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martedì 28 ottobre 2025

Recensione di "Il romanzo della resurrezione" di Giuseppe Aragno

Buon pomeriggio amici e bentornati sul mio blog!

Oggi vi porto a conoscere "Il romanzo della resurrezione" di Giuseppe Aragno.


Trama: Giovanni Greco vive in un carcere senza sbarre. È l'Italia fascista che non consente scelte: ti pieghi o combatti. Giovanni si ribella, è ucciso ma nel suo nome Elvira e Antonio, la moglie e il figlio, combattono il fascismo e affrontano la vendetta. È l'Italia della doppia morale: le donne sono diavoli o sante. Per amore di Antonio, l'attrice Nina Azzaro lascia le scene ma, tradita dal marito, si perde e sul palcoscenico della vita recita una parte che non sente sua. Nell'Italia "libera" anche Giuseppe Greco, nipote di Giovanni e figlio di Antonio e Nina, non ha scelte: la condanna alla miseria voluta dal regime continua a cancellare diritti. Oppresso dalla tragedia della madre e da quella di Elvira, la nonna, che si lascia morire per non convivere coi fascisti di nuovo onnipresenti, lotta per un mondo più giusto. È una partita persa, ma non si arrende e affida a un romanzo piccole storie di chi scrive la "grande storia", la fede nel riscatto e il sogno di una resurrezione.

Foto tratta da: https://pixabay.com/it/photos/ww1-fiandre-belgio-ricordo-mondo-2111969/

Quando l'autore mi ha scritto un'email per presentarmi il suo romanzo, non ho esitato a dirgli che l'avrei letto. Non era certamente il mio genere, ma perché non ampliare i propri orizzonti? La curiosità che da sempre mi caratterizza mi ha, quindi, spinto ad accettare.

Giuseppe Greco, in punto di morte, viene risparmiato da Atropo - una delle Parche - affinché, assistito da Mnemosine, possa ripercorrere la sua esistenza e lasciare al prossimo le sue memorie. Gli avvenimenti del passato, infatti, devono essere ricordati affinché soprattutto quelli negativi non si ripetano.
E così, la storia della famiglia di Giuseppe inizia da suo nonno Giovanni, in un primo momento socialista e amico di Benito Mussolini, diviene antifascista non appena l'Italia viene risucchiata all'interno di una dittatura. Giovanni Greco sarà costretto ad allontanarsi, pur non riuscendo a salvarsi dal regime. La sua discendenza sarà antifascista, ma con il trascorrere del tempo, pur cambiando le cose e pur essendo caduta la dittatura, la vita del figlio, Antonio, e del nipote, Giuseppe, non sarà di certo semplice.
Giuseppe, in particolare, dovrà confrontarsi con un professore di matematica, ex fascista, che intende umiliarlo, nonché con idee politiche che stanno cambiando anche nella stessa sinistra, apparentemente rivoluzionaria, ma nella sostanza molto più mite, talvolta simile alla corrente avversaria per modus operandi. E poi c'è l'adorata mamma, Nina, ex attrice, che aveva abbandonato tutto per amore e che per amore del figlio avrebbe fatto qualsiasi cosa. La povera Nina terminerà, però, i suoi giorni in un manicomio, in seguito alla manifestazione di sintomi di quella che fu definita "pazzia" e dopo aver appreso, con immenso dolore, che il figlio aveva abbandonato la scuola.
Un peso sul cuore accompagnerà Giuseppe fino alla fine dei suoi giorni: non si perdonerà mai di aver lasciato che la madre fosse stata rinchiusa.
Il romanzo si articola tra ricordi personali ed eventi politici che hanno caratterizzato Napoli, città difficile, piena di controsensi, e di un trascorso pesante, a partire dalla fine della guerra.
La narrazione si conclude con la morte di Giuseppe, affiancato dall'amata Chiara, da Mnemosine, dea della memoria, da sua sorella Lete, dea dell'oblio, e da Atropo che, infine, recide il filo.

Qual è il senso del romanzo della resurrezione? Di certo quello precedentemente citato: ricordare per non ripetere gli errori passati, tramandando alle nuove generazioni quanto è stato per costruire un futuro diverso.
Non vi aspettate un libro leggero. "Il romanzo della resurrezione" è un libro di pura narrativa storica, il cui stile ben si affianca a quelle trasposizioni teatrali/cinematografiche che rimandano all'epoca della guerra. In poche parole: questo libro potrebbe essere idoneo a diventare un film o una serie televisiva.

Ho apprezzato molto l'idea di inserire le dee "pagane" come accompagnatrici della narrazione, di fatto laicizzando anche il concetto di morte e di aldilà. Non posso, però, negare che numerosi capitoli siano stati piuttosto lenti, mostrandosi quasi come veri trattati storici. Avrei preferito prevalesse la narrativa, lasciando alla storia un ruolo di sfondo entro cui inquadrare i fatti; molto spesso, invece, la storia è la protagonista e Giuseppe diventa un personaggio secondario, tramite il quale narrare gli eventi politici. E un altro appunto: ho trovato non molto chiari i dialoghi che uniscono la parte propriamente "parlata" con il pensiero che segue.

Ringrazio Giuseppe Aragno per avermi fatto conoscere la sua opera e vi aspetto alla prossima recensione, lasciandovi con una breve citazione estratta dal romanzo.


«Non ho mai creduto a chi afferma che l'uomo abbia bisogno di dimenticare, per evitare il dolore che gli causano i ricordi. È il potere che ci vuole pronti a dimenticare. Chi non ha storia può essere ingannato e dominato molto più facilmente di chi conserva e difende la memoria di ciò che è stato».


lunedì 19 maggio 2025

Recensione di "La tomba di san Pietro. La storia dimenticata di Margherita Guarducci" di Tiziana Lupi

Buon pomeriggio a tutti e bentornati nel mio piccolo spazio letterario!

Oggi vi porto nel cuore della cristianità, sotto la basilica di San Pietro in Vaticano, laddove trovò sepoltura il Principe degli Apostoli, Pietro.

Copertina del libro (foto di Cristina Cumbo, maggio 2025)

Trama: Per secoli la tradizione ci ha detto che la basilica di San Pietro era stata edificata sopra la tomba dell’Apostolo, morto a Roma durante la grande e feroce persecuzione contro i cristiani ordinata dall’imperatore Nerone nel 67 d.C., dopo il terribile incendio che aveva distrutto la città. Fino alla prima metà del secolo scorso, però, i suoi resti non erano ancora stati trovati. E, forse, non lo sarebbero mai stati se non fosse per la competenza e la tenacia di Margherita Guarducci, la più grande esperta di epigrafia greca della storia italiana nonché la prima a identificare il significato di un graffito trovato nelle Grotte Vaticane – «Πετρος ενι», cioè “Pietro è qui” – guadagnandosi la possibilità di scavare lì sotto, unica donna in un mondo esclusivamente maschile. È stata lei a consegnare alla Chiesa un dono “preziosissimo” e la storia del ritrovamento delle reliquie è uno dei gialli archeologici (ma anche geopolitici e religiosi) più rilevanti del XX secolo. Eppure Margherita non è mai stata celebrata appieno né ha mai avuto il riconoscimento mediatico meritato. Se fosse stata un uomo, probabilmente, le sarebbero state dedicate piazze, strade e scuole e, invece, non esiste nulla che la ricordi. Ripercorrendo la storia del suo straordinario lavoro e del ritrovamento delle ossa del Pescatore di Galilea in forma di romanzo, questo libro vuole restituire a Margherita Guarducci l’onore che le spetta.

Sono un'archeologa cristiana anche io ed è difficile parlare di una grande studiosa quale fu Margherita Guarducci. Quando nel 2011 mi iscrissi al Pontificio Istituto di Archeologia Cristiana, dove studiai per 5 anni conseguendo, dopo la laurea magistrale in Scienze dell'Archeologia, la Baccalaurea, la Licenza e, infine, il tanto agognato (e complesso) Dottorato, non conoscevo la professoressa Guarducci. Avevo evitato l'epigrafia come la peste perché ne avevo timore. Provenivo da un liceo scientifico e mi sentivo profondamente ignorante, assolutamente non idonea alla decifrazione del latino e del greco antico, nonostante queste lingue mi avessero sempre affascinata. Al Pontificio, gli esami di epigrafia furono obbligatori e, mio malgrado, iniziai a studiare. Fu una collega a suggerirmi di leggere (e acquistare) il volume di Margherita Guarducci (che lei chiamava "Margheritona", data la mole sostanziosa) per iniziare a capire qualcosa in più di epigrafia greca. Cominciò così la mia conoscenza, a posteriori, con la studiosa. Fu poi il momento di esaminare più nel dettaglio la necropoli Vaticana e la basilica costantiniana e, terminata la mia formazione, fui chiamata a svolgere uno studio specifico sulle Grotte, sul contesto archeologico vaticano e sui documenti archivistici preliminare a un'indagine che, purtroppo, non trovò mai luce essendo stata sospesa (e la sottoscritta non fu mai retribuita dall'architetto che aveva commissionato la ricerca).
Detto ciò, fu in particolare quest'ultima esperienza che mi portò a riprendere in mano il volume di L. Kaas, B. M. Apollonj Ghetti, A. Ferrua, E. Josi ed E. Kirschbaum, "Esplorazioni sotto la confessione di San Pietro in Vaticano eseguite negli anni 1940-1949", proprio per ricostruire i vari tasselli di un'indagine archeologica che aveva condotto certamente a un importante risultato, ma non a quello sperato.
Successivamente, mi occupai della figura di Padre Engelbert Kirschbaum, gesuita, che prima di me aveva studiato il personaggio di Balaam e che aveva fatto parte della spedizione sotto la basilica di San Pietro. Ne avevo letto i carteggi nell'Archivio della Pontificia Università Gregoriana, imbattendomi in una questione spinosa: le indagini di Margherita Guarducci e Adriano Prandi. Se la prima era stata in qualche modo ostacolata per il graffito e la questione delle ossa (sembra che fosse implicato lo stesso Ferrua), il secondo aveva condotto degli scavi nel campo P (la presunta area del sepolcro di Pietro), ma la cronologia non tornava con quanto ipotizzato dai precedenti scavatori. Se Prandi avesse avuto ragione (ma non lo sapremo mai), questo avrebbe rivoluzionato, almeno in parte, la scoperta annunciata dallo stesso Pontefice. Egli pubblicò un volume "La zona archeologica della Confessio vaticana: i monumenti del II secolo" (quasi introvabile nelle biblioteche) e ne propose una ristampa e una seconda parte, ma sia Kirschbaum che gli altri membri della prima spedizione si opposero: Prandi aveva effettuato, secondo loro, delle indagini eccessivamente distruttive. Non si poteva assolutamente proseguire su quella linea. Furono proposti scavi in altre aree delle Grotte, ma la questione della tomba di Pietro si chiuse lì. Era il 1960.

Piazza San Pietro e basilica (foto di Cristina Cumbo, maggio 2025)

La Guarducci, coinvolta anche nella decifrazione del graffito per cui fu criticata, proseguì nella pubblicazione di alcuni suoi contributi, ma tutto si spense rapidamente, destinando lei e i suoi studi all'oblio.
Nel suo libro, Tiziana Lupi ripercorre con gli occhi della professoressa Guarducci gli anni in cui era ancora un'allieva universitaria, fino a giungere a Creta e successivamente alla cattedra presso il prestigioso ateneo romano della Sapienza. Infine, l'epoca della Seconda Guerra Mondiale e di quegli scavi, voluti da Pio XII, sotto la confessio Vaticana. La Lupi parla delle difficoltà incontrate dagli operai, ma non di una in particolare: dell'acqua che, a ogni picconata, sgorgava fuori dal terreno. Le foto dell'epoca sono esaustive in merito (link). Furono quindi indagini complicate, sterri che riportarono alla luce il sepolcreto precedente all'edificazione della basilica costantiniana.
Poi ecco emergere i graffiti intorno a un sepolcro, il famoso "campo P": i pellegrini si sono concentrati in quel punto per scrivere invocazioni a Pietro, a Cristo, a Maria. Ogni archeologo che si rispetti sa che la concentrazione di tombe o di graffiti fa presagire di trovarsi nei dintorni della tomba di un martire, discorso che vale soprattutto per gli antichi cimiteri cristiani, le catacombe. Le Grotte Vaticane non facevano eccezione... e il martire per eccellenza che avrebbe potuto trovarsi sotto i vari altari della basilica era solo uno: Pietro.
La storia di Margherita Guarducci è legata, perciò, alla decifrazione del graffito che la studiosa aveva osservato in una foto in bianco e nero pubblicata su un giornale: "Pétros ení” , ovvero "Pietro è qui".
Tiziana Lupi narra, quindi, quelle tappe di una grande scoperta, seguita dalle indagini sulle ossa di Pietro... ossa che erano state, però, contrariamente a quanto la prassi vuole, rimosse e non opportunamente documentate nel loro contesto di ritrovamento. Una serie di elementi (appartenenza a un individuo di sesso maschile tra i 60 e i 70 anni e parti di tessuto purpureo con fili aurei) poteva, compatibilmente con il luogo di rinvenimento, far pensare all'appartenenza dei resti al corpo dell'apostolo Pietro.
Poi giunse il buio. La Guarducci sarà ricordata solo dagli studiosi (e nemmeno da tutti!), mentre progressivamente le fu impedito di entrare nelle Grotte e, persino, di pubblicare le foto del sito (ahimé, tale pratica è ancora in voga...).
Ci sono certamente elementi romanzati, altri inventati per evocare suspense e per far immergere il lettore all'interno di un periodo storico difficile, quale fu quello vissuto dalla studiosa, ma gran parte del libro è ricostruito sulle reali vicende che si susseguirono.
Come ho trovato questo libro? Appassionante, ma forse sono di parte. Mi auguro che Tiziana Lupi e Marco Spagnoli procedano nella realizzazione del film su Margherita Guarducci non solo per un intento "femminista" di riportare alla luce la storia di una donna osteggiata da un mondo del tutto maschile, ma anche per restituire dignità al lavoro incessante di un'archeologa che credeva nella propria missione. E poco importa che le sue indagini non siano state precisissime o che abbia "sbagliato". Lei ci ha provato. Questo è l'aspetto fondamentale della ricerca: porre un tassello e da quel tassello ripartire superando gli eventuali errori commessi dai precedenti studiosi, migliorandosi sempre più.

Grazie a Tiziana Lupi per questo libro. Grazie per avermi riportata nei luoghi che mi hanno fatto innamorare dell'archeologia cristiana.

Foto di Cristina Cumbo. Ne è vietata la diffusione senza l’esplicito consenso dell'autrice e/o l’indicazione dei credits fotografici, nonché del link relativo al presente post.

domenica 23 luglio 2023

Recensione di "L'alta fantasia" di Pupi Avati

Buonasera a tutti e bentornati sul blog!
Dato che le letture sono le mie migliori amiche e non posso proprio fare a meno di portare con me un libro, ho terminato "L'alta fantasia" di Pupi Avati.

Lo avete letto? Andiamo a scoprire di cosa si tratta.


Trama: Ravenna, 1321: esiliato e misconosciuto, Dante Alighieri esala l’ultimo respiro. Nel convento delle clarisse di Santo Stefano degli Ulivi, l’albero di mele selvatiche che le suore chiamano «l’albero del Paradiso» smette misteriosamente di dare frutti. Trent’anni dopo Giovanni Boccaccio, studioso appassionato dell’opera dantesca, riceve un incarico singolare: andare in quel convento, dove risiede la figlia di Dante, divenuta monaca con il nome di suor Beatrice, e consegnarle un risarcimento in denaro per l’esilio ingiustamente subito da suo padre. Sarà un viaggio di riparazione e di scoperta, ma anche di fatica e pericoli, non ultima l’accoglienza non sempre entusiastica ricevuta dai conventi dove l’opera del Sommo è ancora vietata, in odore di eresia. E per Boccaccio sarà l’occasione di riandare ai momenti più importanti della vita dell’Alighieri, le sensibilità di bambino e l’incontro con Beatrice, la politica e i tradimenti, l’amarezza della cacciata da Firenze, il tormento e l’estasi della scrittura. Trovando conferma, lui, scrittore, di quanto il dolore promuova l’essere umano a una più alta conoscenza. Pupi Avati ci consegna con il suo nuovo romanzo l’opera di tre vite: l’incontro inaspettato attraverso i secoli tra un regista e scrittore e due maestri della cultura italiana. Un racconto di avventure, uno sguardo partecipe e nuovo su Dante, la ricostruzione di un Medioevo vero, sporco, luminoso e umano: una prova d’artista intessuta di passione e di poesia.

Dante, il sommo poeta, è per il popolo Italiano motivo di vanto, anche se... chissà quanti di noi a scuola lo avranno detestato? Io, che ho frequentato il liceo scientifico pur avendo sempre voluto andare al classico, avrei tanto desiderato approfondire la Divina Commedia che, invece, leggevamo a brani spezzati tra loro, commentando poco e male. Quel che ricordo dell'opera di Dante Alighieri è frutto delle ulteriori letture che facevo, nonostante non fossero "comandate" a scuola.

Pupi Avati non ha scritto un romanzo: questa è una vera e propria ricerca delle origini, intervallata sì da elementi di fantasia, che sono però ben inseriti nel contesto storico, tra Firenze e Ravenna.
Non sapevo fosse stato Boccaccio - autore del Decameron - a diffondere l'opera di Dante e a scriverne una prima biografia (Trattello in laude di Dante).
Personaggi reali, eventi accaduti all'autore di questo volume che, ancora oggi, fa parlare si intrecciano in una ricostruzione verosimile del substrato storico. Paolo e Francesca rivivono il loro amore spezzato; Bonifacio VIII sarà il pontefice da far bruciare all'inferno per aver ingannato e per simonia; Dante stesso tradirà il suo migliore amico, Guido Cavalcanti.


E Beatrice? La tanto amata e soave donna che ispirò il sommo poeta? Non divenne sua moglie, ma fu destinataria di un amore platonico, finché la morte non la stroncò in giovane età. Ma quel nome, Dante non lo poté dimenticare, tanto da chiamare sua figlia così... una figlia che, ai tempi di Boccaccio, era ancora viva, seppur anziana, e che trascorreva la sua esistenza in un monastero di clausura a Ravenna.
Boccaccio ripercorre i passi di Dante, raccontandoci così dell'uomo Dante, colui di cui si sa molto poco attraverso le sue opere.
Ogni capitolo è introdotto da una musica che fa da colonna sonora agli atti di questo "romanzo" (improprio chiamarlo tale), trasponendolo quasi in una sceneggiatura composta da brevi flash sulle vite di questi due autori, così strettamente intrecciate.

Il libro di Pupi Avati rientra tra le belle scoperte e quei libri da rileggere, soprattutto dopo aver sfogliato nuovamente le pagine della Divina Commedia.

lunedì 20 marzo 2023

Recensione di "Chiara di Assisi. Elogio della disobbedienza" di Dacia Maraini

Buonasera, amici lettori! In questa domenica di marzo, mi ritrovo qui, nella mia virtuale Sàkomar, a parlarvi di un nuovo libro che ho terminato di leggere tutto d'un fiato proprio pochi minuti fa.
Si tratta di un lavoro di Dacia Maraini: "Chiara di Assisi. Elogio della disobbedienza".


Trama: È la storia di un incontro, questo libro intimo e provocatorio: tra una grande scrittrice che ha fatto della parola il proprio strumento per raccontare la realtà e una donna intelligente e volitiva a cui la parola è stata negata. Non potrebbero essere più diverse, Dacia Maraini e Chiara di Assisi, la santa che nella grande Storia scritta dagli uomini ha sempre vissuto all'ombra di Francesco. Eppure sono indissolubilmente legate dal bisogno di esprimere sempre la propria voce. Chiara ha dodici anni appena quando vede "il matto" di Assisi spogliarsi davanti al vescovo e alla città. È bella, nobile e destinata a un ottimo matrimonio, ma quel giorno la sua vita si accende del fuoco della chiamata: seguirà lo scandaloso trentenne dalle orecchie a sventola e si ritirerà dal mondo per abbracciare, nella solitudine di un'esistenza quasi carceraria, la povertà e la libertà di non possedere. Sta tutta qui la disobbedienza di Chiara, in questo strappo creativo alle convenzioni di un'epoca declinata al maschile. Perché, ieri come oggi, avere coraggio significa per una donna pensare e scegliere con la propria testa, anche attraverso un silenzio nutrito di idee. In questo racconto, che a volte si fa scontro appassionato, segnato da sogni e continue domande, Dacia Maraini traccia per noi il ritratto vivido di una Chiara che prima è donna, poi santa dal corpo tormentato ma felice: una creatura che ha saputo dare vita a un linguaggio rivoluzionario e superare le regole del suo tempo...

È accaduto così, come un colpo di fulmine: entro nella libreria Mondadori, vedo la copertina del libro in un tavolo centrale dove ne sono esposti altri e rimango per almeno 5 minuti a leggere qualche pagina. Rimetto a posto il libro, lo osservo, mi dico "No, hai tanti romanzi che non sai nemmeno più dove metterli", faccio un giro del negozio e, sul punto di uscire, lo prendo, vado in cassa e pago.

Sono stata per la prima volta ad Assisi quando facevo le medie. Era una giornata grigia e piovosa. Ricordo la basilica di San Francesco, che aveva appena subito i danni di quello spaventoso terremoto, i cui effetti si erano sentiti anche a Roma. Ricordo la sedia che si muoveva ondeggiando, mentre stavo seguendo una lezione di catechismo con mio fratello. Una basilica magnifica, dagli affreschi spettacolari, squarciata da orribili crepe. Eppure c'era qualcosa lì che andava a sfiorare le corde del mio cuore. San Francesco è sempre stato un personaggio che mi ha affascinata. Sono stata battezzata il 4 ottobre, amo la natura e gli animali. Mi hanno sempre detto "Avresti dovuto chiamarti Francesca, in onore del Santo di Assisi".

Foto di Cristina Cumbo

Insomma, ho sempre avvertito un legame particolare con quei luoghi immersi nel verde delle colline. E lo scorso anno, a fine febbraio, sono tornata ad Assisi. Era un periodo gelido, nevicava, mi trovavo in una casa per ferie religiosa dove il riscaldamento praticamente non esisteva. Ho veramente patito il freddo, ma ho anche trascorso le mie giornate in pace e tranquillità. È stata quella settimana ad Assisi a restituirmi un po' di forza di cui avevo tanto bisogno, di calma soprattutto, lontana da Roma, dal caos e dai problemi. Nell'unica giornata mite mi sono recata a San Damiano. Sono tornati alla mente i ricordi di bambina, quella salita paurosa da affrontare al ritorno che, come allora, ha avuto l'effetto di lasciarmi senza fiato poco oltre la metà, ma in ogni caso ne è valsa la pena.
Quel piccolo convento emana un'aura particolare. Sembra provenire da un'altra dimensione, da un altro tempo. I ciclamini nel chiostro, gli affreschi antichi, le pietre delle murature che hanno visto passare religiosi e pellegrini creano un clima di pace, ristoratrice dell'anima.

Foto di Cristina Cumbo

Di San Francesco, quindi, si sente sempre parlare. C'è una letteratura intera su di lui, il poverello di Assisi, che rivoluzionò (in meglio) il mondo ecclesiastico dell'epoca. Di Santa Chiara, come di tutte le donne che hanno fatto la storia, si sente parlare molto meno. Siamo cresciuti con una cultura prevalentemente maschilista. Delle donne, che pure esistevano e compivano gesta degne di nota, non si sapeva nulla; se lasciavano testimonianze scritte, non confluivano nella letteratura, tanto meno in quelle artistiche se si trattava, appunto, di artiste. Le scienziate - come, per esempio, Marie-Curie e la Montalcini - hanno dovuto faticare non poco per essere considerate in un mondo di soli uomini.

Foto di Cristina Cumbo

Foto di Cristina Cumbo

Foto di Cristina Cumbo

Oggi le cose sono cambiate? Sì, forse qualche passo avanti lo abbiamo fatto, ma l'apparenza è tanta. Sotto la coltre del rispetto verso la donna e delle tante belle parole di circostanza, c'è un mondo ancora ostile. E pensare che non ci sarebbe bisogno di fare questa battaglia: il rispetto dovrebbe essere implicito e, invece, c'è ancora chi è convinto che la donna sia un essere inferiore, destinata solo alla procreazione e all'allevamento dei figli, poco più di una incubatrice senza diritti.

Ad ogni modo, si diceva, di Santa Chiara si sente parlare molto meno di San Francesco, eppure proprio dalla sua regola si sviluppò il mondo dei monasteri femminili e, in un certo senso, fu lei a ribellarsi a un universo che eliminava ogni forma di libertà per la donna.
Paradossalmente, Chiara e le sue consorelle, decidendo di prendere i voti, sceglievano la libertà. Quale? Quella di non sposarsi obbligatoriamente con uomini che nemmeno conoscevano, per giunta più grandi di loro; quella di non dover sottostare alle leggi del padre o del marito; quella di potersi dedicare a se stesse; quella di avere un proprio pensiero, non imposto.

Questo è il primo libro di Dacia Maraini che leggo, nonostante l'abbia spesso sentita nominare. La Chiara del presente, una ragazza siciliana, con una situazione familiare disgraziata e un contesto cui non appartiene, scrive alla Maraini per far sì che lei stessa inizi la stesura di un approfondimento sulla figura di Chiara di Assisi. Un artificio, questo, che consente al lettore di porre a confronto la Chiara di oggi con quella di allora, e di trovarvi in realtà molti aspetti in comune.
La Maraini si documenta, legge numerosi contributi sulla vita nel Medioevo, sulla figura di Chiara e su quella di Francesco. In questo modo ci presenta una ragazza, di famiglia benestante, che decide di seguire le gesta di Francesco. Ovviamente, così come il futuro fondatore dell'Ordine dei Frati Minori, viene considerata come una pazza. Si spoglia di tutti i suoi averi e si reca a San Damiano, che all'epoca era un luogo in rovina. Poco a poco la seguono altre donne, costituendo così una piccola comunità. L'autrice la descrive mentre cammina per il convento, con i piedi nudi e divenuti callosi, la veste ruvida e pruriginosa, i capelli un tempo lunghi che sono stati tagliati, persino in favore della tonsura.

Chiara è badessa, ma non comanda. Lei dà l'esempio con il suo modo di vivere umile, amando la povertà e segue la mortificazione del corpo (faceva uso del cilicio), si prende cura delle suore anziane, guarisce i bambini che le vengono portati dalla gente del paese, cuce, lavora la terra per il sostentamento del gruppo di monache e dorme sul pavimento, in un giaciglio, con una pietra come cuscino. Anche quando si ammala, non finisce di adoperarsi per il convento e prosegue a ricamare. Secondo la storia, per merito suo le truppe di Federico II non distrussero il convento di San Damiano. E oltre questo, prega, ringrazia sempre il Signore.

Dacia Maraini fornisce una descrizione della donna Chiara. Non della santa, non dei miracoli, ma del suo aspetto "umano", così vicino a noi, dipingendo una ragazza prima e una donna poi forte, determinata, ribelle verso le convenzioni sociali, che nel silenzio del convento ritrova se stessa e la sua libertà. Non si tratta, quindi, di una biografia, né di un testo agiografico, ma quasi di un racconto articolato grazie alle testimonianze delle monache che conobbero Chiara.

Ho fatto bene, dunque, a tornare indietro e acquistare quel volume che mi aveva parlato senza nemmeno che lo aprissi? Sì, assolutamente sì e lo consiglio, non solo a chi interessa la letteratura religiosa, ma a tutti coloro che vogliano conoscere la storia di una donna che, prima di ogni altra, ha cercato e raggiunto la libertà in un mondo in cui il genere femminile si trovava all'ultimo posto della scala sociale.

lunedì 31 maggio 2021

Recensione di "La ladra di ricordi" di Barbara Bellomo

Buonasera amici lettori e ben ritrovati su questo piccolo spazio virtuale!
Al termine del mese di maggio, torno a scrivere la mia recensione di "La ladra di ricordi" di Barbara Bellomo, il primo di una serie che vede protagonista l'archeologa Isabella De Clio, coinvolta in casi archeologici e gialli alquanto complicati.


Cosa accomuna l'omicidio, ai giorni nostri, di una dolce, vecchia signora dalla vita irreprensibile e i grandi protagonisti dell'età repubblicana Cesare, Lepido, Cicerone, Marco Antonio, la crudele moglie Fulvia e la piccola Clodia? È quello che dovrà scoprire un terzetto stranamente assortito, chiamato in causa per l'occasione. Isabella De Clio, giovane archeologa siciliana specializzata in arte antica, è bella, volitiva, preparatissima, ma ha un motivo particolare per temere la polizia. E il fatto che l'affascinante Mauro Caccia, l'uomo che la affianca nelle indagini, sia un commissario non l'aiuta più di tanto. Con loro c'è anche Giacomo Nardi, depresso professore di museologia e beni culturali... È l'inizio di una storia che intreccia la Roma del I secolo a.C. e l'Italia contemporanea, gli antichi intrighi politici e i mediocri baroni universitari dei nostri tempi, la violenza che si nasconde tra le mura di casa e la precarietà in cui i ragazzi di oggi, anche i migliori, sono costretti a crescere e a diventare adulti.

C'è una maledizione che impregna il cammeo di Clodia: sembra quasi che il suo ultimo possessore, alla fine, muoia in un modo o nell'altro. Ed è proprio a causa di quel cammeo che la vita della signora Luisa Velio viene stroncata, appena dopo aver telefonato misteriosamente a Giacomo Nardi, professore universitario e docente presso la Fondazione di Todi. L'uomo, in seguito alla tragica morte della moglie, non si è più ripreso, vivendo ormai solo di ricordi e di archeologia, immerso nella lettura di libri che riescano a distrarlo dalla realtà. Mai si aspetterebbe di ricevere una chiamata da quella che sarebbe poi diventata la misteriosa vittima...
Giungiamo, però, alla protagonista, Isabella De Clio, giovane archeologa di 28 anni, dai lunghi capelli rossi fiammanti, studiosa presso la Fondazione, dove conduce una ricerca sui cammei. Sarà proprio lei, grazie alla sua particolare specializzazione (e tutto ha un perché) ad essere coinvolta nelle indagini condotte dall'affascinante commissario di Polizia, Mauro Caccia.


Isabella deve trovare indizi storici, prove che riescano a far individuare almeno una traccia che giustifichi la morte della donna. I cammei costituiscono la sua materia, li studia ormai da anni, tanto da essersi candidata per un posto da ricercatore, laddove le sue speranze sono ridotte al minimo: le trame di raccomandazioni, amicizie e rapporti extra infangano l'ambiente accademico, riducendolo al regno del barone di turno (e riflettendo, aggiungo, esattamente la triste realtà, italiana ed estera, almeno nel settore dell'archeologia).
Isabella non si arrende: come un vero detective interroga i potenziali indagati, ricostruendo una fitta trama, e risalendo fino a un evidente furto di cui, all'epoca, nessuno sembrava essersi accorto. Eppure l'archeologa nasconde un segreto: è cleptomane. Ogni volta che ha intenzione di ricordare un momento specifico, sottrae un oggetto che possa rievocare quanto vissuto e lo inserisce in una scatola. Quel cammeo viola, con un ippocampo ed Eros bendato raffigurati, è magnifico, iconograficamente raro, se non addirittura un unicum... ma c'è qualcos'altro legato a quel manufatto che, rubato ingenuamente da Isabella, costituirà una prova schiacciante per incastrare l'assassino.


E Mauro Caccia? L'ispettore è occupato, eppure scatta qualcosa con Isabella, la brillante studiosa che guida una moto di grossa cilindrata. Lei si è lasciata con il ragazzo che, da pochi mesi, è stato accusato di bancarotta fraudolenta; lui è sposato, ma il suo matrimonio sembra essere giunto a un punto di non ritorno. Le indagini li porteranno ad avvicinarsi molto... ma quando l'archeologia chiama, Isabella risponde, soprattutto nel momento in cui le opportunità provengono dalla Sicilia, sua terra natale. Il lavoro rimane, l'amore a volte no.


"La ladra di ricordi" è un romanzo avvincente, adatto ad ogni tipo di lettore. Le note storiche ci sono, ma rivestono il ruolo di cornice del racconto contemporaneo, permettendo così di essere scorrevole. C'è anche quel pizzico d'amore che porta qualche pagina di batticuore e di aspettativa.
E poi, forse sarò di parte, ma ho subito una immedesimazione con la collega per tanti, forse troppi aspetti, dagli intrighi universitari che ostacolano la carriera (ahimé), alla ricerca iconografica e alla passione verso il passato che mi anima ormai da una vita, fino alle note più sentimentali.
Come me, Isabella proseguirà le sue indagini... e forse la sottoscritta continuerà a trascorrere qualche ora in lettura, curiosando tra le pagine di storie senza tempo.

P.S. Grazie all'amico in divisa che mi ha consigliato questo romanzo e quelli successivi!

«Sì, Eros è spesso associato all'amore. Ma anticamente era il simbolo di ogni unione. L'unione di elementi diversi nel rispetto della loro peculiarità. Anche se sono opposti o contrastanti».
«Non è questo l'amore? L'amore con la 'A' maiuscola?» intervenne Nardi, partecipe, posando la forchetta sul piatto. «Amare senza annullare mai l'altro».

«Isabella aprì l'armadietto che per due anni aveva custodito i libri e il materiale delle sue ricerche e cominciò a svuotarlo. Era triste. E infinitamente delusa. [...] Per la prima volta, da quando lei ricordava, non sapeva cosa fare. Da due settimane era disoccupata. Al pensiero si sentì ribollire dentro. Anni di studi per ritrovarsi senza prospettive, senza aspettative e senza sogni».

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lunedì 27 aprile 2020

Recensione di "Circe" di Madeline Miller

Buonasera amici, ci ritroviamo qui, nella mia "dimora virtuale" che odora di libri e di mare.
Questa lunga quarantena porta con sé un senso di rassegnazione. A volte penso che non possa finire così, con la nostra libertà minata da un nemico minuscolo e quasi invisibile, con i sogni infranti, un futuro impossibile. Penso che è un incubo, che non è vero... eppure, quando apro gli occhi ogni mattino, non è cambiato nulla. Sono in casa, con la mia famiglia. Non che mi pesi, ma non posso uscire, condurre le mie ricerche, lavorare, incontrare gli amici, conoscere persone, fare una semplice passeggiata per le vie di Roma, entrare in libreria e lasciarmi ispirare. Non posso più fare nulla di tutto questo. Non posso farlo adesso e, con ogni probabilità, non potrò farlo per i prossimi mesi, finché non troveranno un vaccino o una cura efficace che ci tuteli.
Il pc si configura come l'unica porta sul mondo, anche se mi sembra di essere diventata schiava di questo strumento informatico. E il solo modo per evadere che ho trovato è quello di spegnerlo, inserendo la modalità "aereo" al cellulare (per non essere disturbata), per poi sedermi sul letto e sfogliare un buon libro, viaggiando in altre realtà, vivendo avventure, respirando un'aria diversa.

Per qualche settimana di questo "strano" mese di aprile, mi ha tenuto compagnia Madeline Miller con il suo romanzo "Circe", dalla copertina aurea... e anche per questo c'è un perché.


Trama: Ci sembra di sapere tutto della storia di Circe, la maga raccontata da Omero, che ama Odisseo e trasforma i suoi compagni in maiali. Eppure esistono un prima e un dopo nella vita di questa figura, che ne fanno uno dei personaggi femminili più fascinosi e complessi della tradizione classica. Circe è figlia di Elios, dio del sole, e della ninfa Perseide, ma è tanto diversa dai genitori e dai fratelli divini: ha un aspetto fosco, un carattere difficile, un temperamento indipendente; è perfino sensibile al dolore del mondo e preferisce la compagnia dei mortali a quella degli dèi. Quando, a causa di queste sue eccentricità, finisce esiliata sull’isola di Eea, non si perde d’animo, studia le virtù delle piante, impara a addomesticare le bestie selvatiche, affina le arti magiche. Ma Circe è soprattutto una donna di passioni: amore, amicizia, rivalità, paura, rabbia, nostalgia accompagnano gli incontri che le riserva il destino – con l’ingegnoso Dedalo, con il mostruoso Minotauro, con la feroce Scilla, con la tragica Medea, con l’astuto Odisseo, naturalmente, e infine con la misteriosa Penelope. Finché – non più solo maga, ma anche amante e madre – dovrà armarsi contro le ostilità dell’Olimpo e scegliere, una volta per tutte, se appartenere al mondo degli dèi, dov’è nata, o a quello dei mortali, che ha imparato ad amare. Poggiando su una solida conoscenza delle fonti e su una profonda comprensione dello spirito greco, Madeline Miller fa rivivere una delle figure più conturbanti del mito e ci regala uno sguardo originale sulle grandi storie dell’antichità.


Che dire? È raro che un romanzo mi prenda così tanto come è capitato per "Circe" di Madeline Miller. Eppure la mitologia greca, pur essendo affascinante per certi versi, non mi ha mai rapita nonostante la mia scelta lavorativa. Sarà forse che, non avendo avuto una formazione classica, non ho mai avvertito quel potente richiamo verso Iliade e Odissea che, invece, numerosi colleghi possiedono, ritrovando nei reperti materiali quegli echi lontani dei testi letterari che traducevano al liceo.
La storia di "Circe", però, ha avuto un effetto ammaliante persino su di me.
La celebre maga di Eea - luogo identificato da alcuni con il promontorio del Circeo, da cui deriva il nome - è sempre stato un personaggio misterioso, incantatrice nei versi di Omero, seduttrice di quell'Ulisse così irrequieto, curioso e geniale e, al contempo, quasi vendicativa nei confronti dei compagni del protetto di Atena, tanto da trasformarli in porci. Ma Omero non ha mai approfondito la sua storia nel corso della narrazione.
Si sa che Circe fosse una dea minore, dagli occhi luminosi e dalla voce umana, figlia del Sole, Helios, e della ninfa Perseide, nipote di Oceano, sorella di Eete, Pasifae e Perse, nelle cui vene scorreva immortalità, acqua e raggi solari. 


Eppure, la Miller ci introduce in quel mondo popolato di divinità in cui i giorni si susseguono identici tra loro, arricchiti dai passatempi preferiti dagli déi: banchetti o punizioni inviate agli umani per far sì che essi si sottomettano sacrificando offerte sugli altari, per non parlare di invidie e dispetti tra gli stessi componenti delle sfere divine. Un mondo, questo, in cui Circe non si è mai ritrovata.
Derisa da Pasifae e Perse, nonché dalle ninfe sue cugine, ignorata dalla madre e considerata come la peggiore discendenza dal padre, Circe era in accordo solo con il fratello minore, Eete, finché anch'egli cominciò a mutare e ad escluderla dalla propria esistenza.
Il lettore è spettatore esterno di un percorso vissuto in solitudine, sin dal primo acerbo sentimento che Circe prova per Glauco, il pescatore, qualcosa di apparentemente intenso scambiato per amore e, si sa, per quest'ultimo possono essere compiuti anche gravi errori. La giovane Circe non lo sa ancora, ma in lei si sta lentamente manifestando il suo potere, la sua forza, che la spinge a preparare una pozione con i fiori germogliati dal sangue dei titani per far sì che il ragazzo da lei amato si possa trasformare in un dio. La sua volontà è potente e la vera anima di Glauco appartiene al mare, così che la pozione non fa altro che mutare il mortale in una creatura degli abissi. La felicità di Circe si perde, però, davanti alle parole di lui, che la classifica come una brava e semplice amica, una delusione che ognuno ha subito nella vita.


Già da questo primo passaggio si percepisce l'umanità della futura maga: gli déi non fanno differenza tra coloro con cui desiderano giacere. Ne è dimostrazione Zeus che, pur di possedere le fanciulle agognate, si trasforma in animale (cigno per Leda, toro per Europa, etc.). Non lei, non Circe. Il suo cuore si spezza e un sentimento umano, seppur molto "in voga" presso le divinità, si fa strada in lei: è l'invidia, che prova nei confronti di Scilla, la vanitosa, bella, ma perfida ninfa scelta da Glauco.
La vocazione di Circe emerge, i fiori la chiamano, così come quell'intruglio e Scilla viene trasformata in un orribile mostro marino dalle numerose teste, il terrore dei marinai. Non è possibile tornare indietro. L'incantesimo è irrevocabile: i fiori hanno mostrato la vera natura della ninfa.
Ed ecco che è nata la maga, la dea che sapeva maneggiare i pharmaka, esattamente come Eete e Pasifae. La punizione per lei? L'esilio sull'isola di Eea, in completo isolamento, per l'eternità, non solo per aver trasformato Scilla, ma anche per aver aiutato, tanto tempo prima, Prometeo.
Se in un primo momento Circe si sente spaesata e abbandonata, in seguito assapora finalmente la libertà. Su Eea può essere se stessa, dare vita alle arti magiche, apprendere nuovi incantesimi, ammansire le belve.


Ma quando giunge Ulisse? Ce lo stiamo chidendo tutti. In realtà dopo molti secoli, nel corso dei quali la maga di Eea matura, affrontando un viaggio verso Creta, aiutando la sorella Pasifae a partorire il Minotauro e incontrando il suo primo vero amore, Dedalo, l'inventore del labirinto, che le farà dono di un magnifico telaio in cedro. Ma non è tutto. Hermes, il messaggero divino, le racconterà storie, la terrà aggiornata sui titani e sugli déi dell'Olimpo, su ciò che accadeva nel mondo all'infuori di Eea, in cambio di numerose notti trascorse a giacere insieme.
Trascorrono i secoli e sull'isola iniziano ad arrivare alcune navi di marinai dispersi. Circe ama gli umani, ma è anche qui che apprende che non è possibile fidarsi di ognuno di loro, che nell'animo dell'uomo si nasconde una scintilla di perfidia comune alla stirpe da cui discendeva, soprattutto in un mondo in cui la donna era relegata ad essere un mero oggetto. Circe conosce l'abuso sessuale. Incredula mentre la violentano, la maga recupera il suo spirito e lancia l'incantesimo. Ecco che il primo di tanti equipaggi viene trasformato: su Eea il recinto è pieno di maiali.


La maga che tutti temono si è appena palesata agli occhi del narratore: una dea dagli occhi solari e dalla voce umana, dal gran cuore, estremamente sensibile e proprio per questo costretta a difendersi per non soccombere. Sola, abbandonata da Helios e dalla sua famiglia, accompagnata da leoni e lupi, Circe si trova un giorno a fronteggiare l'astuto Odisseo, approdato sull'isola di ritorno da Troia. Gli uomini dell'equipaggio vengono prontamente trasformati in porci, non lui, quell'uomo scaltro, curioso, dallo sguardo indagatore.
Circe impara a conoscerlo, ad essere sua amica, ad ascoltare le sue confidenze, finendo per innamorarsene. Ulisse, dal canto suo, nonostante fosse sposato con Penelope e avesse un figlio, Telemaco, ad attenderlo su Itaca (di cui parlava sempre con molta nostalgia), cede ai piaceri di una lunga pausa sull'isola di Eea godendo della compagnia di Circe, la dea che non era uguale alle altre divinità. Dello stesso Ulisse conosciamo un lato "oscuro", violento e impietoso contro il nemico ma, soprattutto, bugiardo. 


Eppure lei sa che se ne dovrà separare molto presto. È vero, Ulisse dovrà riprendere il mare, ma è anche un mortale. Ed è forse proprio a questo punto che Circe si rende conto di quale fosse la sua vera prigionia: il proprio sangue divino e, perciò, immortale. Non era tanto la solitudine imposta dal padre e da Zeus, quanto quella della sua stessa condizione.
Trascorrono i secoli tra incantesimi e pozioni, una gravidanza dolorosa che la condurrà a partorire Telegono, figlio del suo amato, conoscendo in tal modo altri sentimenti: l'apprensione e l'affetto verso il piccolo mortale cui aveva dato vita e per cui avrebbe fatto qualsiasi cosa al mondo.
Nulla, però, può sfuggire agli déi, soprattutto se i loro piani vengono in qualche modo modificati. La storia di Circe è ancora lunga. La maga dovrà fronteggiare Atena e, inaspettatamente, Penelope e Telemaco, scoprendo una se stessa forte e coraggiosa, ma anche fragile, capace di perdonare e di amare nuovamente, con una intensità tutta umana.

Il mio consiglio è quello di leggere "Circe" di Madeline Miller. Non è un libro comune. L'autrice è riuscita, sulla base di ottime conoscenze storiche e mitologiche, a profilare un personaggio che nell'Odissea è comunque secondario, "utile" a far risaltare le imprese dello stesso Ulisse. La Miller conferisce un carattere a Circe, intesse una storia mescolando elementi fantastici e mitologia, senza mai diventare noiosa, facendo sì che la maga possa considerarsi come una creatura mutevole e, al tempo stesso, una perfetta eroina contemporanea.

Vi lascio con alcuni piccoli estratti:

«I miei zii si sfregavano le mani e ricambiavano il sorriso. Se ne andavano, curvi sulle loro speranze, pensando a ciò che non vedevano l'ora di fare quando i titani avrebbero nuovamente governato. Fu la mia prima lezione. Celato sotto il dolce volto familiare delle cose, ce n'è un altro in attesa di spaccare in due il mondo».

«Dedalo non gli sopravvisse a lungo. Le sue membra si fecero grigie e deboli, e tutta la sua forza svanì. Sapevo di non avere alcun diritto di rivendicarlo. Ma in un'esistenza solitaria, sono rari i momenti in cui un'altra anima si fonde con la tua, così come le stelle sfiorano la terra una volta all'anno. Una tale costellazione era stato lui per me».


«"Mia moglie, al contrario, è una donna costante. Costante in tutto. Perfino i più saggi tra gli uomini a volte perdono la direzione, ma lei mai. Lei è una stella fissa, lei è un arco affidabile e preciso". Un silenzio, in cui lo udii muoversi in profondità fra i propri ricordi. "Niente di quello che dice ha un solo significato, mai una sola intenzione, eppure lei è costante. Conosce se stessa". Parole che mi scivolarono dentro, lisce come un coltello lucente. Avevo capito che lui l'amava fin da quando mi aveva parlato della sua tessitura. Eppure era rimasto con me, mese dopo mese, e io mi ero lasciata cullare. Adesso vedevo le cose con più chiarezza: tutte quelle notti nel mio letto erano state solo il suo senno di viaggiatore. Quando sei in Egitto, veneri Iside; quando sei in Anatolia, sacrifichi un agnello a Cibele. Non è un tradimento della tua Atena rimasta a casa».


«Due figli aveva avuto, e non era riuscito a vedere con chiarezza nessuno dei due. Ma forse nessun genitore riesce a vedere davvero i propri figli. Quando li guardiamo vediamo solo lo specchio dei nostri stessi errori».
 
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