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sabato 29 giugno 2024

Recensione di "Piacere di conoscerti" di Elena Garoni

Buonasera a tutti e bentornati sul mio blog in questa calda serata di fine giugno! Dove vi porto oggi? A scoprire il mondo canino con il libro di Elena Garoni: "Piacere di conoscerti. Capire i cani con le motivazioni di razza".


Descrizione: Tutti noi sappiamo che i nostri cani provano emozioni: impazziscono di gioia al nostro ritorno e appaiono terrorizzati durante i temporali. li consideriamo intelligenti, perché sono in grado di capire il significato delle situazioni quotidiane e straordinarie e di trovare soluzioni ai drammi della vita, come scappare da un cancello o scovare il sacchetto dei biscotti. Inoltre, se abbiamo avuto la fortuna di trascorrere qualche tempo con un cane, sappiamo che non è rimasto identico e prevedibile, ma anzi ha cambiato il suo modo di interpretare la realtà, grazie alle esperienze che ha fatto e alle relazioni che ha costruito con le persone e gli altri animali. Ecco: la personalità è definita come un sistema emotivo e cognitivo che si sviluppa, funziona e si modifica attraverso le interazioni con l’ambiente. Anche il nostro cane dunque, può, da definizione, rivendicare una propria peculiare personalità. Capire la personalità di un cane è fondamentale per comprendere le origini di alcuni suoi comportamenti e per cercare il modo di farlo felice, e le motivazioni di razza, cioè quello che il cane si aspetta dal mondo e cosa cerca nel mondo, sono uno strumento nuovo e decisivo per imparare a farlo.

Foto di Alexa da Pixabay

Il cane è il migliore amico dell'uomo e come dire di no di fronte a un paio di occhioni che ti guardano con una dolcezza infinita?
Eppure, i casi di abbandono sono sempre tantissimi: chi non può più tenerlo e, in maniera criminale, lascia il proprio cucciolo legato a un palo o direttamente in mezzo alla prima strada statale; chi non riesce a gestirlo; chi non ha spazio e chi più ne ha, più ne metta. Nessuna scusa è buona davanti a tanta crudeltà.

Prendere un cane con sé non è solo una bellissima esperienza di vita, ma si tratta di una questione di responsabilità e rispetto reciproco. Un cane non è un giocattolo da tenere per vantarsi o per postare foto sui social; un cane è un essere vivente, con i propri sentimenti, le proprie emozioni e ripone in noi tutta la fiducia del mondo. La sua famiglia diventiamo noi.

Detto ciò, ho acquistato questo libro in aeroporto a Catania nel mese di novembre scorso, insieme a "Cinquanta modi per dire pioggia" di Asha Lemmie, mentre attendevo il volo per Roma che proseguivano a rimandare. E l'ho acquistato per ben due motivi: amo i cani, da sempre, e in generale tutti gli animali che mi incuriosiscono tanto; a casa c'è il piccolo Oliver, metà Chihuahua e metà Pinscher (forse), che volevo provare a comprendere meglio, anche se, come dice Elena Garoni sul finale (ed è proprio vero!), non c'è nessun libro che possa dare istruzioni sulla convivenza con un amico a quattro zampe. Ogni cane ha il proprio vissuto, il proprio carattere e va conosciuto e amato com'è.

Il libro è suddiviso in capitoli in cui vengono illustrati i più noti cani da caccia (segugi), quelli da ferma, da cerca e da riporto, quelli da compagnia, quelli da pastore, quelli da conduzione del gregge, quelli considerati da guardia (molossi), i cani + lupo, i terrier e così via.




Foto di S K da Pixabay

Ho scoperto tantissime cose leggendo le descrizioni di ognuno di loro, ripercorrendo anche dettagli che già conoscevo (per esempio la spedizione di Togo e Balto durante la corsa del siero in Alaska, da Nenana a Nome) e mi sono sorpresa leggendone altri. Sapevate che il Barbone NON è un cane da compagnia? Ebbene, il cagnolino lanoso che sta sempre insieme alle signore anziane, in passato, recuperava le anatre, uccise dai cacciatori, dai laghetti e le portava ai padroni... tutto quel pelo serve a isolarlo dall'acqua, così come per il Lagotto romagnolo.

Il Pinscher, il piccolo Dobermann in miniatura, che è una gran scocciatura per il suo abbaio continuo, è nato come protettore di carrozze e cane da scuderia, per stanare i topi. Lo avreste mai detto? E da qui ho capito che è per questo che Oliver annusa ovunque e cerca di infilarsi sotto i cespugli per stanare chissà cosa. Ovviamente riesce solo a far scappare le lucertole e, d'un tratto, ha imparato la punta, senza che nessuno gliel'abbia insegnata. Lo fa, di natura, perché è scritto nel suo DNA.

Vogliamo parlare dei Levrieri? Quei cani magrissimi, leggiadri e timidi, il cui olfatto non è particolarmente sviluppato, in favore della vista. I levrieri nascono come cani da caccia a vista (soprattutto il Greyhound), poi utilizzati per le corse. Triste è la sorte che viene loro riservata: dopo qualche anno di competizioni, vengono soppressi. Fortunatamente esistono delle associazioni che si occupano di salvarli e di darli in adozione.

Non sapevo che il Cane lupo Italiano non fosse una razza riconosciuta dalla FCI, nonostante sia largamente usata soprattutto per la ricerca di persone e dalle forze dell'ordine. Adoro, invece, il Cane lupo cecoslovacco, sia per il suo aspetto, che per il suo carattere non semplice, diffidente e amante della libertà, ma riconosco che in città un cane del genere si deprimerebbe e mi chiedo come facciano a tenerlo in tanti solo per una questione di "moda".

Che dire dei Retriever? Sono sicuramente i più amati, in particolare i Labrador e i Golden Retriever. Anche loro, però, per natura, necessitano non della solita breve passeggiata, bensì di correre. Avete mai visto un Labrador obeso? Io sì, a Roma vedo solo quelli e sono di una tristezza inverosimile. Il Labrador ha bisogno di correre, di esprimere la sua allegria esplosiva, di cercare legnetti in un prato e sarà comunque il cane più buono del mondo, insieme al cugino Golden, utilizzato soprattutto come cane da famiglia e per la pet therapy.

Foto di Alban_Gogh da Pixabay

E infine, c'è il bastardino, il meticcio, il cane che non sai che incrocio sia, ma è il più bello in assoluto perché è comunque il tuo migliore amico e gli vuoi talmente bene che non te ne separeresti mai. Quindi, in fin dei conti, importa davvero del pedigree? I canili sono pieni di angeli a quattro zampe che non aspettano altro se non di poter essere amati e di dare tanto affetto ai loro nuovi compagni di vita.

Consiglio "Piacere di conoscerti" a chiunque ami i cani, ma anche a chi è un curioso cronico, che ha voglia di scoprire di più su questi magnifici animali che accompagnano l'uomo sin dalla notte dei tempi. Ultimo importantissimo dettaglio: non è una lettura tecnica, ma divulgativa, diretta proprio a tutti!

sabato 6 gennaio 2024

Recensione di "Cinquanta modi per dire pioggia" di Asha Lemmie

Buonasera e buona Epifania! Eccoci di nuovo qui, su queste pagine virtuali a parlare di libri e lettura.

In questo periodo, come mai prima d'ora, ho imparato a leggere durante gli spazi liberi, quei minuscoli ritagli di tempo il cui segreto sta nel riuscire ad isolarsi dalle chiacchiere, dai rumori, dalle preoccupazioni.
Oggi vi porterò, quindi, in Giappone, nel periodo immediatamente successivo alla Seconda Guerra Mondiale, con "Cinquata modi per dire pioggia" di Asha Lemmie.


Trama: Kyoto, 1948. Nori Kamiza ha solo otto anni quando viene lasciata dalla madre davanti al cancello di un'enorme villa di proprietà della nonna. Sola e spaventata, la bambina viene accolta in casa, seppur a malincuore. La famiglia Kamiza è tra le più nobili del Giappone, imparentata addirittura con l'imperatore, mentre Nori, con quei capelli crespi e la pelle scura, è il frutto della scandalosa relazione con un gaijin, uno straniero, per di più di colore. Perciò la nonna fa il possibile perché Nori rimanga un segreto ben custodito. La relega nell'attico e la costringe a trattamenti per renderla «più giapponese»: le stira i capelli e la sottopone a bagni nella candeggina per rendere la sua pelle più bianca. Nori impara fin da subito le regole fondamentali: non fare domande, non lamentarsi, non opporsi. Ma tutto ciò che conosce viene sconvolto dall'arrivo di Akira, il suo fratellastro. Nori è certa che Akira la odierà: lui è il legittimo erede della famiglia, lei il marchio d'infamia che lo disonora. Eppure presto si rende conto che Akira non è come gli altri. Akira viene dalla grande e moderna Tokyo e non gli importa nulla né dell'aspetto di Nori né delle regole della nonna. Per lui, Nori è la sua sorellina e l'adora, almeno quanto Nori adora lui. Così, i due diventano inseparabili e Akira mostra a Nori un mondo nuovo. Un mondo in cui, finalmente, lei non è un'intrusa, non è sbagliata. Un mondo in cui il pregiudizio è sconfitto dalla forma più pura d'affetto: quello che non chiede nulla in cambio. Un mondo in cui anche lei ha il diritto di essere felice. Tuttavia ogni cosa ha un prezzo. E la libertà di Nori potrebbe richiederne uno altissimo...

Foto di G Poulsen da Pixabay

Ho acquistato questo libro all'aeroporto di Catania, dopo tre quarti d'ora di attesa ai metal detector e un ritardo infinito del volo per tornare a Roma. Mi sono rifugiata all'interno del negozio che vendeva libri, cartoleria e souvenir, uscendone con "Cinquanta modi per dire pioggia" di Asha Lemmie e il commesso che, facendo lo spiritoso, mi ha detto "Bello questo libro! Alla fine muoiono tutti!".
Non muoiono tutti, ma c'è una bella dose di sofferenza tra le pagine di questo volume.

Noriko Kamiza ha gli occhi orientali e ambrati, la pelle scura e i capelli ricci. Una giapponese molto atipica si direbbe, eppure lei è la secondogenita, frutto dell'amore di Seiko Kamiza, principessa cugina dell'imperatore, e di James, soldato afroamericano. Frutto, perciò, dell'adulterio, una maledizione, come rivelano le sue caratteristiche fisiche.
È Seiko a lasciarla, dopo una vita dolorosa, davanti casa della nonna materna, Yuko Kamiza, sparendo per sempre. Nori è una bambina molto dolce e obbediente, ma sua nonna le riserva un trattamento che sarebbe eufemistico definire "tortura": dai bagni con la varechina per schiarire la pelle, alle percosse, per non contare il fatto che per anni Nori venga relegata nella soffitta, senza poter mai uscire, nemmeno nel giardino dell'immensa dimora.
Nori vive come una prigioniera, lei che è una vergogna per la casa reale, fin quando non arriva Akira, il suo fratellastro, primogenito di Seiko, erede dei Kamiza. Nori si avvicina con curiosità e timore: lei, una maledizione, non può di certo competere con Akira... eppure il fratellastro non è come gli altri della sua famiglia. È buono, generoso, possiede una mentalità aperta per l'epoca e sarà grazie a lui che le catene di Nori inizieranno a sciogliersi, per riacquistare infine una libertà insperata.

La libertà, però, ha un prezzo alto da pagare per una mezzosangue. Yuko e suo marito non lasceranno di certo che Noriko possa infangare la loro casata. Dopo aver subito crudeltà inaudite, Nori riesce a sopravvivere, vede il mondo, si immerge nella musica che il fratello le ha insegnato ad amare e, quando finalmente, dopo una dolorosissima perdita sembra tutto andare per il verso giusto, l'ombra dei Kamiza si riaffaccia, riportando Noriko verso il suo destino. Nori, però, è cresciuta, conosce le proprie responsabilità e il sacrificio. Sua nonna, pur avendola sempre disprezzata, dovrà infine ammettere di avere davanti a sé una degna rivale.


Ho trovato questa storia affascinante e dolorosa al tempo stesso: affascinante perché narra della rinascita di Noriko, una rifiutata, una mosca bianca; dolorosa, perché non si può nemmeno immaginare fin dove possa spingersi l'odio verso un altro essere umano, per di più per questioni di superstizione e di onore. Noriko viene forgiata come una guerriera, abituata a sopportare, ad obbedire anche quando la realtà è veramente terribile, ma mai perde la sensibilità, il coraggio, l'animo dolce e puro che aveva caratterizzato quella bambina dagli occhi ambrati lasciata da sola davanti la grande e austera dimora dei nonni.
Il ritmo narrativo è incalzante e spinge a volerne sapere sempre di più, a capire che cosa farà e come si comporterà la protagonista nell'immediato futuro. Talvolta, viene utilizzato un cambio di narratore, per fornire al lettore un punto di vista diverso, ben inserito all'interno della storia.
E poi, come sfondo, c'è il Giappone: un paese dalle tradizioni millenarie, appena uscito sconfitto dalla guerra che, tuttavia, non si arrende, proprio come i suoi abitanti, dotati di una forza d'animo surreale e da un senso dell'onore che, per noi occidentali, forse è totalmente sconosciuto. A questo si dovrà, però, aggiungere come si evidenzi il ruolo della donna, considerata un oggetto da far sposare, da lasciare nell'ignoranza, utile solamente a procreare e di cui abusare, ma mai adatta a comandare o ad occupare ruoli di spicco nella società. Mentalità, questa, che in alcuni paesi (e in alcuni ambienti) sembra ancora essere radicata.
Asha Lemmie ha fatto un ottimo lavoro e spero vivamente in un secondo volume.

Vi lascio con qualche frase tratta dal romanzo e vi aspetto, a breve, con la prossima recensione!



«Le piaceva dormire, anche se spesso non ci riusciva. Era un momento in cui provava qualcosa che, da sveglia, le veniva negato sempre: la libertà».

«Bisogna essere forti per sopravvivere. Se non altro, nonna, questo me l'hai insegnato».

venerdì 17 novembre 2023

Recensione di "La verità è che non gli piaci abbastanza" di Greg Behrendt e Liz Tuccillo

Buongiorno amici e bentornati sul mio blog! Sono veramente contenta di riscontrare un interesse nelle mie recensioni. Mi scrivete e vi ringrazio tanto! Mi scuso solo con chi non riesco ad accontentare: ho molti libri in lista da leggere, sia consigliati, che regalati, oppure scelti da me stessa e dovrei avere il triplo del tempo libero per poter fare tutto.

Oggi vi parlo del libro di Greg Behrendt e di Liz Tuccillo, "La verità è che non gli piaci abbastanza". Ebbene sì, l'ho finalmente letto anche io!


Trama: Se lui non ti chiama, se lui non ti sposa, se lui non ti dice mai "ti amo", non farti illusioni... Se un uomo ti vuole, te lo fa capire. Se non ti vuole invece, cerca di svignarsela, si nasconde dietro mille scuse e magari è capace addirittura di dare la colpa a te! E se non ci pensa lui a giustificarsi, ci pensi tu, arrovellandoti, ossessionando le amiche, sprecando lacrime e sonno: «Forse non vuole rovinare la nostra amicizia», «Non è colpa sua, ma della sua famiglia», «È troppo preso dal lavoro», «Ha paura di soffrire ancora». Basta con le paranoie! Questo libro ti insegnerà a riconoscere le giustificazioni vere da quelle false e ti aiuterà a non perdere altro tempo con inutili illusioni. Un libro senza mezzi termini, divertente, ironico, acuto e di una franchezza salutare.

Quante volte abbiamo visto il film omonimo del 2009, tratto dal libro, in cui la protagonista Gigi incontra solo casi umani, innamorandosi e venendo puntualmente lasciata con l'amaro in bocca? Finché Gigi conosce Alex, il proprietario di un bar, che inizia a darle consigli riguardo il suo comportamento nei confronti degli uomini. Gigi, drasticamente romantica, si innamora anche di Alex che, in un primo momento la rifiuta, cinico com'è... poi torna da lei, letteralmente cotto. Se a un uomo piaci davvero, è lui a farsi avanti, questa la regola di fondo che unisce un po' tutti gli altri episodi che ruotano intorno a quello principale. Una regola che, in realtà, alle donne contemporanee (per fortuna) non piace affatto. Chi l'ha detto che la donna debba essere per forza l'oggetto di conquista dell'uomo? Perché è l'uomo a dover dirigere le danze? E se lui non si decidesse mai?
Gli uomini, d'altronde, funzionano in modo molto più semplice delle donne: se a loro interessa qualcosa, faranno di tutto pur di ottenerla; se non gli interessa, ignorano, spariscono, puff!


Il libro è strutturato come un manuale, diviso in capitoli a seconda del tipo di uomo: se non ti chiede di uscire, non gli piaci abbastanza; se non ti chiama, non gli piaci abbastanza; se non ti dice che state insieme, non gli piaci abbastanza; se non fa sesso con te, non gli piaci abbastanza; se fa sesso con un'altra, non gli piaci abbastanza; se vuole vederti solo quando è ubriaco, non gli piaci abbastanza; se non vuole sposarti, non gli piaci abbastanza; se ti lascia, non gli piaci abbastanza; se sparisce, non gli piaci abbastanza; se è sposato, non gli piaci abbastanza (e altre disdicevoli variazioni sul tema dell'uomo impegnato); se è uno stronzo egoista, un dittatore o un vero e proprio mostro, non gli piaci abbastanza; storie che non dovreste ascoltare; botta e risposta di Greg.

Greg, nel libro, è Alex del film. Lui è l'uomo che dà consigli alle lettrici, che sa come si comportano gli altri e tenta, talvolta disperatamente, rispondendo alle varie lettere, di aprire gli occhi alle donne che chiedono il suo aiuto.
Le scuse più quotate? In questo momento è impegnato, è un momentaccio, non se la sente di, è rimasto traumatizzato da una storia precedente, ha paura di una storia seria. Greg insiste: se a un uomo piaci davvero, non sentirai scuse. Vorrà stare con te. Non vedrà le altre, non avrà impegni troppo importanti, né traumi pregressi e non sarà nemmeno troppo sposato perché lascerà la moglie se con quest'ultima non funziona. L'uomo vive un po' come un interruttore: ON/OFF, non c'è una via di mezzo.
Le vie di mezzo se le creano le donne per giustificarli e per convincersi che esista ancora una possibilità, mentre gli uomini si ritrovano con il piede non su due, ma su dieci staffe.
E se Greg appare ragionevole, se leggendo il libro (con tanto di esercizi finali e riassunto su cosa una donna dovrebbe aver imparato dal quel capitolo) sembrerebbe tutto chiaro e ci verrebbe voglia di rimanere single a vita per non incappare in tutte le categorie di uomini descritte, Liz invece è la voce della donna, che con la sua elevata sensibilità, non riesce a vedere il mondo bianco o nero, ma a colori e le sfumature corrispondono a tutte le più disparate giustificazioni dovute alle altrettanto disparate situazioni che una persona può trovarsi a vivere, donna o uomo che sia.


"La verità è che non gli piaci abbastanza" è un libro ironico, a volte un po' ripetitivo a dire il vero, ma anche istruttivo per certi versi, però si sa, donne e uomini non cambieranno mai. L'importante è, comunque, non farsi prendere in giro, non perdere troppo tempo dietro a una persona che realmente non tiene a te, che non fa nulla per far mandare avanti un rapporto, che sia di amicizia o di amore.

Buona giornata e vi aspetto con il prossimo libro!

giovedì 14 settembre 2023

Recensione di "Il caffè alla fine del mondo" di John Strelecky

Buonasera a tutti, amici lettori! In questa calda serata di settembre, vi parlerò di un libretto trovato, del tutto casualmente, in una libreria della località in cui sono andata in vacanza. Non ero alla ricerca di qualche storia particolare, ma l'ho trovata comunque... o forse era lei a cercare me.


Trama: A volte nella vita quello che sembrava un fastidioso imprevisto può rivelarsi una scorciatoia verso la felicità. È ciò che accade a John, il protagonista di questo libro, un uomo che va sempre di fretta ma che un giorno, per colpa del traffico, è costretto a rallentare e imboccare un cammino secondario, reale e metaforico, ignaro che quello che sta per incontrare – un misterioso caffè in mezzo al nulla – lo cambierà per sempre. Sì, perché il caffè alla fine del mondo esiste ed è dentro di noi, è il luogo dove tutte le nostre domande trovano risposta, dove i nostri desideri appaiono nitidi e raggiungibili, e dove finalmente troveremo il coraggio di cambiare. Un libro da tenere sul comodino, da leggere e rileggere, per non scordarci mai che affrontare noi stessi è l'unica via verso la felicità.


Tutto il libro, piuttosto breve, è metaforico, basti pensare al suo inizio: John - tra l'altro il protagonista si chiama come l'autore, quindi è forse possibile leggerci qualcosa di personale? - imbocca la strada abituale perché vuole staccare, prendersi una pausa, e la trova bloccata. Un traffico assurdo e quando giunge al bivio, la polizia gli fa cambiare direzione causa incidente, spingendolo a perdersi.
In questo nulla delle strade americane, che siamo così abituati a osservare nei film, c'è un bar, unico luogo civile e illuminato. John si ferma qui, tanto più che il carburante non abbonda nella sua automobile. Entra in questo locale e trova un'atmosfera accogliente e d'altri tempi, con il bancone lungo, gli sgabelli, i divisori, un vecchio registratore di cassa, le zuccheriere.
Ci saremmo aspettati che John fosse l'unico cliente e invece il bar, sperduto nel nulla, ha diverse persone sedute ai tavoli, ognuno dietro il proprio separé, in coppia o da solo, ma tutti sono a proprio agio.

Foto di StockSnap da Pixabay

Il bar, denominato "Checifaiqui", è gestito da Casey e da Mike, che diventano i due principali interlocutori di John quando quest'ultimo apre il menù, in cui ci sono vari messaggi, tra cui il seguente: "Spunti per ingannare l'attesa: Che ci fai qui? Hai paura della morte? Ti senti appagato?".
John non crede ai propri occhi, ma sia Casey che Mike si avvicinano, gli parlano, gli pongono delle domande e lui reagisce, incuriosito. Che ci fa lì, in quel bar? Oppure altrove?
In realtà "Che ci fai qui?" è la prima e fondamentale domanda che caratterizza tutto il libro ed equivale a chiedersi "Qual è il tuo Scopo di Esistenza (SDE)"?

John, che incarna poi tutti noi, si mette a riflettere ad alta voce, ascoltando le esperienze di Casey, di Mike, ma anche di un'altra donna presente nel bar. Qual è il suo scopo di esistenza? Qual è il suo sogno? Cosa vuole fare nella vita? Ma soprattutto, perché sembra che ognuno non faccia mai ciò per cui è nato, accontentandosi di fare un lavoro che non ama per guadagnare e poi ottenere pochissimo tempo da dedicare a quel che realmente vorrebbe fare? Vale la pena di vivere così, oppure è possibile impegnarsi da subito per raggiungere il proprio SDE?
Le due domande successive seguono a ruota. Hai paura della morte? John riflette, fino a pensare che, probabilmente, chi ha vissuto seguendo il proprio SDE, non deve temere la morte. Ha realizzato tutto, ha vissuto una vita felice, appagante. E da qui "Ti senti appagato?"

Foto di Pexels da Pixabay

La metafora iniziale della strada l'ho letta come la vita di John, improvvisamente trafficata, bloccata. John, quindi, è costretto a deviare, ma si perde perché non sa dove si sta dirigendo. I titolari del bar costituiscono una luce per lui, una ricarica per proseguire lungo la strada che, in realtà, John avrebbe voluto e avrebbe dovuto imboccare sin dall'inizio. Dà una svolta alla propria vita.
Quanti di noi si accontentano, a volte per necessità, a volte perché gli ostacoli sono talmente tanti che finiamo per demoralizzarci? Ma dentro il nostro cuore conosciamo perfettamente cosa vogliamo. C'è chi ha più coraggio, a volte incoscienza, a volte ancora testa dura per inseguire i propri obiettivi e vivere felice, anche se - a volte - non diventa ricco (felicità e ricchezza non sempre procedono di pari passo).
Nella vita, però, l'importante è sentirsi appagati. Chiudere gli occhi la sera e pensare con entusiasmo al giorno successivo e con il medesimo entusiasmo a quello già trascorso. Ci saranno comunque momenti difficili, perché trovare il proprio SDE non costituisce una magia, ma si tratta di uno stato d'animo differente che aiuta ad affrontare proprio quelle discese demoralizzanti con più leggerezza.

Non nego, infine, di aver desiderato di trovare un bar come il "Checifaiqui", un posto che si posiziona tra l'immaginario e il reale, o forse appare a chi più ne ha bisogno, un po' come la "stanza delle necessità" di Harry Potter.
"Il caffè alla fine del mondo" è un libretto che scorre velocemente, anche se consiglio di leggerlo con attenzione e, insieme a John, di porsi le sue stesse domande. In fin dei conti, i libri ci accompagnano per insegnarci qualcosa e io, da questa lettura, ho imparato a pensare che, forse, insistere per seguire il proprio SDE non è sbagliato. La strada sarà probabilmente più complicata, bisognerà cambiarla, prendere una traversa, ma la soddisfazione e la felicità di percorrerla per tornare a ciò che, a malincuore, avevamo lasciato, sarà incomparabile.

«Non permettere alle cose, o alle persone, di portarti a credere di non avere più il controllo del tuo destino. Scegli attivamente la tua strada, altrimenti qualcun altro la sceglierà per te».

sabato 1 ottobre 2022

Recensione di "Ogni giorno un miracolo" di Alberto Simone

Buongiorno e buon 1° ottobre, amici lettori! Le foglie di mille colori iniziano a volteggiare sospinte dal vento... non vi viene voglia di avvolgervi in una bella copertina calda, sorseggiando un té, mentre sfogliate un buon libro? A me sì!
Proprio per questo, vi propongo un'altra recensione, sperando di darvi spunti o suggerimenti per le vostre letture.


Ho letto questo volumetto non per mia diretta scelta. Non rientra propriamente nel genere di libri che preferisco, ma la promozione Tea prevedeva di associare due pubblicazioni (questo l’ho acquistato insieme a “Il museo delle promesse infrante”).

Alberto Simone fa un excursus filosofico, psicologico, motivazionale sulla bellezza della vita e sul perché dovremmo sempre e comunque apprezzarla. È molto evidente l’avvicinamento dell’autore alle filosofie orientali, nonché a un certa visione della vita, devo dire incentrata su un certo positivismo. La vita è un dono e bisogna amarla, cercando di superare tutto quel che è negativo, tutto ciò che è superfluo e che potrebbe condurre a uno status depressivo (come la pandemia ci ha “insegnato”). Bisogna cercare di ascoltarla, lasciandosi a volte guidare dai “segnali”, o forse sarebbe meglio dire dal cuore, dai sentimenti, da ciò che avvertiamo dentro di noi, senza avversarla.

Foto di Ksu&Eli (da: https://www.pexels.com/)

Il libro di Alberto Simone offre una serie di riflessioni, basate anche sulla vita dell’autore, per apprendere “l’arte di amare la vita”, che non è affatto semplice. Chi di noi non ha mai pensato di aver sbagliato tutto, di aver fatto scelte errate, di non essere più in tempo per trasformare almeno qualche aspetto della propria esistenza in quel che sognava? A tutti noi è capitato, ma ognuno reagisce in modo diverso: c’è chi combatte e si rimbocca le maniche, cercando di guardare e sfruttare i lati positivi, c’è invece chi viene sommerso dalla depressione, fino a odiare la propria esistenza. Non è una colpa, non esiste ciò che è giusto o ciò che è sbagliato e bisogna imparare a perdonarci. 
Tutto però può condurre il lettore stesso a riflettere: come sto affrontando il mio percorso? Posso migliorare? Posso smetterla di sentirmi colpevole per qualcosa e provare ad andare avanti? Sono sempre stato me stesso? La mia vita è attinente con le mie scelte o con quelle altrui?

Consigliato se state cercando una lettura riflessiva, che punti anche sull’autostima e sul miglioramento di sé stessi.

giovedì 15 settembre 2022

Recensione di "Il museo delle promesse infrante" di Elizabeth Buchan

Buonasera, amici lettori! Ben trovati su Sàkomar blog. Spero sempre che le mie recensioni siano di interesse e, soprattutto, che possano aiutare a scegliere i romanzi giusti per voi.
Oggi vi parlerò di "Il museo delle promesse infrante" di Elizabeth Buchan. Titolo e copertina interessanti, vero?


Trama: Esiste un museo, a Parigi, dove le persone non fanno la fila per ammirare i capolavori dell'arte. Dove non sono custoditi né quadri né statue. Un museo creato per conservare emozioni. Ogni oggetto in mostra, infatti, è il simbolo di un amore perduto, di una fiducia svanita. Un cimelio donato da chi vorrebbe liberarsi dei rimorsi e andare avanti. Come la stessa curatrice, Laure, che ha creato il Museo delle Promesse Infrante per conservare il suo ricordo più doloroso: quello della notte in cui ha dovuto dire addio al suo vero amore. Quando Laure lascia la Francia e arriva a Praga, nell'estate del 1986, ha l'impressione di essere stata catapultata in un mondo in cui i colori sono meno vivaci, le voci meno squillanti, le risate meno sincere. Laure lo capisce a poco a poco dagli sguardi spaventati della gente, dalle frasi lasciate in sospeso: questo è un Paese che ha dimenticato cosa sia la libertà. Eppure ci sono persone che ancora non si rassegnano. Come Tomas. Laure lo incontra per caso, a uno spettacolo di burattini. Ed è un colpo di fulmine. Per lui, Laure è pronta a mentire, lottare, tradire. Ma ancora non sa di cosa è capace il regime, né fin dove dovrà spingersi per avere salva la vita. Laure si è pentita amaramente della scelta che ha dovuto compiere tanti anni prima ed è convinta che non avrà mai l'occasione per aggiustare le cose. Eppure ben presto scoprirà che il Museo delle Promesse Infrante non è un luogo cristallizzato nel passato. È un luogo che guarda al futuro, in cui le storie circolano e spiccano il volo verso mete inaspettate. A volte raggiungono luoghi lontanissimi, ricucendo i fili strappati del destino. E a volte possono perfino giungere alle orecchie di un uomo cui non importa nulla degli sbagli e dei rimpianti, ma che aspetta solo un indizio per ritrovare il suo amore perduto...

È quindi durante le mattinate (e qualche mezzo pomeriggio) di agosto che ho deciso di dedicarmi alla sua lettura. Mi sono chiesta “Come sarà strutturato un museo delle promesse infrante”? 
Laure, la direttrice e fondatrice, ha aperto questo museo nella bella Parigi, città in cui l’arte, la storia, il romanticismo si fondono insieme per dare vita a un luogo spettacolare (che avrei voglia di tornare a visitare con molta più calma rispetto al 2010, anno del mio viaggio di studi universitario in Francia). Laure restaura un edificio abbandonato, restituendogli un nuovo obiettivo.
All’interno delle teche ci sono oggetti singolari: un velo da sposa, un dentino da latte, una marionetta, un tavolo, un telefono e due sedie. Sono oggetti che, osservati, sembrano non avere alcun significato. Sono le loro storie ad essere particolari: un matrimonio che, nonostante le promesse, non è andato a buon fine; la promessa di un padre fatta a un figlio riguardo il suo ritorno mai avvenuto; la promessa di una verità che non è mai stata rivelata. Numerose sono le richieste che arrivano a Laure, ognuna delle quali sarà valutata, e così il museo si arricchisce di quelli che sono ricordi condivisi, frammenti di esistenze trascorse nella speranza che qualcosa finalmente cambiasse. Si legge la delusione della gente dietro quegli oggetti, sentimenti feriti, soprattutto dolori e qualche piccolo ritaglio di felicità.


In quelle teche c’è anche un biglietto del treno da Praga a Vienna… Laure lo ricorda perfettamente. Riguarda la sua vita passata, quella che ha segnato la sua intera esistenza e che, ancora oggi, la spinge a sospettare delle persone. Quel biglietto la riporta al 1986, quando il comunismo vigeva ancora sovrano in Cecoslovacchia e lei era a Praga, al seguito di una famiglia ceca, come ragazza alla pari. In quel periodo Laure conoscerà Tomas, un musicista dissidente, un ragazzo che insieme ai suoi compagni cercava di combattere il regime, inseguendo disperatamente la libertà occidentale, celato nei palazzi abbandonati, negli scantinati sporchi e bui, e in un teatro delle marionette.


Il loro amore, ribelle, passionale e nascosto, è destinato a spezzarsi sotto le rigide imposizioni del regime, ma Laure non lo dimenticherà mai. Il timore di quegli anni scorre ancora nel suo sangue, le fughe con Tomas sono vivide, la violenza vista e subita torna a bruciare sulla pelle. Nemmeno la verità, emersa dopo tanti anni, riuscirà a regalare a Laure la tanto agognata serenità.

L’idea del museo delle promesse infrante è molto bella ed è proprio quella ad avermi attratta, così come la descrizione delle singole storie relativa agli oggetti contenuti nelle sale di quel particolare sito culturale. Mi sono domandata se un museo simile e partecipativo non fosse realmente possibile. Solo da pochi giorni ho scoperto l’esistenza del museo del diario, che raccoglie ricordi e confessioni personali della gente comune. Forse è proprio questo a fare la differenza tra un museo d’arte o di archeologia che riguarda tempi lontani e un museo che si propone, invece, come un luogo in cui narrare storie, a volte accomunandole al nostro stesso vissuto.
Non me la sento, però, di consigliarlo. I capitoli riguardanti il museo sono veramente pochi, quelli davvero interessanti sono i finali e più di metà del libro riguarda gli intrighi politici della Cecoslovacchia alla fine degli anni Ottanta. L’approfondimento storico, funzionale a fornire un inquadramento del clima diffuso dal regime comunista, è eccessivo, sottraendo in tal modo fascino all’esperienza di Laure che condurrà la protagonista all’istituzione del museo. Idea originale che avrebbe potuto essere sviluppata diversamente.

Vi lascio con alcune frasi tratte dal romanzo. Alla prossima!

«Stringere a sé una persona, essere stretti in un abbraccio, era la dimostrazione che si era vivi. Si era sentita una cosa muta e fredda per troppo tempo».

«Non avevo mai sognato che essere innamorati significasse essere entusiasti e sereni allo stesso tempo».

«Innamorarsi ancora di più, come le stava succedendo, significava liberarsi da se stessi. Era la libertà di fondersi con qualcun altro e farsi carico del suo mondo».


«Stranamente titubante, si fermò sulla soglia della Sala 3. Dove doveva mettere il biglietto ferroviario di Joseph Broad? Accanto alla bambola col volto sfasciato? Insieme con la scatola di fiammiferi col dentino da latte? Erano tutti legati da un filo conduttore, come aveva intuito velocemente anche May. La rabbia di Jamie e la disperazione infantile di Joseph si alimentavano entrambe del tradimento da parte di un adulto. Il pavimento della sala era sconnesso ed era stato necessario puntellare una gamba della vetrina all’interno della quale era esposto il biglietto ferroviario cecoslovacco. Sotto, c’era una didascalia che indicava la data, il luogo in cui era stato emesso e la sua destinazione. Era scritta in inglese, francese e ceco: Biglietto ferroviario per la linea usata negli anni ’80 dalle persone che scappavano in Austria dalla Cecoslovacchia. Era la via di fuga preferita da coloro che fuggivano dal regime. Molti non ce la fecero.»

domenica 10 luglio 2022

Recensione di "L'ultimo regalo" di Kathryn Hughes

Buongiorno a tutti amici lettori e buona domenica! Dove vi porto in questa bella giornata estiva? All'interno di una storia narrata, ancora una volta, da Kathryn Hughes, che rientra ufficialmente tra le mie autrici preferite.


Trama: Tara e sua madre Violet sono inseparabili. Almeno finché Violet non incontra Larry, un uomo apparentemente ricco e premuroso, che la convince a concedersi una vacanza in Spagna senza la figlia. I due quindi partono, ma non torneranno più… Sono passati trent’anni da allora, e Tara si è ormai rassegnata al fatto che Violet sia morta. Eppure, un giorno, un avvocato di Londra le consegna la chiave di una cassetta di sicurezza aperta a suo nome. Dentro, c’è un medaglione con una foto di Violet. Tara lo riconosce subito: è l’ultimo regalo che lei aveva fatto alla madre, proprio il giorno prima della sua scomparsa. Possibile allora che sia ancora viva? Tara deve trovarla. Perciò si reca immediatamente in Spagna, ripercorrendo le tappe di quel fatidico viaggio, e a poco a poco ricostruirà la storia di una donna troppo ingenua, di un uomo spregevole e senza scrupoli, di un legame che né il tempo né la distanza hanno potuto spezzare. Perché non c’è nulla di più forte dell’amore di una madre per una figlia, e sarà proprio quell’amore a illuminare il cammino di Tara e a condurla, finalmente, alla verità.

La copertina del libro mi ha attratta, devo essere sincera. Mi ricordava un ciondolo che ho trovato, casualmente, rientrando da una mostra nel maggio 2019. E poi l'autrice è ormai per me una garanzia.
Questa volta la storia è ambientata in Inghilterra, dove Tara, cinquantenne, madre di Dylan e separata da Ralph, è vissuta con la nonna materna da quando Violet, sua madre, è misteriosamente scomparsa. Tutto inizia, quindi, con una lettera e con il ciondolo che Tara le aveva regalato proprio il giorno in cui ogni cosa era cambiata.


Tantissimi anni prima, le inseparabili Tara e Violet cercavano di sopravvivere: Violet cantava nei locali per crescere la figlia adolescente, avuta da un uomo che aveva preferito dimenticare. Si stabiliscono in una modesta casetta, affittata da Alf, l'anziano proprietario di un ferramenta, finché Violet non conosce l'affascinante Larry Valentine, che le promette di condurre una vita agiata, cominciando da una vacanza in Spagna. Tara non nutre simpatie verso quell'uomo, ma vuole che sua madre - quasi trentenne - sia finalmente felice. L'ultimo ricordo di Tara è legato al giorno della partenza. In Spagna avrebbe dovuto esserci anche lei, ma Larry si era presentato in ritardo con la macchina sportiva a due posti, riservata a lui e Violet. A malincuore, Tara rinuncia, rimanendo con il proprio ragazzo, Tom, e Alf, consegnando comunque alla madre il regalo di compleanno che aveva acquistato con i suoi risparmi (e un generoso aiuto di Alf). Ma Larry Valentine non è chi dice di essere e la sfortunata Violet non tornerà più dalla Spagna...
Dopo tanti anni, quella lettera scritta da un certo Padre Isidoro, riaccende le speranze in Tara: e se Violet, la sua adorata mamma con cui aveva un legame speciale, fosse ancora viva? Se non l'avesse abbandonata? Chi cerca, trova e Tara riuscirà finalmente a fare chiarezza sulla verità, a tratti molto oscura, che ha caratterizzato la sua intera esistenza. Il tempo può trascorrere, ma il cuore non dimentica mai.

Gli ultimi capitoli mi hanno fatto commuovere e consiglio vivamente la lettura di questo romanzo, che si rivela anche divertente (Tara è molto imbranata, sia da giovane che da adulta, ed è una protagonista che ho adorato). L'autrice, infine, spiega come l'idea di questo libro sia nata dalla vacanza in Spagna con la sua famiglia. Il borgo medievale di Pedraza, vicino Segovia, ha giocato un ruolo fondamentale.
Grazie Kathryn Hughes! Al prossimo romanzo!



domenica 6 dicembre 2020

Recensione di "La misura della felicità" di Gabrielle Zevin

Buona domenica, amici! Come state? Domenica piovosa qui a Roma, in pieno clima invernale. Il cielo è grigio, ma in casa c'è un bel tepore... e sì, è quasi tempo di fare l'albero. In fin dei conti, il 6 dicembre è San Nicola.

Di cosa vi parlo oggi? Della mia ultima lettura, "La misura della felicità" di Gabrielle Zevin.


Trama: Dalla tragica morte della moglie, A.J. Fikry è diventato un uomo scontroso e irascibile, insofferente verso gli abitanti della piccola isola dove vive e stufo del suo lavoro di libraio. Disprezza i libri che vende (mentre quelli che non vende gli ricordano quanto il mondo stia cambiando in peggio) e ne ha fin sopra i capelli dei pochi clienti che gli sono rimasti, capaci solo di lamentarsi e di suggerirgli di “abbassare i prezzi”. Una sera, però, tutto cambia: rientrando in libreria, A.J. trova una bambina che gironzola nel reparto dedicato all’infanzia; ha in mano un biglietto, scritto dalla madre: Questa è Maya. Ha due anni. È molto intelligente ed è eccezionalmente loquace per la sua età. Voglio che diventi una lettrice e che cresca in mezzo ai libri. Io non posso più occuparmi di lei. Sono disperata. Seppur riluttante (e spiazzando tutti i suoi conoscenti), A.J. decide di adottarla, lasciando così che quella bambina gli sconvolga l’esistenza. 


Ad Alice Island, un luogo lontano dal mondo, esiste una piccola libreria, gestita da un uomo scontroso e piuttosto irascibile, A. J. Fikry. Da quando Nic, sua moglie, è morta, la sua esistenza è collassata e non ha più motivo di trovare un briciolo di felicità. Ha un solo amico, il commissario Lambiase, conosciuto in quell'orribile circostanza che gli ha cambiato la vita e che gli è rimasto accanto, come un angelo custode, cui si affianca la cognata - sorella di Nic - Ismay.
Una sera, però, A. J. trova una bambina di due anni, lasciata da sua madre davanti la porta, con un biglietto: "Voglio che diventi una lettrice. Voglio che cresca in mezzo ai libri e con persone che s'interessano a questo genere di cose". La mattina successiva il cadavere di una donna, gettatasi in mare, viene ritrovato a riva. 
La bambina, ormai orfana, si chiama Maya, è molto vispa e dolce, ama i libri e si affeziona immediatamente ad A. J., facendo sì che da persona chiusa e scontrosa, si trasformi in un uomo più accondiscente, gentile e persino aperto ad accogliere nuove letture (persino quelle che non avrebbe mai considerato) e un nuovo amore, sempre all'insegna della passione per libri e lettura.


"La misura della felicità" è un romanzo profondo, dedicato all'animo delle persone, alle loro esperienze, alla possibilità di fallire, trovando la forza di ricominciare. Si tratta, ovviamente, anche di un libro perfetto per gli amanti di librerie, biblioteche e lettura, perché sono proprio le storie stampate su carta a fare da filo conduttore.
La presenza di poche righe di presentazione in relazione ad alcuni libri letti da A.J. dirette a Maya acquisteranno pian piano significato per il lettore, trovando una risoluzione solo negli ultimi capitoli. 
Aspettatevi un finale molto triste che lascia trasparire una nota di dolcezza.
Unica pecca, che dipende però da un gusto assolutamente personale: l'utilizzo del tempo presente per narrare fatti passati. Non lo amo particolarmente.

Vi lascio con qualche estratto. Alla prossima!

«Ha trentun anni e pensa che avrebbe già dovuto incontrare qualcuno. E invece. Amelia-lato-positivo crede che sia meglio stare da sola piuttosto che con qualcuno che non condivida la tua sensibilità e i tuoi interessi. (È così, vero?) Sua madre sostiene che sono stati i romanzi a rovinare Amelia, alterando le sue aspettative nei confronti degli uomini veri. È un'osservazione che la offende, perché implica che lei legga soltanto libri con personaggi banalmente romantici. Ogni tanto sì, e non ci trova nulla di male; ma i suoi gusti sono molto più variegati. Adora Humbert Humbert, ma non lo vorrbbe né come compagno di vita né come fidanzato e neppure come conoscente. Prova lo stesso per Holden Caufield, e per Mr Rochester e Mr Darcy».

«Ma credo pure che la mia reazione più recente a questo libro sia la prova che bisogna incontrare le storie al momento giusto. Ricorda, Maya: le cose che ci colpiscono a vent'anni non sono necessariamente le stesse che ci colpiscono a quaranta, e viceversa. Questo è vero nei libri e anche nella vita».


«Tutto quel che ti serve sapere di una persona lo capisci dala sua risposta alla domanda: "Qual è il tuo libro preferito"?».

«Talvolta i libri non ci trovano finché non è il momento giusto».

«"È la segreta paura di non essere degni dell'amore che ci isola, ma è solo perché siamo isolati che pensiamo di non esser degni dell'amore", dice il brano. "Un giorno, chissà quando, starai guidando lungo una strada. E un giorno, chissà quando, lui, o lei, sarà lì. Sarai amato perché, per la prima volta nella tua vita, proverai il sincero desiderio di non essere solo. Avrai scelto di non essere solo».


«Forse nel mondo intero, in ogni istante, la misura della felicità è pari a quella dell'infelicità».

«Che differenza c'è tra un libro e l'altro? Sono diversi perché lo sono, decide. Bisogna leggerne molti, bisogna crederci, bisogna accettare che ti deludano, perché qualcuno, di tanto in tanto, ti possa entusiasmare». 

martedì 19 maggio 2020

Recensione di "Il profumo" di Patrick Süskind

Buonasera a tutti! Come state? Mentre pian piano si tenta di tornare a questa normalità che di normale ha ben poco, di certo la ritrovata abitudine della lettura - più frequente rispetto al pre-virus - non mi ha abbandonata. In quei momenti di pausa dalle questioni lavorative, ormai affrontate da casa trascorrendo ore davanti al freddo schermo di un pc, le pagine di un libro costituscono sempre un meraviglioso affaccio su milioni di realtà possibili, create dall'autore e condivise con il lettore.

Il mio ultimo libro, quindi, terminato proprio questo pomeriggio, è stato "Il profumo" di Patrick Süskind.


Trama: Nel diciottesimo secolo visse in Francia un uomo, tra le figure più geniali e scellerate di quell'epoca non povera di geniali e scellerate figure. Si chiamava Jean-Baptiste Grenouille e se il suo nome, contrariamente al nome di altri mostri geniali quali de Sade, Saint-Just, Fouché, Bonaparte, oggi è caduto nell'oblio, non è certo perché Grenouille stesse indietro a questi più noti figli delle tenebre per spavalderia, disprezzo degli altri e immoralità, bensì perché il suo genio e unica ambizione rimase in un territorio che nella storia non lascia traccia: nel fugace regno degli odori.

Come definire un romanzo simile? Surreale? Ho terminato "Il profumo" oggi pomeriggio con una strana sensazione che ancora non mi abbandona. Sotto certi punti di vista l'ho apprezzato, ma non posso dire che mi sia piaciuto in maniera estrema. Saranno presenti alcuni spoiler, che è stato impossibile evitare.


Ci troviamo, perciò, di fronte a Jean-Baptiste Grenouille, abbandonato dalla madre perché creduto morto, creatura avvolta da una sorta di maledizione che colpisce tutti coloro che in qualche modo incrociano la sua strada. Grenouille è una strana creatura, vissuta senza amore, che di umano ha ben poco, il cui aspetto orribile non è nemmeno accompagnato da un odore. Eppure Jean-Baptiste ha un dono: un naso finissimo, alla pari di quello di un segugio. Grenouille percepisce ogni odore e ogni profumo, riuscendolo a scindere in tutte le sue componenti. Lui vive per gli odori, esiste per conoscere il mondo attraverso di essi, usando l'olfatto come fosse un occhio acuto cui non sfugge nulla.
Dopo un periodo trascorso a comprendere quali siano le sue reali pulsioni, seguite all'omicidio di una giovane della quale voleva solo aspirarne il meraviglioso profumo, decide di diventare apprendista di un profumiere parigino. Imparerà qui le basi della distillazione, creando profumi da far invidia a qualsiasi maestro profumiere. 


Lascia Parigi, per poi spostarsi in solitudine su una montagna, dove lontano dal mondo per ben 7 anni, comprende quale sia la sua aspirazione più grande: essere adorato dagli uomini attraverso un profumo, il migliore di tutti, capace di farlo amare in maniera incondizionata da ognuno.
Tornando alla civiltà, riprende la propria attività, mascherato da garzone di una profumiera dalla quale impara ancora, si perfeziona, finché il suo folle piano non esplode. Grenouille lascia una scia di sangue alle sue spalle, uccidendo giovani donne bellissime, fino a giungere alla più bella di esse, figlia del secondo console. Gli stratagemmi per metterla al sicuro non basteranno perché il nostro protagonista non è guidato dalla vista, né dall'astuzia, bensì dall'olfatto sopraffino. Come un cacciatore, si apposta, la spia, la segue, la uccide e la veglia, finché non ne assorbe il profumo attraverso bende cosparse di grasso. E sparisce, perché lui ha facoltà di essere invisibile, lui è la creatura senza odore.


Sarà proprio questo nuovo profumo, creato per far sì che ogni umano lo ami, a salvarlo dalla tortura e dall'uccisione cui era stato condannato. Ma non contento, Grenouille decide che non è l'amore a dargli soddisfazione, bensì l'odio. Presa coscienza di quest'ultima aspirazione, si cosparge del micidiale profumo, morendo infine fatto a pezzi e divorato da un gruppo di sbandati all'interno di un cimitero, ognuno dei quali ambiva a possedere una parte di quella creatura dall'odore così buono e intenso.

L'atrocità di quest'ultima scena, oltre alla serie di omicidi degni di un serial killer, mi ha inquietato e piuttosto disgustato. C'è da dire, però, che per imbastire un romanzo simile ci voglia abilità. Süskind, attraverso elencazioni e descrizioni di profumi, mescolati in essenze floreali, e di odori nauseabondi riesca a trasmette al lettore quanto sia importante il senso dell'olfatto. Quest'ultimo appartiene, forse, alla parte più primordiale dell'uomo. Si pensi anche solo alle esperienze personali: non ci avvicineremmo mai a una persona che emana un cattivo odore; al contrario, una persona con un buon profumo ci spingerà ad istinti amichevoli, a volte amorevoli. Gli stessi animali si riconoscono tra loro tramite l'odore. Inoltre, non si dimentichi un aspetto molto importante degli odori: evocano ricordi con un'intensità tale da riuscire a far rivivere sensazioni passate.

Grenouille è una creatura umana che, allo stesso tempo, non fa parte dell'umanità; è un essere spinto esclusivamente dal proprio istinto maggiore, quello del possesso. Ma a differenza di quel che si potrebbe pensare, è comandato dal senso in lui più sviluppato, l'olfatto: aspirare un buon profumo, al contempo, genera in lui un piacere pari a quello sessuale; possedere un buon profumo è un'ossessione. E la realtà per Grenouille esiste solo grazie all'odore insito in ogni cosa.


Il ritratto che l'autore effettua della società di quel tempo, delle città, delle persone mi ha trasportata in una delle opere di Hogarth, artista inglese del Settecento, che dipingeva con sapiente maestria e con sarcasmo, la decadenza di ogni valore. Süskind è l'Hogarth della narrazione: in quei bassifondi nauseabondi di Parigi e delle altre cittadine francesi, dove si aggira l'inquietante e spettrale creatura che è Grenouille, esiste anche un mondo fatto di apparenze, di persone depravate, di impostori e di gente senza cuore. Lo stesso Rachis, padre di Laure, l'ultima ragazza assassinata, ha dei pensieri nei confronti della figlia che fanno decisamente rabbrividire.
Se Grenouille è brutto, storpio, uno scarto di quella società, è anche senza dubbio figlio di quest'ultima. Non è, infatti, di certo migliore di tanti personaggi che, mascherati sotto l'aura del bravo profumiere, del conciatore, del frate, della profumiera o del console, nascondono un'anima oscura, intrisa del peggiore degli odori. 

Non posso dire che "Il profumo" sia il mio libro preferito, né potrei consigliarne la lettura a tutti. Mi aspettavo, forse, un altro tipo di storia. Si tratta, invece, di un romanzo molto particolare, dominato da atmosfere cupe e da rimandi talvolta filosofici; un romanzo, la cui narrazione scorre molto lentamente in alcune parti, per poi divenire più rapida in prossimità dell'esplosione istintiva di Grenouille verso gli ultimi capitoli. 
"Il profumo" è un libro che non si può definire né bello, né brutto... E forse era proprio questo lo scopo dell'autore: creare una storia che, come un profumo, generasse diverse reazioni nei lettori. 

Termino avvisandovi che esiste anche un film tratto dal romanzo. Non l'ho visto e non so se lo farò, ma forse a qualcuno potrebbe certamente interessare.
Chiudo questa recensione con alcune frasi che ho trovato significative. Un abbraccio a tutti!

«Il mare aveva l'odore di una vela gonfia di vento in cui rimaneva un sentore d'acqua, di sale e di un sole freddo. Aveva un odore semplice, il mare, ma nello stesso tempo così vasto e unico nel suo genere [...]». 




«Il profumo ha una forza di persuasione più convincente delle parole, dell'apparenza, del sentimento e della volontà. Non si può rifiutare la forza di persuasione del profumo, essa penetra in noi come l'aria che respiriamo penetra nei nostri polmoni, ci riempie, ci domina totalmente, non c'è modo di opporvisi».


«La luce della luna non conosceva colori e si limitava a disegnare dolcemente i contorni del paesaggio. Ricopriva la campagna di un grigio sporco, e fermava la vita per una notte. Questo mondo come fuso nel piombo, in cui nulla si muoveva tranne il vento, che talvolta passava come un'ombra sui boschi grigi, e in cui nulla viveva se non gli aromi della nuda terra, era l'unico mondo possibile per lui, poiché era simile al mondo della sua anima».






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