giovedì 15 luglio 2021

Recensione di "La casa delle farfalle" di Silvia Montemurro

Buon pomeriggio, cari lettori, come state? Nel mezzo dell'estate, condivido con voi la recensione dell'ultimo romanzo che ho letto e terminato poco fa: "La casa delle farfalle" di Sivila Montemurro.


Trama: Quando la vita di Anita, trent’anni e una carriera accademica avviata, viene sconvolta da un tragico evento, decide di lasciare Hans, il suo compagno, per tornare sul lago di Como, dov’è cresciuta. Lì incontra Yoko, una bambina dai tratti giapponesi e dalla voce meravigliosa che, proprio come lei, è segnata da una ferita difficile da rimarginare. Presto Anita, leggendo il diario della nonna Lucrezia, scoprirà di essere legata a Yoko da una storia rimasta sepolta per anni che unisce le loro famiglie e risale al 1943, quando la casa di Lucrezia, la villa delle Farfalle, venne occupata da alcuni ufficiali tedeschi. Un romanzo intimo e corale, che attraversa tre generazioni di donne e che dagli anni della guerra arriva fino ai nostri giorni seguendo il volo leggero e delicato delle farfalle.

Anita, trentenne in carriera, ormai sconvolta da un episodio della sua vita che l'ha lasciata profondamente ferita (e di cui non ci è dato sapere se non verso la fine del romanzo), lascia la Germania e il fidanzato Hans per trasferirsi nella Villa delle Farfalle, sul lago di Como, dove anche sua madre, Margherita, si è ritirata da qualche tempo.
Madre e figlia non hanno mai avuto un rapporto particolarmente affettuoso e le cose tra loro sembrano procedere più per cortesia che per altri sentimenti, in una dimora in cui aleggiano segreti e misteri. In quel luogo è vissuta Lucrezia, nonna di Anita e madre di Margherita; una casa che, nel 1943, fu occupata dai tedeschi durante la Seconda Guerra Mondiale, una casa in cui le vite di tre persone in particolare si sono intrecciate, influendo sul presente e sul futuro.
Nei dintorni della villa, Anita incontra una bambina giapponese, Yoko, dalla meravigliosa voce. Le due legano immediatamente, come se si conoscessero da sempre, ma Margherita è scettica: non vuole che Anita e Yoko si frequentino. Eppure le due iniziano un rapporto di amicizia, saldato anche da Filippo, padre di Yoko e vedovo di Cho, che le condurrà a restaurare e riattivare il farfallario di Lucrezia.
Ci sono però ancora troppi misteri che avvolgono quel posto e, conseguentemente, il passato delle persone che lo frequentano. Anita si cimenta, perciò, nella lettura del diario di sua nonna Lucrezia, venendo a conoscenza di quel che fu e ricostruendo una catena di eventi. In poco tempo la percezione della sua stessa esistenza cambia, le sue certezze si modificano e molte domande hanno ora una risposta.
Proprio come le farfalle, dal volo leggiadro e delicato, così Anita si soffermerà sui ricordi e i sentimenti che hanno coinvolto Lucrezia, Margherita, Cho, ma anche Will, suo nonno mai conosciuto, e Yu Kari, madre di Cho. Sfogliando le pagine e analizzando le sofferenze della sua famiglia, anche Anita riuscirà, finalmente e con l'aiuto di chi le vuole realmente bene, ad esorcizzare le sue paure e a liberarsi di un enorme peso sulla coscienza che non le permetteva di spiccare il volo verso la sua seconda opportunità di felicità.


Silvia Montemurro ha creato un romanzo delicato, che affonda le radici in un recente passato intriso di sofferenza e di grandi sentimenti, oggi a volte dimenticati, sottolineando l'immenso valore dell'amore, ma anche dell'affetto famigliare, sostegno di cui ognuno ha bisogno. Il rapporto madre-figlia viene ripreso più volte come base, così come quel filo rosso del destino che lega, a volte non si sa perché, svariate persone nel corso della loro esistenza.
Sono una fan dei romanzi di Lucinda Riley e quello della Montemurro mi è piaciuto; tuttavia, avrei voluto, da lettrice curiosa e romantica quale sono, conoscere più dettagli dei protagonisti uomini che, a tratti, sembrano privi di sentimenti o incapaci di esprimerli. Sono certa che Will avrà avuto una tempesta dentro che si sarà portato fino all'ultimo giorno di vita; Filippo, sconvolto dal dolore, ha provato a rialzarsi, aprendo il suo cuore a un'altra persona che non è la madre di sua figlia; Alfonso, fratello di Lucrezia, ha amato incondizionatamente, pur non essendo ricambiato allo stesso modo. Forse una descrizione più dettagliata li avrebbe caratterizzati maggiormente, ma queste sono mie riflessioni e richieste da lettrice esigente.
In sintesi, romanzo consigliato, ma attenzione: quando vedrete una farfalla, sarete sicuramente curiose di conoscerne il nome e le caratteristiche, trovando forse qualche risposta nell'incipit di ogni capitolo.
Vi auguro una buona serata, lasciandovi con qualche frase che mi è praticolarmente piaciuta.

«Ci sono persone destinate a incontrarsi e ad amarsi, qualsiasi cosa succeda intorno a loro».

«Ci sono amori che sono come piante bellissime: crescono in mezzo al fango, inizialmente non visti. Ma poi sbocciano e tutti si rendono conto della meraviglia che si sono persi. E ne diventano quasi gelosi. Allora possono decidere: proteggere la bellezza o distruggerla. Il loro amore era così. Per quanto facessero, per quanto provassero, ci sarebbe stato sempre qualcun altro in mezzo a loro. Qualcuno poco sensibile ai fiori nati sul selciato».

«Non era una donna forte, era solo una ragazza innamorata. C'era una bella differenza. Una donna forte può sopportare tutto. Una ragazza innamorata è come una farfalla esposta al gelo dell'inverno. Le sue ali rinsecchiscono e lei muore».


«Forse non tutti possiamo avere l'amore che ci meriteremmo».

«Un segreto si può custodire fino a che non inizia a fare troppo male».

«Koi no yokan» affermò lui. [...] «È un'espressione giapponese, intraducibile nella lingua italiana. [...] È la sensazione che provi quando incontri qualcuno per la prima volta e sai che è scritto nel tuo destino. Sai che comunque andranno le cose, avrà una parte importante nella tua vita, perché ti farà innamorare».

lunedì 31 maggio 2021

Recensione di "La ladra di ricordi" di Barbara Bellomo

Buonasera amici lettori e ben ritrovati su questo piccolo spazio virtuale!
Al termine del mese di maggio, torno a scrivere la mia recensione di "La ladra di ricordi" di Barbara Bellomo, il primo di una serie che vede protagonista l'archeologa Isabella De Clio, coinvolta in casi archeologici e gialli alquanto complicati.


Cosa accomuna l'omicidio, ai giorni nostri, di una dolce, vecchia signora dalla vita irreprensibile e i grandi protagonisti dell'età repubblicana Cesare, Lepido, Cicerone, Marco Antonio, la crudele moglie Fulvia e la piccola Clodia? È quello che dovrà scoprire un terzetto stranamente assortito, chiamato in causa per l'occasione. Isabella De Clio, giovane archeologa siciliana specializzata in arte antica, è bella, volitiva, preparatissima, ma ha un motivo particolare per temere la polizia. E il fatto che l'affascinante Mauro Caccia, l'uomo che la affianca nelle indagini, sia un commissario non l'aiuta più di tanto. Con loro c'è anche Giacomo Nardi, depresso professore di museologia e beni culturali... È l'inizio di una storia che intreccia la Roma del I secolo a.C. e l'Italia contemporanea, gli antichi intrighi politici e i mediocri baroni universitari dei nostri tempi, la violenza che si nasconde tra le mura di casa e la precarietà in cui i ragazzi di oggi, anche i migliori, sono costretti a crescere e a diventare adulti.

C'è una maledizione che impregna il cammeo di Clodia: sembra quasi che il suo ultimo possessore, alla fine, muoia in un modo o nell'altro. Ed è proprio a causa di quel cammeo che la vita della signora Luisa Velio viene stroncata, appena dopo aver telefonato misteriosamente a Giacomo Nardi, professore universitario e docente presso la Fondazione di Todi. L'uomo, in seguito alla tragica morte della moglie, non si è più ripreso, vivendo ormai solo di ricordi e di archeologia, immerso nella lettura di libri che riescano a distrarlo dalla realtà. Mai si aspetterebbe di ricevere una chiamata da quella che sarebbe poi diventata la misteriosa vittima...
Giungiamo, però, alla protagonista, Isabella De Clio, giovane archeologa di 28 anni, dai lunghi capelli rossi fiammanti, studiosa presso la Fondazione, dove conduce una ricerca sui cammei. Sarà proprio lei, grazie alla sua particolare specializzazione (e tutto ha un perché) ad essere coinvolta nelle indagini condotte dall'affascinante commissario di Polizia, Mauro Caccia.


Isabella deve trovare indizi storici, prove che riescano a far individuare almeno una traccia che giustifichi la morte della donna. I cammei costituiscono la sua materia, li studia ormai da anni, tanto da essersi candidata per un posto da ricercatore, laddove le sue speranze sono ridotte al minimo: le trame di raccomandazioni, amicizie e rapporti extra infangano l'ambiente accademico, riducendolo al regno del barone di turno (e riflettendo, aggiungo, esattamente la triste realtà, italiana ed estera, almeno nel settore dell'archeologia).
Isabella non si arrende: come un vero detective interroga i potenziali indagati, ricostruendo una fitta trama, e risalendo fino a un evidente furto di cui, all'epoca, nessuno sembrava essersi accorto. Eppure l'archeologa nasconde un segreto: è cleptomane. Ogni volta che ha intenzione di ricordare un momento specifico, sottrae un oggetto che possa rievocare quanto vissuto e lo inserisce in una scatola. Quel cammeo viola, con un ippocampo ed Eros bendato raffigurati, è magnifico, iconograficamente raro, se non addirittura un unicum... ma c'è qualcos'altro legato a quel manufatto che, rubato ingenuamente da Isabella, costituirà una prova schiacciante per incastrare l'assassino.


E Mauro Caccia? L'ispettore è occupato, eppure scatta qualcosa con Isabella, la brillante studiosa che guida una moto di grossa cilindrata. Lei si è lasciata con il ragazzo che, da pochi mesi, è stato accusato di bancarotta fraudolenta; lui è sposato, ma il suo matrimonio sembra essere giunto a un punto di non ritorno. Le indagini li porteranno ad avvicinarsi molto... ma quando l'archeologia chiama, Isabella risponde, soprattutto nel momento in cui le opportunità provengono dalla Sicilia, sua terra natale. Il lavoro rimane, l'amore a volte no.


"La ladra di ricordi" è un romanzo avvincente, adatto ad ogni tipo di lettore. Le note storiche ci sono, ma rivestono il ruolo di cornice del racconto contemporaneo, permettendo così di essere scorrevole. C'è anche quel pizzico d'amore che porta qualche pagina di batticuore e di aspettativa.
E poi, forse sarò di parte, ma ho subito una immedesimazione con la collega per tanti, forse troppi aspetti, dagli intrighi universitari che ostacolano la carriera (ahimé), alla ricerca iconografica e alla passione verso il passato che mi anima ormai da una vita, fino alle note più sentimentali.
Come me, Isabella proseguirà le sue indagini... e forse la sottoscritta continuerà a trascorrere qualche ora in lettura, curiosando tra le pagine di storie senza tempo.

P.S. Grazie all'amico in divisa che mi ha consigliato questo romanzo e quelli successivi!

«Sì, Eros è spesso associato all'amore. Ma anticamente era il simbolo di ogni unione. L'unione di elementi diversi nel rispetto della loro peculiarità. Anche se sono opposti o contrastanti».
«Non è questo l'amore? L'amore con la 'A' maiuscola?» intervenne Nardi, partecipe, posando la forchetta sul piatto. «Amare senza annullare mai l'altro».

«Isabella aprì l'armadietto che per due anni aveva custodito i libri e il materiale delle sue ricerche e cominciò a svuotarlo. Era triste. E infinitamente delusa. [...] Per la prima volta, da quando lei ricordava, non sapeva cosa fare. Da due settimane era disoccupata. Al pensiero si sentì ribollire dentro. Anni di studi per ritrovarsi senza prospettive, senza aspettative e senza sogni».

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martedì 27 aprile 2021

Recensione di "Le città invisibili" di Italo Calvino

Buonasera amici, finalmente torno sul blog in un brevissimo momento di pausa e con tanti propositi, tra cui quello di tornare a lavorare su Sàkomar e "Chiaro di Luna" provando a riproporli a una casa editrice.
Chissà...
Seppure in ritardo rispetto al bravo lettore, anche io ho letto - nell'arco di questo mese - "Le città invisibili" di Italo Calvino.



Dirò la verità: non ho mai amato i libri di Calvino. Sarà perché sono stata obbligata a leggerli in tre giorni al liceo, sarà perché forse tra autore e lettore deve instaurarsi una certa sintonia che in me non è scattata all'epoca. Ma a volte è necessario espandere la propria cultura. Su suggerimento di mio padre e di un amico "fan" di Calvino, alla fine ho ceduto.

L'intero libro si basa sul racconto che Marco Polo, grande esploratore e conoscitore del mondo, espone a Kublai Khan, il noto conquistatore e condottiero mongolo.
Si susseguono, edificandosi dalle parole di Polo, città strane, fantastiche, ricche di odori, colori, sensazioni. Infatti, non è una semplice descrizione oggettiva quella che emerge da questo monologo (è dialogo solo in alcune parti) interminabile, bensì soggettiva: ogni osservatore percepisce il mondo secondo il proprio punto di vista. La realtà stessa esiste perché l'osservatore la sta guardando.
Ecco che Calvino introduce il lettore, tramite uno stratagemma fondato su due personaggi particolari, all'interno dei mondi alternativi, delle varie realtà e direi anche dell'universo quantistico.
Una stessa città per un viaggiatore può essere in un modo, ma per quello successivo tende ad essere completamente diversa.
Sono tutte città collegate tra loro quelle di Calvino, probabilmente proprio grazie all'elemento comune: Marco Polo che le ha osservate, visitate, vissute.
Eppure, chi può dire, invece, se queste stesse città di cui Polo fornisce una descrizione tanto dettagliata, esistano sul serio e non siano frutto della sua immaginazione? Chi stabilisce, infine, quale sia la realtà? Sono meno "vere" quelle città perché esistenti solo nella mente di Marco Polo?
Calvino spinge perciò a interrogarci su alcuni dei quesiti più complessi a metà tra il filosofico e la fisica pura, in un rimescolamento di realtà e fantasia che, a volte, non sembrano più così differenti tra loro.

Ora, quel che penso io: la filosofia mi è sempre piaciuta, così come ragionare su questioni come la relatività e l'esistenza di universi alternativi (chi ha letto la saga di Sàkomar saprà che non sono solo appassionata, ma piuttosto "fissata"). Non è sicuramente una lettura leggera perché nonostante le descrizioni possano sembrare ripetitive, in realtà non lo sono affatto: ogni città contiene un messaggio che l'autore vuole inviare al lettore. Proprio per questo "Le città invisibili" di Italo Calvino è un libro che deve essere letto, ma con molta molta calma, proprio come Kan e Polo che, seduti a fumare la pipa, parlano tra loro, immaginando e creando universi.


«Ormai da quel suo passato vero o ipotetico, lui è escluso; non può fermarsi; deve proseguire fino a un'altra città dove lo aspetta un altro suo passato, o qualcosa che forse era stato un suo possibile futuro e ora è il presente di qualcun altro. I futuri non realizzati sono solo rami del passato: rami secchi.

- Viaggi per rivivere il tuo passato? - era a questo punto la domanda del Kan, che poteva anche essere formulata così: - Viaggi per ritrovare il tuo futuro?
E la risposta di Marco: - L'altrove è uno specchio in negativo. Il viaggiatore riconosce il poco che è suo, scoprendo il molto che non ha avuto e non avrà».

«E' delle città come dei sogni: tutto l'immaginabile può essere sognato ma anche il sogno più inatteso è un rebus che nasconde un desiderio, oppure il suo rovescio, una paura. Le città come i sogni sono costruite di desideri e di paure, anche se il filo del loro discorso è segreto, le loro regole assurde, le prospettive ingannevoli, e ogni cosa ne nasconde un'altra».

«Pensai: si arriva a un momento della vita in cui tra la gente che si è conosciuta i morti sono più di vivi. E la mente si rifiuta d'accettare altre fisionomie, altre espressioni: su tutte le facce nuove che incontra, imprime i vecchi calchi, per ognuna trova la maschera che s'adatta di più».

«Al soffio che portava via il fumo Marco pensava ai vapori che annebbiano la distesa del mare e le catene delle motagne e al diradarsi lasciano l'aria secca e diafana svelando città lontane. Era al di là di quello schermo d'umori volatili che lo sguardo voleva giungere: la forma delle cose si distingue meglio in lontananza».


«Polo: -... Forse questo giardino affaccia le sue terrazze solo sul lago della nostra mente...
Kublai: -... e per lontano che ci portino le nostre travagliate imprese di condottieri e di mercanti, entrambi custodiamo dentro di noi quest'ombra silenziosa, questa conversazione pausata, questa sera sempre eguale. [...]
Polo: - Che i portatori, gli spaccapietre, gli spazzini [...] esistano solo perché noi li pensiamo.
Kubali: - A dire il vero, io non li penso mai.
Polo: - Allora non esistono».

«Anche a Raissa, città triste, corre un filo invisibile che allaccia un essere vivente a un altro per un attimo e si disfa, poi torna a tendersi tra punti in movimento disegnando nuove rapide figure cosicché a ogni secondo la città infelicee contiene una città felice che nemmeno sa d'esistere».

«Ma la cosa di cui volevo avvertirti è un'altra: che tutte le Berenici future sono già presenti in questo istante, avvolte l'una dentro l'altra, strette pigiate indistricabili».

«L'inferno dei viventi non è qualcosa che sarà; se ce n'è uno, è quello che è già qui, l'inferno che abitiamo tutti i giorni, che formiamo stando insieme. Due modi ci sono per non soffrire. Il primo riesce facile a molti: accettare l'inferno e diventarne parte fino al punto di non vederlo più. Il secondo è rischioso ed esige attenzione e apprendimento continui: cercare e saper riconoscere chi e cosa, in mezzo all'inferno, non è inferno, e farlo durare, e dargli spazio».

domenica 28 febbraio 2021

Recensione di "Un angelo per sempre" di Federica Bosco

Buonasera amici e buona domenica! In questo periodo piuttosto intenso, ci sono sempre fortunatamente i libri a salvarmi e, in quest'ultimo mese, ho dato spazio a "Un angelo per sempre" di Federica Bosco, il quarto libro della saga che aveva visto protagonista Mia, adolescente con una passione sfrenata per la danza, innamorata del suo Patrick, venuto a mancare troppo presto e trasformatosi in un angelo.
Ero stata molto presa dalla trilogia e, come tutte le lettrici, ne ero uscita con il cuore spezzato dalla scomparsa definitiva di Patrick dalla vita di Mia. Questo proseguimento non me lo sarei aspettato.



Trama: Mia ha ventiquattro anni, balla con l'American Ballet Theatre di New York e vive con Adam. Ma il loro iniziale idillio pare essersi trasformato in ben altro: si vedono poco, quando sono insieme spesso litigano, le reciproche carriere li hanno messi di fronte a molte difficoltà. Adam non è riuscito a sfondare davvero, mentre Mia, che ha lavorato duramente, è prossima a un traguardo. Ecco però che quando l'obiettivo sembra a portata di mano, un imprevisto ferma i suoi piani e la getta nello sconforto più nero. Ma a volte la vita offre inattese opportunità e apre porte che non si credeva esistessero: quella che sembrava una battuta d'arresto può trasformarsi in un'occasione per pensare, per allentare la tensione che la stritola, per riflettere sulla strada che ha scelto di percorrere e magari per riscrivere il futuro. Tanto più se il destino ha deciso di riservarle un incontro molto speciale. Con qualcuno che le ricorda in tutto e per tutto una persona che appartiene a un passato lontano, molto lontano...


Ventiquattro anni e tanti sacrifici, hanno condotto Mia a New York dove lavora all'American Ballet Theatre e convive con Adam.
Il passato sembra ormai lontano e Mia si allena duramente per un magnifico passo a due che conferirà allo spettacolo quel tocco in più e a lei il ruolo di grande ballerina. Eppure, a volte le cose non vanno come dovrebbero. Mia sta per essere investita da un taxi, quando viene scaraventata a terra con un duro colpo che le provocherà contusioni, fratture e l'esclusione dal balletto.
Ma chi ha salvato Mia da morte certa? Lei non può credere ai suoi occhi perché il ragazzo che le si presenta si chiama Nathan ed è la fotocopia di Patrick. In tutta la sua potenza quel passato lasciato in un angolino riemerge, travolgendola. E se Patrick non fosse morto? O se, in qualche modo, si fosse reincarnato? Le coincidenze sono troppe, così come le cose in comune.
Intanto il rapporto con Adam va in crisi: lui è diventato un tossicodipendente, cedendo alle sue debolezze causate dalla grossa pressione lavorativa.
Mia si trova a un bivio: proseguire con la sua esistenza allenandosi per riprendere a ballare, sopportando intanto Adam e aiutandolo a uscire da quella situazione, oppure ricominciare da capo, con un sogno più grande, in un altro luogo con un altro uomo.
La nostra ballerina non è tipo da arrendersi facilmente e proprio per questo guarda verso quel futuro incerto, che al contempo la incuriosisce facendole ritrovare speranze, radici e amore.



Ero molto felice di aver acquistato questo quarto libro, anche se nelle "riprese" post trilogie conclusive non ci credo molto. E infatti, purtroppo, la mia impressione è stata confermata.
Ho trovato la narrazione scorrevole come sempre, ma eccessivamente concentrata sul ballo e sui tecnicismi nei primi dieci capitoli circa. Nathan, Fran, Nina e tutti i personaggi che ruotano intorno a Mia hanno fatto sì che scattasse quella scintilla per far sbloccare un racconto che sembrava un tantino bloccato; tuttavia, ho trovato molte scene totalmente ripetitive. Mia in ospedale, Mia salvata dalla copia di Patrick (o da Patrick stesso? Non lo sapremo mai), i luoghi del passato e Mia che torna a Londra, ripercorrendo in un certo senso le tappe prima di intraprendere una strada diversa.
La suspense è costituita dal soggetto di Nathan: questo ragazzo era in Marina, come Patrick, ma poi ha avuto un incidente e ha perso irrimediabilmente la memoria, finendo per fare il pompiere. E' talmente uguale a Patrick da sembrare lui; molti segni - anche soprannaturali - sembrerebbero confermarlo, eppure... eppure il lettore rimarrà con il dubbio. In fin dei conti, Patrick o no, Mia ne è innamorata lo stesso.
Per le fan sarà un ritorno all'interno di una storia che ha appassionato sicuramente, toccando tasti nostalgici, ma penso che Federica Bosco abbia scritto questo nuovo capitolo più per accontentare le lettrici che non si erano mai arrese al fatto che Mia si mettesse con Adam e il fantasma di Patrick sparisse per sempre, piuttosto che per una necessità di completamento o di innovazione della saga.


Indubbiamente gli insegnamenti trasmessi da Mia rimangono: seguire sempre le proprie passioni e realizzarsi nella propria vocazione; seguire sempre il proprio cuore, anche quando tutto sembra andarci contro; non arrendersi mai perché c'è sempre una piccola speranza accesa da qualche parte.


«Dalla notte dei tempi poeti, musicisti e scrittori avevano tentato di definire l'amore, di dargli un colore, una forma, una struttura fisica, per riuscire a ovviare alla mancanza di un foglietto illustrativo che ti spiega se i sintomi sono giusti, se quell'improvviso sentirsi confusi, insicuri, goffi, imbarazzati, con le gambe di gelatina e il cuore scoperto siano normali o stiano succedendo solo a te, ma senza successo. Nessuno sa spiegare perché improvvisamente ti senti così bene, di un bene quasi artificiale, chimico, come se avessi provato una droga sintetica, un trip con l'LSD. Tutto splende, i colori sono più vividi, i profumi, i suoni, la gente che incontri è più bella e anche tu lo sei, la tua pelle è più luminosa, i capelli splendono, e gli altri se ne accorgono. Sorridi, non fai che sorridere e fantasticare e sognare, e ami il mondo, ami la tua vita e ami lui, e il modo in cui ti fa sentire. Ed è la trappola più pericolosa che ci sia. Hai appena delegato il tuo benessere a qualcun altro che in ogni momento, semplicemente per il fatto di essere altro da te, ti delude con una semplice disattenzione, una risposta diversa da quella che ti aspettavi [..]».

«Non tutti hanno la fortuna di fare quello che amano, e se incidentalmente il lavoro che fai ai massimi livelli è anche il più bello del mondo, hai un debito nei confronti della vita e del destino».

«[...] l'amore ti salva la vita se glielo permetti».

«"Io credo che l'amore sia come il ragù", rispose riflettendo. "Sembra una ricetta facile, invece ci vuole un sacco di cura perché riesca bene [...]"».

«Quando qualcuno muore sparisce solo dalla tua vita, non dal tuo cuore».


domenica 7 febbraio 2021

Recensione di "La faccia delle nuvole" di Erri De Luca

A volte capita che ti innamori di un libro aprendone una pagina, magari di fretta, mentre stai uscendo dalla libreria perché sei in ritardo. A volte la copertina non ti attrae immediatamente, ma ti fa pensare e, solo dopo aver ben compreso il messaggio insito nella narrazione, riesci a decodificarla.
Mi è accaduto proprio questo con "La faccia delle nuvole" di Erri De Luca. Come scrissi tempo fa, non conoscevo questo autore, finché un caro amico non mi regalò "I pesci non chiudono gli occhi". Da allora, mi piace imbattermi in tematiche di riflessione che, molto spesso, riguardano pensieri diversi dai miei.


Trama: Continua il dialogo tra Miriàm e Iosèf. Continua con il loro esilio in Egitto, il bambino carico di doni e di pericoli. Oro, incenso, mirra e scannatori di Erode, il Nilo e il Giordano, la falegnameria e la croce: la famiglia più raffigurata del mondo affronta lo sbaraglio prestabilito. In ogni nuova creatura si cercano somiglianze per vedere in lei un precedente conosciuto. Invece è meravigliosamente nuova e sconosciuta. Ogni nuova creatura ha la faccia delle nuvole.

Ho quindi aperto il libro, sfogliato qualche pagina controllando l'orologio per essere sicura di non arrivare in ritardo al lavoro... e mi sono imbattuta in un dialogo tra Miriàm e Iosèf, Maria e Giuseppe, proprio quei due che ho sempre sentito nominare nel Nuovo Testamento. E si sa, un'archeologa cristiana, tanto più se iconografa, li conosce come se li avesse incontrati davvero.
Non sapevo che Erri De Luca avesse tradotto alcuni libri delle Scritture, ma effettivamente questa sua esperienza emerge palesemente dalle righe di questo volumetto, soprattutto quando si sofferma sull'etimologia di alcune parole, confrontando le traduzioni che sono giunte a noi e i testi ebraici.
Il dialogo tra Giuseppe e Maria inizia proprio dalla nascita di Gesù (Ieshu), un evento che il povero Giuseppe attendeva ma cui non riusciva a fornire risposte esaurienti. Eppure, si fida ciecamente di sua moglie Maria, saggia e dallo sguardo illuminato. Quell'esserino che tiene tra le braccia ha già una storia, ancor prima di iniziare a vivere, un destino di cui si parla da secoli.


Erri De Luca, però, non scrive un saggio in ottica esclusivamente cristiana: prende atto del ruolo che Gesù rivestirà per la religione, ma analizza il tutto da un punto di vista umano.
Maria, Giuseppe e Gesù sono ritratti come una normalissima famiglia. Preoccupati per quel che accade a causa di Erode (la strage degli innocenti), fuggono, sono profughi in cerca di un riparo sicuro.
E ancora, quel bambino speciale - cui Giuseppe insegna il mestiere di falegname - si ritrova a parlare con i saggi nel Tempio, stupendo sia il padre che la madre.
Ho letto i Vangeli Apocrifi e molti degli aspetti in essi esposti vengono rielaborati e inseriti da De Luca in questo libro: l'umanità di Cristo, quella stessa umanità che viene lasciata sempre in secondo piano rispetto alla divinità. E allora tutto si ricollega con la copertina in cui si notano i dettagli dell'epidermide, della carne. In Cristo sono unite divinità e umanità, in una duplice natura. La mia essenza di studiosa non potrà far altro che ricollegare il tutto a un fatto storico, quello del Concilio di Efeso del 431, in cui veniva proclamata e stabilita - combattendo l'eresia di Nestorio - l’unità e l’unicità della Persona divina di Cristo e così anche la maternità di Maria, estesa a tutta la sua persona non umana ma divina.
Erri De Luca si pone all'esterno, un narratore che guarda i fatti svolgersi con umanità e con un punto di vista terreno. Gesù si pone anche in un periodo particolare, quello delle rivolte giudaiche. Si aspettava un Messia, qualcuno che venisse a liberare il popolo ebraico dall'oppressione di Roma. I romani lo osservavano con sospetto, eppure Gesù non fece mai nulla di equivoco; il suo era un messaggio di pace, ma forse il destino che, da sempre, lo aveva rivestito era riuscito, infine, ad avverarsi.
«Basta con questa favola, nostro figlio non ha la faccia delle nuvole che cambiano forma e profilo secondo il vento». Gesù non somiglia a nessuno, solo a se stesso, eppure pesava l'aspettativa della gente su di lui, di chi credeva nelle profezie, cui alla fine si trovò una corrispondenza.


In queste pagine c'è conoscenza della storia romana, di quella ebraica, della cultura di quel tempo e ovviamente delle Scritture; c'è una mentalità tipica che scorre sotterranea ed emerge attraverso profezie e credenze tramandate nel tempo; c'è la storia di una famiglia, vissuta in armonia fino a un certo punto, quando tutto il resto ha preso il sopravvento; c'è la storia di un uomo, che aveva in sé un aspetto divino, compreso da alcuni, invisibile a molti, manifestatosi solo dopo la morte.
Erri De Luca, infine, collega gli episodi salienti della vita di Gesù e della sua famiglia con un messaggio sociale e contemporaneo, forse con qualche parallelismo, che ogni lettore sarà libero di commentare a modo suo.

martedì 2 febbraio 2021

Recensione di "Quanto blu" di Percival Everett

Buongiorno lettori e bentornati su questo blog! Siamo ormai agli inizi di febbraio, il consueto gelo invernale non è ancora terminato... e vi confesserò di aver ceduto all'offerta di La Feltrinelli: due libri con copertina del lettore (che trasmette anche molto calore).

Oggi provo a farvi immergere in un quadro, un'enorme tela, in cui i toni del blu sono abilmente mescolati. Ma cosa vogliono comunicare? Andiamo a scoprirlo.



Kevin Pace è un artista e lavora da tempo a un dipinto che non lascia vedere a nessuno: non ai figli, non al migliore amico Richard e neppure a sua moglie Linda. Questa enorme tela di quattro metri per sette, interamente ricoperta da strati di vernice blu di diverse sfumature, potrebbe essere infine il suo capolavoro. Kevin non sa ancora dirlo o, meglio, non gli interessa, perso com'è nel suo passato di cui questo quadro sembra essere una sintesi, un'enigmatica e incomprensibile rappresentazione. Perché Kevin custodisce un segreto: dieci anni fa, a Parigi, ha avuto una relazione con una giovane pittrice e, seppur oggi non riesca a spiegarsi cosa lo mosse allora, il fantasma della ragazza e le bugie raccontate per anni non smettono di assediarlo. Mentre combatte con i demoni della sua memoria, Kevin deve difendere i sacrifici fatti in nome dell'arte e proteggere la sua famiglia da ciò che non hai mai avuto il coraggio di rivelare: il suo quadro, che racchiude un'indicibile verità, potrebbe essere la sua salvezza, o la sua condanna definitiva.

Questo romanzo mi ispirava da tempo e da mesi entravo in libreria, lo sfogliavo, leggevo instancabilmente qualche riga, lo rimettevo al suo posto e lo salutavo, con la promessa di tornare ad acquistarlo. E alla fine l'ho letto. Tutto, ogni singola riga, ogni pagina, ogni sensazione stampata.
Percival Everett ci trasporta all'interno dell'animo di Kevin Pace, un pittore contemporaneo, un astrattista. Si sa, gli artisti possiedono sempre quel tormento che li rende inquieti, creativi, e Kevin non fa eccezione. Ma cosa si cela dentro di lui e, sopratutto, in quel dipinto misterioso che tiene nel suo scantinato, lontano dagli occhi di familiari e amici?
Il racconto in prima persona si svolge in tre diversi tempi e luoghi: Philadelphia, ai giorni nostri, dove Kevin abita con la famiglia; Parigi, una decina di anni prima; 1979, a El Salvador.


Per ogni epoca esiste un segreto: la promessa fatta e mantenuta (ma che avrebbe, forse, dovuto spezzare) ad April, sua figlia, riguardo la gravidanza inaspettata e indesiderata; un amore fresco e troppo giovane per Victoire, pittrice; gli orrori della guerra civile, la morte davanti agli occhi e una legittima difesa che equivale a una macchia nell'animo, a un omicidio.
A tutto questo si aggiungano i problemi che ogni uomo può affrontare nell'arco della propria vita: un matrimonio apparentemente felice che nasconde la mancanza del vero amore; l'alcolismo, abbandonato, poi ripreso, per non pensare, per dimenticare; la voglia di evadere da una vita che sta stretta, che forse non si è scelta completamente in maniera consapevole; l'ardore di un amore puro, che si è costretti ad abbandonare a causa delle convenzioni sociali.
C'è chi quest'ultima esperienza la chiama "crisi di mezza età". Molti uomini (e anche donne) ne soffrono: l'eterno Peter Pan che riemerge dal corpo di un uomo e insegue la giovinezza, finendo per invischiarsi in una storia con l'amante più giovane. A volte, però, capita - come nel caso di Kevin - che si conosca il vero amore, lo si conosca tardi, lo si percepisca con la persona in quel momento sbagliata che non corrisponde alla donna scelta come propria compagna di vita... soprattutto se sei un uomo che si è sposato per avere sicurezze, non per sentimento. E Victoire cosa rappresenta? La freschezza, la libertà, la purezza di spirito che Kevin aveva perso tanti anni prima. Perdersi nel suo amore significa anche dissetarsi. Victoire è la spuma bianca a riva lasciata da un oceano profondamente blu.


E Linda allora? Il porto sicuro, la madre dei figli, un sentimento molto più simile a un grande affetto che a un sincero amore. Perché se è vero che per rimanere insieme bisogna superare le difficoltà che il matrimonio pone davanti (e sono tante), è anche vero che occorra un sentimento saldo e sincero.
Kevin appare spesso come un uomo solitario, perso in un'altra dimensione: egli trova conforto nella pittura, attraverso la quale può esprimersi e liberare la propria anima dai pesi che la tengono ancorata a terra; quella stessa pittura che gli permette, almeno per un po', di vivere la vita di cui aveva bisogno, non quella in cui - per scelte a volte frettolose e non ponderate - si è ritrovato.

"Quanto blu" è un romanzo particolare, al confine tra il genere narrativo e quello psicologico, che pone di fronte ai problemi più comuni, vissuti con intensità, a volte senza soluzione, delineando probabilmente il profilo di ogni essere umano.

Dalle righe che avevo letto qua e là durante le mie visite in libreria, avevo avuto l'impressione di trovarmi davanti a un romanzo diverso. Ho personalmente percepito come piuttosto pesante, seppur ben scritta, la parte relativa al 1979: quella guerra civile, con tutti gli orrori connessi, scorre lentamente (a volte troppo), nonostante rimanga impressa - come credo sia stata intenzione dell'autore - nella mente del lettore. Avrei forse voluto immergermi in una lettura più leggera, seppur con i suoi dovuti approfondimenti. Ad ogni modo, "Quanto blu" è sicuramente un bel romanzo che pone vari spunti di riflessione, certamente consigliato a un determinato genere di lettore.


«Lo dicevano spesso, che io evitavo il blu. Ed era vero. Quel colore mi metteva in crisi. Non riuscivo a controllarlo. C’era quasi sempre come una base di calore nella mano di fondo, ma in superficie non si vedeva mai, non era mai più che un’idea in nessun quadro. E sebbene il blu sia tanto piacevole, sia un colore gradito o amato da molti - nessuno odia il blu - non lo potevo usare. Il colore della fedeltà, della lealtà, l’argomento dei filosofi, il nome di una forma musicale... ma il blu non era mio. E per estensione nemmeno il verde. Di fatto, in giapponese e in coreano il blu e il verde hanno lo stesso nome. E benché il cielo sia blu, in quanto colore agli umani è arrivato tardi».
«Ero arrivato ad amare il potere dei segreti e vedevo ogni quadro come un segreto in attesa di esseree svelato».

«Le sfiorai una guancia. "Sei amorevole, sei un color puro". "Amorevole, è una parola interessante". "Sì, vero?". Mi prese la mano. Le chiesi: "Allora che cos'è questo... noi, che cosa abbiamo?". "L'amore". "L'amore" ripetei come in ascolto di quella parola. "È una parola così grossa". "Tu amami e basta" lei mi disse. "Ti amo"».

«Tieni un segreto abbastanza a lungo e non potrà più essere svelato, o semplicemente non lo sarà». 

sabato 16 gennaio 2021

Recensione di "Matrimonio di convenienza" di Felicia Kingsley

Buongiorno e buon sabato amici! Mentre fuori è una bellissima e (tanto) gelida giornata di gennaio, mi trovo in modalità lettrice compulsiva contornata da libri. Non posso farci nulla, è più forte di me. I libri mi danno conforto, con quelle storie sempre nuove che non aspettano altro se non essere sfogliate, lette, vissute.

Vi parlerò dell'ultimo libro facente parte della mia altissima pila di romanzi sul comodino.


Trama: Jemma fa la truccatrice teatrale, vive in un seminterrato a Londra e colleziona insuccessi in amore. Un giorno però riceve una telefonata dal suo avvocato che potrebbe cambiarle la vita: la nonna Catriona, la stessa che ha diseredato sua madre per aver sposato un uomo qualunque e senza titolo nobiliare, ha lasciato a lei un'enorme ricchezza. Ma a una condizione: che sposi un uomo di nobili natali. Il caso vuole che l'avvocato di Jemma segua un cliente che non naviga proprio in acque tranquille: Ashford, il dodicesimo duca di Burlingham, è infatti al verde e rischia di perdere, insieme ai beni di famiglia, anche il titolo. Ashford è un duca, Jemma ha molti soldi. Ashford ha bisogno di liquidi, Jemma di un blasone... Ma cosa può avere in comune la figlia di una simpatica coppia hippy, che ama girare per casa nuda, con un compassato lord inglese? Apparentemente nulla... Il loro non sarà altro che un matrimonio di convenienza, un'unione di facciata per permettere a entrambi di ottenere ciò che vogliono. Ma Jemma non immagina cosa l'aspetta, una volta arrivata nella lussuosa residenza dei Burlingham: galateo, formalità, inviti, ricevimenti e un'odiosa suocera aristocratica. E a quel punto sarà guerra aperta...

Le famiglie nobili, si sa, hanno spesso ceduto a matrimoni combinati per ottenere il potere, le ricchezze e un erede (possibilmente maschio). La storia è piena di episodi di questo tipo... ma a Burligham la situazione è un po' diversa: il neo duca, Ashford, vive nel lusso, eppure è uno squattrinato, costretto a vendere le sue proprietà, nonostante sua madre pensi di poter proseguire a condurre lo stile di vita di sempre; Jemma, invece, che ha condotto un'esistenza modesta, lavorando come truccatrice di una compagnia teatrale e vivendo con i suoi eccentrici genitori - Carly e Vance - in uno scantinato di Londra, si ritrova ricchissima grazie all'eredità di sua nonna, Catriona, a patto che sposi un nobile.

Sia Jemma che Ashford sono incastrati in un problema che non riescono a risolvere... o forse sì? Il loro avvocato di fiducia, conoscenza comune, ha la brillante idea di farli sposare, portando così un vantaggio a entrambi. Jemma va a vivere a Denby Hall, dove ad attenderla c'è la detestabile Delphina, duchessa madre, la servitù e una serie di maniere a lei totalmente sconosciute. La neo duchessa, piombata dal nulla, non può presentarsi con i capelli fucsia, i suoi modi fuori luogo ed essere, per giunta, un sfegatata tifosa di calcio! I novelli sposi, perciò, decidono di vivere sotto lo stesso tetto, inventando la storia della conoscenza improvvisa e della passione esplosa che ha condotto a un matrimonio lampo... ma c'è una clausola: ognuno proseguirà a fare la sua vita, ignorandosi a vicenda, e il divorzio sarà l'opzione contemplata quando le cose si saranno assestate. Eppure... come può esserci indifferenza laddove un'attrazione crescente è mascherata da duello combatturo a colpi di battute pungenti?

Tra feste, balli, ricevimenti Jemma finisce inaspettatamente per voler migliorare, chiedendo al servizievole maggiordomo ripetizioni di letteratura, lingue, buone maniere; e Ashford si ritroverà a guardare oltre il suo mondo ovattato, cercando quella spensieratezza che gli mancava e che Jemma ha finalmente portato con sé.

Il rapporto conflittuale di Jemma e Ashfor esplode oltre la metà del libro in una bella storia d'amore, intrisa sempre e comunque di ironia, cui fanno da contorno Harring e Cécile (rispettivamente amici di Ashford e Jemma), Delphina, Carly e Vance.

Alcune scene mi hanno ricordato il noto film Disney "Pretty Princess" e devo dire che più di una volta Felicia Kingsley mi ha strappato qualche risata. La narrazione è scorrevole, divertente, romantica, senza eccessi. Unica nota: ho trovato troppo lunga l'ambientazione di Jemma a Denby Hall che, personalmente, avrei accorciato di qualche capitolo per evitare alcuni episodi forse un po' ripetitivi. Complessivamente, è un romanzo assolutamente consigliato per tutte coloro che necessitano di un attimo di pausa e di un bel po' di sorrisi.