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giovedì 25 giugno 2026

Recensione di "Quando meno te lo aspetti" di Chiara Moscardelli

Buongiorno a tutti e rieccoci tra le pagine virtuali del blog! Lo sapete, sono incostante con le letture, ma non è colpa mia. Leggo troppe pubblicazioni scientifiche e poi mi ritrovo stanchissima, ma in fin dei conti i risultati a casa bisogna portarli. Ho dovuto sacrificare un po' le letture che faccio per diletto perché c'è un libro a mia firma in lavorazione e un contributo archeologico molto sostanzioso che è in dirittura d'arrivo, cui si aggiungono altri articoli su rivista. Insomma, non mi sono fermata un attimo.

Ma basta con le chiacchiere e arriviamo al dunque. Vi porto a conoscere "Quando meno te lo aspetti" di Chiara Moscardelli, autrice divenuta famosa per "Volevo essere una gattamorta" (che è tra le mie prossime letture).


Trama: Penelope Stregatti, barese, con una nonna cartomante, ha trentasei anni, una laurea, due master in giornalismo e parla cinque lingue. Dei sogni che aveva però non ne ha realizzato neanche uno. Lavora come addetta stampa in una multinazionale di pannolini, la Pimpax Spa, e nel tempo libero scrive test e oroscopi sessuali per «Girl Power», un settimanale femminile. Sogna il grande amore, quello con la A maiuscola, ma incrocia solo uomini in cerca di sesso con la esse minuscola. Con i suoi amici Federico, lo sceneggiatore, Letizia, l’avvocato, e Bianca, l’antiquaria, trascorre le giornate sperando che prima o poi qualcosa di speciale possa accadere. E quando investe con la bicicletta Alberto Ristori, rompendogli una gamba, capisce che questo qualcosa è arrivato. Un mese dopo alla Pimpax Spa si presenta un consulente incaricato della ristrutturazione: Riccardo Galanti. Ma lei lo riconosce, è Alberto Ristori. Perché si fa chiamare in un altro modo? Perché dice di non averla mai incontrata prima? Penelope ha paura di lui ma ne è attratta, e quando arriva il momento di decidere se buttarsi o no, lei non si tira indietro, perché nella vita tutto può succedere, quando meno te lo aspetti.

Acquistato in una delle librerie Giunti che più amo in assoluto (Centro Commerciale Casetta Mattei) durante un pomeriggio di shopping con le mie sorelle, si è rivelato il libro leggero di cui avevo bisogno. Eh sì, ogni tanto devo riprendermi dalla fila di "disagi" davanti ai quali mi pone la vita (e ai quali forse mi sono arresa), per sognare un po', perché quando meno te lo aspetti, tutto può accadere.
E può accadere anche di investire con la bicicletta, per le strade di Milano, un uomo bellissimo, di nome Alberto Ristori che somiglia incredibilmente al conte Fabrizio Ristori di Elisa di Rivombrosa (alias Alessandro Preziosi).


Penelope, che quella sera ha bevuto un po' troppo, non riesce a crederci. Lo aiuta, lo accompagna in ospedale e finisce per pensarlo costantemente, finché qualche mattino dopo se lo ritrova in ufficio a rivestire il ruolo di "capo del suo capo" di cui lei è stata nominata segretaria. Ma Ristori, il cui scopo è probabilmente quello di far crollare la Pimpax, si fa chiamare Riccardo Galanti. Penelope è certa sia la stessa persona di quella sera, eppure lui nega e gli amici la prendono per matta quando, dopo una strana serie di eventi che si verificano e un viaggio a Parigi con Ristori/Galanti, giunge a ipotizzare che sia una specie di agente segreto o comunque che si tratti di una persona coinvolta in traffici internazionali non troppo cristallini.
Nonostante tutto, Penelope è assolutamente cotta di lui e Galanti, con le sue ambigue attenzioni nei suoi confronti, non fa altro che rafforzare il sentimento. In più c'è la nonna cartomante che prosegue a dire alla nipote che arriveranno non uno, ma due uomini per lei!
Penelope non ci capisce più nulla e, tra figuracce e incidenti vari (è alquanto sbadata, ma la comprendo perfettamente), si impegnerà per capire sia chi si nasconde davvero dietro il suo conte Ristori, sia per dare una svolta alla sua vita seguendo finalmente i suoi sogni.

Foto di Pexels da Pixabay

Non posso rivelare di più, altrimenti svelerei l'intera trama, ma è un romanzo veramente carino e divertente, scorrevole, poco impegnativo e Penelope è una protagonista davvero simpatica che riflette, ironicamente, anche una contemporanea (e ben poco confortante) realtà: quella della donna, ormai più che trentenne, preparatissima, che ha studiato tanto, che conosce cinque lingue e sogna di fare la giornalista, eppure si ritrova bloccata nel ruolo di impiegata presso una ditta che produce pannolini e assorbenti, senza uno straccio di uomo accanto perché tutti quelli che ha incontrato non avevano la minima voglia di impegnarsi. Ci ridiamo e ci scherziamo su giustamente, ma la realtà è proprio questa.

Vi consiglio questo romanzo? Assolutamente sì, non vi annoierete. Vedrete che Penelope diventerà la vostra migliore amica per qualche giorno e sognerete anche voi l'incontro con un Ristori da qualche parte (speriamo si materializzi!). Vi lascio con qualche piccolo estratto e vi aspetto alla prossima recensione!


«Qualcuno una volta mi aveva detto che il percorso della vita era come scalare una montagna. Si trascorreva la maggior parte del tempo a mettere un piede davanti all'altro, a volte ci si perdeva, si cadeva e spesso si rischiava di tornare indietro. Poi all'improvviso si riusciva a trovare la strada giusta e a quel punto si faceva un bel respiro, si alzava lo sguardo e ci si rendeva conto di quanto si era arrivati lontano. Sempre questo qualcuno, maledetto lui, aveva continuato a regalarmi perle di saggezza e mi aveva detto che la vita poteva cambiare in un attimo. Bella scoperta. Un po' come il famoso "Quando meno te lo aspetti" della nonna».

«Mentre mi preparavo per andare direttamente a letto sentii che forse la felicità e il rispetto per noi stesse non potevano derivare solo dal rincorrere un conte Ristori o dall'avere un uomo accanto a ricordarci quanto eravamo fantastiche. Anche se, per capità, sarebbe stato un aiuto».

«Bisogna avere paura di ciò che si desidera, perché può realizzarsi».

domenica 19 aprile 2026

Recensione di "La donna che visse nelle città di mare" di Marosella Di Francia e Daniela Mastrocinque

Buongiorno amici, bentornati sul blog e buona domenica! Finalmente ci "rivediamo" dopo un periodo davvero impegnativo.

Quest'oggi vi porto a conoscere la storia di Costanza, ovvero "La donna che visse nelle città di mare":


Trama: Messina, 1904. Alla Palazzata, la magnifica costruzione che domina il mare avvolgendolo come un abbraccio, vive Costanza con la sua famiglia. È allegra, vivace, anticonformista, ama lo sport e disegnare figurini di moda, e presto sposerà Alfonso. Il giorno della festa di fidanzamento, però, la sua esistenza si sgretola: entrando nello studio del padre, Costanza scopre con orrore che si è suicidato. Alfonso, incapace di sopportare lo scandalo, rompe la promessa di matrimonio e lei precipita in uno stato di attonito, cieco sconforto. Oltre l'oceano e lontano da tutto quel dolore scintilla New York, cuore caotico di un mondo nuovo che tutti accoglie e tutti, a suo modo, consola. Ed è lì che Costanza, su invito della famiglia Vitale, si reca per rimarginare le cicatrici. Proprio quando si sente pronta per tornare a Messina, però, le arriva la notizia del terremoto che ha devastato la città. E si ritrova di nuovo sommersa dalle macerie: quelle della sua Palazzata, ma soprattutto quelle che nuovamente le pesano sull'animo. Cosa resta, dopo che tutto è crollato?Napoli, 2012. Lucilla è un giovane e brillante soprano che arriva al Teatro San Carlo per l'audizione che forse le cambierà la vita. In tasca ha una lettera: l'ha trovata per caso nell'appartamento di sua nonna Rosa e porta la firma di Costanza Andaloro, una misteriosa ava di cui nel tempo si è persa ogni memoria. Di lei si sa solo che ha trascorso gli ultimi anni della sua vita al Rione Sanità. Sulle tracce del proprio passato, Lucilla scoprirà una storia sorprendente e conoscerà la verità più preziosa: l'unica via per rinascere dalle rovine è essere fedele ai propri desideri.
Una storia vera, una saga familiare impetuosa, una figura femminile indimenticabile.

Questo è uno di quei libri cui giravo intorno da tanto tempo e che, alla fine, ho acquistato in un luogo dove mi ero recata per pranzare, a dimostrazione del fatto che quando l'ispirazione arriva, arriva.

Sono i primi anni del Novecento. Costanza Andaloro è una ragazza di Messina e, tra poco, si sposerà con Alfonso, con cui è fidanzata. Costanza si prepara, quindi, a una nuova vita, ma un evento sconvolge l'esistenza di tutta la sua famiglia: il padre viene ritrovato morto, in un lago di sangue, all'interno del suo studio. Si è suicidato. La macchia del disonore e del peccato la marchia per sempre. Lasciata da Alfonso, Costanza cade in una profonda depressione. Si risolleva solo quando sua zia, provando a farla risorgere da quel torpore, prende contatti con alcuni compaesani migrati negli Stati Uniti i quali la invitano a trascorrere del tempo oltreoceano. Costanza accetta e attraversa quel mare che quotidianamente ammirava dal porto di Messina.

Porto di Messina (foto di Cristina Cumbo, febbraio 2023)

Negli Stati Uniti la vita è diversa, più libera sotto ogni punto di vista e Costanza sembra ritrovare quel sorso di ossigeno che in Sicilia le mancava, nonostante la nostalgia della famiglia si faccia sentire. La ragazza continua a scrivere lettere alla madre e ai fratelli ed è pronta per ritornare in patria, ma una nuova disgrazia si abbatte sugli Andaloro. È il mese di dicembre del 1908. Alle ore 05:20 del mattino un fortissimo terremoto rade al suolo Messina. Nessuno dei familiari di Costanza sembra essersi salvato.
Costanza non si riprenderà mai da questo evento. Il suo cuore sarà avvolto da un gelo perenne, complice anche il senso di colpa per essere rimasta in vita.
Ma tutto prosegue, tutto va avanti. Negli Stati Uniti, ci sono opportunità, la sartoria è la passione di Costanza e, grazie a un matrimonio non proprio fortunato, né fortissimamente voluto, la donna tornerà in Italia, a Napoli, dove finalmente metterà radici. Un'altra città di mare, un'altra città che, pur essendo diversa da Messina, la rimetterà in contatto con il suo passato.
Dopo tantissimi anni, Lucilla, promettente cantante lirica, trova una lettera di una certa Costanza all'interno dell'appartamento della sua defunta nonna Rosa. Dovendo andare a Napoli per un'audizione al San Carlo, Lucilla si mette sulle tracce di Costanza, che scoprirà essere la sua bisnonna, passata per il Rione Sanità, con cui ha tantissime cose in comune, a cominciare dal bellissimo colore ramato di capelli.

Foto di Julius H. da Pixabay

Ebbene, a causa di impegni lavorativi, ci ho impiegato più di un mese per leggerlo, ma direi che è stato un bene, perché sono riuscita ad assaporare questo romanzo che rientra a pieno titolo tra i miei libri preferiti. In alcuni tratti mi sono commossa, in altri ho pianto insieme a Costanza e in altri ancora ho provato tutta la sua rabbia, motore poi dei suoi successi. E, prima di voltare l'ultima pagina, avevo la vaga impressione che si trattasse di una storia tratta dalla realtà e che fossero state condotte ricerche d'archivio (ormai ho esperienza)... e infatti non mi sbagliavo!
Costanza Andaloro è un personaggio liberamente ispirato alla nonna di una delle due autrici, che ha vissuto una storia del tutto simile. E da ricercatrice posso affermare che non c'è niente di più soddisfacente di condurre delle ricerche sulle proprie radici, mettendo insieme i vari tasselli e facendo combaciare fatti che sembravano perduti nei meandri del tempo.
Le due autrici, Marosella Di Francia e Daniela Mastrocinque, sono riuscite a creare un personaggio incredibilmente forte e avanti con i tempi, una donna che agli inizi del Novecento desiderava essere indipendente, lavorando e portando avanti i suoi obiettivi, i suoi sogni, senza limitarsi solo alla maternità, alla cura della casa e del marito.

Come avrete ormai capito, è una lettura che vi consiglio!
Vi lascio con qualche piccolissimo estratto e vi aspetto alla prossima recensione! Buona domenica!

«Dopo un po' la terra si è allontanata ed è rimasto solo il mare, solcato da un gran numero di navi che in breve si sono disperse, diventando un puntino all'orizzonte. Infine solo l'oceano e il cielo si confondevano alla vista. In quel momento mi è sembrato di non appartenere più a niente, nessun luogo, come se il peso della mia vita si fosse fermato al di là dello Stretto. C'è una specie di ebrezza in tutto questo, la libertà assoluta, senza passato né futuro. Ma che farne di questa libertà? Se fossi sola su questa nave dove andrei, dove dirigerei il timore? L'angoscia della mancanza di limiti, quando puoi scegliere tutto, anche chi essere».

«Ci sono solo due modi per sfuggire al presente: uno è rifugiarsi nel passato, l'altro nel futuro. E tu sei troppo giovane per rifugiarti nel passato. Domenico Andaloro».

«Nessuno nella vita è sicuro di riuscire in niente, ma lo fa lo stesso, lo fa per sé stesso. Quando sarai grande spero lo ricorderai. Io lo faccio perché mi piace, perché mi rende felice».

lunedì 29 dicembre 2025

Recensione di "Mille luci sulla Senna" di Nicolas Barreau

Buonasera amici lettori, e bentornati sul blog! Ho chiuso questo dicembre con un romanzo natalizio. Era da anni che avevo intenzione di immergermi in un'atmosfera tutta lucine e biscotti di pan di zenzero a Natale ma poi, tra libri cominciati e impegni vari, non mi ero applicata abbastanza da trovare un romanzo che mi ispirasse. Caso ha voluto che "Mille luci sulla Senna" di Nicolas Barreau, acquistato quest'estate insieme a un altro libro, fosse proprio a tema natalizio e che la protagonista, Joséphine, mi somigli incredibilmente. Anch'io vorrei una houseboat ereditata con annesso un inquilino niente male, ma per questo devo ancora attendere che il destino mi sia favorevole!


Trama: Quando, in una grigia giornata autunnale, Joséphine Beauregard esce dal suo monolocale sul canal Saint-Martin, a Parigi, trova due lettere nella casella della posta. Una è dell’editore con cui collabora come traduttrice e l’altra di un notaio sconosciuto.E così, in pochi minuti, Joséphine scopre di aver perso il lavoro, ma anche di aver ereditato una casa, per quanto atipica e un po’ fatiscente: l’amato zio Albert le ha lasciato la sua vecchia houseboat, ormeggiata lungo il quai accanto al pont de la Concorde.
Per sbarcare il lunario, Joséphine decide a malincuore di vendere la barca, nonostante i ricordi di una gita spensierata lungo la Senna con l’eccentrico zio, da sempre il suo preferito in una famiglia fin troppo convenzionale e severa.
Ma la sorpresa è grande quando, una volta a bordo, si trova di fronte un uomo che sostiene di essere il legittimo inquilino della Princesse de la Loire e che non ha nessuna intenzione di lasciarla.
È l’inizio di una brillante commedia degli equivoci in cui, tra ripetuti boicottaggi dei programmi di Joséphine, succederà di tutto. E a complicare le cose, la temuta réunion natalizia dei Beauregard si avvicina…
Dosando sapientemente sorprese e contrattempi, Nicolas Barreau – il maestro della commedia sentimentale – accompagna i lettori proprio nel cuore della città dell’amore, illuminata dalle mille luci di un Natale davvero speciale.


Come anticipavo, la protagonista, Joséphine Beauregard, è una ragazza poco più che trentenne. Abita a Parigi, in una mansarda in affitto, e lavora come traduttrice di libri in finlandese. Purtroppo, però, gli imprevisti capitano tutti assieme: la sua casa editrice, a malincuore, chiude e suo zio, Albert, malato da tempo, muore. Due lettere in una sola giornata, entrambe portatrici di terribili notizie.

Eppure, quando tutto sembra crollare, la ragazza si abbatte, si lamenta, piange e si dispera, poi si rimbocca le maniche e tenta di ricostruire la propria vita. Grazie al suo più caro amico, durante una serata, conosce persone che le commissionano lavori e lo zio Albert la sorprende, lasciandole in eredità una houseboat sulla Senna. Joséphine, decide di venderla... Peccato che la barca sia abitata da un affittuario per niente intenzionato a lasciarla. A ciò si aggiungono una delusione amorosa (ahimé, un rapporto clandestino con un uomo sposato e molto più grande di lei) e una famiglia per niente comprensiva che non vede l'ora che Joséphine sia "sistemata".

Foto di Dan Novac da Pixabay

A questo punto, è Joséphine a dover decidere di andare avanti con quel che ha, effettuando dei tagli netti con il proprio passato e con legami famigliari piuttosto ingombranti. La houseboat, che sembrava un peso di cui sbarazzarsi, diventa improvvisamente un mezzo per la libertà e per un amore alle porte del Natale.

Tutto si conclude bene, come nelle classiche fiabe natalizie. Ma anche questo genere di libri serve a ristorare il cuore di lettori che, come me, cercano un po' di positività e un angolo di mondo che, seppur immaginario, conceda loro una pausa e un sorso di aria pura. A volte, anche alle persone classicamente sfortunate, accadono cose belle e la storia di Joséphine ne è un esempio.

Per ultima, non per minor importanza, nominerò Parigi, un perfetto sfondo per le storie d'amore e per i sogni da realizzare. L'ho visitata rapidamente nel 2010 durante un viaggio di studi con l'università... c'era ancora così tanto da vedere! E da allora sogno di tornarci. Chissà...

Vi aspetto sempre qui, durante il nuovo anno, con le prossime letture!




«Tuttavia, mentre percorrevo rue des Canettes sfavillante di addobbi, ripensai alle parole di Monsieur Lassalle. Le cose non finivano mai davvero, cambiavano e basta. [...] Dovevo riprendere in mano la mia vita, dovevo uscire dalla torre in cui me ne stavo rinchiusa, invece di aspettare che altri decidessero per me.»

«Quando si aspetta qualcosa di importante troppo a lungo e con troppa intensità, a volte capita che nell'istante in cui quella cosa finalmente accade ci si ritrovi sopraffatti da un'immensa spossatezza. Forse è una reazione fisica, una forma di autodifesa. Come se all'improvviso il corpo volesse rimandare in maniera artificiale ciò che gli crea tensione.»

martedì 28 ottobre 2025

Recensione di "Il romanzo della resurrezione" di Giuseppe Aragno

Buon pomeriggio amici e bentornati sul mio blog!

Oggi vi porto a conoscere "Il romanzo della resurrezione" di Giuseppe Aragno.


Trama: Giovanni Greco vive in un carcere senza sbarre. È l'Italia fascista che non consente scelte: ti pieghi o combatti. Giovanni si ribella, è ucciso ma nel suo nome Elvira e Antonio, la moglie e il figlio, combattono il fascismo e affrontano la vendetta. È l'Italia della doppia morale: le donne sono diavoli o sante. Per amore di Antonio, l'attrice Nina Azzaro lascia le scene ma, tradita dal marito, si perde e sul palcoscenico della vita recita una parte che non sente sua. Nell'Italia "libera" anche Giuseppe Greco, nipote di Giovanni e figlio di Antonio e Nina, non ha scelte: la condanna alla miseria voluta dal regime continua a cancellare diritti. Oppresso dalla tragedia della madre e da quella di Elvira, la nonna, che si lascia morire per non convivere coi fascisti di nuovo onnipresenti, lotta per un mondo più giusto. È una partita persa, ma non si arrende e affida a un romanzo piccole storie di chi scrive la "grande storia", la fede nel riscatto e il sogno di una resurrezione.

Foto tratta da: https://pixabay.com/it/photos/ww1-fiandre-belgio-ricordo-mondo-2111969/

Quando l'autore mi ha scritto un'email per presentarmi il suo romanzo, non ho esitato a dirgli che l'avrei letto. Non era certamente il mio genere, ma perché non ampliare i propri orizzonti? La curiosità che da sempre mi caratterizza mi ha, quindi, spinto ad accettare.

Giuseppe Greco, in punto di morte, viene risparmiato da Atropo - una delle Parche - affinché, assistito da Mnemosine, possa ripercorrere la sua esistenza e lasciare al prossimo le sue memorie. Gli avvenimenti del passato, infatti, devono essere ricordati affinché soprattutto quelli negativi non si ripetano.
E così, la storia della famiglia di Giuseppe inizia da suo nonno Giovanni, in un primo momento socialista e amico di Benito Mussolini, diviene antifascista non appena l'Italia viene risucchiata all'interno di una dittatura. Giovanni Greco sarà costretto ad allontanarsi, pur non riuscendo a salvarsi dal regime. La sua discendenza sarà antifascista, ma con il trascorrere del tempo, pur cambiando le cose e pur essendo caduta la dittatura, la vita del figlio, Antonio, e del nipote, Giuseppe, non sarà di certo semplice.
Giuseppe, in particolare, dovrà confrontarsi con un professore di matematica, ex fascista, che intende umiliarlo, nonché con idee politiche che stanno cambiando anche nella stessa sinistra, apparentemente rivoluzionaria, ma nella sostanza molto più mite, talvolta simile alla corrente avversaria per modus operandi. E poi c'è l'adorata mamma, Nina, ex attrice, che aveva abbandonato tutto per amore e che per amore del figlio avrebbe fatto qualsiasi cosa. La povera Nina terminerà, però, i suoi giorni in un manicomio, in seguito alla manifestazione di sintomi di quella che fu definita "pazzia" e dopo aver appreso, con immenso dolore, che il figlio aveva abbandonato la scuola.
Un peso sul cuore accompagnerà Giuseppe fino alla fine dei suoi giorni: non si perdonerà mai di aver lasciato che la madre fosse stata rinchiusa.
Il romanzo si articola tra ricordi personali ed eventi politici che hanno caratterizzato Napoli, città difficile, piena di controsensi, e di un trascorso pesante, a partire dalla fine della guerra.
La narrazione si conclude con la morte di Giuseppe, affiancato dall'amata Chiara, da Mnemosine, dea della memoria, da sua sorella Lete, dea dell'oblio, e da Atropo che, infine, recide il filo.

Qual è il senso del romanzo della resurrezione? Di certo quello precedentemente citato: ricordare per non ripetere gli errori passati, tramandando alle nuove generazioni quanto è stato per costruire un futuro diverso.
Non vi aspettate un libro leggero. "Il romanzo della resurrezione" è un libro di pura narrativa storica, il cui stile ben si affianca a quelle trasposizioni teatrali/cinematografiche che rimandano all'epoca della guerra. In poche parole: questo libro potrebbe essere idoneo a diventare un film o una serie televisiva.

Ho apprezzato molto l'idea di inserire le dee "pagane" come accompagnatrici della narrazione, di fatto laicizzando anche il concetto di morte e di aldilà. Non posso, però, negare che numerosi capitoli siano stati piuttosto lenti, mostrandosi quasi come veri trattati storici. Avrei preferito prevalesse la narrativa, lasciando alla storia un ruolo di sfondo entro cui inquadrare i fatti; molto spesso, invece, la storia è la protagonista e Giuseppe diventa un personaggio secondario, tramite il quale narrare gli eventi politici. E un altro appunto: ho trovato non molto chiari i dialoghi che uniscono la parte propriamente "parlata" con il pensiero che segue.

Ringrazio Giuseppe Aragno per avermi fatto conoscere la sua opera e vi aspetto alla prossima recensione, lasciandovi con una breve citazione estratta dal romanzo.


«Non ho mai creduto a chi afferma che l'uomo abbia bisogno di dimenticare, per evitare il dolore che gli causano i ricordi. È il potere che ci vuole pronti a dimenticare. Chi non ha storia può essere ingannato e dominato molto più facilmente di chi conserva e difende la memoria di ciò che è stato».


mercoledì 24 settembre 2025

Recensione di “L’amore al posto giusto, al momento giusto” di Ali McNamara

Buonasera amici e ben ritrovati tra le pagine virtuali del mio blog! Dove vi porto stasera? In Inghilterra, a percorrere le stradine di Cambridge per conoscere la storia di Adam ed Eve... sì, Adamo ed Eva, ma non quelli del Vecchio Testamento!


Trama: Eve è appassionata di antichità da sempre. È convinta che ogni oggetto del passato sia una finestra su un altro mondo e su un altro tempo. Per questo, svolge ricerche accurate su ogni singolo articolo del suo piccolo negozio di antiquariato a Cambridge, così da poterne raccontare la storia a chi lo acquista. In questo modo, ha l’impressione di onorare il passato e apprezzare il presente. Adam è il suo opposto: per lui conta solo il futuro. È in città per occuparsi del lascito di suo nonno, da poco scomparso, e spera che la faccenda si concluda il più in fretta possibile. Quando scopre che il nonno ha incaricato Eve di vendere le antichità presenti in casa sua, Adam desidera solo che le ricerche minuziose della ragazza non gli impediscano di tornare a Londra al più presto. Tuttavia, dopo la resistenza iniziale, Adam si ritrova ad affrontare un viaggio nei ricordi di famiglia in compagnia di Eve, e chissà che il presente, il passato e il futuro all’improvviso non entrino in collisione e facciano battere loro il cuore...


Ho individuato questo libro durante una passeggiata a Latina. E sì, ogni volta che ci capito, la tappa alla libreria Feltrinelli è obbligatoria. Cercavo un libro leggero, che avesse però qualche nota interessante e, nonostante il titolo non mi desse molta fiducia (non so se si è capito, ma sono ampiamente stufa di titoli fuorvianti che nascondono storie di tutt’altro genere), l’allusione al negozio di antiquariato gestito dalla protagonista ha giocato un punto a favore.
Eve vive, ormai da moltissimi anni, a Cambridge. Ha ereditato l’attività dei nonni e gestisce il negozio di antiquariato in Clockmaker Court. Molto spesso le capita di sgomberare case e, quindi, di mettere in vendita gli oggetti ritenuti interessanti per il mercato antiquario. Ecco, infatti, presentarsi la sua nuova opportunità. Eve si reca presso la casa di un ex professore universitario, deceduto, dove ad accoglierla c’è il nipote, quarantenne “bello e dannato”, dai toni rock, gentile e persino ironico. Il suo nome è Adam ed è evidente che tra i due, sin dai primi istanti, si stabilisca un certo legame che pian piano si fa più solido, soprattutto quando Eve e Adam iniziano a scoprire ciò che hanno in comune (a partire dal giorno di nascita, il 29 febbraio), e a individuare alcuni segreti che avvolgono i rispettivi parenti e tutti i negozianti di Clockmaker Court. Ci sono strani oggetti, documenti e fotografie che rimandano a periodi passati, dalla Seconda Guerra Mondiale all’epoca Vittoriana e Edoardiana. Seguendo questo filone, come perfetti 007, capiranno di non poter sfuggire al destino e a un compito importante, custodito per secoli tra le mura di Clockmaker Court.


Tutto mi aspettavo tranne di trovarmi a stretto contatto con il mondo della Marvel, composto di universi negli universi e di viaggi nel tempo. L’amore, che appare a grandi lettere sulla copertina, fa quasi da sfondo alla storia che si sviluppa tra le viuzze e i caratteristici negozi di Cambridge. Ritroviamo elementi di Harry Potter, che si tengono la mano con quelli dei fumetti creati da Stan Lee. E alla fine, ne risulta un romanzo piacevole, più fantasy che romance. Veramente una sorpresa.

Se desiderate leggere una storia un po’ diversa, intrisa di mistero e di magia, questo libro fa per voi. Non vi aspettate romanticherie particolari perché sono totalmente assenti e controllate i vostri orologi: attenzione alle pendole che segnano orari del tutto sbagliati.

Ah, a proposito, una nota finale: il titolo originale è “Right Place, Right Time”, molto più idoneo rispetto all’adattamento italiano.

Foto di Joe da Pixabay

«Nessuno di noi sa esattamente quanto tempo ci resta da vivere. Perciò dobbiamo sfruttare al meglio quello che abbiamo».

«[…] Perché le memorie che creiamo e l’amore che condividiamo con i nostri amici e con la nostra famiglia saranno sempre il tempo più importante».

lunedì 25 agosto 2025

Recensione di "Il quaderno dell'amore perduto" di Valérie Perrin

Buongiorno amici, e bentornati sul mio blog in questa coda di fine estate! Sto finalmente leggendo tantissimo e mi rendo conto che dovrei dedicare sia alla lettura, sia alle altre mie passioni più tempo. Invece, molto spesso, si sacrificano i propri hobby per il lavoro quando c'è, o per cercarlo. Una migliore divisione della giornata potrebbe effettivamente giovare.

Arriviamo al dunque. Il romanzo di cui posterò la recensione è "Il quaderno dell'amore perduto" di Valérie Perrin.


Trama: La vita di Justine è un libro le cui pagine sono l’una uguale all’altra. Segnata dalla morte dei genitori, ha scelto di vivere a Milly – un paesino di cinquecento anime nel cuore della Francia – e di rifugiarsi in un lavoro sicuro come assistente in una casa di riposo. Ed è proprio lì, alle Ortensie, che Justine conosce Hélène. Arrivata al capitolo conclusivo di un’esistenza affrontata con passione e coraggio, Hélène racconta a Justine la storia del suo grande amore, un amore spezzato dalla furia della guerra e nutrito dalla forza della speranza. Per Justine, salvare quei ricordi – quell’amore – dalle nebbie del tempo diventa quasi una missione. Così compra un quaderno azzurro in cui riporta ogni parola di Hélène e, mentre le pagine si riempiono del passato, Justine inizia a guardare al presente con occhi diversi. Forse il tempo di ascoltare i racconti degli altri è finito, ed è ora di sperimentare l’amore sulla propria pelle. Ma troverà il coraggio d’impugnare la penna per scrivere il proprio destino?

Ho letto altri due romanzi di Valérie Perrin: il celebre “Cambiare l’acqua ai fiori” e “Tatà”.
E avendo letto ora “Il quaderno dell’amore perduto”, ovvero il romanzo d’esordio, trovo che le tematiche toccate nel primo si sono sviluppate in maniera più estesa sia in “Cambiare l’acqua ai fiori”, in cui tutto ruota intorno a un tragico incidente e a una morte mai dimenticata, sia in “”Tatà” dove i legami famigliari sono tutto, ma vi sono anche ricordi e gli esiti della Seconda Guerra Mondiale.

[ATTENZIONE: SPOILER!]

La protagonista di “Il quaderno dell’amore perduto” si chiama Justine, ha poco più di 20 anni, è orfana e lavora presso una casa di riposo, “Le Ortensie”. La ragazza vive con i nonni paterni, che l’hanno cresciuta, e suo cugino, Jules, anch’egli orfano. I padri di Justine e Jules erano gemelli ed entrambi, con le rispettive mogli, sono morti in un tragico incidente d’auto. Questo segnerà la vita sia di Justine, sia di Jules che hanno ricevuto attenzioni, ma non quell’amore genitoriale. Justine, soprattutto, avverte in maniera molto intensa questa assenza, che si riflette nel suo comportamento: di giorno accudisce amorevolmente gli anziani della casa di riposo, mentre di sera affoga i suoi vuoti nell’alcool, andando a ballare in discoteca e finendo a letto con ragazzi di cui non ricorda nemmeno il nome. Si percepisce la volontà di non volersi legare, la paura di essere amata.


Detto ciò, intorno alla morte dei genitori di Justine e Jules aleggia un mistero. Solo dopo anni, infatti, la polizia riprende in mano il fascicolo e riapre le indagini. Justine lo viene a sapere per caso, ma non lascerà cadere lì la questione. Andrà a fondo, rivelando una trama familiare complessa da cui nessuno è esente, nemmeno gli insospettabili nonni.

Ma a cosa si riferisce “Il quaderno dell’amore perduto”? Non alla storia della famiglia di Justine, bensì a quella di un’ospite delle “Ortensie”, Hélène Hel, di cui la ragazza si prende cura quotidianamente e con la quale chiacchiera. L’anziana Hélène ha raccontato la propria vita a Justine, in maniera frammentaria, proprio come farebbe una persona vittima di demenza senile. Lei si trova in quella casa di riposo, ma nella sua mente è seduta in spiaggia, in riva al mare, ad aspettare il suo Lucien, l’uomo che l’ha resa libera insegnandole a leggere (Hélène era dislessica e Lucien le insegnò a leggere, per una serie di vicissitudini, in braille) e ad amare. Lo stesso Lucien che, deportato dai nazisti per aver nascosto un ebreo, tornerà anni più tardi, quando ormai era stato dato per morto. In tutta la storia, vi è sempre un gabbiano che, come un angelo, veglia sull’esistenza di Hélène e Lucien.
 
Foto di Pexels da Pixabay

Justine appunta su un quaderno azzurro tutta la storia di Hélène e sarà proprio lei a leggerla all’anziana signora quando, per via dell’età e di una caduta, sarà ricoverata in ospedale entrando in coma, negli ultimi giorni della sua lunga esistenza.

Valérie Perrin, quindi, anche in questo romanzo punta molto sulla famiglia che, nonostante appaia come un porto sicuro e inattaccabile, talvolta nasconde aspetti molto oscuri; sull’amore incondizionato, un sentimento che forse al giorno d’oggi non c’è più, o è rarissimo da incontrare; sulla morte, come punto di fine, ma anche di inizio per le “indagini” di chi è rimasto. Non so perché questa autrice, infatti, sia così legata ai cimiteri che compaiono in ogni suo romanzo, giocando un ruolo certamente non secondario.

In questo periodo di pausa, l’ho letteralmente divorato terminandolo in soli due giorni (mentre a Roma, tra una cosa e l’altra, sarebbe andato avanti un mese).

Vi aspetto alla prossima recensione e vi lascio con un piccolo estratto. A presto!

«È come se il mio viso non avesse ancora scelto, come se non avesse ancora finito di disegnarsi. Mi ripeto che ciò che non trovo attraente in me un giorno piacerà a qualcuno. A qualcuno che mi amerà e che diventerà il mio pittore. Sarà lui a continuare il disegno. A trasformare lo schizzo in un capolavoro grazie a una grande storia d’amore. Ciascuno di noi è il Michelangelo di qualcun altro. Il problema è che bisogna trovarsi».

domenica 13 luglio 2025

Recensione di "Il caffè della pazza gioia" di Emma Hamberg

Buongiorno a tutti e bentornati tra le pagine virtuali del mio blog!

Di ritorno da un viaggio in Egitto (a volte i sogni si avverano, anche quando non ci credi più), ho terminato di leggere un romanzo iniziato qualche settimana fa. Si tratta di "Il caffè della pazza gioia" di Emma Hamberg, edito dalla Giunti.


Trama: A quarantanove anni, Agneta ha tutto ciò che si può desiderare dalla vita: una bella casa, i figli ormai grandi che vivono fuori, un lavoro stabile e Magnus, un marito serio e affidabile. Peccato che niente corrisponda davvero ai suoi sogni e che nessuno sembri capirla davvero, come se parlasse una lingua incomprensibile. Magnus, poi, non ha mai tempo per lei, dato che deve prima dedicarsi al ciclismo, al nuoto, al birdwatching, a seguire un'alimentazione sana e noiosa. In questa esistenza composta, Agneta ha imparato a fare benissimo un'unica cosa: adeguarsi ai dettami degli altri fino a diventare invisibile. E anche a sorseggiare vino di nascosto, mentre guarda compulsivamente programmi televisivi sulla ristrutturazione di vecchi casali francesi. Non sa ancora che la sua esistenza sta per essere stravolta per sempre. Quando per puro caso le cade l'occhio sul bizzarro annuncio di un giornale, qualcosa dentro di lei si risveglia: uno sconosciuto che si definisce “ragazzo cresciuto” cerca aiuto in casa per cucinare e fare le pulizie. Unico requisito, parlare svedese. Ma c'è un piccolo particolare: il luogo di lavoro è in un paesino sperduto nel cuore della Provenza. Tra personaggi indimenticabili, scomodi segreti, balli in punta di piedi e caffè che si trasformano in appuntamenti, Agneta scoprirà che a volte partire significa ricominciare. E che non è mai troppo tardi per dire di sì alla vita che si desidera davvero. Un bestseller al femminile pieno di ironia che mescola amore, amicizia e colpi di scena: il perfetto comfort book per tutti gli animi coraggiosi che sanno che non c'è vera felicità senza un pizzico di follia.

Devo ammettere che la copertina gioca un ruolo fondamentale nella scelta dei libri. I colori, in particolare, mi hanno ispirata e spinta all'acquisto del romanzo nell'ambito di una promozione Giunti che prevedeva in regalo una bellissima borsa all'uncinetto.
Detto ciò, la storia è incentrata su Agneta, quarantanovenne svedese, sposata con Magnus, e madre di due figli ormai adulti che, nonostante vivano lontani da casa, proseguono a chiedere soldi ai genitori (un classico). Agneta ha un lavoro stabile, che non la soddisfa nemmeno un po', e in generale tutta la sua vita, seppur apparentemente perfetta, le causa un profondo disagio interiore. Tutti sembrano imporle di essere quel che non è. Trascorrono gli anni e, a forza di nascondersi dietro una maschera di felicità illusoria cui contribuiscono pressioni sociali da ogni parte, Agneta non si sente più se stessa. Il suo corpo e la sua mente le chiedono disperatamente di dare una svolta alla sua vita prima che sia troppo tardi.
Così, complice l'atteggiamento decisamente insopportabile del marito (un soggetto salutista, fissato con lo sport, il movimento, il cibo senza grassi e impegnato esclusivamente a fotografare uccelli rari), Agneta inciampa in un annuncio di lavoro come ragazza alla pari in un paesino sperduto della Francia.
Senza pensarci due volte, la donna prepara i bagagli e parte. Sono molte le domande che si pone, i dubbi che sorgono dentro di lei, ma (fortunatamente) vince quel pizzico di amore rimanente per se stessa.
Agneta giunge, quindi, a Saint Carelle dove Fabien, proprietario del piccolo bar in paese e autore dell'annuncio, la accoglie, insieme a una dolce signora di nome Bonnibelle.


Entrambi la guidano verso un monastero divenuto residenza di un anziano signore, Einar.
E quindi dove sono i bambini cui fare da babysitter? In realtà la barriera linguistica e il traduttore Google hanno fatto sì che l'annuncio si presentasse leggermente "diverso" da quanto richiesto: la persona cui badare è proprio Einar.
Agneta è spaventata. Non si aspettava di lasciare la propria vita, seppur con tutte le difficoltà e i disagi, per andare a fare da badante a un anziano signore con la demenza senile. Si dà come limite una settimana, dopodiché sarebbe tornata indietro. E invece, Agneta inizia a rinascere proprio tra le mura di quell'eclettico monastero, parlando con Einar e riscoprendo quella parte di lei rimasta celata sotto una spessa coltre di prepotenza altrui.

Foto di Marie da Pixabay

Come ho trovato questo romanzo? Prima di tutto, scorrevole, si legge facilmente grazie all'ironia di Agneta che ne impregna le pagine. Anche gli episodi che si susseguono sono narrati dalla protagonista con così tanto humor che è impossibile non volerle bene. Ho apprezzato di meno il passato di Einar: l'anziano signore, omosessuale, viene caratterizzato da un comportamento totalmente sessualizzato (es. lui e il suo amante si fanno erigere due statue in casa in cui sono ritratti completamente nudi con gli attributi in bella vista, oppure la piscina che è stata concepita a forma di fallo). L'intento dell'autrice era probabilmente quello di creare attorno ad Agneta una situazione surreale che, nonostante tutto, l'ha aiutata ad uscire dalla prigione in cui era rinchiusa, nonché di comunicare come ognuno debba essere se stesso, pur nelle sue "sregolatezze". Tuttavia, la storia di Einar, così come presentata, rischia di fornire - almeno secondo il mio parere - una visuale del tutto distorta e grottesca sulla reale esistenza delle persone omosessuali.
Per il resto, il messaggio di fondo è un inno alla libertà, a non limitare i propri desideri per compiacere chi ci circonda e ad essere, quindi, sempre se stessi per venir apprezzati così come siamo. E coloro che non ci apprezzano? Molto semplicemente non sono persone adatte a noi.

Se vi state chiedendo infine se mi sia venuta voglia di mollare tutto e di trasferirmi in un paesino della Provenza, la risposta è sì. E chissà, magari l'occasione si presenterà veramente quando meno me lo aspetto.
Vi lascio con qualche frase e vi attendo sempre qui con la prossima recensione!

«Se per vivere la tua vita hai dovuto compiere un sacrificio enorme, allora devi celebrarla. Ogni singolo giorno. Ogni occasione deve essere buona per festeggiare, perdonare, ballare, ridere e stappare una bottiglia di champagne. Il dolore va affrontato col sorriso.»

«Chi sono io? Cosa è vero? Cosa è fantasia? Cosa è brutto, cosa è bello? Chi se ne frega! Credo che dovremmo farci una sola domanda: cosa ci piace?»

P.s. come ormai troppo spesso accade, il titolo non riflette assolutamente il contenuto del libro. Quello originale e, ovviamente, più attinente è: "Mi chiamo Agneta".

martedì 10 giugno 2025

Recensione di "I cinque profumi del nostro amore" di Laure Margerand

Buongiorno a tutti amici e bentornati sul mio blog!

È bastato un viaggio in treno e qualche giorno lontana da Roma per terminare rapidamente un libro. Dovrei prendermi più frequentemente delle pause da questa città!


Trama: Osannato dal pubblico come una star, Pierre-Emmanuel è uno degli scrittori francesi più noti, sempre in testa alle classifiche. Ma ormai scrive come una macchina, e da tempo ha perso l’ispirazione e la stima della moglie. Quando Agathe lo lascia per un altro, Pierre vede crollare ogni certezza. Come riconquistare la donna che ama ricordandole tutte le emozioni vissute insieme? Nel pieno della crisi, finalmente ha un’illuminazione: scriverà un grande romanzo sul loro amore. Ma non un romanzo qualsiasi: dato che l’olfatto è il senso che più di ogni altro riesce a risvegliare i ricordi in modo immediato, Pierre incarica Gabriella, famoso “naso”, di creare una fragranza per ogni momento cruciale della storia con Agathe, per poi racchiuderla in un segnalibro. Il profumo del loro primo incontro, della passione, della vacanza a Cuba, della pelle del loro bambino. Però, per ritrovare il suo talento letterario ormai smarrito, Pierre ha bisogno di altro aiuto. Per questo contatta Charlotte, la migliore editor sulla piazza, chiedendole di assisterlo nella scrittura. Non può sapere che la giovane nasconde un segreto che la rende la persona meno adatta per quel compito: ha perso l’olfatto in seguito a un terribile trauma che ha distrutto la sua famiglia, e da allora conduce un’esistenza solitaria e appartata. Eppure la singolare proposta dello scrittore risveglia qualcosa in lei. Ma qualcuno che non riesce più a sentire gli odori e le emozioni può lavorare su un romanzo olfattivo? E se fosse proprio quello di cui ha bisogno?

Prima di Süskind non avevo mai letto un libro che parlasse di profumi, di odori, di sensazioni e ricordi ad essi legati. Laure Margerand nel suo “I cinque profumi del nostro amore” riprende, in un certo senso, proprio il celebre autore conferendo all’olfatto l’importanza che merita. Se ci pensiamo, infatti, ogni persona, ogni momento, ogni sensazione sono caratterizzati da un profumo o da un odore che il cervello ricorda, immagazzina. E ogni qualvolta in cui il nostro naso percepirà quel determinato profumo o odore, torneremo immediatamente a pensare a chi o a cosa è direttamente legato.

ATTENZIONE: SPOILER

Charlotte, la protagonista del romanzo, è anosmica, ovvero non sente più gli odori e, automaticamente, nemmeno i sapori. La sua vita non è sempre stata così. Tutto si è spezzato quando Nathan, suo figlio, è morto improvvisamente nel sonno. Non c’è stato modo di salvarlo. E insieme a Nathan, se n'é andato anche Julien, il marito, che non è più riuscito a sopportare il suo dolore e quello di Charlotte. L’ultimo odore che la donna ricorda per anni è proprio quello del suo bimbo, della sua pelle, dei suoi capelli. Poi il nulla.

Trascorre molto tempo prima che Charlotte provi a riprendere una vita normale. Era una scrittrice, ma la vena non scorre più in lei. Decide così di fare la coach letteraria ed è in questo modo che conosce un famoso autore, Pierre-Emmanuel Frank, con il suo nuovo progetto: far tornare sua moglie Agathe, da cui si è separato, attraverso un libro olfattivo che le ricordi tutti i profumi e gli odori legati alla vita trascorsa assieme.

Charlotte non ha il coraggio di rivelare che è anosmica e, dopo varie insistenze di Pierre-Emmanuel, accetta di lavorare per lui. Intanto l’autore ingaggia una bravissima profumiera, Gabriella, che avrà il compito di produrre il “lato olfattivo” del libro.


A un certo punto, però, persino questo equilibrio si spezza: Gabriella si accorge che Charlotte, critica e severa sia con le sue creazioni profumate, sia con le pagine scritte da Pierre-Emmanuel, non sente alcun odore. E se Gabriella lo dicesse allo scrittore? Cosa potrebbe pensare di Charlotte? Così la donna decide di confessare tutto: se in un primo momento il mondo sembra acquisire tonalità scure, improvvisamente tutto diventa più leggero, in particolare dopo aver annusato un profumo che Gabriella aveva creato affinché fosse associato al figlio di Pierre-Emmanuel. La mente e il corpo di Charlotte si sbloccano, permettendole di tornare a respirare a pieni polmoni.

Non rivelerò altro perché già ho parlato molto. L’intento di Laure Mergerand era probabilmente quello di scrivere un romanzo che denunciasse come un dolore molto forte, un vero e proprio trauma, possa congelare per tanti anni e a volte per sempre la persona che lo ha subito. Allo stesso tempo, però, la reazione più comune che è quella di chiudersi in se stessi è anche la peggiore perché non fa che aumentare l’isolamento e il dolore. Charlotte guarisce solo quando è costretta a dire la verità e successivamente ad annusare un odore che le ricorda incredibilmente quello del suo bambino. È come se il suo corpo avesse riallacciato i fili, tornando indietro nel tempo e recuperando quel che era perduto.

Nonostante avessi auspicato un bel finale per Charlotte, mai avrei immaginato che l’autrice decidesse di farla tornare con l’ex marito solo dopo aver recuperato l’olfatto. Non mi permetterò di giudicare le varie sfumature di amore tra due persone, ma il meccanismo che appare innescarsi non è proprio dei migliori. Sembra che Julien riabbracci la moglie solo ed esclusivamente perché lei è tornata normale, quando invece di andare via e farsi una nuova vita nel momento più duro (quello della morte del bambino), avrebbe dovuto rimanere accanto a Charlotte, affrontando e superando insieme il lutto. È troppo comodo così. Al contempo, Charlotte stessa, che non ha mai smesso di amare Julien, sbaglia a mio avviso a ricercare l’ex marito. Fossi stata nell’autrice, avrei fatto “risorgere” Charlotte spingendola a lasciare alle spalle il passato doloroso, seguendo i suoi sogni e iniziando una nuova vita con una persona in grado di amarla con tutto il pesante fardello.



Per concludere, il romanzo è sicuramente particolare, ma non mi ha entusiasmata più di tanto. Non sono riuscita a immedesimarmi nel personaggio di Charlotte come avrei voluto; di Julien si parla pochissimo, quando invece sarebbe stato bello capire davvero anche i suoi sentimenti (ne avrà avuti... spero); Gabrielle, pur giocando il ruolo fondamentale di profumiera per la “costruzione” del libro, non è un personaggio abbastanza approfondito perché di lei si sa pochissimo; Pierre-Emmanuel appare come un uomo piuttosto superficiale ed egoista, finché non decide di scrivere un libro effettuando una scelta romantica che, però, non era in linea con l’uomo che era stato fino a poco prima. Insomma, ritengo manchi quel focus necessario sui vari personaggi che avrebbe permesso di amarli maggiormente, entrando nella parte senza rimanere lettori distaccati e osservatori di una storia che si svolge con poco coinvolgimento.

Devo, mio malgrado, far rientrare "I cinque profumi del nostro amore" nella categoria delle "letture sotto l'ombrellone", senza tuttavia consigliarlo.
Vi aspetto sempre qui, sul blog, alla prossima recensione... anche perché ho già iniziato un nuovo libro!

lunedì 19 maggio 2025

Recensione di "La tomba di san Pietro. La storia dimenticata di Margherita Guarducci" di Tiziana Lupi

Buon pomeriggio a tutti e bentornati nel mio piccolo spazio letterario!

Oggi vi porto nel cuore della cristianità, sotto la basilica di San Pietro in Vaticano, laddove trovò sepoltura il Principe degli Apostoli, Pietro.

Copertina del libro (foto di Cristina Cumbo, maggio 2025)

Trama: Per secoli la tradizione ci ha detto che la basilica di San Pietro era stata edificata sopra la tomba dell’Apostolo, morto a Roma durante la grande e feroce persecuzione contro i cristiani ordinata dall’imperatore Nerone nel 67 d.C., dopo il terribile incendio che aveva distrutto la città. Fino alla prima metà del secolo scorso, però, i suoi resti non erano ancora stati trovati. E, forse, non lo sarebbero mai stati se non fosse per la competenza e la tenacia di Margherita Guarducci, la più grande esperta di epigrafia greca della storia italiana nonché la prima a identificare il significato di un graffito trovato nelle Grotte Vaticane – «Πετρος ενι», cioè “Pietro è qui” – guadagnandosi la possibilità di scavare lì sotto, unica donna in un mondo esclusivamente maschile. È stata lei a consegnare alla Chiesa un dono “preziosissimo” e la storia del ritrovamento delle reliquie è uno dei gialli archeologici (ma anche geopolitici e religiosi) più rilevanti del XX secolo. Eppure Margherita non è mai stata celebrata appieno né ha mai avuto il riconoscimento mediatico meritato. Se fosse stata un uomo, probabilmente, le sarebbero state dedicate piazze, strade e scuole e, invece, non esiste nulla che la ricordi. Ripercorrendo la storia del suo straordinario lavoro e del ritrovamento delle ossa del Pescatore di Galilea in forma di romanzo, questo libro vuole restituire a Margherita Guarducci l’onore che le spetta.

Sono un'archeologa cristiana anche io ed è difficile parlare di una grande studiosa quale fu Margherita Guarducci. Quando nel 2011 mi iscrissi al Pontificio Istituto di Archeologia Cristiana, dove studiai per 5 anni conseguendo, dopo la laurea magistrale in Scienze dell'Archeologia, la Baccalaurea, la Licenza e, infine, il tanto agognato (e complesso) Dottorato, non conoscevo la professoressa Guarducci. Avevo evitato l'epigrafia come la peste perché ne avevo timore. Provenivo da un liceo scientifico e mi sentivo profondamente ignorante, assolutamente non idonea alla decifrazione del latino e del greco antico, nonostante queste lingue mi avessero sempre affascinata. Al Pontificio, gli esami di epigrafia furono obbligatori e, mio malgrado, iniziai a studiare. Fu una collega a suggerirmi di leggere (e acquistare) il volume di Margherita Guarducci (che lei chiamava "Margheritona", data la mole sostanziosa) per iniziare a capire qualcosa in più di epigrafia greca. Cominciò così la mia conoscenza, a posteriori, con la studiosa. Fu poi il momento di esaminare più nel dettaglio la necropoli Vaticana e la basilica costantiniana e, terminata la mia formazione, fui chiamata a svolgere uno studio specifico sulle Grotte, sul contesto archeologico vaticano e sui documenti archivistici preliminare a un'indagine che, purtroppo, non trovò mai luce essendo stata sospesa (e la sottoscritta non fu mai retribuita dall'architetto che aveva commissionato la ricerca).
Detto ciò, fu in particolare quest'ultima esperienza che mi portò a riprendere in mano il volume di L. Kaas, B. M. Apollonj Ghetti, A. Ferrua, E. Josi ed E. Kirschbaum, "Esplorazioni sotto la confessione di San Pietro in Vaticano eseguite negli anni 1940-1949", proprio per ricostruire i vari tasselli di un'indagine archeologica che aveva condotto certamente a un importante risultato, ma non a quello sperato.
Successivamente, mi occupai della figura di Padre Engelbert Kirschbaum, gesuita, che prima di me aveva studiato il personaggio di Balaam e che aveva fatto parte della spedizione sotto la basilica di San Pietro. Ne avevo letto i carteggi nell'Archivio della Pontificia Università Gregoriana, imbattendomi in una questione spinosa: le indagini di Margherita Guarducci e Adriano Prandi. Se la prima era stata in qualche modo ostacolata per il graffito e la questione delle ossa (sembra che fosse implicato lo stesso Ferrua), il secondo aveva condotto degli scavi nel campo P (la presunta area del sepolcro di Pietro), ma la cronologia non tornava con quanto ipotizzato dai precedenti scavatori. Se Prandi avesse avuto ragione (ma non lo sapremo mai), questo avrebbe rivoluzionato, almeno in parte, la scoperta annunciata dallo stesso Pontefice. Egli pubblicò un volume "La zona archeologica della Confessio vaticana: i monumenti del II secolo" (quasi introvabile nelle biblioteche) e ne propose una ristampa e una seconda parte, ma sia Kirschbaum che gli altri membri della prima spedizione si opposero: Prandi aveva effettuato, secondo loro, delle indagini eccessivamente distruttive. Non si poteva assolutamente proseguire su quella linea. Furono proposti scavi in altre aree delle Grotte, ma la questione della tomba di Pietro si chiuse lì. Era il 1960.

Piazza San Pietro e basilica (foto di Cristina Cumbo, maggio 2025)

La Guarducci, coinvolta anche nella decifrazione del graffito per cui fu criticata, proseguì nella pubblicazione di alcuni suoi contributi, ma tutto si spense rapidamente, destinando lei e i suoi studi all'oblio.
Nel suo libro, Tiziana Lupi ripercorre con gli occhi della professoressa Guarducci gli anni in cui era ancora un'allieva universitaria, fino a giungere a Creta e successivamente alla cattedra presso il prestigioso ateneo romano della Sapienza. Infine, l'epoca della Seconda Guerra Mondiale e di quegli scavi, voluti da Pio XII, sotto la confessio Vaticana. La Lupi parla delle difficoltà incontrate dagli operai, ma non di una in particolare: dell'acqua che, a ogni picconata, sgorgava fuori dal terreno. Le foto dell'epoca sono esaustive in merito (link). Furono quindi indagini complicate, sterri che riportarono alla luce il sepolcreto precedente all'edificazione della basilica costantiniana.
Poi ecco emergere i graffiti intorno a un sepolcro, il famoso "campo P": i pellegrini si sono concentrati in quel punto per scrivere invocazioni a Pietro, a Cristo, a Maria. Ogni archeologo che si rispetti sa che la concentrazione di tombe o di graffiti fa presagire di trovarsi nei dintorni della tomba di un martire, discorso che vale soprattutto per gli antichi cimiteri cristiani, le catacombe. Le Grotte Vaticane non facevano eccezione... e il martire per eccellenza che avrebbe potuto trovarsi sotto i vari altari della basilica era solo uno: Pietro.
La storia di Margherita Guarducci è legata, perciò, alla decifrazione del graffito che la studiosa aveva osservato in una foto in bianco e nero pubblicata su un giornale: "Pétros ení” , ovvero "Pietro è qui".
Tiziana Lupi narra, quindi, quelle tappe di una grande scoperta, seguita dalle indagini sulle ossa di Pietro... ossa che erano state, però, contrariamente a quanto la prassi vuole, rimosse e non opportunamente documentate nel loro contesto di ritrovamento. Una serie di elementi (appartenenza a un individuo di sesso maschile tra i 60 e i 70 anni e parti di tessuto purpureo con fili aurei) poteva, compatibilmente con il luogo di rinvenimento, far pensare all'appartenenza dei resti al corpo dell'apostolo Pietro.
Poi giunse il buio. La Guarducci sarà ricordata solo dagli studiosi (e nemmeno da tutti!), mentre progressivamente le fu impedito di entrare nelle Grotte e, persino, di pubblicare le foto del sito (ahimé, tale pratica è ancora in voga...).
Ci sono certamente elementi romanzati, altri inventati per evocare suspense e per far immergere il lettore all'interno di un periodo storico difficile, quale fu quello vissuto dalla studiosa, ma gran parte del libro è ricostruito sulle reali vicende che si susseguirono.
Come ho trovato questo libro? Appassionante, ma forse sono di parte. Mi auguro che Tiziana Lupi e Marco Spagnoli procedano nella realizzazione del film su Margherita Guarducci non solo per un intento "femminista" di riportare alla luce la storia di una donna osteggiata da un mondo del tutto maschile, ma anche per restituire dignità al lavoro incessante di un'archeologa che credeva nella propria missione. E poco importa che le sue indagini non siano state precisissime o che abbia "sbagliato". Lei ci ha provato. Questo è l'aspetto fondamentale della ricerca: porre un tassello e da quel tassello ripartire superando gli eventuali errori commessi dai precedenti studiosi, migliorandosi sempre più.

Grazie a Tiziana Lupi per questo libro. Grazie per avermi riportata nei luoghi che mi hanno fatto innamorare dell'archeologia cristiana.

Foto di Cristina Cumbo. Ne è vietata la diffusione senza l’esplicito consenso dell'autrice e/o l’indicazione dei credits fotografici, nonché del link relativo al presente post.

lunedì 5 maggio 2025

Recensione di "La sconosciuta del ritratto" di Camille de Peretti

Buonasera a tutti amici e bentornati tra le pagine virtuali del blog!

Oggi vi porto a conoscere la storia del "Ritratto di signora" di Gustav Klimt, o meglio, di quella che Camille de Peretti ha creato attorno a questo straordinario dipinto.


Trama: “La tela vibrava di bellezza. Persa nell’occhio celeste picchiettato di verde, a Pearl mancava il respiro. Era davvero la sosia di quella donna?”.
Dipinto a Vienna nel 1910, il quadro di Gustav Klimt Ritratto di signora viene comprato da un anonimo collezionista nel 1916, rimaneggiato dal maestro un anno dopo e rubato nel 1997, per poi riapparire nel 2019 nel giardino di un museo italiano d’arte moderna. Nessuno ha potuto stabilire con assoluta certezza chi fosse la giovane donna raffigurata sulla tela né quali misteri avvolgano la movimentata storia del suo ritratto. Dalle strade di Viena del primo Novecento al Texas degli anni Ottanta, dalla Manhattan della Grande Depressione all’Italia contemporanea, Camille de Peretti immagina il destino della donna e dei suoi discendenti. Un affresco magistrale in cui si mischiano segreti di famiglia, clamorosi successi, amori contrastati, scomparse e drammi a fosche tinte.

Cosa ha attratto la mia attenzione secondo voi quando, entrando in libreria, ho notato questo volume? Esattamente: il dipinto che appariva in copertina era quello che, rubato dalla Galleria Ricci Oddi, era riapparso nel 2019, ritrovato dal giardiniere avvolto in un sacco della spazzatura e inserito all'interno di un alveo nel muro perimetrale dello stesso polo museale. Una storia che ha dell'incredibile, ma tant'è: il dipinto era forse rimasto sempre alla Galleria, ma nessuno sapeva dove fosse.
Il ritratto, però, nasconde anche un'altra particolarità: fu ridipinto poiché, precedentemente, appariva diverso. La donna, infatti, era abbigliata con un abito nero, un serpente di piume e un cappello a larga falda, apparendo come una prostituta. In seguito, Klimt effettuò una modifica (scoperta da Claudia Maga, all'epoca studentessa liceale): lo ridipinse, donando alla donna uno scialle colorato, che le conferiva un aspetto "fiorito", togliendo sia le piume che il cappello.


Ecco che, già di per sé, la storia del quadro di Klimt si prospetta come un romanzo. Camille de Peretti ha, però, deciso di costruire una trama attorno a questi elementi. La ragazza del quadro si chiama, perciò, Martha. E' povera, giovanissima e, durante i primi anni del Novecento, viene assunta dai ricchi Brombeere al servizio del figlio Franz, con l'intento di togliergli il vizio di frequentare le prostitute. Franz si innamora di Martha, ma una spiacevole vicenda farà sì che la ragazza debba essere allontanata dalla famiglia, tornando a vagare per Vienna nella totale povertà, con un figlio a carico, Isidore.

Vienna (foto di andreas N da Pixabay)

Quello stesso Isidore che, dopo una vita fatta di anni trascorsi in orfanotrofio, fughe, lavoretti rimediati, farà improvvisamente fortuna, proprio durante il crollo della borsa di Wall Street, e sposerà la figlia del proprietario della fabbrica di dentifrici, diventando uno degli uomini più ricchi d'America.
Sarà ancora Isidore ad accorgersi che la donna di quel dipinto conservato presso la Galleria Ricci Oddi di Piacenza somiglia incredibilmente a Pearl, la figlia avuta fuori dal matrimonio... quella stessa figlia che ha il medesimo sguardo dolce di sua madre, morta di spagnola quando era solo un bambino.

Camille de Peretti riesce ad elaborare una storia degna di nota partendo solo da un dipinto, attorno al quale aleggia ancora un'aura di mistero. Il finale, che giunge ai nostri giorni quando il dipinto viene ritrovato, non è troppo convincente ed l'unica nota stonata in un romanzo che mi ha appassionata.
Eppure, i quesiti rimangono: Gustav Klimt a chi si ispirò realizzando il "Ritratto di signora"? Chi fu la "Martha" della vita reale e perché l'artista pensò di modificare il dipinto?
Nel consigliarvi la lettura di questo libro, vi saluto con qualche citazione e vi aspetto alla prossima recensione!

«È facile ricordare le prime volte della vita, mentre le ultime hanno la terribile caratteristica di non annunciarsi».

«Nel mondo dell'arte esistono varie specie e sottospecie di ladri. Dal semplice conoscitore alle potenti mafie, dal mercante al trafficante, il passo è spesso breve. Poi ci sono gli affabulatori, i bugiardi e i rigattieri occasionali che imbrogliano le anziane facendo credere loro che il ritratto del nonno non valga il chiodoa cui è appeso. Molti gentili, liberano la signora di quella faccia allungata con gli occhi a mandorla neanche tanto simmetrici e se ne vanno fischiettando portandosi dietro il Modigliani. Ci sono gli antiquari, che hanno il bel negozio sulla strada e trafficano nel retrobottega. Ci sono i corsari, gli avventurieri, i cercatori di tesori, i saccheggiatori di tombe. Ci sono i falsari, gli artisti, gli appassionati».

lunedì 31 marzo 2025

Recensione di "Tutti gli indirizzi perduti" di Laura Imai Messina

Buonasera amici e bentornati tra le bianche pagine di questo blog!
Con il ritorno delle belle giornate e, soprattutto, della tanto adorata ora legale, le passeggiate non mancheranno e con esse un buon libro per farci compagnia negli attimi di pausa.

Oggi vi parlo di "Tutti gli indirizzi perduti" di Laura Imai Messina, libro attorno a cui ho girato per alcuni mesi, finché non ho deciso di portarlo via con me.


Trama: Risa sbarca ad Awashima in un mattino freddo di primavera, con sé ha una sacca misteriosa gonfia di buste. L’isola è bellissima, piena di luce, ma si sta spopolando: le scuole chiudono e gli abitanti invecchiano. Eppure proprio lí c’è un minuscolo ufficio postale davvero unico. Raccoglie tutta la corrispondenza che, da ogni parte del Giappone e del mondo, viene imbucata ma non è possibile recapitare al destinatario. «Awashima è l’indirizzo che ha preso in carica tutti gli indirizzi perduti della terra». Risa si è offerta di catalogare le tantissime lettere arrivate in dieci anni all’Ufficio postale alla deriva (è questo il suo nome). Chi scrive al marito che non c’è piú, chi al proprio cuscino, chi chiede perdono a una lucertola a cui da bambino ha rubato la coda, chi si rivolge alla vecchia vicina di casa che gli leggeva libri quando era piccolo, chi manda cartoline alla madre che diventerà, augurandosi di saper trasmettere l’allegria. Un lavoro enorme, quello che si è presa in carico Risa, come setacciare l’oceano, ma lei lo fa per ragioni di cuore. Perché suo padre è un postino, e ha lavorato tutta la vita affinché neppure una lettera andasse perduta. Se dal padre ha imparato la dedizione e la tenacia con cui ci si può prendere cura delle cose e delle persone, l’eredità che le ha lasciato la madre è ben piú complicata. La sua è stata una madre intermittente, che conosceva parole magiche per evocare creature del bosco e il cui sguardo offuscato si accendeva all’improvviso su ciò che agli altri restava invisibile. Sua madre le ha insegnato la poesia e la curiosità verso ciò che è estraneo, perché «è dall’incontro con gli sconosciuti che può nascere lo straordinario». Ma ad Awashima Risa è venuta anche per un altro motivo, che finora ha tenuto segreto. Il sospetto – o la speranza – che tra quelle migliaia di parole d’amore, rimpianto, riconoscenza, biasimo e gioia, ce ne siano alcune indirizzate proprio a lei. Laura Imai Messina ha una capacità speciale, poetica e intensa, di cogliere la magia nascosta del mondo e raccontarcela. Ogni sua storia è un viaggio che ci porta lontanissimo, fin dentro i nostri piú intimi pensieri.


Risa è una docente universitaria e, seguendo un progetto di ricerca, approda all'isola di Awashima, luogo dalla forma particolare, abitato da poche persone e noto per il suo Ufficio postale alla deriva, dove giungono tutte quelle lettere speciali che non sono mai state recapitate: persone che, dopo anni, scrivono i propri sentimenti a chi non c'è più; altre che si rivolgono a quegli oggetti inanimati che hanno rivestito un ruolo importante nella propria vita; padri, madri e figli che si ritrovano solo tra le righe vergate in penna stilografica e inviate in quel posto dove forse nessuno le leggerà mai.

Risa, che è una ragazza molto sensibile, si è innamorata delle lettere grazie al lavoro del papà, postino, e di tutte quelle storie che solo poche righe possono contenere. Ma anche la madre l'ha profondamente influenzata sia con i suoi aspetti positivi, sia con quelli negativi... e si sa, certi traumi subiti da piccoli non si cancellano facilmente, nemmeno da adulti. Quella di Risa era una mamma poetica, una mamma che l'ha aiutata a credere anche in ciò che non poteva essere visto, ma solo percepito, eppure era al contempo una persona preda della follia che, pian piano, l'ha divorata, facendola diventare lo spettro di se stessa, fino a condurla alla morte.

Ad Awashima, Risa si immerge in un'altra dimensione: una famiglia accogliente e allargata composta dai pochi abitanti, un ufficio postale che diventa luogo di lavoro e seconda casa, un uomo che le restituisce la voglia di amare. Ma lei non si è recata sull'isola solo per condurre una ricerca universitaria. Risa deve individuare altro, qualcosa di ben più importante per il proprio animo, che forse la aiuterà a trovare la tanto agognata pace: le parole che la madre ha scritto per lei. Risa è certa che Marie le abbia spedito almeno una lettera, ma cosa voleva realmente dirle?


Laura Imai Messina introduce il lettore in una storia che sembra uscita da un drama giapponese e chi conosce la cultura nipponica sa bene di cosa stia parlando. Anche la protagonista, Risa, è una ragazza fragile, sensibile e allo stesso tempo resistente, come un bambù travolto da forti raffiche di vento.

"Tutti gli indirizzi perduti" fa riflettere molto sulle occasioni mancate, su quelle parole che si sono spezzate in gola e che non saranno più pronunciate, sui sentimenti rimasti celati e sul tempo che scorre inesorabile, rendendo ogni cosa effimera tranne per ciò che resta scritto. Quelle lettere giunte all'Ufficio postale alla deriva sono i tasselli mancanti dei mittenti, ciò che di loro rimarrà in eterno, catalogato e conservato. Si percepisce ancor più la bellezza della parola scritta, il fascino delle lettere su carta.
Infine, c'è il ruolo della famiglia. I genitori influenzano molto la psiche dei propri figli, anche in maniera inconsapevole e, una volta terminata la permanenza su questa Terra, lasceranno sempre un vuoto incolmabile nel loro cuore. Nonostante i ricordi non proprio piacevoli, Risa amava la sua mamma e avrebbe fatto di tutto pur di vederla serena. La ragazza, dopo aver vissuto di sensi di colpa e immense paure, riesce finalmente a ritrovare un equilibrio: nulla si può cancellare, ma si deve andare avanti, accettando ciò che è stato.
Questo romanzo non è per tutti. È rivolto agli animi sensibili, a chi tra punti, virgole e una calligrafia disordinata riesce a ricostruire lo sguardo e il vissuto dell'autore.

Vi lascio con qualche frase e ci rileggiamo qui, sempre sul blog, tra qualche tempo!

Foto di Eliselgm_15 da Pixabay

«Disponiamo dell'infinito per un tempo limitato. Dal primo momento sogniamo l'eternità, le crediamo, costruiamo sopra di essa i giorni a venire, progettiamo la nostra vita dando per scontato che non debba finire. Crescendo, parliamo di illusione, ci dichiariamo anzi certi che tutto sia destinato a terminare, quasi fosse sconveniente ammettere che siamo immortali e che nulla di ciò che ci riguarda più intimamente potrà mai scomparire. Poi però accade, anche a fronte delle nostre certezze e dello sconcerto che ci coglie quando succede, nulla rimane».

«Se le cose a un certo punto smetti di sceglierle, le detesti».

«Nelle lettere ci sono fatti minuscoli che vengono a galla tra le righe, accenni a vicende più grandi che compaiono a volte addirittura alla fine [...]».

«Però il pericolo della sofferenza è esattamente questo, ovvero pensare che il proprio dolore sia diverso, che niente lo possa eguagliare. Ci si richiude in una solitudine precipitosa, si perde persino la speranza tanto ci si convince che nessuno abbia mai vissuto un'esperienza simile alla propria».

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