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domenica 20 settembre 2026

Recensione di "Tornare al Cairo" di Denise Pardo

Buonasera a tutti, amici, e bentornati tra le pagine virtuali di Sàkomar World!

Oggi vi porto al Cairo, tra le atmosfere esotiche e misteriose che tanto hanno affascinato gli occidentali, suscitando passioni tali da condurre, purtroppo, anche all'indiscriminato saccheggio delle antichità.


Trama: Millenovecentoquaranta. A Kate Lambert bastano pochi giorni al Cairo per innamorarsene perdutamente. Si è lasciata alle spalle una Londra plumbea su cui già soffiano i venti della nuova guerra. La capitale egiziana è luminosa, rifulge perfino di notte del chiarore del deserto, una babele di odori, cibi, lingue, religioni che non conosce barriere né diffidenza, solo accoglienza e curiosità. A un primo sguardo, Kate è come molte donne inglesi, gli occhi azzurri, i capelli dorati, i lineamenti fini. La sua fame di vita però la rende diversa. I luoghi prediletti dalla comunità cosmopolita, come il Shepheard’s Hotel e la Pasticceria Groppi, sono magnifici, ma lei preferisce perdersi nei vicoli polverosi, respirare il profumo di gelsomino e di legno di Agar, camminare lungo la Corniche del Nilo. Crede nella libertà dei suoi vent’anni che si spalancano davanti a lei come una promessa. Fino all’incontro con Hafez. Di lui non sa nulla se non ciò che vede, gli abiti occidentali, l’accento di Oxford, anche se percepisce qualcosa di sfuggente e misterioso. Non sa ancora che Hafez ha un profondo legame con Gamal Abd el-Nasser, quel Nasser che trama insieme a un gruppo di ufficiali per rovesciare re Farouk e restituire l’Egitto agli egiziani. Che fomenta il sentimento antibriannico e l’antisemitismo dilaganti per sancire la fine del colonialismo e il nuovo corso del Levante. L’amore tra Kate e Hafez è un terremoto che li trova impreparati e li distoglie dal loro destino. Da Londra al Cairo, da Alessandria a Beirut, arriverà il tempo della scelta fra la loro unione o l’Idea più grande che potrebbe distruggerla.

Panoramica di Il Cairo (foto di Cristina Cumbo, luglio 2025)

Ho acquistato il romanzo di Denise Pardo qualche mese dopo essere tornata dal mio primo viaggio in Egitto, un paese in cui desideravo andare sin da quando ero bambina. Innamorata da sempre delle piramidi, delle tombe dipinte, dei geroglifici (che imparai a leggere da autodidatta), recarmi tra le sabbie d'Egitto è stato come tornare in un posto familiare, pur non avendoci mai messo piede: Il Cairo con le sue strade affollate, le moschee, le mercanzie esposte in ogni modo a Khan el-Khalili, Saqqara e la piana di Giza dominata dalle piramidi; Luxor, con i maestosi templi e la Valle dei Re e delle Regine, il Nilo enorme e regale, gli edifici che richiamano la presenza britannica; Hurghada, dalle spiagge infinite e il mare cristallino (unico inconveniente: per non rompersi una gamba, è opportuno fare attenzione agli scogli).
Con tanta meraviglia negli occhi e nel cuore, sulla scia del collega archeologo Howard Carter, me ne sono tornata a Roma con un volo mattutino e la voglia di riprendere l'aereo, esplorare altri posti, fare tappa ad Alessandria, Philae, Abu Simbel, Assuan, Siwa, Santa Caterina sul Monte Sinai...
Ebbene, potrei continuare a parlarne per ore senza stancarmi mai perché le passioni non si spengono così facilmente, ma torniamo al libro.

Questa è la storia di Kate Lambert, figlia di James Lambert, al seguito dell'ambasciatore britannico in Egitto. Kate si trasferisce a vivere con suo padre al Cairo, dove frequenta le scuole e dove, interessandosi di politica e amando una cultura tanto diversa dalla sua, si inserisce rapidamente all'interno della società medio-borghese, composta da persone di provenienza e confessione religiosa diverse che convivono tra loro: ebrei, musulmani, copti. Il Cairo è un intreccio di culture che, da subito, affascina Kate insieme ad alcuni luoghi particolari, come la Corniche lungo il Nilo. Tuttavia, sono gli anni Quaranta del Novecento e i venti di guerra si respirano anche in quella parte di Mediterraneo. L'Egitto non è esente dagli influssi politici. Nasser, sostenuto dai suoi, sta cercando di prendere il potere.
In questo clima così variopinto, Kate conosce Hafez, egiziano, di buona famiglia, alle cui spalle ci sono studi condotti in Occidente. Il loro rapporto è magnetico, passionale da entrambe le parti, eppure ostacolato dai rispettivi mondi di provenienza. Sembra un controsenso, ma non lo è: nonostante Il Cairo sia così eterogeneo, gli egiziani stanno maturando un sentimento antibritannico e una unione come quella di Kate e Hafez, peraltro molto vicino a Nasser, non è ben visto.
I due si avvicineranno e separeranno molte volte, finché il destino avrà l'ultima parola.

Il Cairo, nelle vicinanze di Khan el-Khalili (foto di Cristina Cumbo, luglio 2025)

Ho amato "Tornare al Cairo", ma a tratti ne avrei anche abbandonato la lettura. Lo ritengo un romanzo controverso, tanto quanto l'amore tra Kate e Hafez. Se da un lato l'Egitto viene dipinto, attraverso gli occhi di Kate, come un luogo affascinante, caratterizzato da un particolare magnetismo, multiculturale, eppure legato alle radici di antiche civiltà, ovvero un luogo di cui si avverte una profonda nostalgia quando si è distanti, dall'altro lato la narrazione si fa molto pesante quando (frequentemente) vengono descritti minuziosamente tutti i passaggi politici che hanno portato alla deposizione di re Farouk e alla presa di potere di Nasser.
Logicamente, è ammirevole quanto Denise Pardo si sia documentata, studiando il contesto storico in cui ambientare la narrazione, ma avrei preferito ci fosse un po' meno approfondimento politico e più descrizione degli ambienti in cui si muoveva Kate. A volte, si ha l'impressione che Kate sia migrata da una ricca casa all'altra, occupandosi solo e soltanto di intessere relazioni sociali, quando invece sono sicura (me la sono immaginata) passeggiare per le vie del Cairo, ammirandone i colori, ascoltando il vociare della popolazione, il canto dell'imam dalla moschea, osservando la coesistenza dell'architettura umile, rurale, con quella di stampo britannico, coloniale.
Avrei preferito, quindi, non solo che si descrivessero le occasioni di incontri, di chiacchiere più o meno serie tra donne, infarcite di caffè turco, di deliziosi dolci e di serate nei palazzi, nonché di amicizie che improvvisamente si trasformano in rapporti da cui stare alla larga, in parole non dette o pronunciate con cautela (un clima di spionaggio), ma più vita quotidiana, più semplicità oltre ai grandi temi religiosi e identitari.
E forse sarò romantica io, ma ho detestato Hafez con tutta me stessa. Non per il suo coinvolgimento negli affari politici (è un uomo del suo tempo, che difende la propria identità culturale seriamente minacciata e già ampiamente compromessa dal colonialismo), ma per il suo profondo egoismo sentimentale.
Mentre Kate è talmente presa da lui da lasciare addirittura il marito (peraltro, sposato per dimenticarlo), Hafez non rinuncia a nulla. Pretende che sia lei a cambiare, lei a sopportare di essere un'amante e non una moglie, fino a giungere alla richiesta estrema di nascondersi dietro un finto aspetto medio orientale, senza neppure apprezzare la figlia avuta (se fosse stato un maschio, il discorso sarebbe stato diverso). Non è certamente un amore semplice, scontato, banale. Kate rappresenta la Gran Bretagna del colonialismo; Hafez, l'Egitto sottomesso, colonizzato, che alza la testa e reagisce. Ma quanta sofferenza si avverte in questo rapporto, quasi sempre unilaterale, in cui alla fine prevalgono gli ostacoli...

La piana di Giza e le piramidi viste dal ristorante di un albergo (foto di Cristina Cumbo, luglio 2025)

Consiglio questo libro? Sì, a patto che lo si legga senza aspettarsi che sia un romanzo leggero. Vi verrà sicuramente voglia di andarvi a documentare meglio sulle varie dinamiche politiche egiziane e, successivamente, di organizzare un viaggio in Egitto. E qui vi posso dire: spendeteli bene quei soldi. Andate a visitarlo, non ve ne pentirete.

«A volte sono le cose profondamente sbagliate a farci perdere la testa».

«A pensarci bene, il loro amore è il simbolo di quello che a Kate è subito piaciuto in modo incondizionato. Il Cairo che avvicina, condivide e unisce, Il Cairo dell'inclusione pacifica».

«Quando dovrai fare una scelta vitale, spera che sia l'epoca in cui nascono i narcisi. Portano bene e sono un esempio di energia positiva. Pensa quanta ne devono avere per spaccare la terra dura e ricordare che arriva il sole».

«Kate chiuse gli occhi per un attimo per assaporare il caldo della sera, i profumi dei gelsomini e del frangipane. Quanto aveva sognato le notti del Cairo, la luna sulle Piramidi e il canto degli animali notturni. Qualunque cosa stesse per accadere, era tornata dove voleva stare».

p.s. è assolutamente vietato riutilizzare le mie foto, senza prima avermi chiesto il permesso e aver inserito il link al presente post.

lunedì 31 agosto 2026

Recensione di "Amore e altri equivoci in libreria" di Moira MacDonald

Buongiorno a tutti amici e buon ultimo giorno di agosto! L'estate non è ancora terminata, ma certamente il 31 del mese, che tra l'altro cade di lunedì, suggerisce la ripresa delle attività.

La lettura, però, non è una passione che si arresta e, quindi, vi porto a conoscere "Amore e altri equivoci in libreria" di Moira MacDonald. Lo conoscete?


Trama: April, una trentenne single, ha la tendenza a rifugiarsi nei libri per evitare la solitudine. I protagonisti dei romanzi, infatti, le danno sempre l’illusione di essere in ottima compagnia, a differenza sua che, lavorando da casa, non ha modo di conoscere nuove persone. E poi c’è Westley, l’affascinante libraio in carne e ossa che presiede il reparto libri usati della libreria di quartiere Leggere tra le Righe: timido ma affabile, un sorriso gentile, l’aria da intellettuale e una serie di adorabili camicie di flanella. Una sera, in uno slancio di vitalità, April decide di scrivergli una lettera anonima e di lasciargliela tra le pagine di un libro: la speranza ovviamente è quella di attirare la sua attenzione. Peccato che il biglietto, complice il destino, finisca tra le mani di Laura, vedova ormai da cinque anni e madre indaffaratissima della piccola Olivia. Laura ha rinunciato da tempo all’amore, ma quando nel libro che ha appena comprato trova il biglietto anonimo pensa che Westley l’abbia lasciato per lei; e la possibilità che un uomo così attraente le faccia la corte è una sorpresa stravolgente. Dal canto suo Westley, che non è certo il più brillante quando si tratta di donne, non si è accorto di nulla, e a distrarlo ulteriormente si sono aggiunte le riprese del nuovo film della famosa regista Donna Wolfe, che ha scelto proprio Leggere tra le Righe come location. Quando i messaggi tra April e Laura diventano una vera e propria corrispondenza amorosa, le cose si fanno complicate. Come nei migliori romanzi, arriverà il lieto fine per qualcuno di loro? Una romantica commedia degli equivoci, per ricordarci che tra le pagine di un libro è possibile trovare la forza di ricominciare.

Ho acquistato questo libro parecchi mesi fa, ma dato il formato non proprio comodo da portare in borsa, me l'ero riservato per l'estate, momento in cui non avrei preso i mezzi nel traffico romano. Cosa mi aveva ispirato? Il fatto che fosse un libro in cui si parlava di libri e di un romantico approccio tramite biglietti. Perché se è vero che siamo nell'epoca in cui WhatsApp e altre app di messaggistica istantanea hanno letteralmente soppiantato ogni altro mezzo di comunicazione, ci sono ancora persone come me che amano la carta, l'inchiostro e la calligrafia, tramite cui le emozioni si percepiscono molto più distintamente, al contrario degli innumerevoli equivoci che mi sono capitati in chat nonostante le fastidiosissime emoticons (stendiamo un velo pietoso).

Ebbene, questa è la storia di April, trentenne single, impiegata presso un'agenzia immobiliare, il cui lavoro si svolge esclusivamente da remoto e, quindi, tra le quattro mura di casa. April, perciò, non ha modo di fare amicizia o di intraprendere relazioni sentimentali, se non tramite incontri fallimentari organizzati dalla sua unica conoscente (ormai impegnata con la famiglia). Alla ragazza, però, piace leggere e nella libreria "Leggere tra le righe" lavora un bel ragazzo, Westley, che si occupa di volumi usati. Ad April viene in mente di scrivergli un biglietto e di lasciarlo in uno dei libri, con l'idea che lui l'avrebbe trovato e, se tutto fosse andato per il verso giusto, le avrebbe risposto.

Ed effettivamente la risposta arriva: April e il misterioso libraio si scambiano apparentemente alcuni messaggi, giungendo a darsi appuntamento... peccato che l'altra persona non sia Westley, bensì Laura, quasi quarantenne, lettrice, impiegata presso un negozio di abiti, vedova, con una meravigliosa bimba e che anche lei abbia messo gli occhi addosso a Westley, credendo di scambiarsi biglietti con lui.

Westley è all'ignaro di tutto. Mentre la libreria diventa un set cinematografico per un film di una nota regista, la corrispondenza prosegue. Dove porterà?

Foto di Public Co da Pixabay

Ho apprezzato molto l'idea di questo enorme "miseunderstanding" che si è creato tra i vari personaggi e la suspense generata dall'attesa del prossimo biglietto.

La storia ha un lieto fine, ma non quello che il lettore inizialmente si sarebbe aspettato. I libri, infatti, hanno un magico potere: quello di intessere relazioni tra persone che sfogliano le stesse pagine, che amano gli stessi generi, o ancora tra coloro che si scambiano opinioni su argomenti totalmente diversi, finendo per scoprire nuove letture su cui mai avrebbero posato gli occhi.

Posso anticipare solo una cosa: la libreria "Leggere tra le righe" di Seattle sarà teatro di nuove opportunità lavorative, di nuovi amori e di nuove bellissime amicizie.

Consiglio "Amore e altri equivoci in libreria" a chiunque, come me, ami le storie ambientate in libreria e quel sottile romanticismo che nasce tra penne e fogli di carta.

Moira MacDonald, inoltre, dà voce anche alla difficoltà della nostra epoca: in seguito alla pandemia, in particolare, è diventato sempre più complicato rapportarsi con gli altri.

Unica pecca: ci sono state delle parti che avrei volentieri evitato, a mio avviso ripetitive, come le lunghe parentesi sul set cinematografico, oppure l'approfondimento su alcuni personaggi secondari. Probabilmente, l'intenzione dell'autrice era quella di presentare il libro come un copione di un film, alternando i punti di vista e dando spazio anche a chi non avrebbe avuto un ruolo principale.

Vi lascio con qualche piccolo estratto e vi aspetto sempre qui, tra le pagine virtuali di Sàkomar World!


«Tanto tempo prima April era convinta che trentatré anni fossero un'età ragguardevole, e che quando l'avesse raggiunta sarebbe stata felicemente sistemata, con un'esistenza ricca e piena. Nella vita di April non c'era nulla che non andasse, eppure aveva sempre la sensazione di essere in attesa di qualcosa - dell'amore, di un lavoro che le desse più soddisfazione, di tempo trascorso in compagnia di un gruppo di amici, di qualcosa di inaspettato».

«Dopo averlo fatto durare il più a lungo possibile, April bevve un ultimo sorso del suo caffè. Bere qualcosa seduta al tavolo di un locale pubblico era davvero diverso dal farlo a casa: lì si era parte di un mondo. Era come se il profumo dei libri sugli scaffali - quell'odore polveroso di storie che ricordava vagamente quello del lievito - in qualche modo impregnasse anche il liquido. Dopo l'assurdo aperitivo di Picket Fence, lì si sentiva più a suo agio: quello era un posto in cui lei stessa era il personaggio di una storia, in cui non si sentiva un'estranea e in cui presto ci sarebbe stato un finale. Magari addirittura un lieto fine».

«Era convinto che nella vita non occorresse altro che un numero sufficiente di libri».

«È per questo che leggiamo, no? Per sparire all'interno di altri mondi».

«I due si sedettero e bevvero senza parlare, ma era come se non fosse necessario. Forse l'amore era semplicemente questo: stare seduti a bere caffè con qualcuno e non avere bisogno di parole».

venerdì 21 agosto 2026

Recensione di "Museo di un amore infranto" di Fabrizio Bonetto

Buongiorno amici lettori! Eccoci qui, di nuovo tra le pagine bianche del blog!

Dovrei trovarmi sempre in vacanza per riuscire a immergermi nelle letture che mi attendono, osservandomi dal comodino, ormai da qualche mese.

Oggi vi porto a conoscere il romanzo di Fabrizio Bonetto, "Museo di un amore infranto".


Trama: A Zagabria c’è un museo che accoglie i ricordi di chi ha un amore fallito di cui disfarsi. È il Museum of Broken Relationship, e conserva anelli, buste chiuse, bambole gonfiabili, lampade a forma di fragola, creme per il viso, flaconi di veleno… Hanno tutti una storia da raccontare. Anche Giacomo e Veronica hanno una storia da raccontare. Iniziano a farlo nel momento in cui Giacomo torna a casa e trova Veronica seduta sul divano, ad aspettarlo in compagnia di un altro uomo con cui ha intenzione di costruirsi una vita nuova. Un capitolo alla volta, le due «parti del problema» analizzano la loro storia d’amore: è una versione doppia, ambivalente, falsata come solo i ricordi sanno essere; ripercorre cecità e incomprensioni, la noia e l’insoddisfazione delle relazioni stantie, ma anche le dolcezze e i momenti felici. Giacomo e Veronica sono impacciati, crudeli, feriti, orgogliosi, egoisti. Sono anch’essi esposti, come le reliquie amorose del Museo che inframmezzano la narrazione, e aspettano il lettore sul confine invisibile tra prima e dopo, un confine che tutti abbiamo conosciuto, da cui abbiamo osservato con sgomento ciò che ci era parso eterno ed è ora pronto a restringersi fino a diventare un misero spazio vuoto (una porta di casa, l’ultima pagina di un libro) da scavalcare.


Quando finisce un amore? Domanda cui in pochi sanno rispondere. Perché forse non esiste un momento preciso, ma si cade vittima dell'abitudine, dell'assenza di comunicazione, di gesti scontati. La scintilla si regolarizza o, peggio, si spegne, spingendo la coppia a sfaldarsi e a cercare uno stimolo esterno.

Giacomo e Veronica ne hanno superate di tutti i colori, dalla morte del fratello di lei, a un aborto spontaneo fino al lockdown; si sono supportati in occasione delle altre due gravidanze; hanno viaggiato insieme e vissuto momenti di intimità indimenticabili. Ma a un certo punto, Veronica si presenta con Giovanni. Lo porta in casa, davanti a Giacomo, per ufficializzare l'inizio di una nuova relazione.

La prima reazione è di stupore; poi comincia il confronto (cos'ha più di me? Non ha i capelli, come me. La pancetta. Eh no, non è più bello. Allora cos'avrà mai?); segue la rabbia (rottura di servizio "storico" in porcellana; visione di filmati in cui tutto andava più che bene); persino la chiamata verso la moglie di Giovanni che non è al corrente, esattamente come Giacomo, di questa nuova coppia.

E pian piano in Giacomo si fa strada l'arrendevolezza. Se è così che deve andare, va bene, vada, basta che non si distrugga quel che faticosamente era stato messo insieme in tanti anni di matrimonio. Ci sono anche due figli, il loro mondo si disgregherà.

Questi e altri pensieri passano velocemente, si susseguono in Giacomo. Veronica non è da meno, forse addirittura più malinconica, riflette sulle numerosissime volte in cui la presenza di Giacomo l'ha salvata da tanti momenti bui, addirittura dal baratro in cui stava finendo con tutta la sua famiglia d'origine.

I punti di vista si alternano e, a intervallare le varie fasi della rottura, ci sono alcuni oggetti, conservati al Museo degli Amori Infranti (o delle Relazioni Interrotte) di Zagabria: una bambola gonfiabile, un anello di fidanzamento, un lumino con raffigurato Padre Pio, un cartone da asporto per pizza, un vasetto di paprika dolce. Ognuno di essi ha una storia da raccontare, un episodio cui è legato e un amore che non ha spiccato il volo.

Tra momenti ironici e malinconici, Fabrizio Bennetto introduce il lettore all'interno delle dinamiche di coppia attraverso un dialogo che, di fatto, non si svolge. Giacomo e Veronica, infatti, si scambiano solo poche battute, ma nel momento clou sono tanti i pensieri che vorticano nelle rispettive menti.

L'amore, forse, non è eterno come ci hanno sempre fatto credere. Stare insieme è più difficile di quel che si pensi. Bisogna superare tempeste di ogni tipo, ma la sfida è proprio questa: agire in due, di concerto, senza sovraccaricare l'uno o l'altro e senza far sì che manchi la comunicazione. Il silenzio è, probabilmente, il più grande nemico.

Un libro gradevole, di rapida lettura, non per questo leggero nel contenuto.

Vi lascio con qualche piccolo estratto e vi aspetto alla prossima recensione!

Foto di gouv da Pixabay

«Sembra facile ricominciare da zero quando ti senti una nullità, piangi la notte di nascosto pensando al motivo per cui è toccato proprio a te, pensi che sarai inadatta anche quando il pulcino uscirà dall'uovo, anche quando è uscita la nostra prima pulcina temevo di farla cadere, di romperla, di dover di nuovo ripartire e lì c'eri tu, sempre, con i tuoi modi calmi e tranquilli, sicuri, tu a destreggiarti con biberon e pannolini, tu che riuscivi a stare sveglio la notte senza perdere colpi al lavoro, riuscivi anche nel tuo lavoro, mentre io mi trascinavo dal letto all'auto, dall'auto alla scrivania e dalla scrivania al letto».

«Prendi un vaso Ikea di vetro, di quelli grandi, dove si conservano i biscotti, con il tappo di plastica argentato. lo svuoti del contenuto, lo lavi per bene. Da lì in poi ognuno di noi quattro scriverà un bigliettino che riporti una cosa bella che gli è successa in quella giornata. [...] Iniziamo a scrivere e a deporre il primo bigliettino che comporrà il mucchio della nostra felicità familiare anche in questo momento così incerto».

giovedì 20 agosto 2026

Recensione di "Il libraio di Venezia" di Giovanni Montanaro

Buonasera amici, bentornati tra le virtuali pagine letterarie di Sàkomar World!

Essendo una lettrice di livello Platinum, La Feltrinelli mi ha fatto un regalo per il mio compleanno (così come lo scorso anno): libro gratuito, edito da Feltrinelli, del valore inferiore a 15,00 euro, eccezion fatta per quelli in promozione.

Devo dire che nel mese di luglio, quando cade appunto il mio compleanno, è complicato individuare un libro che non sia in promozione, ma anche questa "sfida" mi permette di trovare titoli che, altrimenti, mi rimarrebbero ignoti.

Come regalo, quest'anno ho scelto "Il libraio di Venezia" di Giovanni Montanaro. Lo conoscevate già?


Trama: In campo San Giacomo, a Venezia, c'è la Moby Dick, una libreria di quelle «che ti sorprende che esistano ancora, anche se ci sono in ogni città, tenaci come guerrigliere, eleganti come principesse». Il suo libraio si chiama Vittorio, ha passato i quarant'anni, vive per i suoi libri, combatte per continuare a venderli. Un giorno incontra Sofia, gli occhi chiari e le risposte svelte, che prende l'abitudine di andare a trovarlo. Il 12 novembre 2019, però, i 187 centimetri di acqua alta eccezionale inondano le case, i negozi, sommergono gli scaffali di Vittorio. Le pagine annegano, e «campo San Giacomo è pieno di libri perduti, e pare che tutto sia perduto». Giovanni Montanaro, che ha vissuto in prima persona i giorni tragici dell'inondazione, li racconta in un modo lontano dalle cronache che hanno commosso il mondo. Racconta l'angoscia dell'acqua che sale, che distrugge, ma mostra anche un'altra Venezia, i giovani, i cittadini che reagiscono, l'allegria nata in mezzo allo sfacelo, fatta della capacità di aiutarsi, di rinascere. Scritto quasi di getto, questo racconto è una galleria di personaggi, emozioni, colpi di scena il cui cuore è Venezia, sono i librai, è l'amore per i libri e l'amore che nasce grazie ai libri. E ai librai veneziani Montanaro destina interamente i proventi dei suoi diritti d'autore, per sostenerli dopo gli eventi di novembre. In calce al volume, sono proprio i librai veneziani a descrivere sé stessi e le loro librerie: il lettore può scoprirli anche attraverso le mappe che creano un percorso nella laguna – nonostante tutto, «Venezia è sempre lei. Venezia è meravigliosa».

Venezia è una città bellissima, con le sue calli, il mare che ne lambisce ogni singolo centimetro di terra, i monumenti che svettano sull'acqua e le luci che si riflettono tra le onde. Ma è anche una città a rischio. Lo sanno bene i suoi abitanti e, in realtà, lo sa bene il mondo intero.

Quando il Mose è entrato finalmente in azione, abbiamo tutti quasi pianto dalla gioia (ricordiamo che il cantiere era stato iniziato nel 2003... una vergogna). Venezia, infatti, con l'acqua alta si allaga. E il problema non sono solo gli allagamenti, ma il sale che si deposita sulle superfici e corrode. Emblematiche sono le immagini della basilica di San Marco invasa dall'acqua e dei pavimenti che si stavano rovinando inesorabilmente nel 2019. Si è pensato poi di intervenire ponendo una barriera di cristallo temporanea per salvare la chiesa.

"Il libraio di Venezia" narra proprio della tragica acqua alta del 2019, vista dagli occhi di un'anziana inquilina veneziana che, affacciata alla finestra, aveva la visuale sulla libreria "Moby Dick", di cui era proprietario Vittorio, quarantenne innamorato della propria attività minacciata, tuttavia, dal rialzo degli affitti. Prima dell'acqua alta, Vittorio conosce Sofia, ventenne, divoratrice di libri e lavorante presso il vicino bar di Chung. Nonostante la differenza d'età, tra Sofia e Vittorio nasce un certo feeling: la ragazza prende l'abitudine di entrare in libreria, anche solo per una chiacchierata. I presupposti per una storia ci sono tutti, ma poi ecco l'acqua che invade tutto, distrugge, si infiltra silenziosa nei negozi, nelle case, demolisce le strutture, porta via oggetti, persone e libri. E la furia non si ferma in un giorno. Prosegue, come a voler dare il colpo di grazia a Venezia.


I negozianti reagiscono, ma è difficile riprendersi dopo un così duro colpo. I libri di Vittorio, quelli posti sui primi due scaffali, non si sono salvati. Come naufraghi, hanno finito per galleggiare e riempire le calli di pagine sparse. Sofia, invece, non è riuscita ad arrivare in tempo: nonostante la pericolosità, la ragazza è uscita per dare una mano, ma è quasi affogata.

Nei giorni successivi, lei e altri ragazzi giunti anche da altre città - proprio come in occasione dell'alluvione di Firenze del 1966 - aiuteranno i veneziani a rimuovere litri di acqua e a lavare tutto per eliminare la salsedine.

Per Vittorio ci sarà speranza? Beh, le storie a lieto fine esistono e questa è una di quelle.


Il libro di Giovanni Montanaro è un inno a Venezia, alla sua bellezza e alle sue difficoltà, a una città che risorge sempre anche quando l'acqua - su cui è nata - sembra rivoltarsi. Molto bella l'idea di inserire una planimetria di tutte le librerie che hanno aperto o riaperto i battenti dopo il 2019, con le rispettive descrizioni e contatti... così, se dovesse capitarvi di fare un viaggio a Venezia, potete prendere "Il libraio di Venezia" come riferimento ed esplorare questi magici templi letterari.

Per quel che mi riguarda, mi ha fatto bene ripercorrere l'itinerario che, nell'ormai lontano 2015, caratterizzò il viaggio di una settimana con la mia famiglia e poi una giornata nel 2020, poco prima del lock-down, quando mi recai a Venezia per un colloquio sostenuto presso la Fondazione Giorgio Cini.

Ho apprezzato molto, infine, la coinvolgente descrizione dell'innalzamento della marea: tragica, brutale, angosciante, inevitabile. Libro consigliato.

Vi lascio con qualche breve estratto e vi aspetto alla prossima recensione!

«Quanto gli piacciono i libri. Nessuno può portarglieli via. Anche se perdesse la libreria, anche se non dovesse venderne più, nessuno può toglierglieli. Può chiudere la Moby Dick, ma i libri esisteranno ancora, con le loro storie, nessuno potrà impedire a lui di leggerli, li ama per questo in fondo, è cominciato tutto così, perché a lui piace leggere, andarsene con la fantasia, usare l'immaginazione, ridere e piangere per cose che non esistono, che sono solo inchiostro, per questo esistono ancora di più, è quello l'importante per lui, non deve dimenticarlo».

«[...] forse quei libri non sono perduti per sempre, anche quelli che hanno preso acqua, e anzi decide che ne terrà qualcuno in libreria [...]. Non tutti magari, ma una decina, una ventina, le macchie che diventano storia, un modo per sopravvivere, chissà se è autorizzato a venderli, meglio forse regalarli, e per la prima volta pensa che quei libri non sono morti, anche se sono ammaccati, anche se non sono più perfetti - come capita agli uomini, di ammaccarsi, ma poi di restare vivi».

venerdì 14 agosto 2026

Recensione di "Tutto il bello che ci aspetta" di Lorenza Gentile

Buongiorno amici e bentornati sul blog! Vi state preparando per il Ferragosto? Quante grigliate? E quante letture in relax sotto l'ombrellone? Speriamo tante!

Ho appena terminato di leggere "Tutto il bello che ci aspetta" di Lorenza Gentile, autrice che avevo già apprezzato per "Le piccole libertà" e "La felicità è una storia semplice". Credo che con questo nuovo libro sia ufficialmente entrata nella classifica dei miei autori preferiti.


Trama: Viviamo in un’epoca in cui niente è impossibile, dunque se le cose non vanno dev’essere per forza colpa nostra: Selene se ne è quasi convinta.Passati i trent’anni, non ha ancora trovato la sua strada: dove ha sbagliato? È stata l’ultima delle sue azioni impulsive, aprire un ristorante che ora è sull’orlo del fallimento, oppure è successo quindici anni fa, quando ha preso la sua prima decisione da adulta? È lì che sono rimaste impigliate le sue aspirazioni?
Per scoprirlo, una notte d’estate fugge da Milano verso un paesino nel cuore della Puglia, il posto dove è cresciuta, immersa in una comunità spirituale, circondata dall’affetto degli amici e della famiglia.
La valle è sempre uguale, punteggiata di ulivi e di trulli, con il mare che orla l’orizzonte. Peccato che, appena prima di arrivare a destinazione, il motore della macchina fonda e da lì in poi niente vada più per il verso giusto.
Eppure, a volte sono proprio gli imprevisti a cambiarci la vita per il meglio. In attesa dei pezzi di ricambio, le viene messa a disposizione Amanda, una Uno rossa ricca di personalità con cui cercherà di raggiungere l’ashram dove viveva da bambina.
E se non tutti sono rimasti fermi ad aspettarla, nel giro di poco Selene riabbraccia la vecchia tata Flora, fa nuovi incontri e decide di prendersi cura di un asinello di nome Virgilio, che ha tutta l’aria di sentirsi solo come lei.
Tra gite in Salento, discussioni sul senso della vita, yoga e pomeriggi in cucina con persone che forse la conoscono meglio di quanto lei non conosca se stessa, Selene inizia a comprendere che a volte è necessario perdersi e sbagliare strada per trovare il coraggio di seguire i propri sogni. E andare finalmente incontro a tutto il bello che ci aspetta.

Per qualche strano motivo, la Puglia mi si è impressa nel cuore sin dalla notte dei tempi. Ero solo una ragazzina delle scuole medie quando partecipai al mio primo viaggio di studio di tre giorni. Nonostante non avessi molti amici (una costante nella mia vita da studentessa con voti alti) e la febbre, che volle farmi compagnia prima del rientro, mi divertii. Ricordo distintamente la meraviglia provata davanti al Castello di Federico II di Svevia, tutto ottagonale... e l'8 fu un numero che ritrovai più avanti nella mia carriera da archeologa, quando mi occupai dell'ogdoade; la magnifica cattedrale di Trani che si specchiava nel mare; il rosone del Duomo di Lecce, che ricollegavo a un centrino di merletto scolpito; le aguzze guglie delle stalattiti nelle Grotte di Castellana; e poi i trulli di Alberobello, in cui trovavano collocazione case, negozi, bar, persino chiese. Mi sembrava tutto così spettacolare!
Nel 2019 sono tornata in Puglia con mia sorella, facendo tappa a Putignano, Alberobello e Bari. E mi è piaciuta di nuovo, tantissimo. Ne ho apprezzato i colori - bianco, giallo, azzurro -, il buon cibo (e che vuoi dire alla cucina pugliese?), i ritmi lenti in cui ritrovare un po' di calma, ormai del tutto estinta a Roma.


Tornando a noi, Lorenza Gentile ha deciso di riportarmi lì, tra i muretti a secco, i trulli, gli ulivi, gli asini che pascolano nei campi, i piatti genuini (panzanella, focaccia, bombette...) e tanti personaggi di cui vorrei essere amica.

Selene è una ragazza alla soglia dei 35 anni. Si è trasferita a Milano quando era poco più che adolescente, insieme alla madre e alla sorella minore, Diana. Proprio qui, ha deciso di aprire un ristorante, "Nuvola", la cui specialità sono piatti al vapore. Per qualche strano motivo, però, le cose non vanno: i debiti aumentano, i fornitori devono essere pagati e i clienti non mettono piede nel locale. Ha persino intrattenuto colloqui con più di un consulente per poter capire come riprendere le redini della situazione, senza alcun successo.
Così, una sera, in cui la tristezza si è (giustamente) manifestata davanti a una pizza surgelata Salamino, cucinata nel monolocale milanese, Selene ripensa a quando tutto è cominciato, ma soprattutto ai momenti in cui era stata davvero felice.
Chiude casa, non avverte nessuno, prende la macchina e imbocca l'autostrada, direzione Puglia, Valle d'Itria. Il viaggio non è certo breve, ma in qualche ora Selene è arrivata.
I sensi di colpa non la abbandonano: ha lasciato tutto così, senza preavvisi, con due dipendenti (tra cui Guido, il cuoco con cui stava forse nascendo qualcosa) alle prese con il ristorante... e la pizza ad ammuffire sul tavolo. Ma poi basta guardarsi attorno, scorgere un paesaggio che ristora il cuore e incontrare persone che, con la loro semplicità, fanno la differenza: ci sono Oronzo "tuttofare", Dante il meccanico e il fido asinello Virgilio; c'è Antonio, reduce da una delusione che lo ha lasciato a pezzi; e c'è Flora, la tata di Selene, che è "casa", con i suoi manicaretti e la sua dolcezza.
Selene è tornata per ritrovare se stessa, per riprendere la vita dalle radici che, in Puglia, avevano un terreno fertile. Quando era bambina, infatti, la sua famiglia si era trasferita in Valle d'Itria. Il padre, ex avvocato convertito all'induismo, aveva acquistato un trullo e, insieme alle figlie e alla moglie (insegnante universitaria), frequentava l'ashram, dove si riuniva una comunità viva e fiorente. I ricordi belli di Selene erano tutti lì, legati a una passione abbandonata (il disegno) e a quei momenti trascorsi con i suoi amici... amici che, pur essendo andati avanti con le rispettive esistenze, non l'hanno mai dimenticata.

Foto di Jacopo Cima da Pixabay

Lorenza Gentile conduce il lettore tra le stradine assolate della Puglia, alla riscoperta di luoghi belli, di sentimenti rari e di una tranquillità ormai dimenticata. Perché se è vero che la carriera è importante ed è altrettanto fondamentale realizzarsi, a volte è bene fermarsi, prendersi cura della propria anima, trarre nuove energie e tornare a camminare, ricordandosi che i momenti bui esistono, ma non si sa mai cosa il futuro abbia in serbo. Ci sono anche tante cose belle che vale la pena di vivere.

Grazie Lorenza per questa nuova storia. Grazie perché Selene rappresenta, forse, un po' tutti noi attualmente compresi in quella fascia d'età tra i 35 e i 40 anni: ci siamo impegnati tanto, ognuno nel proprio settore, ma per questa società non è mai abbastanza. Abbiamo vissuto un'infanzia felice, colorata, che prometteva un roseo futuro e quel futuro, invece, ci ha delusi, lasciandoci a combattere con la crisi, la precarietà e la disoccupazione.

Consigliandovi caldamente "Tutto il bello che ci aspetta", vi lascio con qualche piccolo estratto e vi attendo sempre qui, tra le pagine virtuali di Sàkomar World!

«In ogni caso, pensiamo positivo. Bisogna guardare alle cose belle, anche quando tutto va male. Anzi, specialmente quando tutto va male. Se ci fai caso, c'è sempre qualcosa che brilla. Bisogna concentrarsi su quello».

«Pensavo che sarei stata io quella con i figli che correvano a piedi nudi sotto il porticato [...]. Me n'ero convinta, da ragazzina: sarei stata una madre giovane. [...] Invece ho trentaquattro anni e sono ancora sola. Non sono riuscita a scoprire cosa so fare e cosa mi piace, alle spalle ho una manciata di brevi storie d'amore, nessuna indimenticabile, non ho trovato nessuno con cui condividere la mia vita. L'idea di maternità è così lontana da essermela scordata».

«Ma la nostalgia, Selene, è l'unico dolore sensato, perché nel richiamarti al vecchio ti spinge al nuovo viaggio».

«Ti accorgi che qualcosa ti viene quando ti sembra che sia un altro a farlo e invece sei proprio tu. E' la parte migliore di te e vorresti che tutti la vedessero».

«"Non è quello che desideriamo tutti? mi chiede. "Ricominciare?
"Forse a volte si può anche solo aggiustare la rotta"».

«Ci basterà guardarlo per ricordarci che non è tutto qui. La vita non è mai tutto qui».

«Credevo che avrei trovato quello che cercavo, ma quando cerchi qualcosa stai ancora vivendo nell'illusione. In realtà, abbiamo già tutto, ovunque ci troviamo. Non c'è bisogno di andare da nessuna parte. Siamo ciò che stiamo cercando».

«In fondo, casa non è tanto un luogo quanto un tempo: quello in cui poter essere semplicemente se stessi».

sabato 1 agosto 2026

Recensione di "Molte vite, un solo amore" di Brian Weiss

Buongiorno a tutti, bentornati sul blog e buon 1° agosto! In attesa di rinfrescarmi al mare (spero...), vi parlo dell'ultimo libro che ho letto: "Molte vite, un solo amore. L'eterno incontro delle anime gemelle" di Brian Weiss.


Trama: Elizabeth è reduce da un amore sbagliato e avviata sulla strada della depressione. Pedro è un ricco giovanotto messicano segnato prima dalla morte del fratello e poi da un'indecisa relazione con una donna sposata. Elizabeth e Pedro non si conoscono, ma il dottor Weiss ha ascoltato da entrambi, durante la terapia di regressione, il racconto dello stesso episodio doloroso risalente a centinaia di anni prima. Dopo essersi amati in una vita precedente, sembrano destinati a ricongiungersi: e l'amore, che dissolve la rabbia e guarisce l'afflizione, rappresenta per entrambi l'unica possibilità di guarigione.

Il titolo potrebbe sembrare quello di una romantica storia d'amore. Per certi versi lo è, ma il libro di Weiss non è solo questo. Brian Weiss è uno psichiatra e psicoterapeuta americano, autore di altri libri, noto per la pratica dell'ipnosi regressiva.
Questo, dunque, non è un romanzo, ma un libro ispirato a fatti che sono accaduti nella carriera di Weiss, ovvero nel corso delle sue sedute di ipnosi regressiva con vari pazienti. Attraverso la pratica dell'ipnosi, Weiss è riuscito a indagare l'anima dei pazienti in profondità, facendo sì che potessero ricordare eventi appartenenti anche a vite passate. Com'è possibile tutto ciò? Vi è un unico principio in realtà: l'anima è immortale. La sua esistenza non finirà con la morte che coinvolge unicamente il corpo.
Se state pensando alla reincarnazione, è esattamente così. Secondo Weiss, le persone che hanno usufruito delle sedute di ipnosi regressiva hanno ricordato vite precedenti, vissute in altri corpi, in altre epoche. Questo ha consentito di spiegare alcune paure, traumi e persino dolori che proseguivano inspiegabilmente ad avere nella vita attuale.
Tra i pazienti di Weiss, ce n'erano due particolarmente interessanti: Elizabeth e Pedro, entrambi accomunati da un senso di "vuoto sentimentale". Dopo molte sedute di ipnosi, sarà proprio Weiss a capire che, in realtà, Elizabeth e Pedro si erano già incontrati in vite precedenti ed erano anime gemelle, molto legate tra loro, che in questa vita non erano ancora riuscite a ritrovarsi. Era come se girassero a vuoto, alla ricerca di qualcosa.
Dopo un primo contatto visivo avvenuto nello studio di Weiss, i due si incontreranno in aeroporto e non si lasceranno più.
Qual è il messaggio che Weiss vuole inviare? In primis, quello delle anime: non finisce tutto con la morte. La strada prosegue, le anime si possono incontrare di nuovo, vivere nuove vite. E la cosa più importante è imparare dalle esperienze precedenti, soprattutto ad amare il prossimo.

Foto di Usu37 da Pixabay

Detto ciò, so bene che qualcuno, come la sottoscritta, rimarrà scettico. Lo studio della mente è complesso, il funzionamento del cervello pure e mi risulta complicato credere a una regressione fino ad esperienze che risalgono addirittura ai tempi dell'Antico Egitto. Mi chiedo, da profana, quanto ci sia di vero e quanto, invece, possa essere stato creato dalla mente dei pazienti. Non sono una psichiatra e non tocca a me fornire delle risposte, ma è certo che il libro di Weiss susciti numerose riflessioni, facendo sorgere anche tanti complessi dubbi. Sicuramente merita di essere letto e non preoccupatevi del linguaggio: non ci sono tecnicismi ed è tutto molto scorrevole.
Vi lascio con qualche piccolo estratto e vi aspetto alla prossima recensione!

«L'amore può svilupparsi e sbocciare anche sul suolo più ingrato, nelle condizioni più dure. Esiste ovunque e sempre. L'amore è un fiore che sboccia in tutte le stagioni».

«Quando le tue intuizioni, le tue sensazioni istintive, il tuo cuore ti parlano al di là di ogni dubbio, non farti sviare dalle argomentazioni altrui dettate dalla paura. Che siano o no animati da buone intenzioni, gli altri potrebbero condurti molto lontano dal raggiungimento della gioia».

lunedì 27 luglio 2026

Recensione di "L'eresia di Francesco" di Cosimo Schena

Buonasera amici e bentornati sul blog! Da giorni desideravo dedicarmi alla scrittura di questa nuova recensione e mi sono ritrovata immersa in una serie di impegni da cui non sono riuscita a uscire.

Stasera vi porto a conoscere il libro di don Cosimo Schena, sacerdote, psicologo e psicoterapeuta, dedicato al Poverello d'Assisi: "L'eresia di Francesco. Storia di un santo che divenne uomo fino in fondo".


Descrizione: Sei cresciuto anche tu con l’immagine di un san Francesco impeccabile, già santo, già “altro” rispetto a noi. Poi cresci, e scopri che la santità non è una scorciatoia, ma una fatica che passa dalla carne, dalle contraddizioni, dalle domande senza risposta. Ed è esattamente da lì che passa anche la storia di Francesco. Questo libro prova a restituire Francesco alla sua umanità, liberandolo da una santità levigata e irraggiungibile. Non il santo da calendario o da citazione motivazionale, ma un uomo vero, ferito, inquieto, affamato di senso, di amore, di riconoscimento. Un uomo che non nasce santo, ma che impara lentamente a stare dentro la propria vita, senza sconti. Ne scaturisce il ritratto di un Francesco credibile e vicino, in cui ogni lettore può rispecchiarsi profondamente.

L'ho forse ripetuto più volte su questo blog: sono molto legata alla figura di San Francesco d'Assisi, sin da quando ero bambina. Sono stata più volte nella sua cittadina, l'ho amata tanto e l'ho apprezzata un po' meno per altri versi, ma ci tornerei sempre a perdermi tra le stradine in salita (o discesa), le distese di ulivi, la pace e la tranquillità che regnano la sera quando si accendono le luci della basilica.

Nel suo libro, Cosimo Schena presenta San Francesco d'Assisi sotto un'ottica diversa: non si tratta del santo che tutti conosciamo, ma dell'uomo che era prima della rinuncia e dopo, quando tutto sembrava perduto. Francesco dà un taglio netto all'esistenza in cui non si trovava a suo agio; un'esistenza voluta più dal padre e dal suo status sociale che da lui stesso. Francesco, fino al celebre episodio della spoliazione in piazza, era un ragazzo che seguiva le decisioni altrui, compiacendo la propria famiglia, pur sentendosi irrequieto, in cerca di qualcosa. A un certo punto, Francesco si rende conto che quel ruolo non gli appartiene e chiude con quella realtà, pur soffrendone. Significava mettersi contro le persone che aveva conosciuto, il padre, i parenti. E significava, soprattutto, essere considerato un pazzo.

Tutti lo scansano, lo isolano. Francesco, prima contornato da tantissime persone, si ritrova da solo e la solitudine spiazza. Francesco è solo con se stesso e i propri pensieri, finché impara ad accettare questa nuova condizione. Persino la fede vacilla. Non sente la voce di Dio che lo consiglia, ma percepisce infine la sua silenziosa presenza. Dio non se ne va, anche se non si manifesta in maniera eclatante.

E proprio quando ha imparato a adattarsi, Francesco si ritrova nuovamente in compagnia di coloro che, ammirandone il modello, vogliono seguirlo. Francesco, però, non vuole essere una celebrità, non vuole essere capo di nessun movimento e, in un certo senso, si ritrova ad essere comunque responsabile per altre persone. Impara ancora qualcosa prima che tutto cambi ancora: la condivisione fraterna. Un nutrito gruppo di seguaci vuole stare con lui e costruire con lui il suo sogno. I Frati Minori nascono così, ma di nuovo Francesco, che ne è il fondatore, sente la necessità di farsi da parte. Ormai l'ordine è diventato una realtà ecclesiale e, come tale, deve seguire specifiche regole della Chiesa. Francesco, invece, non intende abbandonare le sue alleate di sempre, la semplicità e la povertà, mentre il Vangelo è stato e sempre sarà la sua unica guida.

Assisi, Basilica di San Francesco (foto di Cristina Cumbo, maggio 2026)

Giovanni, detto Francesco perché "figlio della donna francese", diventerà poi santo, addirittura patrono d'Italia. Da quel gesto di "ribellione", di libertà, nascerà una delle famiglie più grandi: quella dei Francescani, divisa poi nell'ordine maschile dei Frati Minori Conventuali, Frati Minori Osservanti e Frati Cappuccini, nell'ordine monastico femminile delle Clarisse e Concezioniste e, infine, nell'Ordine Francescano Secolare (composto da laici). Ma Francesco non aveva la più pallida idea di chi sarebbe diventato, men che meno fondatore di un ordine e santo, nonché l'alter Christus con tanto di stimmate e ferita al costato.

Cosimo Schena descrive, quindi, un Francesco più umano, pieno di paure, dolori, pensieri che lo tormentano. Perché "da un grande potere derivano grandi responsabilità" (cit. Spider-Man) e Francesco ha avuto il potere di cambiare le cose.

Ho apprezzato molto quest'ottica differente, e non solo storica, su San Francesco d'Assisi. Don Cosimo Schena, applicando la sua formazione, è riuscito a penetrare nell'animo di un personaggio amato ancora da tantissime persone, credenti e non, forse proprio perché così vicino a noi "comuni mortali" che molto spesso ci sentiamo sbagliati e mai all'altezza delle aspettative altrui: non un super uomo, ma una persona con le sue debolezze che, seguendo i suoi principi e ciò che il suo cuore dettava, è divenuto infine santo.

Unica osservazione negativa: il libro, pur essendo scritto con parole semplici e in tono divulgativo, molto spesso è ripetitivo di tanti concetti, a volte detti quasi nello stesso modo a distanza di poche pagine. Probabilmente si tratta di una mia deformazione da accanita lettrice e da studiosa, ma è una caratteristica che mi ha più volte infastidita. Un libro di questo calibro meritava, forse, una revisione più dettagliata e una più attenta cura della sintassi.

Vi aspetto con una nuova recensione e, se vi capita, fatevi una passeggiata ad Assisi (tanto il Calendimaggio è passato per fortuna, e non troverete insopportabili e improvvise chiusure di strade). Non ve ne pentirete.

AnonimoUnknown author, FAL, da Wikimedia Commons

«Francesco resta in una terra senza mappe. Una terra in cui la preghiera, invece di darti riparo, ti espone. Ogni parola che pronunci misura la distanza. Tu parli. Ascolti. Ripeti. E senti solo l'eco. E quell'eco, ripetuta per giorni, per settimane, diventa una domanda semplice e crudele: quanto riesci a restare davanti a un silenzio senza scappare? Quando Dio tace, emergono domande che erano state tenute sotto controllo. Non arrivano ordinate. Arrivano come ondate. [...] Non è Dio a sparire per primo. E' l'immagine che Francesco aveva costruito di sé a incrinarsi».

«Francesco non si sente santo, non si sente migliore e non si sente neppure "chiamato": si sente nudo. E proprio nella nudità scopre qualcosa che non aveva mai sperimentato prima: la libertà di non dover essere nessuno. Non un figlio esemplare. non un cittadino modello, né un credente perfetto. Solo un uomo che ha smesso di mentire».

«In questo, Francesco capisce una cosa importante: la fraternità non nasce da un'idea, nasce da una ferita attraversata. [...] In quel piccolo gruppo, Francesco non si sente superiore: si sente fratello».

«Non è più il figlio che deve dimostrare qualcosa, né l'uomo che corre da solo: è uno che cammina con altri. In quel camminare insieme, quasi senza volerlo, sta nascendo qualcosa che nessuno di loro aveva previsto: non un movimento di successo o un'idea brillante, ma una fraternità povera e libera».

«E' proprio in questo tempo in cui nessuno lo chiama, lo aspetta o lo riconosce, che Francesco diventa davvero se stesso. Non ancora come santo, ma come uomo che ha smesso di misurarsi con il mondo».

«Perché la sua non è la storia di un uomo che trova Dio, ma di un uomo che smette di usare Dio per salvarsi dall'umano. Non è l'epopea di un eroe, ma il percorso di un uomo che accetta la propria fragilità senza più vergognarsene; non è la cronaca di una vocazione chiara, ma di una ferita abitata fino in fondo. Ed è proprio in questa ferita, e non nella gloria, che nasce la sua verità più grande».

«Capisce allora, lentamente, che la libertà non consiste nell'assenza di legami, ma nel non possederli. E' restare senza controllare; accompagnare senza diventare padrone; farsi vicino senza trasformarsi in salvatore».

«La sua santità non risiede nell'aver fondato qualcosa di grande, ma nell'aver saputo lasciare andare ciò che aveva fondato. Sta nell'aver accettato di non essere il protagonista. La libertà più alta non è fare ciò che si vuole, ma lasciare ciò che si ama senza smettere di amarlo».

«Forse la forma più alta dell'amore è proprio questa: fare spazio, restare presenti e lasciare che Dio compia ciò che noi non possiamo controllare».

mercoledì 1 luglio 2026

Recensione di "Lettere d'amore dalla via Appia" a cura di Rita Paris

Cari lettori, bentornati sul blog! Siete stupiti quanto me delle letture che sto facendo in questi giorni?

Ebbene, oggi vi porto a conoscere una storia vera, che sembra un romanzo. Si tratta di un libro curato da una mia collega, l'archeologa Rita Paris, ovvero "Lettere d'amore dalla via Appia".


Descrizione: Le lettere sono state trovate sulla Via Appia nel corso di lavori di scavo e restauro di uno dei monumenti funerari che fiancheggiano la strada, secondo le sistemazioni realizzate durante il governo pontificio. Si tratta di una storia d’amore sublime vissuta con sentimento intenso e tormentato, tra il 1926 e il 1928, che possiamo ricostruire attraverso le lettere del personaggio maschile, perfettamente conservate. La cura del protagonista per questo scambio epistolare e soprattutto la scelta del posto a cui consegnarne la conservazione, aggiungono un interesse speciale a questi documenti poiché la Via Appia è stata percepita come luogo dell’anima a cui affidare qualcosa di molto caro con la certezza che non sarebbe stato perso per sempre. Le lettere sono state trascritte con cura e le ricerche negli archivi hanno fornito elementi concreti alla conoscenza della storia. Non si tratta di un romanzo, ma di un racconto onesto, rispettoso e doveroso nei confronti della attenzione suscitata da questa scoperta e, forse, anche del personaggio.


Stavo aspettando il bus, in un'afosa mattinata di giugno, alla fermata di Largo Argentina e, per godere di un po' di frescura e di quell'odore confortante che solo la carta stampata possiede, sono entrata nella libreria La Feltrinelli. Lì, mi sono persa a osservare le pubblicazioni dedicate alla mia città e l'occhio mi è caduto su "Lettere d'amore dalla via Appia". La storia mi ha talmente rapita, che mi sono messa a leggerlo all'interno del negozio e mi sono detta "Acquistalo".

Fatta questa premessa, come detto in apertura, si tratta di una storia vera. Nel corso di alcuni lavori di scavo e di restauro sulla via Appia Antica, condotti nel 1999, i miei colleghi hanno rinvenuto due tubuli di piombo sigillati ai piedi del cosiddetto sepolcro Dorico, al V miglio. Si è scoperto che quei manufatti contenevano alcune lettere scritte da Ugo H. a Letizia L. tra il 1926 e il 1928. Attraverso i cognomi - non riportati per preservare la privacy degli autori e dei parenti - e la consultazione della documentazione archivistica, Rita Paris è riuscita a risalire ad alcuni dettagli della loro vita. Si apprende, perciò, che Ugo aveva partecipato alla Prima Guerra Mondiale, da cui aveva riportato delle ferite; era poi andato a lavorare presso le Ferrovie dello Stato. Nel suo ufficio, era impiegata anche Letizia, sua assistente o segretaria, con cui era nato un forte sentimento.

I due, in un primo momento, si danno del lei, passando al tu man mano che il sentimento cresce ed è così intenso che Ugo affida alle lettere tutto quel che prova nei confronti di Letizia (di cui non conosciamo la corrispondenza). Eppure, il loro è un rapporto platonico: sguardi, sospiri, pensieri, passeggiate con Roma che fa da sfondo e, forse, un solo intenso momento di intimità in cui giungono a baciarsi. Ma Ugo è sposato e ha due figli, mentre Letizia è single e vive con i genitori. Quasi subito, l'uomo confessa alla moglie ciò che gli sta accadendo. Per timore di essere scoperto? Oppure perché la moglie già sospettava qualcosa? Non lo sappiamo. Eppure Ugo non si arrende alle difficoltà, pur consapevole che questo sentimento non lo porterà da nessuna parte.

Le lettere rinvenute sono quelle scritte da Ugo a Letizia che la stessa donna gli consegnò poiché non poteva conservarle. E Ugo, per chissà quale ragione, decise di seppellirle sulla via Appia. Mi piace credere che l'uomo, con il suo animo nostalgico e romantico, abbia pensato che un tesoro come quello dovesse essere custodito su una via di tesori, affinché qualcuno in futuro potesse ritrovarlo.

Quella di Letizia e Ugo è senza dubbio una storia tormentata. I colleghi iniziano a parlar male di Letizia, la donna viene poi spostata di stanza e assegnata a un altro responsabile. Ugo ne soffre e soffre ancor di più quando Letizia, dopo aver partecipato a un concorso, lascia il posto di lavoro per andare a insegnare. Infine, la donna prende il treno per Pisa e i due si incontrano in stazione per salutarsi. Forse non si vedranno, né scriveranno più, ma sono certa che avranno portato per sempre nei loro cuori il ricordo l'uno dell'altra.

Se siete degli inguaribili romantici e se amate le storie vere, vi consiglio la lettura di questo libro. Inoltre, potete curiosare, osservando e leggendo le lettere scansionate sul sito del MUVI (Museo Virtuale) Appia: https://muviappia.it/lettere-damore-dallappia-antica/

Un solo piccolo appunto: peccato per qualche refuso sfuggito alla pubblicazione che potrà, però, essere risolto con una futura seconda edizione.

Vi lascio con qualche estratto e vi aspetto alla prossima recensione!

Foto di Sergio Scandroglio 


«Tra noi non esistono che parole e sguardi, ma se le parole possono mentire gli sguardi non mentono ad un'anima vigile, ad un cuore sofferente. Nessuna altra prova noi abbiamo della fedeltà del nostro pensiero, né la vogliamo, né la vorremmo; perciò dovremo sempre molto soffrire ché queste uniche prove di cui disponiamo sono difficili prove e più difficili ancora stanno per divenire. Ma io non conosco ostacoli e supererò qualsiasi difficoltà, qualsiasi distanza, per darti quella certezza che è come l'aria per il tuo respiro, Letizia, che è come il sangue per la tua vita».

«Dio mio, tu mi hai concesso l'immenso conforto che tanto ho anelato: poggiare almeno per un istante solo tutto il doloroso peso dei miei pensieri fra le tue mani purissime. Ma le tue mani, passando con gesto d'infinita accorata dolcezza sulla mia fronte stanca volevano consolarmi anche della parola che non poteva uscire dalle mie labbra "sei mia" perché non puoi esserlo, perché io non posso essere tuo. Perdonami se ti ho fatto del male; perdonami di non aver avuto la forza sempre di adorarti in silenzio e da lontano; perdonami anche se ho tenuto di perderti forse per sempre».

«Avevo trovato in te lo specchio della mia anima - capisci bene - della mia anima; ma era troppo grande ventura poter stringere in pugno un siffatto tesoro!»

«Quando ti assale lo sconforto pensa che sapesti dirmi le più dolci e più pure parole d'amore che cuore di donna abbia a me rivolto senza speranza alcuna, nemmeno quella che esse fossero sentite. Per te ho conosciuto questa delirante gioia e certezza e tutto mi è apparso dopo inferiore. Così sei al vertice del mio pensiero nel più splendido isolamento».

giovedì 25 giugno 2026

Recensione di "Quando meno te lo aspetti" di Chiara Moscardelli

Buongiorno a tutti e rieccoci tra le pagine virtuali del blog! Lo sapete, sono incostante con le letture, ma non è colpa mia. Leggo troppe pubblicazioni scientifiche e poi mi ritrovo stanchissima, ma in fin dei conti i risultati a casa bisogna portarli. Ho dovuto sacrificare un po' le letture che faccio per diletto perché c'è un libro a mia firma in lavorazione e un contributo archeologico molto sostanzioso che è in dirittura d'arrivo, cui si aggiungono altri articoli su rivista. Insomma, non mi sono fermata un attimo.

Ma basta con le chiacchiere e arriviamo al dunque. Vi porto a conoscere "Quando meno te lo aspetti" di Chiara Moscardelli, autrice divenuta famosa per "Volevo essere una gattamorta" (che è tra le mie prossime letture).


Trama: Penelope Stregatti, barese, con una nonna cartomante, ha trentasei anni, una laurea, due master in giornalismo e parla cinque lingue. Dei sogni che aveva però non ne ha realizzato neanche uno. Lavora come addetta stampa in una multinazionale di pannolini, la Pimpax Spa, e nel tempo libero scrive test e oroscopi sessuali per «Girl Power», un settimanale femminile. Sogna il grande amore, quello con la A maiuscola, ma incrocia solo uomini in cerca di sesso con la esse minuscola. Con i suoi amici Federico, lo sceneggiatore, Letizia, l’avvocato, e Bianca, l’antiquaria, trascorre le giornate sperando che prima o poi qualcosa di speciale possa accadere. E quando investe con la bicicletta Alberto Ristori, rompendogli una gamba, capisce che questo qualcosa è arrivato. Un mese dopo alla Pimpax Spa si presenta un consulente incaricato della ristrutturazione: Riccardo Galanti. Ma lei lo riconosce, è Alberto Ristori. Perché si fa chiamare in un altro modo? Perché dice di non averla mai incontrata prima? Penelope ha paura di lui ma ne è attratta, e quando arriva il momento di decidere se buttarsi o no, lei non si tira indietro, perché nella vita tutto può succedere, quando meno te lo aspetti.

Acquistato in una delle librerie Giunti che più amo in assoluto (Centro Commerciale Casetta Mattei) durante un pomeriggio di shopping con le mie sorelle, si è rivelato il libro leggero di cui avevo bisogno. Eh sì, ogni tanto devo riprendermi dalla fila di "disagi" davanti ai quali mi pone la vita (e ai quali forse mi sono arresa), per sognare un po', perché quando meno te lo aspetti, tutto può accadere.
E può accadere anche di investire con la bicicletta, per le strade di Milano, un uomo bellissimo, di nome Alberto Ristori che somiglia incredibilmente al conte Fabrizio Ristori di Elisa di Rivombrosa (alias Alessandro Preziosi).


Penelope, che quella sera ha bevuto un po' troppo, non riesce a crederci. Lo aiuta, lo accompagna in ospedale e finisce per pensarlo costantemente, finché qualche mattino dopo se lo ritrova in ufficio a rivestire il ruolo di "capo del suo capo" di cui lei è stata nominata segretaria. Ma Ristori, il cui scopo è probabilmente quello di far crollare la Pimpax, si fa chiamare Riccardo Galanti. Penelope è certa sia la stessa persona di quella sera, eppure lui nega e gli amici la prendono per matta quando, dopo una strana serie di eventi che si verificano e un viaggio a Parigi con Ristori/Galanti, giunge a ipotizzare che sia una specie di agente segreto o comunque che si tratti di una persona coinvolta in traffici internazionali non troppo cristallini.
Nonostante tutto, Penelope è assolutamente cotta di lui e Galanti, con le sue ambigue attenzioni nei suoi confronti, non fa altro che rafforzare il sentimento. In più c'è la nonna cartomante che prosegue a dire alla nipote che arriveranno non uno, ma due uomini per lei!
Penelope non ci capisce più nulla e, tra figuracce e incidenti vari (è alquanto sbadata, ma la comprendo perfettamente), si impegnerà per capire sia chi si nasconde davvero dietro il suo conte Ristori, sia per dare una svolta alla sua vita seguendo finalmente i suoi sogni.

Foto di Pexels da Pixabay

Non posso rivelare di più, altrimenti svelerei l'intera trama, ma è un romanzo veramente carino e divertente, scorrevole, poco impegnativo e Penelope è una protagonista davvero simpatica che riflette, ironicamente, anche una contemporanea (e ben poco confortante) realtà: quella della donna, ormai più che trentenne, preparatissima, che ha studiato tanto, che conosce cinque lingue e sogna di fare la giornalista, eppure si ritrova bloccata nel ruolo di impiegata presso una ditta che produce pannolini e assorbenti, senza uno straccio di uomo accanto perché tutti quelli che ha incontrato non avevano la minima voglia di impegnarsi. Ci ridiamo e ci scherziamo su giustamente, ma la realtà è proprio questa.

Vi consiglio questo romanzo? Assolutamente sì, non vi annoierete. Vedrete che Penelope diventerà la vostra migliore amica per qualche giorno e sognerete anche voi l'incontro con un Ristori da qualche parte (speriamo si materializzi!). Vi lascio con qualche piccolo estratto e vi aspetto alla prossima recensione!


«Qualcuno una volta mi aveva detto che il percorso della vita era come scalare una montagna. Si trascorreva la maggior parte del tempo a mettere un piede davanti all'altro, a volte ci si perdeva, si cadeva e spesso si rischiava di tornare indietro. Poi all'improvviso si riusciva a trovare la strada giusta e a quel punto si faceva un bel respiro, si alzava lo sguardo e ci si rendeva conto di quanto si era arrivati lontano. Sempre questo qualcuno, maledetto lui, aveva continuato a regalarmi perle di saggezza e mi aveva detto che la vita poteva cambiare in un attimo. Bella scoperta. Un po' come il famoso "Quando meno te lo aspetti" della nonna».

«Mentre mi preparavo per andare direttamente a letto sentii che forse la felicità e il rispetto per noi stesse non potevano derivare solo dal rincorrere un conte Ristori o dall'avere un uomo accanto a ricordarci quanto eravamo fantastiche. Anche se, per carità, sarebbe stato un aiuto».

«Bisogna avere paura di ciò che si desidera, perché può realizzarsi».

lunedì 22 giugno 2026

Recensione di "La lettera d'amore" di Cathleen Schine

Buonasera amici, bentornati sul blog! Da qualche sera avrei voluto aprire queste pagine virtuali, ma ho avuto un vero e proprio rifiuto per il pc. Credo sia l'effetto di mesi e mesi trascorsi davanti a uno schermo per scrivere articoli e fare ricerca.

Oggi vi parlo di un romanzo che mi aveva particolarmente ispirata. Si tratta di "La lettera d'amore" di Cathleen Schine. Ne avete mai sentito parlare? Pensate che è un libro che risale già al 1995.


Trama: Una bella libraia, un giovane commesso, una lettera misteriosa: una storia d’amore che seduce subito per il suo humour e la sua acutezza.
«È un libro che farà innamorare i delusi, riempirà di gioia chi oggi è innamorato e consolerà chi ha pene d’amore».

Foto di Public Co da Pixabay

Poche righe sul retro di copertina e tanto è bastato per acquistarlo. Eppure, l'entusiasmo iniziale si è pian piano trasformato in delusione perché ho trovato la trama priva di senso rispetto al "movente".
Helen è una libraia di Pequot, divorziata, madre di una bambina. Ha passato i quarant'anni, ma è pur sempre una bella donna che ha affascinato parecchi clienti del suo negozio; inoltre, è brillante, intelligente, colta, anche se ha un carattere un po' particolare. Abituata a dare ordini, è insofferente e, talvolta, egoista.
Un giorno, mentre sta aspettando la letterina da Emily, sua figlia andata in camposcuola, riceve invece una lettera alquanto strana, dal contenuto passionale. Come se non bastasse è firmata "Montone" ed è rivolta a una certa "Capra". Curiosi nomi per una storia d'amore. Helen pensa e ripensa, ma non riesce a capire chi possa averle indirizzato una lettera del genere. La nasconde, ogni tanto la rilegge, la strappa, la ricompone e la rilegge, ma non riesce a venire a capo del mistero.
Intanto, presso il suo negozio, lavorano tre giovani aiutanti: due ragazze e un ragazzo. Quest'ultimo, di nome Johnny, inizia a provare sentimenti contrastanti verso Helen. La ammira, ma non è solo quello: la trova attraente, anche se sa che potrebbe essere sua madre per età; non la sopporta quando dà ordini, eppure...
Eppure capita che un giorno i due si ritrovino a baciarsi e, d'un tratto, a fare l'amore. Non sarà l'avventura di una volta, ma la storia proseguirà per tutta l'estate, tra passione e riflessioni.
Helen sarà persino sul punto di confessare tutto a sua madre che, insieme alla nonna, si erano trasferite per un periodo a Pequot. Ma sarà la madre a sconvolgere Helen, con un segreto inimmaginabile.
E la lettera? Chi l'ha scritta? Si tratta realmente di una lettera?
Solo le ultime pagine daranno una concreta risposta al lettore.


Quella lettera d'amore ha, in realtà, scatenato la curiosità tra Johnny ed Helen, accendendo una scintilla passionale che segue quanto provato da Montone per Capra. Ma devo essere sincera, mi aspettavo una storia diversa. Sicuramente, lo humor è apprezzabile, le descrizioni sono dettagliate e il tutto rende la lettura scorrevole, ma la suspense che si crea intorno alla lettera, alla fine, ha una giustificazione ben poco soddisfacente.
Inoltre, potrò non sembrare attuale, ma la storia di Helen con Johnny proprio non mi ha coinvolta. Vent'anni di differenza sono tantissimi. Fatico ad accettarli tra un uomo e una donna più giovane, ma ancor meno tra una donna matura e un ragazzino (minorenne).
Consigliato? Non saprei. Certamente non è un romanzo convenzionale, ma non mi sento di consigliarlo. In alcuni punti ho faticato a procedere.

Vi lascio con qualche piccolo estratto e vi aspetto con la prossima recensione!

«Helen mi sta a sentire, pensò; per questo parlo. Era un dono, il suo modo di ascoltare - come avere una bellissima voce di soprano. Helen ascoltava, quando voleva, rilassata e gentile, guardandoti negli occhi con amabile intensità. Eppure Johnny sapeva fino a che punto riusciva a essere impaziente, esigente; per questo la sua approvazione ti faceva sentire prescelto, protetto. In quel momento, per quel solo meraviglioso momento, Helen ti proteggeva da qualcosa: da Helen».

«Helen ammirava sua madre, che non stava mai ferma oppure stava completamente ferma. Era rimasta vedova piuttosto giovane, e aveva intrapreso scombinati studi di archeologia che consistevano più che altro in visite ai musei delle città europee e agli scavi di zone un po' più a est. Viaggiava ancora, perché aveva un'amica in ogni porto. Non aveva mai ragionato in termini di carriera. Non aveva bisogno di soldi e nemmeno, a quanto sembrava, della sicurezza di uno scranno o di un titolo accademico. Era una dilettante seria e piena di energie».

«Di notte, appena si era rifugiata nella sua stanza, le piaceva leggere la lettera d'amore. O è come rimanere sospesi oltre l'orlo di un precipizio, per sempre? A Helen non sembrava tanto di essere sospesa quanto di scivolare, di slittare lungo una ripida scarpata con la ghiaia che cedeva sotto i piedi. Sto andando giù, giù, giù. Dove andrò a finire non lo sa nessuno. Era amore questo? Da che punto in poi chiamiamo la passione amore?»

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