Buonasera amici e bentornati sul blog! Da giorni desideravo dedicarmi alla scrittura di questa nuova recensione e mi sono ritrovata immersa in una serie di impegni da cui non sono riuscita a uscire.
Stasera vi porto a conoscere il libro di don Cosimo Schena, sacerdote, psicologo e psicoterapeuta, dedicato al Poverello d'Assisi: "L'eresia di Francesco. Storia di un santo che divenne uomo fino in fondo".
Descrizione: Sei cresciuto anche tu con l’immagine di un san Francesco impeccabile, già santo, già “altro” rispetto a noi. Poi cresci, e scopri che la santità non è una scorciatoia, ma una fatica che passa dalla carne, dalle contraddizioni, dalle domande senza risposta. Ed è esattamente da lì che passa anche la storia di Francesco. Questo libro prova a restituire Francesco alla sua umanità, liberandolo da una santità levigata e irraggiungibile. Non il santo da calendario o da citazione motivazionale, ma un uomo vero, ferito, inquieto, affamato di senso, di amore, di riconoscimento. Un uomo che non nasce santo, ma che impara lentamente a stare dentro la propria vita, senza sconti. Ne scaturisce il ritratto di un Francesco credibile e vicino, in cui ogni lettore può rispecchiarsi profondamente.
L'ho forse ripetuto più volte su questo blog: sono molto legata alla figura di San Francesco d'Assisi, sin da quando ero bambina. Sono stata più volte nella sua cittadina, l'ho amata tanto e l'ho apprezzata un po' meno per altri versi, ma ci tornerei sempre a perdermi tra le stradine in salita (o discesa), le distese di ulivi, la pace e la tranquillità che regnano la sera quando si accendono le luci della basilica.
Nel suo libro, Cosimo Schena presenta San Francesco d'Assisi sotto un'ottica diversa: non si tratta del santo che tutti conosciamo, ma dell'uomo che era prima della rinuncia e dopo, quando tutto sembrava perduto. Francesco dà un taglio netto all'esistenza in cui non si trovava a suo agio; un'esistenza voluta più dal padre e dal suo status sociale che da lui stesso. Francesco, fino al celebre episodio della spoliazione in piazza, era un ragazzo che seguiva le decisioni altrui, compiacendo la propria famiglia, pur sentendosi irrequieto, in cerca di qualcosa. A un certo punto, Francesco si rende conto che quel ruolo non gli appartiene e chiude con quella realtà, pur soffrendone. Significava mettersi contro le persone che aveva conosciuto, il padre, i parenti. E significava, soprattutto, essere considerato un pazzo.
Tutti lo scansano, lo isolano. Francesco, prima contornato da tantissime persone, si ritrova da solo e la solitudine spiazza. Francesco è solo con se stesso e i propri pensieri, finché impara ad accettare questa nuova condizione. Persino la fede vacilla. Non sente la voce di Dio che lo consiglia, ma percepisce infine la sua silenziosa presenza. Dio non se ne va, anche se non si manifesta in maniera eclatante.
E proprio quando ha imparato a adattarsi, Francesco si ritrova nuovamente in compagnia di coloro che, ammirandone il modello, vogliono seguirlo. Francesco, però, non vuole essere una celebrità, non vuole essere capo di nessun movimento e, in un certo senso, si ritrova ad essere comunque responsabile per altre persone. Impara ancora qualcosa prima che tutto cambi ancora: la condivisione fraterna. Un nutrito gruppo di seguaci vuole stare con lui e costruire con lui il suo sogno. I Frati Minori nascono così, ma di nuovo Francesco, che ne è il fondatore, sente la necessità di farsi da parte. Ormai l'ordine è diventato una realtà ecclesiale e, come tale, deve seguire specifiche regole della Chiesa. Francesco, invece, non intende abbandonare le sue alleate di sempre, la semplicità e la povertà, mentre il Vangelo è stato e sempre sarà la sua unica guida.
Assisi, Basilica di San Francesco (foto di Cristina Cumbo, maggio 2026)
Giovanni, detto Francesco perché "figlio della donna francese", diventerà poi santo, addirittura patrono d'Italia. Da quel gesto di "ribellione", di libertà, nascerà una delle famiglie più grandi: quella dei Francescani, divisa poi nell'ordine maschile dei Frati Minori Conventuali, Frati Minori Osservanti e Frati Cappuccini, nell'ordine monastico femminile delle Clarisse e Concezioniste e, infine, nell'Ordine Francescano Secolare (composto da laici). Ma Francesco non aveva la più pallida idea di chi sarebbe diventato, men che meno fondatore di un ordine e santo, nonché l'alter Christus con tanto di stimmate e ferita al costato.
Cosimo Schena descrive, quindi, un Francesco più umano, pieno di paure, dolori, pensieri che lo tormentano. Perché "da un grande potere derivano grandi responsabilità" (cit. Spider-Man) e Francesco ha avuto il potere di cambiare le cose.
Ho apprezzato molto quest'ottica differente, e non solo storica, su San Francesco d'Assisi. Don Cosimo Schena, applicando la sua formazione, è riuscito a penetrare nell'animo di un personaggio amato ancora da tantissime persone, credenti e non, forse proprio perché così vicino a noi "comuni mortali" che molto spesso ci sentiamo sbagliati e mai all'altezza delle aspettative altrui: non un super uomo, ma una persona con le sue debolezze che, seguendo i suoi principi e ciò che il suo cuore dettava, è divenuto infine santo.
Unica osservazione negativa: il libro, pur essendo scritto con parole semplici e in tono divulgativo, molto spesso è ripetitivo di tanti concetti, a volte detti quasi nello stesso modo a distanza di poche pagine. Probabilmente si tratta di una mia deformazione da accanita lettrice e da studiosa, ma è una caratteristica che mi ha più volte infastidita. Un libro di questo calibro meritava, forse, una revisione più dettagliata e una più attenta cura della sintassi.
Vi aspetto con una nuova recensione e, se vi capita, fatevi una passeggiata ad Assisi (tanto il Calendimaggio è passato per fortuna, e non troverete insopportabili e improvvise chiusure di strade). Non ve ne pentirete.
AnonimoUnknown author, FAL, da Wikimedia Commons
«Francesco resta in una terra senza mappe. Una terra in cui la preghiera, invece di darti riparo, ti espone. Ogni parola che pronunci misura la distanza. Tu parli. Ascolti. Ripeti. E senti solo l'eco. E quell'eco, ripetuta per giorni, per settimane, diventa una domanda semplice e crudele: quanto riesci a restare davanti a un silenzio senza scappare? Quando Dio tace, emergono domande che erano state tenute sotto controllo. Non arrivano ordinate. Arrivano come ondate. [...] Non è Dio a sparire per primo. E' l'immagine che Francesco aveva costruito di sé a incrinarsi».
«Francesco non si sente santo, non si sente migliore e non si sente neppure "chiamato": si sente nudo. E proprio nella nudità scopre qualcosa che non aveva mai sperimentato prima: la libertà di non dover essere nessuno. Non un figlio esemplare. non un cittadino modello, né un credente perfetto. Solo un uomo che ha smesso di mentire».
«In questo, Francesco capisce una cosa importante: la fraternità non nasce da un'idea, nasce da una ferita attraversata. [...] In quel piccolo gruppo, Francesco non si sente superiore: si sente fratello».
«Non è più il figlio che deve dimostrare qualcosa, né l'uomo che corre da solo: è uno che cammina con altri. In quel camminare insieme, quasi senza volerlo, sta nascendo qualcosa che nessuno di loro aveva previsto: non un movimento di successo o un'idea brillante, ma una fraternità povera e libera».
«E' proprio in questo tempo in cui nessuno lo chiama, lo aspetta o lo riconosce, che Francesco diventa davvero se stesso. Non ancora come santo, ma come uomo che ha smesso di misurarsi con il mondo».
«Perché la sua non è la storia di un uomo che trova Dio, ma di un uomo che smette di usare Dio per salvarsi dall'umano. Non è l'epopea di un eroe, ma il percorso di un uomo che accetta la propria fragilità senza più vergognarsene; non è la cronaca di una vocazione chiara, ma di una ferita abitata fino in fondo. Ed è proprio in questa ferita, e non nella gloria, che nasce la sua verità più grande».
«Capisce allora, lentamente, che la libertà non consiste nell'assenza di legami, ma nel non possederli. E' restare senza controllare; accompagnare senza diventare padrone; farsi vicino senza trasformarsi in salvatore».
«La sua santità non risiede nell'aver fondato qualcosa di grande, ma nell'aver saputo lasciare andare ciò che aveva fondato. Sta nell'aver accettato di non essere il protagonista. La libertà più alta non è fare ciò che si vuole, ma lasciare ciò che si ama senza smettere di amarlo».
«Forse la forma più alta dell'amore è proprio questa: fare spazio, restare presenti e lasciare che Dio compia ciò che noi non possiamo controllare».






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