domenica 7 febbraio 2021

Recensione di "La faccia delle nuvole" di Erri De Luca

A volte capita che ti innamori di un libro aprendone una pagina, magari di fretta, mentre stai uscendo dalla libreria perché sei in ritardo. A volte la copertina non ti attrae immediatamente, ma ti fa pensare e, solo dopo aver ben compreso il messaggio insito nella narrazione, riesci a decodificarla.
Mi è accaduto proprio questo con "La faccia delle nuvole" di Erri De Luca. Come scrissi tempo fa, non conoscevo questo autore, finché un caro amico non mi regalò "I pesci non chiudono gli occhi". Da allora, mi piace imbattermi in tematiche di riflessione che, molto spesso, riguardano pensieri diversi dai miei.


Trama: Continua il dialogo tra Miriàm e Iosèf. Continua con il loro esilio in Egitto, il bambino carico di doni e di pericoli. Oro, incenso, mirra e scannatori di Erode, il Nilo e il Giordano, la falegnameria e la croce: la famiglia più raffigurata del mondo affronta lo sbaraglio prestabilito. In ogni nuova creatura si cercano somiglianze per vedere in lei un precedente conosciuto. Invece è meravigliosamente nuova e sconosciuta. Ogni nuova creatura ha la faccia delle nuvole.

Ho quindi aperto il libro, sfogliato qualche pagina controllando l'orologio per essere sicura di non arrivare in ritardo al lavoro... e mi sono imbattuta in un dialogo tra Miriàm e Iosèf, Maria e Giuseppe, proprio quei due che ho sempre sentito nominare nel Nuovo Testamento. E si sa, un'archeologa cristiana, tanto più se iconografa, li conosce come se li avesse incontrati davvero.
Non sapevo che Erri De Luca avesse tradotto alcuni libri delle Scritture, ma effettivamente questa sua esperienza emerge palesemente dalle righe di questo volumetto, soprattutto quando si sofferma sull'etimologia di alcune parole, confrontando le traduzioni che sono giunte a noi e i testi ebraici.
Il dialogo tra Giuseppe e Maria inizia proprio dalla nascita di Gesù (Ieshu), un evento che il povero Giuseppe attendeva ma cui non riusciva a fornire risposte esaurienti. Eppure, si fida ciecamente di sua moglie Maria, saggia e dallo sguardo illuminato. Quell'esserino che tiene tra le braccia ha già una storia, ancor prima di iniziare a vivere, un destino di cui si parla da secoli.


Erri De Luca, però, non scrive un saggio in ottica esclusivamente cristiana: prende atto del ruolo che Gesù rivestirà per la religione, ma analizza il tutto da un punto di vista umano.
Maria, Giuseppe e Gesù sono ritratti come una normalissima famiglia. Preoccupati per quel che accade a causa di Erode (la strage degli innocenti), fuggono, sono profughi in cerca di un riparo sicuro.
E ancora, quel bambino speciale - cui Giuseppe insegna il mestiere di falegname - si ritrova a parlare con i saggi nel Tempio, stupendo sia il padre che la madre.
Ho letto i Vangeli Apocrifi e molti degli aspetti in essi esposti vengono rielaborati e inseriti da De Luca in questo libro: l'umanità di Cristo, quella stessa umanità che viene lasciata sempre in secondo piano rispetto alla divinità. E allora tutto si ricollega con la copertina in cui si notano i dettagli dell'epidermide, della carne. In Cristo sono unite divinità e umanità, in una duplice natura. La mia essenza di studiosa non potrà far altro che ricollegare il tutto a un fatto storico, quello del Concilio di Efeso del 431, in cui veniva proclamata e stabilita - combattendo l'eresia di Nestorio - l’unità e l’unicità della Persona divina di Cristo e così anche la maternità di Maria, estesa a tutta la sua persona non umana ma divina.
Erri De Luca si pone all'esterno, un narratore che guarda i fatti svolgersi con umanità e con un punto di vista terreno. Gesù si pone anche in un periodo particolare, quello delle rivolte giudaiche. Si aspettava un Messia, qualcuno che venisse a liberare il popolo ebraico dall'oppressione di Roma. I romani lo osservavano con sospetto, eppure Gesù non fece mai nulla di equivoco; il suo era un messaggio di pace, ma forse il destino che, da sempre, lo aveva rivestito era riuscito, infine, ad avverarsi.
«Basta con questa favola, nostro figlio non ha la faccia delle nuvole che cambiano forma e profilo secondo il vento». Gesù non somiglia a nessuno, solo a se stesso, eppure pesava l'aspettativa della gente su di lui, di chi credeva nelle profezie, cui alla fine si trovò una corrispondenza.


In queste pagine c'è conoscenza della storia romana, di quella ebraica, della cultura di quel tempo e ovviamente delle Scritture; c'è una mentalità tipica che scorre sotterranea ed emerge attraverso profezie e credenze tramandate nel tempo; c'è la storia di una famiglia, vissuta in armonia fino a un certo punto, quando tutto il resto ha preso il sopravvento; c'è la storia di un uomo, che aveva in sé un aspetto divino, compreso da alcuni, invisibile a molti, manifestatosi solo dopo la morte.
Erri De Luca, infine, collega gli episodi salienti della vita di Gesù e della sua famiglia con un messaggio sociale e contemporaneo, forse con qualche parallelismo, che ogni lettore sarà libero di commentare a modo suo.

martedì 2 febbraio 2021

Recensione di "Quanto blu" di Percival Everett

Buongiorno lettori e bentornati su questo blog! Siamo ormai agli inizi di febbraio, il consueto gelo invernale non è ancora terminato... e vi confesserò di aver ceduto all'offerta di La Feltrinelli: due libri con copertina del lettore (che trasmette anche molto calore).

Oggi provo a farvi immergere in un quadro, un'enorme tela, in cui i toni del blu sono abilmente mescolati. Ma cosa vogliono comunicare? Andiamo a scoprirlo.



Kevin Pace è un artista e lavora da tempo a un dipinto che non lascia vedere a nessuno: non ai figli, non al migliore amico Richard e neppure a sua moglie Linda. Questa enorme tela di quattro metri per sette, interamente ricoperta da strati di vernice blu di diverse sfumature, potrebbe essere infine il suo capolavoro. Kevin non sa ancora dirlo o, meglio, non gli interessa, perso com'è nel suo passato di cui questo quadro sembra essere una sintesi, un'enigmatica e incomprensibile rappresentazione. Perché Kevin custodisce un segreto: dieci anni fa, a Parigi, ha avuto una relazione con una giovane pittrice e, seppur oggi non riesca a spiegarsi cosa lo mosse allora, il fantasma della ragazza e le bugie raccontate per anni non smettono di assediarlo. Mentre combatte con i demoni della sua memoria, Kevin deve difendere i sacrifici fatti in nome dell'arte e proteggere la sua famiglia da ciò che non hai mai avuto il coraggio di rivelare: il suo quadro, che racchiude un'indicibile verità, potrebbe essere la sua salvezza, o la sua condanna definitiva.

Questo romanzo mi ispirava da tempo e da mesi entravo in libreria, lo sfogliavo, leggevo instancabilmente qualche riga, lo rimettevo al suo posto e lo salutavo, con la promessa di tornare ad acquistarlo. E alla fine l'ho letto. Tutto, ogni singola riga, ogni pagina, ogni sensazione stampata.
Percival Everett ci trasporta all'interno dell'animo di Kevin Pace, un pittore contemporaneo, un astrattista. Si sa, gli artisti possiedono sempre quel tormento che li rende inquieti, creativi, e Kevin non fa eccezione. Ma cosa si cela dentro di lui e, sopratutto, in quel dipinto misterioso che tiene nel suo scantinato, lontano dagli occhi di familiari e amici?
Il racconto in prima persona si svolge in tre diversi tempi e luoghi: Philadelphia, ai giorni nostri, dove Kevin abita con la famiglia; Parigi, una decina di anni prima; 1979, a El Salvador.


Per ogni epoca esiste un segreto: la promessa fatta e mantenuta (ma che avrebbe, forse, dovuto spezzare) ad April, sua figlia, riguardo la gravidanza inaspettata e indesiderata; un amore fresco e troppo giovane per Victoire, pittrice; gli orrori della guerra civile, la morte davanti agli occhi e una legittima difesa che equivale a una macchia nell'animo, a un omicidio.
A tutto questo si aggiungano i problemi che ogni uomo può affrontare nell'arco della propria vita: un matrimonio apparentemente felice che nasconde la mancanza del vero amore; l'alcolismo, abbandonato, poi ripreso, per non pensare, per dimenticare; la voglia di evadere da una vita che sta stretta, che forse non si è scelta completamente in maniera consapevole; l'ardore di un amore puro, che si è costretti ad abbandonare a causa delle convenzioni sociali.
C'è chi quest'ultima esperienza la chiama "crisi di mezza età". Molti uomini (e anche donne) ne soffrono: l'eterno Peter Pan che riemerge dal corpo di un uomo e insegue la giovinezza, finendo per invischiarsi in una storia con l'amante più giovane. A volte, però, capita - come nel caso di Kevin - che si conosca il vero amore, lo si conosca tardi, lo si percepisca con la persona in quel momento sbagliata che non corrisponde alla donna scelta come propria compagna di vita... soprattutto se sei un uomo che si è sposato per avere sicurezze, non per sentimento. E Victoire cosa rappresenta? La freschezza, la libertà, la purezza di spirito che Kevin aveva perso tanti anni prima. Perdersi nel suo amore significa anche dissetarsi. Victoire è la spuma bianca a riva lasciata da un oceano profondamente blu.


E Linda allora? Il porto sicuro, la madre dei figli, un sentimento molto più simile a un grande affetto che a un sincero amore. Perché se è vero che per rimanere insieme bisogna superare le difficoltà che il matrimonio pone davanti (e sono tante), è anche vero che occorra un sentimento saldo e sincero.
Kevin appare spesso come un uomo solitario, perso in un'altra dimensione: egli trova conforto nella pittura, attraverso la quale può esprimersi e liberare la propria anima dai pesi che la tengono ancorata a terra; quella stessa pittura che gli permette, almeno per un po', di vivere la vita di cui aveva bisogno, non quella in cui - per scelte a volte frettolose e non ponderate - si è ritrovato.

"Quanto blu" è un romanzo particolare, al confine tra il genere narrativo e quello psicologico, che pone di fronte ai problemi più comuni, vissuti con intensità, a volte senza soluzione, delineando probabilmente il profilo di ogni essere umano.

Dalle righe che avevo letto qua e là durante le mie visite in libreria, avevo avuto l'impressione di trovarmi davanti a un romanzo diverso. Ho personalmente percepito come piuttosto pesante, seppur ben scritta, la parte relativa al 1979: quella guerra civile, con tutti gli orrori connessi, scorre lentamente (a volte troppo), nonostante rimanga impressa - come credo sia stata intenzione dell'autore - nella mente del lettore. Avrei forse voluto immergermi in una lettura più leggera, seppur con i suoi dovuti approfondimenti. Ad ogni modo, "Quanto blu" è sicuramente un bel romanzo che pone vari spunti di riflessione, certamente consigliato a un determinato genere di lettore.


«Lo dicevano spesso, che io evitavo il blu. Ed era vero. Quel colore mi metteva in crisi. Non riuscivo a controllarlo. C’era quasi sempre come una base di calore nella mano di fondo, ma in superficie non si vedeva mai, non era mai più che un’idea in nessun quadro. E sebbene il blu sia tanto piacevole, sia un colore gradito o amato da molti - nessuno odia il blu - non lo potevo usare. Il colore della fedeltà, della lealtà, l’argomento dei filosofi, il nome di una forma musicale... ma il blu non era mio. E per estensione nemmeno il verde. Di fatto, in giapponese e in coreano il blu e il verde hanno lo stesso nome. E benché il cielo sia blu, in quanto colore agli umani è arrivato tardi».
«Ero arrivato ad amare il potere dei segreti e vedevo ogni quadro come un segreto in attesa di esseree svelato».

«Le sfiorai una guancia. "Sei amorevole, sei un color puro". "Amorevole, è una parola interessante". "Sì, vero?". Mi prese la mano. Le chiesi: "Allora che cos'è questo... noi, che cosa abbiamo?". "L'amore". "L'amore" ripetei come in ascolto di quella parola. "È una parola così grossa". "Tu amami e basta" lei mi disse. "Ti amo"».

«Tieni un segreto abbastanza a lungo e non potrà più essere svelato, o semplicemente non lo sarà». 

sabato 16 gennaio 2021

Recensione di "Matrimonio di convenienza" di Felicia Kingsley

Buongiorno e buon sabato amici! Mentre fuori è una bellissima e (tanto) gelida giornata di gennaio, mi trovo in modalità lettrice compulsiva contornata da libri. Non posso farci nulla, è più forte di me. I libri mi danno conforto, con quelle storie sempre nuove che non aspettano altro se non essere sfogliate, lette, vissute.

Vi parlerò dell'ultimo libro facente parte della mia altissima pila di romanzi sul comodino.


Trama: Jemma fa la truccatrice teatrale, vive in un seminterrato a Londra e colleziona insuccessi in amore. Un giorno però riceve una telefonata dal suo avvocato che potrebbe cambiarle la vita: la nonna Catriona, la stessa che ha diseredato sua madre per aver sposato un uomo qualunque e senza titolo nobiliare, ha lasciato a lei un'enorme ricchezza. Ma a una condizione: che sposi un uomo di nobili natali. Il caso vuole che l'avvocato di Jemma segua un cliente che non naviga proprio in acque tranquille: Ashford, il dodicesimo duca di Burlingham, è infatti al verde e rischia di perdere, insieme ai beni di famiglia, anche il titolo. Ashford è un duca, Jemma ha molti soldi. Ashford ha bisogno di liquidi, Jemma di un blasone... Ma cosa può avere in comune la figlia di una simpatica coppia hippy, che ama girare per casa nuda, con un compassato lord inglese? Apparentemente nulla... Il loro non sarà altro che un matrimonio di convenienza, un'unione di facciata per permettere a entrambi di ottenere ciò che vogliono. Ma Jemma non immagina cosa l'aspetta, una volta arrivata nella lussuosa residenza dei Burlingham: galateo, formalità, inviti, ricevimenti e un'odiosa suocera aristocratica. E a quel punto sarà guerra aperta...

Le famiglie nobili, si sa, hanno spesso ceduto a matrimoni combinati per ottenere il potere, le ricchezze e un erede (possibilmente maschio). La storia è piena di episodi di questo tipo... ma a Burligham la situazione è un po' diversa: il neo duca, Ashford, vive nel lusso, eppure è uno squattrinato, costretto a vendere le sue proprietà, nonostante sua madre pensi di poter proseguire a condurre lo stile di vita di sempre; Jemma, invece, che ha condotto un'esistenza modesta, lavorando come truccatrice di una compagnia teatrale e vivendo con i suoi eccentrici genitori - Carly e Vance - in uno scantinato di Londra, si ritrova ricchissima grazie all'eredità di sua nonna, Catriona, a patto che sposi un nobile.

Sia Jemma che Ashford sono incastrati in un problema che non riescono a risolvere... o forse sì? Il loro avvocato di fiducia, conoscenza comune, ha la brillante idea di farli sposare, portando così un vantaggio a entrambi. Jemma va a vivere a Denby Hall, dove ad attenderla c'è la detestabile Delphina, duchessa madre, la servitù e una serie di maniere a lei totalmente sconosciute. La neo duchessa, piombata dal nulla, non può presentarsi con i capelli fucsia, i suoi modi fuori luogo ed essere, per giunta, un sfegatata tifosa di calcio! I novelli sposi, perciò, decidono di vivere sotto lo stesso tetto, inventando la storia della conoscenza improvvisa e della passione esplosa che ha condotto a un matrimonio lampo... ma c'è una clausola: ognuno proseguirà a fare la sua vita, ignorandosi a vicenda, e il divorzio sarà l'opzione contemplata quando le cose si saranno assestate. Eppure... come può esserci indifferenza laddove un'attrazione crescente è mascherata da duello combatturo a colpi di battute pungenti?

Tra feste, balli, ricevimenti Jemma finisce inaspettatamente per voler migliorare, chiedendo al servizievole maggiordomo ripetizioni di letteratura, lingue, buone maniere; e Ashford si ritroverà a guardare oltre il suo mondo ovattato, cercando quella spensieratezza che gli mancava e che Jemma ha finalmente portato con sé.

Il rapporto conflittuale di Jemma e Ashfor esplode oltre la metà del libro in una bella storia d'amore, intrisa sempre e comunque di ironia, cui fanno da contorno Harring e Cécile (rispettivamente amici di Ashford e Jemma), Delphina, Carly e Vance.

Alcune scene mi hanno ricordato il noto film Disney "Pretty Princess" e devo dire che più di una volta Felicia Kingsley mi ha strappato qualche risata. La narrazione è scorrevole, divertente, romantica, senza eccessi. Unica nota: ho trovato troppo lunga l'ambientazione di Jemma a Denby Hall che, personalmente, avrei accorciato di qualche capitolo per evitare alcuni episodi forse un po' ripetitivi. Complessivamente, è un romanzo assolutamente consigliato per tutte coloro che necessitano di un attimo di pausa e di un bel po' di sorrisi.



martedì 22 dicembre 2020

Recensione di "Aspettami fino all'ultima pagina" di Sofía Rhei

Buongiorno e bentornati sul mio blog! Natale si avvicina, anche se quest'anno sarà, come dire... diverso. Molte persone non riusciranno a vedersi, altri forse ringrazieranno i decreti che hanno evitato fastidiose riunioni tra parenti. Ognuno lo vivrà a modo suo. Ed io? Sono una persona riservata e preferisco tenerlo per me, anzi, qualcosa ve la dirò, qualcosa che in fin dei conti già conoscete: mi immergerò in qualche bella lettura, sfogliando pagine che mi riportino alle mie lunghe passeggiate con tappa obbligatoria in libreria, sognando che tutto torni alla normalità.

Vi parlo perciò dell'ultimo libro che ha soggiornato sul mio comodino: "Aspettami fino all'ultima pagina" di Sofía Rhei.



Trama: Silvia ha quasi quarant’anni, vive e lavora a Parigi e ha una relazione difficile con Alain, un uomo sposato che da mesi le racconta di essere sul punto di lasciare la moglie. Dopo tante promesse, sembra che lui si sia finalmente deciso, ma la fatidica sera in cui dovrebbe trasferirsi da lei, le cose non vanno come previsto. E Silvia, in una spirale di dolore e umiliazione, decide di farla finita con quell’uomo falso e ingannatore e di riprendere in mano la sua vita. Alain però non si dà per vinto, e Silvia non è abbastanza forte da rimanere indifferente alle avances dell’uomo che ama... Dopo giorni e notti di disperazione, viene convinta dalla sua migliore amica a fare visita a un bizzarro terapeuta, il signor O’Flahertie, che sembra sia capace di curare le persone con la letteratura. Grazie ad autori come Oscar Wilde, Italo Calvino, Gustave Flaubert, Mary Shelley, e al potere delle loro storie, Silvia comincia a riflettere su chi sia realmente, su quali siano i suoi desideri più profondi e su cosa invece dovrebbe eliminare dalla sua vita...


A volte, certi libri sembrano sapere che si ha bisogno di loro e solamente in quel preciso istante si avvicinano come amici a salvarti, darti consigli, condurti su una strada diversa.
Silvia vive una relazione clandestina da anni, con un uomo sposato, Alain. Tipica situazione in cui lei è l'amante innamorata, ma lui si rifiuta di chiudere con la sua precedente vita, tenendo il piede su due staffe, trovando appagamento in una donna e sicurezza nell'altra.
Sul posto di lavoro, invece, da giorni si presenta un uomo misterioso e affascinante, che si reca sempre a colloquio con il capo di Silvia, generando in lei e nelle sue colleghe numerose domande. Da qui la decisione di rivolgersi a un detective privato e di capire cosa stia accadendo.
Intanto Silvia diventa sempre più fragile: perde di vista se stessa per acconsentire ai desideri di Alain che, sfuggente, promette un futuro insieme che non sarà mai possibile. A questo punto, avviene la svolta: Silvia decide di recarsi da un terapeuta, un tale Mr. O' Flahertie, un uomo particolare, che ha il suo studio in una stanza di albergo. La sua cura consiste nel consigliare e regalare libri che possano cambiare la vita dei pazienti.
Il compito di guarire Silvia, dalla bassa autostima, dalla tristezza e dalla solitudine, passa quindi, non al terapeuta, ma agli autori: Italo Calvino, Mary Shelley, Oscar Wilde...
Inizia così un percorso di rinascita, di ripresa delle proprie aspirazioni, che farà di Silvia una donna nuova, capace di porre un punto alle situazioni rimaste in sospeso, aprendo il proprio cuore a chi lo merita davvero... anche se dovesse trattarsi di un uomo chiamato Odysseus Thanos, che lavora in una impresa funebre.


"Aspettami fino all'ultima pagina" è un romanzo scorrevole, non scontato. L'importanza terapeutica che viene conferita alla lettura è uno dei nodi fondamentali di tutta la narrazione. La ricerca di un consiglio, di uno stile di vita, anche di errori all'interno delle storie create da autori passati riescono a rimettere in sesto una donna ferita, il cui animo necessita di amore (non di sola passione), sicurezza e tranquillità.
Riguardo quel che Silvia vive si tratta di una situazione talmente frequente da non lasciarmi affatto sorpresa. A volte, ci si può ritrovare all'interno di una realtà che si era condannata, senza colpe; a volte, invece, si è consapevoli. Per dare una svolta, anche dal punto di vista sentimentale, occorre coraggio e non è da tutti trovarne.
Passiamo, però, ai personaggi maschili di questa storia, Alain e Odysseus, l'uno l'opposto dell'altro: mentre il primo desidera l'amante e la moglie, entrambe rappresentanti dell'amore/passione e della stabilità/fedeltà, il secondo invece non vuole altro che una relazione seria. Dico la mia su questo punto: di uomini come Odysseus sicuramente esistono, ma sono ben rari.
Curiosa, infine, la scelta del nome per l'uomo dell'impresa funebre: Thanos, che evoca il greco θάνατος, ovvero morte, e Odysseus, come l'eroe greco, un viaggiatore, assolutamente infedele a Penelope, il cui nome però significa "odio, odiare". Odiatore della morte che, quindi, allude a ciò che riporta la vita. Un sottile gioco di parole.
E Mr. O' Flahertie? Nonostante possa sembrare un tipo interessante, l'autrice avrebbe potuto caratterizzarlo meglio, prima di giungere a una conclusione misteriosa e forse paradossale.


Vi saluto, vi auguro buone feste e vi lascio con qualche citazione.

«La causa della maggior parte delle malattie siamo noi stessi. Pertanto, per curarle, serve una strumentazione capace di penetrare nella parte più segreta, nella parte più vulnerabile del nostro essere. Esiste qualcosa che possa arrivare più a fondo di un libro, che possa calarsi più profondamente nell'anima? Solo ciò che fa presa su di noi può ridestare ciò che è stagnante, grattare via il marcio. La paura del dolore può essere combattuta solo con un dolore più bruciante, senza timore.»

«Ciascuno di noi è un mostro», le assicurò lui in tono solenne. «Siamo tutti Frankenstein. Affinché risulti evidente, basta guardarsi nello specchio giusto. Siamo fatti di pezzi di cose molto diverse, ciascuno di noi ha parti che sono morte e poi rinate. Occultiamo qualcosa, ci nascondiamo, e in tante situazioni ci spaventa mostrare come siamo fatti realmente. In ciascuno di noi c'è una parte aggressiva. È molto frerquente che, per proteggere gli altri, la rivoltiamo contro noi stessi. È su questa aggressione che viene da dentro, e che fa tanto soffrire il mostro di Frankenstein, che si fonda la scarsa autostima.»


«Ognuno di noi è una luna e ha un lato oscuro che non mostra mai a nessuno. La prima cosa è essere capaci di riconoscere tale oscurità in noi stessi [...]»

«C'è chi dice che tutte le decisioni che prendiamo sono causate da uno slancio d'amore, oppure dalla paura. Secondo alcuni, la condotta umana non conosce altre motivazioni. Nessuna emozione o reazione che possa ridursi a uno di questi due principi.»

«Immagino che la fedeltà non sia verso l'altra metà della coppia, ma verso se stessi.»

«La memoria, Silvia, è molto sopravvalutata. L'importante non è ciò che tratteniamo con la mente, ma ciò che ci resta impresso nell'anima.»



domenica 6 dicembre 2020

Recensione di "La misura della felicità" di Gabrielle Zevin

Buona domenica, amici! Come state? Domenica piovosa qui a Roma, in pieno clima invernale. Il cielo è grigio, ma in casa c'è un bel tepore... e sì, è quasi tempo di fare l'albero. In fin dei conti, il 6 dicembre è San Nicola.

Di cosa vi parlo oggi? Della mia ultima lettura, "La misura della felicità" di Gabrielle Zevin.


Trama: Dalla tragica morte della moglie, A.J. Fikry è diventato un uomo scontroso e irascibile, insofferente verso gli abitanti della piccola isola dove vive e stufo del suo lavoro di libraio. Disprezza i libri che vende (mentre quelli che non vende gli ricordano quanto il mondo stia cambiando in peggio) e ne ha fin sopra i capelli dei pochi clienti che gli sono rimasti, capaci solo di lamentarsi e di suggerirgli di “abbassare i prezzi”. Una sera, però, tutto cambia: rientrando in libreria, A.J. trova una bambina che gironzola nel reparto dedicato all’infanzia; ha in mano un biglietto, scritto dalla madre: Questa è Maya. Ha due anni. È molto intelligente ed è eccezionalmente loquace per la sua età. Voglio che diventi una lettrice e che cresca in mezzo ai libri. Io non posso più occuparmi di lei. Sono disperata. Seppur riluttante (e spiazzando tutti i suoi conoscenti), A.J. decide di adottarla, lasciando così che quella bambina gli sconvolga l’esistenza. 


Ad Alice Island, un luogo lontano dal mondo, esiste una piccola libreria, gestita da un uomo scontroso e piuttosto irascibile, A. J. Fikry. Da quando Nic, sua moglie, è morta, la sua esistenza è collassata e non ha più motivo di trovare un briciolo di felicità. Ha un solo amico, il commissario Lambiase, conosciuto in quell'orribile circostanza che gli ha cambiato la vita e che gli è rimasto accanto, come un angelo custode, cui si affianca la cognata - sorella di Nic - Ismay.
Una sera, però, A. J. trova una bambina di due anni, lasciata da sua madre davanti la porta, con un biglietto: "Voglio che diventi una lettrice. Voglio che cresca in mezzo ai libri e con persone che s'interessano a questo genere di cose". La mattina successiva il cadavere di una donna, gettatasi in mare, viene ritrovato a riva. 
La bambina, ormai orfana, si chiama Maya, è molto vispa e dolce, ama i libri e si affeziona immediatamente ad A. J., facendo sì che da persona chiusa e scontrosa, si trasformi in un uomo più accondiscente, gentile e persino aperto ad accogliere nuove letture (persino quelle che non avrebbe mai considerato) e un nuovo amore, sempre all'insegna della passione per libri e lettura.


"La misura della felicità" è un romanzo profondo, dedicato all'animo delle persone, alle loro esperienze, alla possibilità di fallire, trovando la forza di ricominciare. Si tratta, ovviamente, anche di un libro perfetto per gli amanti di librerie, biblioteche e lettura, perché sono proprio le storie stampate su carta a fare da filo conduttore.
La presenza di poche righe di presentazione in relazione ad alcuni libri letti da A.J. dirette a Maya acquisteranno pian piano significato per il lettore, trovando una risoluzione solo negli ultimi capitoli. 
Aspettatevi un finale molto triste che lascia trasparire una nota di dolcezza.
Unica pecca, che dipende però da un gusto assolutamente personale: l'utilizzo del tempo presente per narrare fatti passati. Non lo amo particolarmente.

Vi lascio con qualche estratto. Alla prossima!

«Ha trentun anni e pensa che avrebbe già dovuto incontrare qualcuno. E invece. Amelia-lato-positivo crede che sia meglio stare da sola piuttosto che con qualcuno che non condivida la tua sensibilità e i tuoi interessi. (È così, vero?) Sua madre sostiene che sono stati i romanzi a rovinare Amelia, alterando le sue aspettative nei confronti degli uomini veri. È un'osservazione che la offende, perché implica che lei legga soltanto libri con personaggi banalmente romantici. Ogni tanto sì, e non ci trova nulla di male; ma i suoi gusti sono molto più variegati. Adora Humbert Humbert, ma non lo vorrbbe né come compagno di vita né come fidanzato e neppure come conoscente. Prova lo stesso per Holden Caufield, e per Mr Rochester e Mr Darcy».

«Ma credo pure che la mia reazione più recente a questo libro sia la prova che bisogna incontrare le storie al momento giusto. Ricorda, Maya: le cose che ci colpiscono a vent'anni non sono necessariamente le stesse che ci colpiscono a quaranta, e viceversa. Questo è vero nei libri e anche nella vita».


«Tutto quel che ti serve sapere di una persona lo capisci dala sua risposta alla domanda: "Qual è il tuo libro preferito"?».

«Talvolta i libri non ci trovano finché non è il momento giusto».

«"È la segreta paura di non essere degni dell'amore che ci isola, ma è solo perché siamo isolati che pensiamo di non esser degni dell'amore", dice il brano. "Un giorno, chissà quando, starai guidando lungo una strada. E un giorno, chissà quando, lui, o lei, sarà lì. Sarai amato perché, per la prima volta nella tua vita, proverai il sincero desiderio di non essere solo. Avrai scelto di non essere solo».


«Forse nel mondo intero, in ogni istante, la misura della felicità è pari a quella dell'infelicità».

«Che differenza c'è tra un libro e l'altro? Sono diversi perché lo sono, decide. Bisogna leggerne molti, bisogna crederci, bisogna accettare che ti deludano, perché qualcuno, di tanto in tanto, ti possa entusiasmare». 

martedì 10 novembre 2020

Recensione di "La vita inizia quando trovi il libro giusto" di Ali Berg e Michelle Kalus

Buonasera a tutti, amici! L'anno scorso a quest'ora ero già uscita a fare una passeggiata per le strade di Roma, gustandomi le prime luci della sera accendersi per rischiarare i monumenti, le fontane, gli antichi palazzi e avvertendo l'aria che, d'un tratto, faceva presagire l'avvicinarsi dell'inverno. Avevo, probabilmente, già assaporato il mio buon caffè a Sant'Eustachio con la sua immancabile schiuma, percorso qualche passo verso il Pantheon, osservato le vetrine scintillanti in mezzo ai gruppi di turisti che si muovevano in massa, tornando poi verso piazza Argentina e facendo una tappa obbligatoria a La Feltrinelli, anche solo per inspirare l'odore di libri e perdermi tra titoli e nuove copertine. 
Quest'anno, invece, sono in camera mia, attorniata ovviamente da libri - di cui la gran parte archeologici - e avverto molta nostalgia di una libertà che mi apparteneva e che, da qualche mese, ognuno di noi ha perso. Potrei provare a uscire, fare una breve passeggiata, ma l'incoscienza della gente che, incurante dei numeri relativi al covid in rialzo e alla grave situazione di emergenza che stiamo vivendo, mi costringe a stare chiusa in casa, sognando di viaggiare e girare il mondo.
Bene, quale modo migliore se non perdersi tra le pagine di un buon libro? Ecco, dunque, che in mio aiuto è corso un romanzo di Ali Berg e Michelle Kalus, "La vita inizia quando trovi il libro giusto".


Trama: Frankie ha sempre cercato le risposte nei libri. Al perché la sua carriera non sia decollata, al perché sia così difficile andare d’accordo con sua madre o, a ventotto anni, non abbia ancora vissuto la sua grande storia d’amore. Leggere le pagine di Jane Austen, Francis Scott Fitzgerald e John Steinbeck l’ha sempre aiutata. Ma, al di fuori delle amicizie letterarie, Frankie si sente spesso sola. La sua vita, ora, sta per cambiare. Il suo piano non può fallire. I libri non possono tradirla. Per giorni ha lasciato una copia dei suoi romanzi preferiti sui mezzi pubblici che prende per andare al lavoro, scrivendo all’interno il suo indirizzo e-mail. Perché per una grande lettrice come lei non c’è modo migliore di fare nuove conoscenze, o addirittura di trovare l’anima gemella, se non grazie a un libro. Ne è sicura. Quando le risposte cominciano ad arrivare, Frankie colleziona appuntamenti su appuntamenti. E, purtroppo, delusione su delusione. Perché, di fronte a lei, si presentano le persone più strambe che abbia mai conosciuto e nessuna sembra quella giusta. Tra di loro non c’è l’ombra né di un amico né tantomeno di un fidanzato. Fino a quando non incontra Sunny, un uomo che sembra uscito da uno dei suoi romanzi preferiti. Ma ha un difetto terribile: gusti letterari opposti ai suoi. 


Cosa mi ha attratto di questo romanzo? Il titolo. Mi sarei aspettata un più consueto "La vita inizia quando trovi l'uomo giusto", ovviamente in pieno stile romantico (e un po' smielato), ma così non è stato. Un libro giusto. Ed è vero, tremendamente vero: un libro può cambiarti la vita. Ma non è di me che devo parlarvi, bensì di Frankston Rose, per gli amici Frankie, scrittrice di successo e libraia che decide di prendere in mano la sua vita e darle una svolta.
Dopo essersi demoralizzata leggendo (le poche) recensioni negative indirizzate ai suoi romanzi, Frankie smette di scrivere. Piomba in una specie di bolla di sapone, lasciando ogni occasione e ogni persona fuori dalla sua sfera. I soli a possedere un accesso privilegiato sono Cat, la sua eccentrica migliore amica e socia libraia, insieme al suo giovane amico di soli 17 anni, Seb, disperatamente (e segretamente) innamorato di lei.


Su suggerimento di Cat, che vuole trovarle il fidanzato, Frankie idea un modo che le permetterà di conoscere nuove persone e riprendere finalmente a scrivere: lasciare alcuni dei suoi romanzi preferiti sui mezzi pubblici insieme a un messaggio - firmato Rossella 'O - e alla sua email, per poter permettere al potenziale interessato di contattarla; inoltre, Frankie apre un blog, sul quale scriverà ogni sua (dis)avventura.
Mentre la nostra imbranata e dolce protagonista, fan di Jane Austen, è alla ricerca dell'uomo giusto - che possegga ovviamente i suoi stessi gusti letterari - conosce totalmente per caso mr. Sunny Day, un ragazzo bello e perfetto, ma altrettanto bizzarro... in fissa con la lettura del genere Young Adults, che lei detesta.


Il loro primo incontro è in libreria. Sunny si reca in cassa per acquistare niente di meno che "Twilight", senza fingere che fosse per qualcun altro, ma dicendo l'assoluta verità: è per me.
Mentre in Frankie sorgono varie perplessità sulle scelte di quell'uomo, allo stesso tempo ne è incuriosita. E il primo bacio tra i due? E' Frankie a darglielo... sul naso.
Ma Frankie riuscirà davvero ad aprire il suo cuore e a far entrare quel raggio di sole che Sunny sembra poterle offrire? E i suoi sogni? La scrittura continuerà a prendere polvere in un cassetto chiuso a chiave per paura di essere giudicata?
Intanto, tra episodi divertenti, colpi di scena e libri disseminati per la città, il blog ha un successo enorme... e il genere maschile sembra esserne stato colpito perché Frankie farà degli incontri assolutamente esilaranti.


In un periodo come questo, un libro simile mi ha tenuto compagnia e fatto ridere, scaldandomi al contempo il cuore con una bella storia d'amore contemporanea. Frankie è sbadata, insicura, innamorata dell'amore e della letteratura; Sunny è il ragazzo perfetto, particolarmente buffo e molto sensibile.
L'intera storia, ambientata a Melbourne in Australia, si arricchische con l'indicazione - all'inizio di ogni capitolo - dei titoli letterari lasciati sulle varie linee di tram, metro o treno.
Insomma, è una lettura che mi è piaciuta tantissimo e mi ha coinvolto, perciò consigliata dal mio punto di vista. Se amate Jane Austen, i sogni e la letteratura, non potete perderlo!

Per quanto riguarda, invece, l'idea di lasciare libri per ritrovare la vena creativa e il ragazzo giusto penso che non sia male... peccato che a Roma i lettori (giovani) sui mezzi pubblici siano veramente pochi, altrimenti l'avrei provata, o meglio, se non fossi troppo gelosa delle mie letture che non abbandonerei MAI. 
Ricordo che, quando prendevo quotidianamente la metro per andare a lezione (sto parlando di circa 4 anni fa), eravamo io e due-tre signore (sottolineo) a leggere libri nella stessa carrozza. Ho incontrato al massimo uomini di una certa età immersi nella pagina finanziaria di un quotidiano sgualcito, o pochi universitari dissociati dal mondo con un e-reader. In Italia si legge poco, sono i dati a parlare... Eppure una piccolissima speranza si è accesa qualche giorno fa quando, passeggiando vicino casa, ho notato ben 2 "librerie di strada" con volumi gratuiti e già letti da scambiare. Chissà, magari un giorno funzionerà... se solo ognuno si degnasse poi di riportare il libro o di inserirne un altro.

Come sempre vi lascio con qualche citazione e vi auguro buona serata! Alla prossima!

«Non aveva mai provato una gioia così pura e disinteressata prima di quel momento. "È questo che si prova?" si chiese. "È così che ci si sente quando si è veramente innamorati". Nascose quel pensiero nel profondo del suo essere.»


«All'improvviso, tutto mi è sembrato così evidentemente (e quasi fastidiosamente) chiaro. Avete mai letto L'amore fatale di Ian McEwan? Ho riletto alcune parti mentre andavo a lavorare. Scrive: "Quando sarà finito, capirai che dono era l'amore. Soffrirai molto. Quindi, torna indietro e battiti per conservarlo". Non è bellissimo quando un libro sembra proprio parlare a te?»

P. S. Lasciare libri sui mezzi pubblici non è solo l'idea contenuta in un libro. Il progetto "Books on the rail" esiste davvero... in Australia: https://www.booksontherail.com/
 

sabato 17 ottobre 2020

Recensione di "Io che amo solo te" di Luca Bianchini

Buonasera amici lettori! In questo "dopo cena" o in un "prima di andare a dormire (tardi)" in mio perfetto stile, torno sul blog per parlarvi della mia ultima lettura. Ovviamente (e purtroppo) non è più estate, io non sono più così spensierata e con più tempo libero, devo divorarmi su commissione volumi e articoli di archeologia, perciò ho di nuovo la pila di libri che mi attende sul comodino e mi guarda speranzosa. Ma la sera sono davvero troppo stanca, tanto da implorare Morfeo di farmi sognare appena chiusi gli occhi.
Dicevo, la mia ultima lettura è stata "Io che amo solo te" di Luca Bianchini, da cui è stato tratto un film.


Trama: Ninella ha cinquant'anni e un grande amore, don Mimì, con cui non si è potuta sposare. Ma il destino le fa un regalo inaspettato: sua figlia si fidanza proprio con il figlio dell'uomo che ha sempre sognato, e i due ragazzi decidono di convolare a nozze. Il matrimonio di Chiara e Damiano si trasforma così in un vero e proprio evento per Polignano a Mare, paese bianco e arroccato in uno degli angoli più magici della Puglia. Gli occhi dei 287 invitati non saranno però puntati sugli sposi, ma sui loro genitori. Ninella è la sarta più bella del paese, e da quando è rimasta vedova sta sempre in casa a cucire, cucinare e guardare il mare. In realtà è un vulcano solo temporaneamente spento. Don Mimì, dietro i baffi e i silenzi, nasconde l'inquieto desiderio di riavere quella donna solo per sé. A sorvegliare la situazione c'è sua moglie, la futura suocera di Chiara, che a Polignano chiamano la "First Lady". È lei a controllare e a gestire una festa di matrimonio preparata da mesi e che tutti vogliono indimenticabile: dal bouquet "semicascante" della sposa al gran buffet di antipasti, dall'assegnazione dei posti alle bomboniere - passando per l'Ave Maria -, nulla è lasciato al caso. Ma è un attimo e la situazione può precipitare nel caos, grazie a un susseguirsi di colpi di scena e a una serie di personaggi esilaranti.

Come dice Antonello Venditti nella sua celebre canzone "Amici mai", "Certi amori non finiscono, fanno dei giri immensi e poi ritornano... amori indivisibili, indissolubili, inseparabili..."
Questo è l'amore che appartiene a Ninella e a don Mimì: due persone che non hanno mai smesso di amarsi, di pensarsi, che non sono riuscite a dimenticarsi l'uno dell'altra. Eppure la vita ha deciso diversamente per loro, anzi, si è pure burlata del loro sentimento. Le loro famiglie si opposero al matrimonio e i due non poterono far altro che acconsentire; anni più tardi, i rispettivi figli decidono di sposarsi. Ninella e don Mimì si ritrovano improvvisamente a vestire i panni della madre della sposa, Chiara, e del padre dello sposo, Damiano.
C'è il matrimonio da organizzare a Polignano, in un paese bellissimo dove le case affacciano sul mare e il maestrale soffia tra le stradine bianche. E un matrimonio in Puglia deve essere estremamente accogliente (gli invitati sono tantissimi), abbondante nelle decorazioni e nel cibo, e perfetto, altrimenti si fa brutta figura.


Luca Bianchini ci trasporta, perciò, per 3 intensi giorni all'interno delle due famiglie, quella della sposa e quella dello sposo. Chiara deve pensare al vestito, alle bomboniere, alle decorazioni della chiesa, alle foto (e al fotografo per cui prova una irresistibile attrazione ricambiata), ai tavoli, al trucco; Nancy, ormai a dieta ferrea, è stata ingaggiata come cantante in chiesa per intonare "Jesus loves me" ed è alle prese con Tony; Ninella, con i suoi colpi di sole eccessivi, un vestito rosso sgargiante, riflette e fuma, pensando egoisticamente al solo momento in cui avrebbe potuto rivedere don Mimì e sognare un presente alternativo, un matrimonio - il suo - che non c'è mai stato con l'uomo che amava veramente.

Nell'altra casa, quella degli Scagliusi, Damiano è agitato, anche se non dà a vederlo. Pensa che rinuncerà alla propria libertà e proprio il giorno prima delle nozze si presenta la sua ex, Alessia. Perché si sa, l'amore è forte (in teoria), ma la carne è anche debole. Matilde, la First Lady, ha ripensato al vestito di Chiara e chiede a Ninella - che di professione fa la sarta - di renderlo più presentabile con un po' di pizzo a coprire la scollatura; Orlando, il fratello di Damiano, è in crisi, innamorato pazzo del suo Innominato che finge di essere eterosessuale, mentre trascorre attimi di passione con lui; infine, don Mimì, che forse non è mai stato un padre partecipe, né un marito affettuoso, pensa a quel passato che gli ha rovinato la vita e vorrebbe poter tornare indietro, avere il coraggio di affrontare la situazione e sposare Ninella.
In un clima di chiacchiere, preparativi, insicurezze, prese di coscienza, rimpianti e risate, Luca Bianchini dipinge, con un po' di ironia, un matrimonio che è stato al centro dell'attenzione dell'intera Polignano. E mentre Chiara e Damiano saranno impegnati a cominciare la propria vita insieme dopo aver scoperto di apprezzarsi così come sono, Ninella e don Mimì si ritroveranno, come se gli anni non fossero mai passati, ma dovranno fare i conti con quel che sono diventati.

In poche parole, un libro divertente e al contempo romantico, il primo che abbia letto di Luca Bianchini.


Vi lascio con qualche citazione. Buona notte!

«Ci sono notti in cui la tua unica sveglia è il cuore. Ti allarma, ti tranquillizza, ti riagita, prova a convincerti che va bene - inutilmente - per lasciarti in preda all'ansia o agli ansiolitici, a seconda».

«La felicità è talmente impalpabile che non può avere testimoni, pensava. La riconosci solo se ti ci trovi in mezzo».

«Ogni amore custodisce almeno un segreto e solo alcuni non ne hanno timore: gli adolescenti, gli anziani e i disperati. Per tutti gli altri, la vita mette sempre trappole in cui è possibile cadere, l'importante è che nessuno ti veda».

«Amare una persona significa accettare che possa avere un segreto. Per la prima volta si rese conto che forse non era solo innamorata dell'idea del matrimonio, ma anche di Damiano».


«Ci sono storie che hanno bisogno di buio e silenzio. Solo dopo tanto tempo, come alcuni vini, potranno essere raccontate».

«Ci sono amori che non lasciano nemmeno una foto, e sono i più difficili da dimenticare».

«Le aveva detto poche parole. Più per amore che per timore. Perché l'amore a volte ha bisogno di pause lunghe e frasi brevi, come se si pronunciassero in salita».

«Chi è nato su uno scoglio lo sa: il mare ha sempre una risposta e una carezza per te».

«Ma il mio problema è che mi ero impuntata con l'amore vero. Quando in amore si cerca la perfezione, si trova la solitudine».