giovedì 14 marzo 2019

Milano: diario di viaggio tra l'architettura contemporanea e la storia dell'arte

Era dal 2013 che non tornavo a Milano, la cosiddetta città grigia. Sarà, ma la nebbia che la contraddistingue secondo le dicerie non la incontro mai, in favore di giornate soleggiate o al massimo con qualche nuvoletta passeggera.
Ho un bel ricordo legato a quella città: la prima volta in cui vi ho messo piede, scendendo alla Stazione Centrale, è stato nel marzo 2012... ed era proprio l'8, come stavolta.
Mi sono meravigliata dell'ordine e della pulizia, io che dovevo percorrere la zona di Termini tutti i giorni e che notavo il degrado intorno a me. Sono trascorsi anni e trovo che la situazione sia notevolmente peggiorata a Milano: adesso è la Stazione Centrale ad essere impraticabile, soprattutto Piazza Duca d'Aosta. Il motivo? Ne hanno parlato già troppe volte ai telegiornali e rischierei di essere ripetitiva, ma la questione sicurezza è stata forse presa un po' sottogamba.



In ogni caso, dicevo, a Milano 2012 ho legati dei bei ricordi: la canzone di Bruno Mars, "When I was your man", che risuonava nella piazza del Duomo, la visita a tanti bei siti archeologici e storico-artistici, risate con quella che all'epoca era la mia migliore amica dell'università e qualche farfalla di troppo che svolazzava libera nello stomaco durante una cena a lume di candela a base di risotto ai funghi porcini. Sono istanti, ritagli di tempo, oggetti che nella mente brillano come stelle, anche se poi nel complesso ricordo pure di essermi innervosita per altre questioni più banali e, ora posso dirlo, del tutto insignificanti.
Nel 2013 sono tornata per tentare un colloquio per un assegno di ricerca, il cui esito fu abbastanza scontato, ma rimasi una giornata e mezza.
Stavolta sono stati 3 giorni pieni con la mia famiglia e, guidata in parte da me stessa che avevo "preparato" le mete da visitare e in parte dalla mia architettonica sorella minore, sono riuscita a vedere altre parti della città che non conoscevo, ripercorrendo anche tappe già effettuate.
Durante la mattinata dell'8 marzo, appena giunti in Stazione Centrale, consumata una veloce colazione e depositati i bagagli in albergo non troppo distante da lì, ci siamo diretti verso Porta Garibaldi e il Bosco Verticale. Non ci ha ovviamente fermati lo sciopero nazionale dei mezzi. I due grattacieli dell'Eur, cui ormai l'occhio si è abituato, non sono nulla in confronto all'impatto prodotto dal grattacielo vetrato della Unicredit e soprattutto dai due palazzi che costituiscono il Bosco Verticale di Stefano Boeri. 


Sembra di entrare in un'altra realtà, in una parte di quella NYC che è stato possibile vedere solo nei film (o almeno, per me è così... oltre oceano non sono mai andata). Non negherò che il Bosco Verticale mi abbia incredibilmente ricordato la Torre del Vento nel romanzo di Licia Troisi "Nihal della Terra del Vento". Alberi e piante, arbusti e rampicanti crescono nei balconi rendendo quella costruzione in cemento armato qualcosa di forse più sostenibile, quasi come se l'uomo si scusasse con la Terra per avervi posto quell'assurda colata grigia tramite l'apposizione del verde che produce ossigeno, quel verde che spesso viene distrutto e che, al contempo, è a lui necessario per vivere.



Poco distante dal parchetto totalmente riqualificato, con giochi per bambini e aiuole coltivate con piante anche aromatiche, vi è piazza Gae Aulenti che risplende grazie allo specchio d'acqua e alla cascata risucchiata dal terreno, mentre un gruppo di lampioni disposti come giunchi emergono all'orizzonte.



Ma si prosegue nel tour architettonico perché non troppo distante, nei pressi della Porta Garibaldi, sorge la Fondazione Feltrinelli con un palazzone vetrato e triangolare, dalla forma decisamente particolare. In alto si vedono gli uffici e non nego di essermi immaginata riunioni intorno a tavoli circolari proprio come nei film americani; al piano terra, invece, è collocato un punto Red - a Roma ne ho scoperto uno di recente in via Tomacelli - ovvero un bar/bistrot con libreria. Un ottimo luogo di ristoro per il corpo e la mente!



Mentre si torna indietro cercando un posto economico dove riposarsi un po' e fare uno spuntino, mi soffermo a osservare la primavera che è ormai sbocciata anche qui, a dispetto del freddo venticello che ogni tanto prova a farmi rabbrividire.


Ricontrollo il programma: devo mettere la spunta accanto alla Pinacoteca di Brera! Era rimasta in lista da anni e vi è conservato il mio dipinto preferito "Il bacio" di Francesco Hayez. Gambe in spalla, ma stavolta si prende la metro (che, attenzione, passa nonostante lo sciopero!). La fermata più vicina al polo museale è Montenapoleone, poi una breve passeggiata e si volta l'angolo. Eccoci qui, davanti al palazzo che accoglie anche l'Accademia di Belle Arti. E' la Settimana dei Musei, molti turisti ma pure gli stessi milanesi colgono l'occasione per entrare e prendersi un attimo di pausa dalla frenetica vita di tutti i giorni, soffermandosi davanti alle opere d'arte, entrando in più dimensioni, cercando di comprendere l'artista, ammirando le pennellate e apprendendo tasselli aggiuntivi di storia.



Ecco che alcuni quadri osservati solo sui libri sono improvvisamente davanti a me. E' un'emozione particolare, come avessi incontrato un personaggio famoso o rivisto un amico. Tra questi c'è il  "Lamento sul Cristo morto" di Andrea Mantegna e tanti altri dipinti, a volte forse troppi per poter essere apprezzati singolarmente. 



Occorrerebbe una giornata intera solo per trascorrere una decina di minuti almeno davanti ad ogni opera d'arte. L'entusiasmo, però, si spegne d'improvviso, quando non riesco a trovare né "Il bacio", né "La Madonna di Brera", né il "Ritratto di Alessandro Manzoni". Eppure sono sicura... devono essere qui! Chiedo a un sorvegliante e la spiegazione che mi viene fornita non è accettabile: dato lo sciopero, soprattutto quello dei mezzi, il personale è ridotto a 7 persone e non hanno potuto aprire tutte le sale. Sono sconcertata e con me altri turisti venuti da molto più lontano. Siamo invitati a tornare durante i giorni successivi, ma non tutti possono, nemmeno io che non ero a Milano solo per fare la turista, ma per altre ragioni familiari. Il mio dipinto posso vederlo solo da una vetrata, entrando nel piccolo bar... magra consolazione.


Tornando verso la metro, mettiamo in programma una breve visita alla Basilica di San Simpliciano e alla chiesa di San Marco: mentre per la prima rimango purtroppo stupita dall'assenza di sorveglianza (tre ragazzi sono entrati compiendo operazioni poco chiare, probabilmente una "sniffata" e via sul banco), per la seconda vi erano le pulizie in corso che ci hanno però permesso di girare tranquillamente ammirando qualche opera conservata nella struttura religiosa. Mi sono chiesta a cosa fosse riconducibile questo teschio (in foto)... purtroppo mancava la didascalia vicino. Tra me e me ho pensato ai morti di peste, forse perché automaticamente Milano-Manzoni/Promessi Sposi sono un binomio inscindibile per me, ma realmente non so di preciso a cosa sia riferito.


Il secondo giorno è stato dedicato in parte a qualche giro turistico e in parte a prestare aiuto alla sorella con il trasloco. A soli 10 minuti dall'albergo dove alloggiavamo, vi erano due esempi di Liberty. Ero curiosa di andarli a vedere perché ne avevo sentito parlare. 




Ecco, infatti, la Casa Galimberti con le sue maioliche colorate e figurate e, a pochi passi di distanza, la Casa Guazzoni che riprende un po' lo stile del Quartiere Coppedè a Roma.



Per pranzo non è mancato il risotto alla milanese! Sì, è vero che è possibile assaggiarlo ormai un po' ovunque, ma è un classico e non potevo tornare a Roma senza.


Nel pomeriggio, dopo una brevissima visita nel santuario di San Camillo de Lellis che avrei sinceramente voluto ammirare meglio (non potevo però interrompere la celebrazione), io e mia sorella minore ci siamo dirette al Duomo, ignare di trovare una gran confusione.



Il Carnevale non avrebbe dovuto finire già qualche tempo fa? E invece, spuntate in piazza del Duomo risalendo le scale della metro, ci siamo ritrovate letteralmente sommerse da coriandoli e stelle filanti. Bambini, ragazzi e adulti erano festosi e mascherati. 



A disagio, dopo aver scattato qualche foto facendo attenzione a non ricevere schiume spray sull'obiettivo e sui vestiti e aver osservato da lontano la Torre Velasca, siamo praticamente fuggite verso la Galleria Vittorio Emanuele II che non era in condizioni migliori.



Serviva una via di fuga per evitare di ritrovarci mascherate senza la nostra volontà... prendiamo il tram su via Torino diretto alla Basilica di San Lorenzo. So per certo che la piazza inizierà a popolarsi di ragazzi verso sera, ma c'è ancora tempo e abbiamo bisogno di un bel gelato. E finalmente eccoci lì, vicino le colonne, in un momento di calma, a gustare la nostra bella coppetta fresca acquistata da Grom (che per quanto riguarda Milano, almeno per me, è una garanzia).


Con le gambe un po' distrutte, ci incamminiamo verso il tram dirette nuovamente al Duomo e alla fermata metro, mentre nei paraggi passa un ristorante su rotaie, piccolo, elegante e d'altri tempi.


Prima di eclissarci nel mondo metro sotterraneo, lanciamo uno sguardo al Teatro La Scala (solo da fuori purtroppo), dove in serata c'è sicuramente qualche evento importante data l'eleganza degli invitati e i Carabinieri che sorvegliano l'entrata.


Il soggiorno volge quasi al termine, ma è domenica e tutto scorre più lentamente anche nella frenetica Milano. Colazione al bar, preparazione dei bagagli e poi passeggiata in centro. Eccoci di nuovo dalle parti del Duomo, ma il caos del giorno prima è svanito e si cammina più tranquillamente, nonostante le persone invadano comunque le strade. "Dove giriamo? Svoltiamo di qua? Proviamo a prendere Corso Vittorio Emanuele II..."... e ci ritroviamo davanti a un'installazione acquatica by Apple.


Il super affollato Mc Donald's di Babila ci salva da un pranzo con prezzi non propriamente economici (i ristoranti partono da un minimo di 10 euro a portata), per poi proseguire con una passeggiata in tutta tranquillità, entrando nell'immancabile Disney Store da cui siamo usciti con un mini-peluche piedone (il mio è Meeko, il procione di Pocahontas, che farà compagnia alla penna di Rapunzel acquistata proprio lì nel 2012). Lo so, per certe cose non crescerò mai, ma amo la Disney... ognuno ha le sue passioni!


Non può mancare qualche scatto sotto la splendida magnolia giapponese che cresce proprio alle spalle del Duomo, un caffè nei paraggi, un gelatino, un giretto all'interno della gigantesca Feltrinelli sotterranea per poi tornare in albergo a recuperare i bagagli. 


Si è fatto tardi e il treno ci attende alla Stazione Centrale (da attraversare rigorosamente in gruppo e molto velocemente).
Saluto Milano, ma ci tornerò volentieri. Sono una romana atipica forse, ma più che felice di rivederla ogni volta... e poi ho ancora tante mete da visitare! Durante il viaggio di ritorno tento di acculturarmi, anche se la stanchezza a tratti si fa sentire.


Mentre stringo il mio volumetto, chiudo gli occhi, pur rimanendo vigile. Italo corre per lo stivale e Roma si avvicina. Eccoci a Termini: sono le ore 23.35 e la stazione è sorprendentemente vuota, eccezion fatta per le forze dell'ordine che controllano instancabilmente. Tiro un sospiro di sollievo. Almeno qui (stranamente) non dobbiamo correre per andare a prendere il taxi! 

[AVVISO: tutte le foto sono state scattate da me che ne sono la proprietaria e ne detengo il copyright. E' assolutamente proibito usarle per scopi personali senza la mia diretta autorizzazione].

mercoledì 27 febbraio 2019

Recensione di "La lettera d'amore" di Lucinda Riley

Buongiorno amici! E' quasi terminato febbraio e qui, tra una cosa e l'altra, il tempo vola. Ma non ho intenzione di cadere in constatazioni ovvie, bensì vorrei notare che era una vita che non usavo più il blog seguendo il suo specifico scopo, quello di accogliere recensioni e quanto di letterario riesca a trovare interessante.
Il problema principale è stata propria la grande concentrazione di impegni che mi ha fatto davvero addormentare ancor prima di prendere in mano un libro. La stanchezza si avverte tutta insieme...

Ieri pomeriggio ho terminato di leggere "La lettera d'amore" di Lucinda Riley. Che sdolcinata, penserete. Sì, anche io lo avrei pensato prima di voltare l'ultima pagina e scoprire un romanzo diverso dal genere che la Riley predilige. "La lettera d'amore" è, invece, un libro che mescola amore, antiche lettere e soprattutto (è la parte preponderante) spionaggio. Lo avreste mai detto?


Trama: Ci sono segreti facili da smascherare e altri che restano sepolti per una vita intera. Come quello di Rose, l'anziana signora che Joanna, giovane reporter del Morning Mail, conosce durante la cerimonia di commemorazione del famoso attore Sir James Harrison. Pochi giorni dopo, Joanna riceve un plico contenente una vecchia lettera d'amore e un biglietto dalla grafia tremolante, ma è ormai troppo tardi per chiedere qualsiasi spiegazione: Rose è morta e la sua casa completamente svuotata, come se la donna non fosse mai esistita.Quando anche l'appartamento di Joanna viene messo sottosopra, la giornalista capisce che ha tra le mani una storia scottante, e la sua unica via d'uscita è scoprire la verità sui misteriosi amanti della lettera. Chi erano realmente? E perché è così importante che nessuno sappia di loro?
Sulle tracce di un enigmatico carteggio, Lucinda Riley ci trasporta in un mondo di pericolosi segreti, intrighi di Stato e sconvolgenti colpi di scena, in cui lasciarsi andare all'amore, a volte, è un rischio troppo grande.


Se mi fossi trovata al posto di Joanna, con il lascito di ricordi di quella enigmatica vecchina che era Rose, probabilmente anche io avrei fatto la stessa cosa: indagare. Una persona curiosa tenta inevitabilmente di andare fino in fondo alle storie, soprattutto se poi la donna anziana di turno viene a mancare in circostanze misteriose e tutta la sua roba sparisce all'indomani della sua morte. La vecchia Rose custodiva un segreto, legato a un noto attore e al contempo alla famiglia reale... ma si sa, i segreti prima o poi devono essere svelati. Nessuno porta tutto con sé nell'aldilà.
Joanna è proprio la destinaria di qualche indizio: una lettera e la raccomandazione di trovare una persona, una certa Lady bianca.


Joanna inizia così un'avventura che la condurrà a perdere il lavoro e a seminare una scia di morte dietro di sé... perché chiunque sia implicato anche marginalmente in quella faccenda finirà per non rimanere vivo abbastanza a lungo da poterlo raccontare. Quella di Joanna è una corsa contro il tempo e la paura, giocata tramite sotterfugi, tra i detti e non detti; una battaglia che spesso la contrappone al suo migliore amico, Simon, agente segreto dell'MI5; a Zoe, la nipote di James Harrison, il famoso attore, nonché sua cara amica; a Marcus, il suo grande amore e fratello di Zoe, verso cui prova un sentimento fortissimo e sbocciato inaspettatamente.


Ma cosa può esserci di così importante nella storia di una persona da far sì che la bocca di chiunque venga chiusa per sempre? Ebbene, vi è proprio uno scandalo che per la Corona d'Inghilterra potrebbe fare la differenza nella successione al trono, un evento che affonda le sue radici nel passato della Seconda Guerra Mondiale e che avrà le sue ripercussioni anni più tardi. 
Non mancano, ovviamente, nelle descrizioni di Lucinda Riley le magnifiche ambientazioni tra Londra, lo Yorkshire e l'Irlanda, nelle grande ville dal sapore vittoriano e nei cottage sulla spiaggia rocciosa, ma stavolta è il sospetto, il timore, la suspense che tengono legato il filo del discorso.


Una bella storia non c'è che dire, con lieto fine incluso, ma devo essere sincera: a volte ho perso il filo della narrazione. La storia di James Harrison era talmente ingarbugliata che richiedeva un alto grado di attenzione, in particolare verso i nomi dei vari personaggi (che non erano pochi).
Il mio giudizio è positivo perché la storia è raccontata in maniera avvincente, ma preferisco la classica Riley, sempre legata al ritrovamento di qualche cimelio del passato che scrive di storie e sentimenti di un'altra epoca.

E ora sotto con il prossimo romanzo!

martedì 29 gennaio 2019

"Bella l'archeologia! E dove lavori?"

Giornata di sole, una delle poche a Roma in queste settimane di pioggia intensa, un miracolo forse dato che già per domani è previsto un acquazzone.
Ho vari giri da fare, come se il mondo si fosse svegliato tutto insieme concentrando il mio coinvolgimento in una giornata sola. Dopo il primo appuntamento, ho intenzione di concedermi un po' di tempo soltanto per me, perdendomi tra le sale di Palazzo Braschi e andando a visitare la piccola mostra temporanea su Paolo VI, "papa degli artisti". Sono curiosa perché conosco poco questo aspetto, soprattutto se legato a una collezione di arte contemporanea che, logicamente, è piuttosto distante dal mondo antico in cui solitamente vivo.

Dicevo, primo appuntamento della giornata: entro nell'edificio super riscaldato, subendo uno sbalzo termico da far paura e pregando che non mi peggiori il raffreddore.
Chiedo informazioni, attendo due minuti, mi siedo, stretta di mano. Tutto a posto, sorrisi di circostanza, qualche parola per rompere il ghiaccio.
- Bene, questo è per lei. Allora come la registro?
- Scusi, in che senso?
- Cosa ha studiato?
- Archeologia... sono archeologa, dottore di ricerca.
- Ah bene, il mondo antico mi affascina. Avrei voluto studiarlo, ma poi ho fatto altro (tipico, penso tra me e me). Dove lavora quindi? Quale riferimento inserisco?

Quello spacco nel mio animo fa di nuovo crack. Lo "scotch da pacchi" ultraresistente che avevo messo per non farmi male non ha evidentemente retto. Anche stavolta subisco il colpo, ma non riesco ad ammortizzarlo completamente.

- Sono archeologa, ma svolgo ricerche in maniera indipendente al momento.
- Nessuna affiliazione? Università, istituto di ricerca...?
- Sono disoccupata. Non so cosa voglia inserire. Scriva quel che più si addice secondo lei.
- Oh, beh... mi dispiace tanto allora...
- Non fa nulla, non sono l'unica.


La signora scrive, con un sorrisetto di commiserazione, ovvero l'ultima cosa che vorrei suscitare. Perché non ho bisogno di essere commiserata, non voglio che la gente provi pietà e mi dica "poverina".
Mi pesa dover dire quel "disoccupata", mi pesa soprattutto dopo 10 anni di intenso studio - una laurea triennale, una magistrale, un corso di perfezionamento, un anno di baccelleriato, uno di licenza e tre di dottorato -, dopo una vita trascorsa tra sopralluoghi, tirocini formativi sugli scavi, ricerche in biblioteca e in archivi. Mi pesa e mi fa star male, alle mie richieste di lavoro con invio di decine e decine di CV, ricevere sempre gli stessi commenti: "Sei troppo formata", oppure "Ci occorre una risorsa con capacità specifiche" che non corrispondono alle mie (si veda bandi di concorso cuciti per i vari candidati). O ancora, l'umiliazione "Se vuoi possiamo collaborare, ma gratuitamente. Sai, con il mondo culturale va così".
No, non va così. Va così in Italia dove i baroni decidono chi inserire nei vari posti, dove i concorsi pubblici lo sono per finta perché è già stato tutto stabilito a tavolino, dove quelli come me che hanno il "difetto" di aver studiato e di avere competenze sono ridotti a un numero in eccesso, a persone inutili.
Sono disoccupata e no, molto probabilmente non rientrerò nemmeno nel famoso reddito di cittadinanza, con il quale comunque non sarei stata d'accordo. Avrei preferito un posto di lavoro normale, anche con uno stipendio moderato, ma che valorizzasse i miei studi, la mia persona, che mi restituisse dignità.

"Il lavoro nobilita l'uomo"... e se il lavoro non si trova, cosa facciamo? La mia generazione si è sentita dire che è piena di bamboccioni, è dovuta emigrare adattandosi a "lavoretti" (non ha scelto di farlo! E' stato quasi un obbligo imposto dalla mancanza di un futuro!), ha dovuto studiare il triplo delle attuali classi dirigenti composte ancora da signori che dovrebbero andare in pensione ma proseguono a rimanere incollati alle loro sedie.

Sono disoccupata e mi sento male ogni volta che qualcuno mi chiede "Cosa vedi nel tuo futuro?"... perché io un futuro non lo vedo più. 


Devo vivere alla giornata e non c'è nulla che mi faccia sentire peggio: si avverte un vuoto, un senso di abbandono. Avevo dei sogni che si sono infranti, avevo degli obiettivi che mi sono stati sottratti. 
Vorrei fare l'archeologa, dico, ma in realtà lo sono già. Allora forse la cosa più sensata da dire è "Vorrei avere un'opportunità, quella che tutti mi stanno negando".
Qualcuno mi ha detto "Prosegui a studiare. Fai anche la scuola di specializzazione". C'è altro che dovrei fare? Ci sono altri soldi che dovrei chiedere ai miei genitori per avere titoli che metterò da parte? Ancora non basta?

Cara segretaria, poco più grande di me, che mi hai guardato con commiserazione, mi viene da domandarmi come abbia ottenuto il posto che ricopri. Sicuramente con merito, ma se così non fosse? So che non te ne importa, ma ci vuole tatto con il prossimo. Non sei al telefono. Hai guardato negli occhi una studiosa che ha affrontato di tutto nella vita, che ha un passato travagliato di cui non parla mai, che ha ottenuto quel poco combattendo con tutte le forze e che non sta con le mani in mano. 
Se è disoccupata, il problema non è in lei, ma nella gente che ha incontrato lungo la sua strada e che ha reso il suo percorso scivoloso e impervio. Quell'archeologa dall'incarnato mediterraneo, con i lunghi capelli castani e lo sguardo acuto non si è mai arresa anche se porta con sé un bagaglio di tristezza. Quell'archeologa ama il suo lavoro, eppure non può esercitarlo.


- Va bene, faccio io.
- Sì, ma qualsiasi cosa, specifichi che gli studi li ho terminati già da due anni.

Esco da lì, comunque a testa alta, ma con quello spacco nell'animo che fa male. Come tutte le ferite, con il tempo passerà. La cicatrice sarà lì in bella mostra, pronta a riaprirsi. Provo a difenderla con lo scudo e un sorriso, ma spesso non ci riesco più. 
Percorro Campo de' Fiori, lancio uno sguardo a Giordano Bruno e proseguo. Il museo mi attende. Mi immergo nuovamente nel passato: se non posso lavorare per tutelarlo, valorizzarlo e studiarlo, almeno nessuno mi impedirà di osservarlo.

venerdì 4 gennaio 2019

Recensione di "Il ritorno di Mary Poppins"

Buongiorno e buon anno amici! Come state? Vi siete ripresi da pranzi e cene in compagnia? Manca ancora l'Epifania, ve lo ricordo...

Torno sul mio blog per parlarvi del nuovo film Disney "Il Ritorno di Mary Poppins" che sono andata a vedere al cinema proprio qualche giorno fa.


Tutto incomincia dal magnifico viale dei ciliegi 17, Londra, negli anni della grande depressione, un periodo storico di crisi economica che condurrà alla Seconda Guerra Mondiale e parte dal 1929.
L'atmosfera è un po' cambiata da quella che ricordavamo nel primo film, dove carrozze e dame attraversavano le strade in una Londra molto curata. Adesso, invece, ci sono le automobili, il grigiore sembra essersi espanso e anche l'animo della famiglia Banks non è proprio quello allegro che avevamo lasciato.


Michael Banks si è sposato, ha avuto 3 figli, ma è anche rimasto vedovo in giovane età; sua sorella, Jane, è single e, sulla scia della madre che, all'epoca, era una suffraggetta, combatte per i diritti dei lavoratori sottopagati. Al numero 17 di viale dei ciliegi vive con i due fratelli Banks anche Ellen, la domestica, unico sostegno a un Michael che, confuso dalla perdita della moglie, non sa più come gestire i bambini e i suoi enormi problemi. L'uomo, infatti, dipendente della Banca di Credito, Risparmio e Sicurtà di Londra, riceve un giorno la visita degli avvocati: la sua casa sarà pignorata se, entro pochi giorni, non riuscirà a saldare il debito con la stessa banca cui aveva chiesto un prestito. Disperato, Michael chiede aiuto a Jane la quale si ricorda che il padre, in quanto membro anziano dell'istituto bancario, doveva aver lasciato delle azioni.
Parte la ricerca disperata di quel foglio in cui tutto era attestato, ma si sa Michael è sempre stato distratto... il documento era stato utilizzato per alcuni suoi schizzi. Stava per essere gettato via insieme alla roba vecchia e ad alcuni ricordi (tra cui la palla di neve con la Cattedrale di San Paolo), senonché il figlio minore, Georgie, lo recupera, usandolo poi per riparare il famoso aquilone.


Il film si apre perciò con i due Banks, ormai cresciuti, che devono affrontare le difficoltà della vita e tendono a voler dimenticare il loro passato, compresa la magia vissuta con Mary Poppins. Ma si sa, Mary arriva sempre nel momento del bisogno e non per salvare i bambini.... bensì per aiutare i genitori. Mary, com'era giunta sospinta dal vento dell'est per George Banks, torna per suo figlio Michael. Ed ecco che, in un giorno di vento, il piccolo e irrequieto Georgie porta con sè l'aquilone. Suo fratello e sua sorella, John e Annabel, tentano di aiutarlo insieme al lampionaio Jack (ex apprendista dello spazzacamino Bert) a riportarlo giù, ma all'improvviso l'aquilone si abbassa con Mary Poppins aggrappata alle sue estremità.
Jack la riconosce e la saluta: Mary è tornata! Ed ecco che la governante più famosa del mondo fantastico si ripresenta a casa Banks, provocando lo sgomento di Jane e stupore misto a irritazione di Michael.


Come per il film originale, i tre bambini vivranno con Mary delle avventure magiche: tornerà la borsa più capiente dell'universo da cui estrarre di tutto; il tocco delle dita per rimettere in ordine le camere; vi è un salto nella vasca da bagno che diventa improvvisamente una nuotata nel fondo dell'oceano e che, agli appassionati Disney, ricorderà certamente un altro film "Pomi d'ottone e manici di scopa"; senza dimenticare un viaggio nella decorazione del vaso - evocando il salto nel dipinto di Bert - con la presenza di molti animali animati che ricordano ancora il già citato film che aveva come protagonista Angela Lansbury; una visita alla cugina di Mary, Topsy (interpretata da Meryl Streep), il cui mondo è tutto sottosopra, un po' come lo era quello di zio Albert;



infine, un'avventura tra le strade e i tetti di Londra con i lampionai, esattamente com'era accaduto precedentemente con gli spazzacamini, che si configurano come i custodi della città, angeli silenziosi che controllano tutto, concludendosi con una corsa nella banca per tentare una lotta contro il tempo e il nipote cattivo di Mr. Dawes, interpretato da Colin Firth.



Il film vede la comparsa di Angela Lansbury, nelle vesti della signora che, al termine dell'avventura, regala palloncini magici al parco, in grado di far volare solo chi ancora riesce a sognare e dell'unico, mitico e irrepetibile Dick Van Dyke che, alla bella età di 93 anni, inscena un balletto evocando i vecchi tempi, nelle vesti di Mr. Dawes.


Cosa ne penso? Sono in preda a sentimenti contrastanti. Prima di tutto, il viaggio nel tempo verso la Londra di Mary Poppins mi è sicuramente piaciuto. Adoravo viale dei ciliegi e amavo il film. Ho consumato la cassetta quand'ero piccola e ho sfogliato il libro per bambini non so quante volte. Ancora oggi osservando un affresco con gessetti su strada o una giostra dei cavalli penso al film che mi incantava tanti anni fa (purtroppo non sono mai riuscita a far volare un aquilone perché nessuno me lo ha mai insegnato, ma è rimasto un mio sogno).
Per il resto, direi che il film è stato probabilmente pensato dai produttori Disney per affermarsi come un nuovo punto di riferimento, quello delle nuove generazioni, così come il primo Mary Poppins lo era stato per i bambini degli anni '70-'80-'90. Nonostante ciò, sono rimasti dei ganci con il passato (includo l'ammiraglio che non ha smesso di far tuonare il cannone), compresi i riferimenti a "Pomi d'ottone e manici di scopa", oppure a Peter Pan e Basil l'investigatopo (il Big Ben vi dice nulla?) che, evidentemente, i piccoli di oggi non potranno comprendere senza prima aver visionato opportunamente i precedenti classici.




"Il ritorno di Mary Poppins", almeno per quel che mi riguarda, mi è sembrata una brutta copia del primo e originale "Mary Poppins", una ripresa di ogni singolo passaggio reinterpretato: ecco che il salto nell'affresco diventa quello nella decorazione del vaso; la scena dei tre bambini che entrano nella banca è del tutto simile a quella di Michael e Jane nel primo film; zio Albert diventa Popsy; gli spazzacamini si trasformano in lampionai e Bert diventa Jack; Bert che, nella scena finale del primo film distribuiva aquiloni, è sostituito dalla signora dei palloncini; lo stesso Michael che, con una pallida imitazione dei baffi del padre, sembra somigliare al buon vecchio George Banks senza tuttavia riuscire.

La nuova Mary Poppins, alias Emily Blunt, è brava, certo, ma chi ha nella mente Julie Andrews capirà che non c'è paragone che tenga. A tratti l'ho trovata apatica, troppo seria, mentre nella prima e originale Mary Poppins traspariva dolcezza oltre la perfezione.


Lo stesso discorso vale per Jack: Lin Manuel Miranda ha alcune espressioni che ricordano Bert, evidentemente studiato alla perfezione dall'attore, ma nulla in confronto a Dick van Dyke, con quel sorriso inconfondibile e contagioso, arricchito dallo sguardo allegro e azzurro.
Per terminare, le canzoni: non ci sono più un "Supercalifragilistichespiralidoso" da canticchiare, un "Camin caminì" oppure "Una pillola che va giù", ma motivetti musicali che, purtroppo, nel loro adattamento italiano il più delle volte non ho trovato orecchiabili, nonostante i pinguini canterini siano sempre quelli dei vecchi tempi.


«Le persone praticamente perfette non si lasciano confondere dai sentimenti» diceva Mary al suo ombrello al termine del primo film. Io non sono praticamente perfetta e mi sono lasciata confondere da tanta nostalgia. Tuttavia, ne consiglio la visione: il film è carino per i più piccoli, mentre i più grandi faticheranno a lasciar andare la loro infanzia trascorsa "a canticchiare sui tetti" insieme alla Andrews e a Van Dyke.