Questo sarebbe stato il mio rifugio, il trampolino di lancio per un nuovo futuro. [...] Sentii parte della tensione accumulata sciogliersi e scivolare via dalle mie spalle, e con le conversazioni sussurrate della gente in sottofondo mi lasciai fluttuare in un mondo lontano dal caos e dall'affanno che imperversavano fuori.»


«Cosa mi aveva detto Will? Dovevo vivere l'attimo. Dovevo cogliere le opportunità quando si presentavano. Dovevo essere il tipo di persona che diceva sì.»


«Oh, Louisa, puoi restare aggrappata al tuo dolore sulla base di un orgoglio malriposto, oppure puoi semplicemente lasciar perdere e goderti il tempo prezioso che ti rimane.»


«C'era una volta una fanciullia che viveva in una piccola città di un piccolo mondo. Era molto felice, o almeno si convinceva di esserlo. Come tante ragazze, amava sperimentare diversi look e apparire come qualcuno che non era. Ma, come troppe ragazze, era stata minata dalla vita, finché, invece di trovare ciò che era adatto lei, si era camuffata, nascondendo le parti di sé che la rendevano diversa. Per un po' aveva lasciato che il mondo la ferisse, e infine aveva concluso che era più sicuro non essere affatto se stessa. Esistono tantissime versioni di noi stessi, e tra queste possiamo decidere quale fare nostra. [...] Io avevo una scelta. Potevo essere Louisa Clark di New York o Louisa Clark di Stortfold, oppure una Louisa completamente diversa che non avevo ancora conosciuto. L'importante era fare in modo che nessuno fra coloro a cui permettevi di camminare al tuo fianco potesse decidere quale di queste versioni tu fossi e ti inchiodasse come una farfalla in una teca. L'importante era sapere che potevi sempre trovare il modo di reinventarti.»



sabato 18 maggio 2019

Ricordi di tre giorni in Puglia: Putignano, Alberobello, Bari

Un nuovo sabato piovoso e il cielo grigio che ricopre Roma: la primavera sembra aver deciso di abbandonarci, anche se ieri, passeggiando per le stradine di Trastevere, si avvertiva un timido odore di gelsomino proprio davanti la chiesa di S. Maria della Scala. E' trascorso ormai quasi un mese da quando sono andata in Puglia e lì era già estate! Mi pervade una strana nostalgia del sole caldo e del profumo di fiori appena sbocciati...

Quella in Puglia è stata una vacanza un po' inaspettata. Non credevo di ritornare nei posti in cui ero stata all'età di 12 anni. Il mio primo viaggio "lungo" era stato lì, con la scuola media... ed ero tornata con la febbre a 38 mezzo, mia solita sfortuna.
Ricordo però la meraviglia che avevo provato entrando all'interno del Castel del Monte ad Andria, quella luce che rifletteva sul bianco della pietra e il cielo che si apriva a forma di ottagono sulla mia testa; ricordo quanto mi fossi sentita piccina nelle Grotte di Castellana e l'imponenza delle stalattiti che creavano un paesaggio surreale; ricordo una piccola me che faticava (con la febbre) a salire le scale su cui è arroccata Alberobello, i trulli e quelle forme particolari, un bar incastrato nella folta foresta di tetti grigi; un albergo, vicino al Parco dei Dinosauri; e ricordo un rosone barocco, finemente intarsiato, come fosse merletto, della basilica di Santa Croce a Lecce; e infine, la cattedrale di Trani che si affacciava sul mare.
Erano stati tre giorni intensi, come solo le gite scolastiche sanno essere, eppure la Puglia mi era rimasta nel cuore. Poi sono cresciuta e tanti eventi si sono succeduti... finché una me adolescente ha deciso (stupidamente) di gelare i battiti del cuore per una terra meravigliosa.
Mia sorella, invece, mi ha fatto ricucire uno strappo con il passato... a volte si capisce, solo a distanza di anni, quanto un amore represso, in realtà, non muoia mai, ma rimanga sepolto sotto strati di cenere, pronto a rivivere alla prima opportunità.
Poesie a parte e ricordi personali pure, questi tre giorni sono stati davvero magnifici, nonostante gli avvisi da parte di gente locale riguardo i trasporti. Devo dire che ci avevano veramente terrorizzate. E' vero, i treni delle Ferrovie del Sudest non sono Frecciarossa, ma nemmeno una tragedia. Forse siamo state fortunate, ma tutto ha funzionato alla perfezione. Giunte all'aeroporto di Bari, una navetta ci ha portato in 30 minuti alla stazione e da lì abbiamo preso il treno per Putignano, dove avevamo prenotato una camera usufruendo del Wonderbox.
Il piccolo centro in provincia di Bari si è presentato in tutta la sua tranquillità, con un groviglio di stradine bianche e lastricate, punteggiate qua e là di fiori colorati posti dagli abitanti accanto alle porte delle abitazioni. E' come entrare in un luogo magico in cui il tempo si è fermato, varcando l'arco in pietra e proseguendo a scoprire angoli nascosti, dove le chiesette lasciano il posto a vicoli stretti e tortuosi in cui è un piacere camminare.




Sulla via principale, spicca la cattedrale di S. Domenico, il cui retro si affaccia su una verde distesa.
Il primo giorno, tutto dedicato a Putignano, ci siamo recate anche a visitare la Grotta del Trullo, raggiungibile con una passeggiata attraverso la cittadina e immediatamente fuori da essa, incontrando la campagna pugliese dai toni colori tenui sul verde pastello punteggiati del rosso dei papaveri e del viola del glicine. 


La visita all'interno della grotta è durata circa mezz'ora. Il sito non è molto grande, ma non per questo meno interessante. Fu la prima grotta ad essere scoperta in Puglia proprio mentre si stava costruendo... un po' come accade a Roma per le catacombe, a volte scoperte per caso in occasione dell'edificazione di palazzi (es. ipogeo anonimo di via Dino Compagni).


La Grotta del Trullo è una Castellana in miniatura, all'interno della quale si scende percorrendo una scala a chiocciola lunga qualche metro. Il gocciolo dell'acqua introduce in ambienti scolpiti dalla natura e non nego di aver desiderato un caschetto e una corda per poter esplorare nuove cavità.


Il secondo giorno abbiamo deciso di sfidare la sorte e recarci ad Alberobello con il pullman. Il 25 aprile, infatti, i treni erano fermi e le navette sostitutive piuttosto lente, almeno all'andata. Dopo aver atteso un'ora, alla fine siamo riuscite nell'intento, così come gli altri turisti. Mi è sembrato di fare un salto indietro nel tempo... vi erano angoli che, a mente fredda, non ricordavo, ma qualcosa in me era rimasto. Non ho avuto bisogno della piantina per orientarmi, sapevo benissimo dove dirigermi... e ho ritrovato quel bar che mi era rimasto impresso. 


Alberobello era affollata: le scale brulicavano di turisti, ma non ci siamo scoraggiate e abbiamo iniziato la salita, tra scatti fotografici, "wow" di meraviglia e l'osservazione di tanti negozietti, alcuni dei quali particolari per l'artigianato locale. 


Cosa mi ha attratto? Il mio animo iconografico non avrebbe mai potuto non soffermarsi sui simboli dipinti sui tetti dei trulli, riflettendo sul loro significato e cercando una spiegazione legata più alla quotidianità e all'aspetto pratico, piuttosto che a quello mistico e misterioso che spesso viene collegato alla simbologia. Davvero particolare è stata la chiesa-trullo, anche se mi sarei immaginata un minor restauro interno: ho notato spesso un uso incondizionato di questa intonacatura che, nonostante preservi certamente la struttura, ne elimina il fascino antico.


Un bel piatto di orecchiette alle cime di rapa e un tiramisù hanno restituito le forze per tornare indietro, verso il pullman che ci avrebbe ricondotte a Putignano... e sarebbe stato quel pranzo l'unico della giornata ad essere davvero apprezzato. Purtroppo a Putignano, incuranti del fatto che il turismo sia importante anche nei giorni festivi, i ristoranti erano tutti chiusi, eccezion fatta per tre baretti  che proponevano panini poco attraenti e il ristorante cinese su cui, purtroppo, è ricaduta la nostra scelta.


L'ultimo giorno è stato dedicato a Bari. Il treno da Putignano ci ha ricondotte alla stazione centrale da cui ci siamo inoltrate verso la basilica di San Nicola, tappa obbligatoria. 


Le strade più moderne hanno progressivamente lasciato spazio al lastricato in pietra chiara e Bari vecchia ci ha accolto tra i vicoletti. D'un tratto, mi sono ritrovata immersa in un altro tempo, istanti passati in cui i ragazzini giocavano a pallone tra quelle vie, le madri affacciate alle finestre di quei palazzi così vicini tra loro, i vecchietti agli angoli a chiacchierare in crocicchi e a portare fiori freschi alle cappelline votive incredibilmente ricche di decorazioni, le signore dalle mani bianche di farina a impastare e a creare orecchiette e taralli, mentre la campana rintoccava le ore e l'aria era intrisa dell'odore di salsedine proveniente dal mare, poco distante. 



Ho aperto gli occhi: non vi erano molte persone che camminavano, ma quell'atmosfera è rimasta e aleggia tra le stradine ricche di storia e tradizioni. Mi è piaciuta Bari vecchia, si è ritagliata un pezzettino all'interno del mio cuore... e d'un tratto mi ha mostrato pure gli scavi della basilica paleocristiana di Santa Scolastica! Come potrei non volerle bene?


Solo alla fine della lunghissima passeggiata e dopo un bel gelato refrigerante, siamo arrivate al Castello Svevo, il cui fossato era stato impiegato come scenario per una parte della mostra "Epifania della terra" di Giuseppe Carta, accogliendo una miriade di peperoncini scarlatti.


Proprio nella piazza di fronte all'entrata della fortezza di Federico II, vi erano appunto quelle signore che, con una velocità mai vista prima, tagliavano taralli e producevano orecchiette su tavoloni in legno. 
Ma di Bari non si può dimenticare il mare. Tutti i pugliesi che conosco e ho conosciuto - sono davvero tanti, credetemi - parlano di quell'azzurro che tanto amano, come se l'acqua stessa scorresse all'interno del loro corpo. 


Puglia e mare costituiscono un binomio inscindibile... e tornando verso la stazione i lampioni del lungomare ci hanno accompagnate per un tratto di strada, per poi rientrare all'interno del centro più moderno e ricco di bei negozi. Un'ultima particolarità: c'è una mappa della città riprodotta a terra in via Sparano da Bari... forse messa lì per quelli che, come me, si perdono o amano perdersi tra i vicoli, esplorando e ritrovando la strada, ma imparando a conoscere dettagli e posti nuovi.


Come concludere? Con un grazie a mia sorella Valentina per avermi scelta come compagna di viaggio e un grazie alla Puglia stessa perché è una terra meravigliosa che, spero, sarà custodita in tutta la sua bellezza. Tornerò... stavolta tornerò, senza più far trascorrere così tanto tempo.

[AVVISO: è severamente vietato appropriarsi delle fotografie senza la mia esplicita autorizzazione. Sono l'autrice e ne detengo ogni diritto].


giovedì 16 maggio 2019

Recensione di "Ali spezzate" di Kahlil Gibran

Buonasera lettori, mi sembra trascorsa un'eternità da quando ho aperto per l'ultima volta il blog. I libri sono sempre con me, mi accompagnano durante la giornata, amici di sempre, ma il tempo da dedicar loro è molto ristretto... perciò a volte mi fermo a fantasticare, proiettata con la mente a quest'estate quando, seduta sulla spiaggia con il sole che mi accarezza la pelle, potrò sfogliare tranquillamente le pagine di un romanzo, mentre il mare suona la melodiosa musica delle onde. E forse riprenderò anche a scrivere, chissà...

Passiamo ai fatti concreti. Come di consueto, quando giro l'ultima pagina di un libro, sento la necessità di scriverne una recensione per fissare i pensieri e le riflessioni, cercando di invogliare i prossimi lettori a seguire la mia via. L'ultima lettura, terminata proprio questo pomeriggio, è stata "Ali spezzate" di Kahlil Gibran, unico scritto in prosa dell'autore libanese, conosciuto già qualche anno fa con "Il Profeta" e "Il giardino del profeta" che avevo acquistato dopo aver riflettuto su una delle frasi riportate in un altro volume, totalmente diverso, afferente l'iconografia cristiana.
"Ali spezzate" mi è stato regalato da un amico che ringrazio davvero.


Trama: Scritto con una forte impronta autobiografica, è una storia d'amore tra due giovani che hanno da poco varcato la soglia dell'adolescenza per inoltrarsi nella fase matura dell'età adulta, strappati dal sogno, ideale e adolescenziale, del puro amore per confrontarsi con una realtà spietata e crudele che ne infrange e ne incrina il futuro.

Non è facile scrivere una recensione di "Ali spezzate". Nonostante sia uno scritto in prosa, sono molte le riflessioni che si legano tra loro in una rete quasi onirica, emozionale, delicata e a volte crudelmente triste. Il filo rosso riguarda l'amore, non quello passionale, ma nella sua forma più elevata, descritto come incontro di anime e sincronia tra di esse. Un amore di due anime giovani e pure che, al solo primo sguardo, si riconoscono legandosi indissolubilmente e, al contempo, condannandosi a una forma di sofferenza che solo l'uomo materialista può infliggere.
Questa è la storia di Kahlil e di Selma, ambientato nella città di Beirut, in Libano. Il loro primo incontro avviene nella casa di Faris Effandi Karamy, padre di Selma, e amico del padre di Kahlil.
Ciò che i giovani avvertono è una profonda affinità spirituale, nata immediatamente, come fosse sempre esistita... ed è proprio questo quell'intenso sentimento che costituisce l'amore nella sua forma più pura.


Trovare il vero amore è raro. Sono sempre stata convinta del fatto che ci si debba ritenere fortunati ad averlo incontrato. Numerose sono quelle persone che si accontentano di vivere un'esistenza accanto a una donna o a un uomo per cui non provano nulla o, al massimo, un forte affetto. L'amore dev'essere cercato, necessita di attenzione e costanza per far sì che gli occhi del cuore rimangano ben aperti e vigili. E a volte succede che, per imposizione altrui, l'esistenza venga sconvolta, distrutta in maniera definitiva. Questo è quel che capita a Selma, data in sposa al nipote del vescovo, Mansour Bey Galib, un uomo dedito al potere, al denaro e al piacere sessuale. Un uomo che non apprezza Selma, che non scorge in lei null'altro che una donna intesa come merce di scambio. Selma non può replicare, ma solo accettare l'accordo. E' ormai un giglio che, staccato bruscamente dal terreno, inizia ad appassire.


E' un fatto ripugnante, eppure l'Occidente si è comportato così fino a non molto tempo fa... in Medio Oriente e nei paesi Africani succede ancora. Il matrimonio combinato è quanto di più atroce possa essere imposto a un essere umano, la condanna a vivere un'esistenza vicino a una persona che non conosci e non ami.
Eppure Selma, nonostante sia fisicamente costretta ad essere una schiava, un oggetto, è libera nel suo animo che vola fino a Kallil, l'uomo verso cui prova un sentimento potente che niente al mondo potrà mai dissolvere. E Kahlil è lì per lei, solo per Selma, da cui è stato diviso materialmente, ma non spiritualmente. Due anime libere non possono essere confinate dalle sbarre dell'avidità, del potere, della crudeltà, né da tradizioni retrogade.
Il finale è intriso di tristezza, di quelle lacrime che hanno bagnato la terra del Libano quando un paio d'ali spezzate si sono d'un tratto riparate, riprendendo il volo verso la libertà.


Quando l'amico che mi ha regalato questo libro mi ha chiesto, proprio ieri, "Cosa ne pensi?", gli ho risposto "E' un romanzo delicato", e proseguo a rimanere su questa linea: la delicatezza dell'amore pervade ogni pagina, consacrando Gibran come un poeta capace di elevare l'animo e, al contempo, di affrontare, tramite complesse riflessioni, la realtà a volte tragica e ingiusta.

Tra le scene descritte, ho amato quella della grotta. Sarà forse per il mio animo iconografico, ma l'accostamento delle figure di Cristo e di Ishtar, come metafore di contrapposizione, sono veramente magnifiche: da una parte l'amore puro, elevato, la predicazione della fratellanza come presupposto per la pace universale; dall'altra l'amore erotico, la fertilità, e allo stesso tempo la guerra.


Termino questo post con alcuni brani tratti dal romanzo. Dovrei riportarne veramente tanti, ma inserirò solo quelli salienti, volti a descrivere almeno in parte il romanzo di Gibran.

«La vera bellezza risiede nell'armonia e nell'affinità spirituale che chiamiamo amore che può esistere tra un uomo e una donna».

«L'amore è l'unica libertà al mondo perché innalza lo spirito in modo tale che le leggi dell'umanità e i fenomeni della natura non ne mutano il corso».

«È un errore pensare che l'amore provenga da una lunga amicizia e da un corteggiamento assiduo. L'amore è la discendenza dell'affinità spirituale e a meno che quella affinità non si formi in un attimo, non si produrrà in anni o persino in generazioni successive».

«I poeti e gli scrittori cercano di comprendere la realtà della donna, ma finora non hanno capito i segreti celati dal suo cuore, perché la considerano dietro il velo sessuale e non vedono altro che l'aspetto esteriore; la considerano attraverso la lente di ingrandimento dell'astio e non trovano altro a parte debolezza e remissività».


«L'amore limitato esige di possedere l'amato, ma quello illimitato chiede solo per sé».

«Ero avvilito e col cuore spezzato. Fu la mia prima scoperta del fatto che gli uomini, anche se sono nati liberi, rimarranno schiavi delle leggi severe decretate dai loro antenati; e che il firmamento, che immaginiamo invariabile, è la concessione di oggi alla volontà di domani e la sottomissione di ieri alla volontà di oggi».

giovedì 14 marzo 2019

Milano: diario di viaggio tra l'architettura contemporanea e la storia dell'arte

Era dal 2013 che non tornavo a Milano, la cosiddetta città grigia. Sarà, ma la nebbia che la contraddistingue secondo le dicerie non la incontro mai, in favore di giornate soleggiate o al massimo con qualche nuvoletta passeggera.
Ho un bel ricordo legato a quella città: la prima volta in cui vi ho messo piede, scendendo alla Stazione Centrale, è stato nel marzo 2012... ed era proprio l'8, come stavolta.
Mi sono meravigliata dell'ordine e della pulizia, io che dovevo percorrere la zona di Termini tutti i giorni e che notavo il degrado intorno a me. Sono trascorsi anni e trovo che la situazione sia notevolmente peggiorata a Milano: adesso è la Stazione Centrale ad essere impraticabile, soprattutto Piazza Duca d'Aosta. Il motivo? Ne hanno parlato già troppe volte ai telegiornali e rischierei di essere ripetitiva, ma la questione sicurezza è stata forse presa un po' sottogamba.



In ogni caso, dicevo, a Milano 2012 ho legati dei bei ricordi: la canzone di Bruno Mars, "When I was your man", che risuonava nella piazza del Duomo, la visita a tanti bei siti archeologici e storico-artistici, risate con quella che all'epoca era la mia migliore amica dell'università e qualche farfalla di troppo che svolazzava libera nello stomaco durante una cena a lume di candela a base di risotto ai funghi porcini. Sono istanti, ritagli di tempo, oggetti che nella mente brillano come stelle, anche se poi nel complesso ricordo pure di essermi innervosita per altre questioni più banali e, ora posso dirlo, del tutto insignificanti.
Nel 2013 sono tornata per tentare un colloquio per un assegno di ricerca, il cui esito fu abbastanza scontato, ma rimasi una giornata e mezza.
Stavolta sono stati 3 giorni pieni con la mia famiglia e, guidata in parte da me stessa che avevo "preparato" le mete da visitare e in parte dalla mia architettonica sorella minore, sono riuscita a vedere altre parti della città che non conoscevo, ripercorrendo anche tappe già effettuate.
Durante la mattinata dell'8 marzo, appena giunti in Stazione Centrale, consumata una veloce colazione e depositati i bagagli in albergo non troppo distante da lì, ci siamo diretti verso Porta Garibaldi e il Bosco Verticale. Non ci ha ovviamente fermati lo sciopero nazionale dei mezzi. I due grattacieli dell'Eur, cui ormai l'occhio si è abituato, non sono nulla in confronto all'impatto prodotto dal grattacielo vetrato della Unicredit e soprattutto dai due palazzi che costituiscono il Bosco Verticale di Stefano Boeri. 


Sembra di entrare in un'altra realtà, in una parte di quella NYC che è stato possibile vedere solo nei film (o almeno, per me è così... oltre oceano non sono mai andata). Non negherò che il Bosco Verticale mi abbia incredibilmente ricordato la Torre del Vento nel romanzo di Licia Troisi "Nihal della Terra del Vento". Alberi e piante, arbusti e rampicanti crescono nei balconi rendendo quella costruzione in cemento armato qualcosa di forse più sostenibile, quasi come se l'uomo si scusasse con la Terra per avervi posto quell'assurda colata grigia tramite l'apposizione del verde che produce ossigeno, quel verde che spesso viene distrutto e che, al contempo, è a lui necessario per vivere.



Poco distante dal parchetto totalmente riqualificato, con giochi per bambini e aiuole coltivate con piante anche aromatiche, vi è piazza Gae Aulenti che risplende grazie allo specchio d'acqua e alla cascata risucchiata dal terreno, mentre un gruppo di lampioni disposti come giunchi emergono all'orizzonte.



Ma si prosegue nel tour architettonico perché non troppo distante, nei pressi della Porta Garibaldi, sorge la Fondazione Feltrinelli con un palazzone vetrato e triangolare, dalla forma decisamente particolare. In alto si vedono gli uffici e non nego di essermi immaginata riunioni intorno a tavoli circolari proprio come nei film americani; al piano terra, invece, è collocato un punto Red - a Roma ne ho scoperto uno di recente in via Tomacelli - ovvero un bar/bistrot con libreria. Un ottimo luogo di ristoro per il corpo e la mente!



Mentre si torna indietro cercando un posto economico dove riposarsi un po' e fare uno spuntino, mi soffermo a osservare la primavera che è ormai sbocciata anche qui, a dispetto del freddo venticello che ogni tanto prova a farmi rabbrividire.


Ricontrollo il programma: devo mettere la spunta accanto alla Pinacoteca di Brera! Era rimasta in lista da anni e vi è conservato il mio dipinto preferito "Il bacio" di Francesco Hayez. Gambe in spalla, ma stavolta si prende la metro (che, attenzione, passa nonostante lo sciopero!). La fermata più vicina al polo museale è Montenapoleone, poi una breve passeggiata e si volta l'angolo. Eccoci qui, davanti al palazzo che accoglie anche l'Accademia di Belle Arti. E' la Settimana dei Musei, molti turisti ma pure gli stessi milanesi colgono l'occasione per entrare e prendersi un attimo di pausa dalla frenetica vita di tutti i giorni, soffermandosi davanti alle opere d'arte, entrando in più dimensioni, cercando di comprendere l'artista, ammirando le pennellate e apprendendo tasselli aggiuntivi di storia.



Ecco che alcuni quadri osservati solo sui libri sono improvvisamente davanti a me. E' un'emozione particolare, come avessi incontrato un personaggio famoso o rivisto un amico. Tra questi c'è il  "Lamento sul Cristo morto" di Andrea Mantegna e tanti altri dipinti, a volte forse troppi per poter essere apprezzati singolarmente. 



Occorrerebbe una giornata intera solo per trascorrere una decina di minuti almeno davanti ad ogni opera d'arte. L'entusiasmo, però, si spegne d'improvviso, quando non riesco a trovare né "Il bacio", né "La Madonna di Brera", né il "Ritratto di Alessandro Manzoni". Eppure sono sicura... devono essere qui! Chiedo a un sorvegliante e la spiegazione che mi viene fornita non è accettabile: dato lo sciopero, soprattutto quello dei mezzi, il personale è ridotto a 7 persone e non hanno potuto aprire tutte le sale. Sono sconcertata e con me altri turisti venuti da molto più lontano. Siamo invitati a tornare durante i giorni successivi, ma non tutti possono, nemmeno io che non ero a Milano solo per fare la turista, ma per altre ragioni familiari. Il mio dipinto posso vederlo solo da una vetrata, entrando nel piccolo bar... magra consolazione.


Tornando verso la metro, mettiamo in programma una breve visita alla Basilica di San Simpliciano e alla chiesa di San Marco: mentre per la prima rimango purtroppo stupita dall'assenza di sorveglianza (tre ragazzi sono entrati compiendo operazioni poco chiare, probabilmente una "sniffata" e via sul banco), per la seconda vi erano le pulizie in corso che ci hanno però permesso di girare tranquillamente ammirando qualche opera conservata nella struttura religiosa. Mi sono chiesta a cosa fosse riconducibile questo teschio (in foto)... purtroppo mancava la didascalia vicino. Tra me e me ho pensato ai morti di peste, forse perché automaticamente Milano-Manzoni/Promessi Sposi sono un binomio inscindibile per me, ma realmente non so di preciso a cosa sia riferito.


Il secondo giorno è stato dedicato in parte a qualche giro turistico e in parte a prestare aiuto alla sorella con il trasloco. A soli 10 minuti dall'albergo dove alloggiavamo, vi erano due esempi di Liberty. Ero curiosa di andarli a vedere perché ne avevo sentito parlare. 




Ecco, infatti, la Casa Galimberti con le sue maioliche colorate e figurate e, a pochi passi di distanza, la Casa Guazzoni che riprende un po' lo stile del Quartiere Coppedè a Roma.



Per pranzo non è mancato il risotto alla milanese! Sì, è vero che è possibile assaggiarlo ormai un po' ovunque, ma è un classico e non potevo tornare a Roma senza.


Nel pomeriggio, dopo una brevissima visita nel santuario di San Camillo de Lellis che avrei sinceramente voluto ammirare meglio (non potevo però interrompere la celebrazione), io e mia sorella minore ci siamo dirette al Duomo, ignare di trovare una gran confusione.



Il Carnevale non avrebbe dovuto finire già qualche tempo fa? E invece, spuntate in piazza del Duomo risalendo le scale della metro, ci siamo ritrovate letteralmente sommerse da coriandoli e stelle filanti. Bambini, ragazzi e adulti erano festosi e mascherati. 



A disagio, dopo aver scattato qualche foto facendo attenzione a non ricevere schiume spray sull'obiettivo e sui vestiti e aver osservato da lontano la Torre Velasca, siamo praticamente fuggite verso la Galleria Vittorio Emanuele II che non era in condizioni migliori.



Serviva una via di fuga per evitare di ritrovarci mascherate senza la nostra volontà... prendiamo il tram su via Torino diretto alla Basilica di San Lorenzo. So per certo che la piazza inizierà a popolarsi di ragazzi verso sera, ma c'è ancora tempo e abbiamo bisogno di un bel gelato. E finalmente eccoci lì, vicino le colonne, in un momento di calma, a gustare la nostra bella coppetta fresca acquistata da Grom (che per quanto riguarda Milano, almeno per me, è una garanzia).


Con le gambe un po' distrutte, ci incamminiamo verso il tram dirette nuovamente al Duomo e alla fermata metro, mentre nei paraggi passa un ristorante su rotaie, piccolo, elegante e d'altri tempi.


Prima di eclissarci nel mondo metro sotterraneo, lanciamo uno sguardo al Teatro La Scala (solo da fuori purtroppo), dove in serata c'è sicuramente qualche evento importante data l'eleganza degli invitati e i Carabinieri che sorvegliano l'entrata.


Il soggiorno volge quasi al termine, ma è domenica e tutto scorre più lentamente anche nella frenetica Milano. Colazione al bar, preparazione dei bagagli e poi passeggiata in centro. Eccoci di nuovo dalle parti del Duomo, ma il caos del giorno prima è svanito e si cammina più tranquillamente, nonostante le persone invadano comunque le strade. "Dove giriamo? Svoltiamo di qua? Proviamo a prendere Corso Vittorio Emanuele II..."... e ci ritroviamo davanti a un'installazione acquatica by Apple.


Il super affollato Mc Donald's di Babila ci salva da un pranzo con prezzi non propriamente economici (i ristoranti partono da un minimo di 10 euro a portata), per poi proseguire con una passeggiata in tutta tranquillità, entrando nell'immancabile Disney Store da cui siamo usciti con un mini-peluche piedone (il mio è Meeko, il procione di Pocahontas, che farà compagnia alla penna di Rapunzel acquistata proprio lì nel 2012). Lo so, per certe cose non crescerò mai, ma amo la Disney... ognuno ha le sue passioni!


Non può mancare qualche scatto sotto la splendida magnolia giapponese che cresce proprio alle spalle del Duomo, un caffè nei paraggi, un gelatino, un giretto all'interno della gigantesca Feltrinelli sotterranea per poi tornare in albergo a recuperare i bagagli. 


Si è fatto tardi e il treno ci attende alla Stazione Centrale (da attraversare rigorosamente in gruppo e molto velocemente).
Saluto Milano, ma ci tornerò volentieri. Sono una romana atipica forse, ma più che felice di rivederla ogni volta... e poi ho ancora tante mete da visitare! Durante il viaggio di ritorno tento di acculturarmi, anche se la stanchezza a tratti si fa sentire.


Mentre stringo il mio volumetto, chiudo gli occhi, pur rimanendo vigile. Italo corre per lo stivale e Roma si avvicina. Eccoci a Termini: sono le ore 23.35 e la stazione è sorprendentemente vuota, eccezion fatta per le forze dell'ordine che controllano instancabilmente. Tiro un sospiro di sollievo. Almeno qui (stranamente) non dobbiamo correre per andare a prendere il taxi! 

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