book

venerdì 21 agosto 2026

Recensione di "Museo di un amore infranto" di Fabrizio Bonetto

Buongiorno amici lettori! Eccoci qui, di nuovo tra le pagine bianche del blog!

Dovrei trovarmi sempre in vacanza per riuscire a immergermi nelle letture che mi attendono, osservandomi dal comodino, ormai da qualche mese.

Oggi vi porto a conoscere il romanzo di Fabrizio Bonetto, "Museo di un amore infranto".


Trama: A Zagabria c’è un museo che accoglie i ricordi di chi ha un amore fallito di cui disfarsi. È il Museum of Broken Relationship, e conserva anelli, buste chiuse, bambole gonfiabili, lampade a forma di fragola, creme per il viso, flaconi di veleno… Hanno tutti una storia da raccontare. Anche Giacomo e Veronica hanno una storia da raccontare. Iniziano a farlo nel momento in cui Giacomo torna a casa e trova Veronica seduta sul divano, ad aspettarlo in compagnia di un altro uomo con cui ha intenzione di costruirsi una vita nuova. Un capitolo alla volta, le due «parti del problema» analizzano la loro storia d’amore: è una versione doppia, ambivalente, falsata come solo i ricordi sanno essere; ripercorre cecità e incomprensioni, la noia e l’insoddisfazione delle relazioni stantie, ma anche le dolcezze e i momenti felici. Giacomo e Veronica sono impacciati, crudeli, feriti, orgogliosi, egoisti. Sono anch’essi esposti, come le reliquie amorose del Museo che inframmezzano la narrazione, e aspettano il lettore sul confine invisibile tra prima e dopo, un confine che tutti abbiamo conosciuto, da cui abbiamo osservato con sgomento ciò che ci era parso eterno ed è ora pronto a restringersi fino a diventare un misero spazio vuoto (una porta di casa, l’ultima pagina di un libro) da scavalcare.


Quando finisce un amore? Domanda cui in pochi sanno rispondere. Perché forse non esiste un momento preciso, ma si cade vittima dell'abitudine, dell'assenza di comunicazione, di gesti scontati. La scintilla si regolarizza o, peggio, si spegne, spingendo la coppia a sfaldarsi e a cercare uno stimolo esterno.

Giacomo e Veronica ne hanno superate di tutti i colori, dalla morte del fratello di lei, a un aborto spontaneo fino al lockdown; si sono supportati in occasione delle altre due gravidanze; hanno viaggiato insieme e vissuto momenti di intimità indimenticabili. Ma a un certo punto, Veronica si presenta con Giovanni. Lo porta in casa, davanti a Giacomo, per ufficializzare l'inizio di una nuova relazione.

La prima reazione è di stupore; poi comincia il confronto (cos'ha più di me? Non ha i capelli, come me. La pancetta. Eh no, non è più bello. Allora cos'avrà mai?); segue la rabbia (rottura di servizio "storico" in porcellana; visione di filmati in cui tutto andava più che bene); persino la chiamata verso la moglie di Giovanni che non è al corrente, esattamente come Giacomo, di questa nuova coppia.

E pian piano in Giacomo si fa strada l'arrendevolezza. Se è così che deve andare, va bene, vada, basta che non si distrugga quel che faticosamente era stato messo insieme in tanti anni di matrimonio. Ci sono anche due figli, il loro mondo si disgregherà.

Questi e altri pensieri passano velocemente, si susseguono in Giacomo. Veronica non è da meno, forse addirittura più malinconica, riflette sulle numerosissime volte in cui la presenza di Giacomo l'ha salvata da tanti momenti bui, addirittura dal baratro in cui stava finendo con tutta la sua famiglia d'origine.

I punti di vista si alternano e, a intervallare le varie fasi della rottura, ci sono alcuni oggetti, conservati al Museo degli Amori Infranti (o delle Relazioni Interrotte) di Zagabria: una bambola gonfiabile, un anello di fidanzamento, un lumino con raffigurato Padre Pio, un cartone da asporto per pizza, un vasetto di paprika dolce. Ognuno di essi ha una storia da raccontare, un episodio cui è legato e un amore che non ha spiccato il volo.

Tra momenti ironici e malinconici, Fabrizio Bennetto introduce il lettore all'interno delle dinamiche di coppia attraverso un dialogo che, di fatto, non si svolge. Giacomo e Veronica, infatti, si scambiano solo poche battute, ma nel momento clou sono tanti i pensieri che vorticano nelle rispettive menti.

L'amore, forse, non è eterno come ci hanno sempre fatto credere. Stare insieme è più difficile di quel che si pensi. Bisogna superare tempeste di ogni tipo, ma la sfida è proprio questa: agire in due, di concerto, senza sovraccaricare l'uno o l'altro e senza far sì che manchi la comunicazione. Il silenzio è, probabilmente, il più grande nemico.

Un libro gradevole, di rapida lettura, non per questo leggero nel contenuto.

Vi lascio con qualche piccolo estratto e vi aspetto alla prossima recensione!

Foto di gouv da Pixabay

«Sembra facile ricominciare da zero quando ti senti una nullità, piangi la notte di nascosto pensando al motivo per cui è toccato proprio a te, pensi che sarai inadatta anche quando il pulcino uscirà dall'uovo, anche quando è uscita la nostra prima pulcina temevo di farla cadere, di romperla, di dover di nuovo ripartire e lì c'eri tu, sempre, con i tuoi modi calmi e tranquilli, sicuri, tu a destreggiarti con biberon e pannolini, tu che riuscivi a stare sveglio la notte senza perdere colpi al lavoro, riuscivi anche nel tuo lavoro, mentre io mi trascinavo dal letto all'auto, dall'auto alla scrivania e dalla scrivania al letto».

«Prendi un vaso Ikea di vetro, di quelli grandi, dove si conservano i biscotti, con il tappo di plastica argentato. lo svuoti del contenuto, lo lavi per bene. Da lì in poi ognuno di noi quattro scriverà un bigliettino che riporti una cosa bella che gli è successa in quella giornata. [...] Iniziamo a scrivere e a deporre il primo bigliettino che comporrà il mucchio della nostra felicità familiare anche in questo momento così incerto».

giovedì 20 agosto 2026

Recensione di "Il libraio di Venezia" di Giovanni Montanaro

Buonasera amici, bentornati tra le virtuali pagine letterarie di Sàkomar World!

Essendo una lettrice di livello Platinum, La Feltrinelli mi ha fatto un regalo per il mio compleanno (così come lo scorso anno): libro gratuito, edito da Feltrinelli, del valore inferiore a 15,00 euro, eccezion fatta per quelli in promozione.

Devo dire che nel mese di luglio, quando cade appunto il mio compleanno, è complicato individuare un libro che non sia in promozione, ma anche questa "sfida" mi permette di trovare titoli che, altrimenti, mi rimarrebbero ignoti.

Come regalo, quest'anno ho scelto "Il libraio di Venezia" di Giovanni Montanaro. Lo conoscevate già?


Trama: In campo San Giacomo, a Venezia, c'è la Moby Dick, una libreria di quelle «che ti sorprende che esistano ancora, anche se ci sono in ogni città, tenaci come guerrigliere, eleganti come principesse». Il suo libraio si chiama Vittorio, ha passato i quarant'anni, vive per i suoi libri, combatte per continuare a venderli. Un giorno incontra Sofia, gli occhi chiari e le risposte svelte, che prende l'abitudine di andare a trovarlo. Il 12 novembre 2019, però, i 187 centimetri di acqua alta eccezionale inondano le case, i negozi, sommergono gli scaffali di Vittorio. Le pagine annegano, e «campo San Giacomo è pieno di libri perduti, e pare che tutto sia perduto». Giovanni Montanaro, che ha vissuto in prima persona i giorni tragici dell'inondazione, li racconta in un modo lontano dalle cronache che hanno commosso il mondo. Racconta l'angoscia dell'acqua che sale, che distrugge, ma mostra anche un'altra Venezia, i giovani, i cittadini che reagiscono, l'allegria nata in mezzo allo sfacelo, fatta della capacità di aiutarsi, di rinascere. Scritto quasi di getto, questo racconto è una galleria di personaggi, emozioni, colpi di scena il cui cuore è Venezia, sono i librai, è l'amore per i libri e l'amore che nasce grazie ai libri. E ai librai veneziani Montanaro destina interamente i proventi dei suoi diritti d'autore, per sostenerli dopo gli eventi di novembre. In calce al volume, sono proprio i librai veneziani a descrivere sé stessi e le loro librerie: il lettore può scoprirli anche attraverso le mappe che creano un percorso nella laguna – nonostante tutto, «Venezia è sempre lei. Venezia è meravigliosa».

Venezia è una città bellissima, con le sue calli, il mare che ne lambisce ogni singolo centimetro di terra, i monumenti che svettano sull'acqua e le luci che si riflettono tra le onde. Ma è anche una città a rischio. Lo sanno bene i suoi abitanti e, in realtà, lo sa bene il mondo intero.

Quando il Mose è entrato finalmente in azione, abbiamo tutti quasi pianto dalla gioia (ricordiamo che il cantiere era stato iniziato nel 2003... una vergogna). Venezia, infatti, con l'acqua alta si allaga. E il problema non sono solo gli allagamenti, ma il sale che si deposita sulle superfici e corrode. Emblematiche sono le immagini della basilica di San Marco invasa dall'acqua e dei pavimenti che si stavano rovinando inesorabilmente nel 2019. Si è pensato poi di intervenire ponendo una barriera di cristallo temporanea per salvare la chiesa.

"Il libraio di Venezia" narra proprio della tragica acqua alta del 2019, vista dagli occhi di un'anziana inquilina veneziana che, affacciata alla finestra, aveva la visuale sulla libreria "Moby Dick", di cui era proprietario Vittorio, quarantenne innamorato della propria attività minacciata, tuttavia, dal rialzo degli affitti. Prima dell'acqua alta, Vittorio conosce Sofia, ventenne, divoratrice di libri e lavorante presso il vicino bar di Chung. Nonostante la differenza d'età, tra Sofia e Vittorio nasce un certo feeling: la ragazza prende l'abitudine di entrare in libreria, anche solo per una chiacchierata. I presupposti per una storia ci sono tutti, ma poi ecco l'acqua che invade tutto, distrugge, si infiltra silenziosa nei negozi, nelle case, demolisce le strutture, porta via oggetti, persone e libri. E la furia non si ferma in un giorno. Prosegue, come a voler dare il colpo di grazia a Venezia.


I negozianti reagiscono, ma è difficile riprendersi dopo un così duro colpo. I libri di Vittorio, quelli posti sui primi due scaffali, non si sono salvati. Come naufraghi, hanno finito per galleggiare e riempire le calli di pagine sparse. Sofia, invece, non è riuscita ad arrivare in tempo: nonostante la pericolosità, la ragazza è uscita per dare una mano, ma è quasi affogata.

Nei giorni successivi, lei e altri ragazzi giunti anche da altre città - proprio come in occasione dell'alluvione di Firenze del 1966 - aiuteranno i veneziani a rimuovere litri di acqua e a lavare tutto per eliminare la salsedine.

Per Vittorio ci sarà speranza? Beh, le storie a lieto fine esistono e questa è una di quelle.


Il libro di Giovanni Montanaro è un inno a Venezia, alla sua bellezza e alle sue difficoltà, a una città che risorge sempre anche quando l'acqua - su cui è nata - sembra rivoltarsi. Molto bella l'idea di inserire una planimetria di tutte le librerie che hanno aperto o riaperto i battenti dopo il 2019, con le rispettive descrizioni e contatti... così, se dovesse capitarvi di fare un viaggio a Venezia, potete prendere "Il libraio di Venezia" come riferimento ed esplorare questi magici templi letterari.

Per quel che mi riguarda, mi ha fatto bene ripercorrere l'itinerario che, nell'ormai lontano 2015, caratterizzò il viaggio di una settimana con la mia famiglia e poi una giornata nel 2020, poco prima del lock-down, quando mi recai a Venezia per un colloquio sostenuto presso la Fondazione Giorgio Cini.

Ho apprezzato molto, infine, la coinvolgente descrizione dell'innalzamento della marea: tragica, brutale, angosciante, inevitabile. Libro consigliato.

Vi lascio con qualche breve estratto e vi aspetto alla prossima recensione!

«Quanto gli piacciono i libri. Nessuno può portarglieli via. Anche se perdesse la libreria, anche se non dovesse venderne più, nessuno può toglierglieli. Può chiudere la Moby Dick, ma i libri esisteranno ancora, con le loro storie, nessuno potrà impedire a lui di leggerli, li ama per questo in fondo, è cominciato tutto così, perché a lui piace leggere, andarsene con la fantasia, usare l'immaginazione, ridere e piangere per cose che non esistono, che sono solo inchiostro, per questo esistono ancora di più, è quello l'importante per lui, non deve dimenticarlo».

«[...] forse quei libri non sono perduti per sempre, anche quelli che hanno preso acqua, e anzi decide che ne terrà qualcuno in libreria [...]. Non tutti magari, ma una decina, una ventina, le macchie che diventano storia, un modo per sopravvivere, chissà se è autorizzato a venderli, meglio forse regalarli, e per la prima volta pensa che quei libri non sono morti, anche se sono ammaccati, anche se non sono più perfetti - come capita agli uomini, di ammaccarsi, ma poi di restare vivi».

venerdì 14 agosto 2026

Recensione di "Tutto il bello che ci aspetta" di Lorenza Gentile

Buongiorno amici e bentornati sul blog! Vi state preparando per il Ferragosto? Quante grigliate? E quante letture in relax sotto l'ombrellone? Speriamo tante!

Ho appena terminato di leggere "Tutto il bello che ci aspetta" di Lorenza Gentile, autrice che avevo già apprezzato per "Le piccole libertà" e "La felicità è una storia semplice". Credo che con questo nuovo libro sia ufficialmente entrata nella classifica dei miei autori preferiti.


Trama: Viviamo in un’epoca in cui niente è impossibile, dunque se le cose non vanno dev’essere per forza colpa nostra: Selene se ne è quasi convinta.Passati i trent’anni, non ha ancora trovato la sua strada: dove ha sbagliato? È stata l’ultima delle sue azioni impulsive, aprire un ristorante che ora è sull’orlo del fallimento, oppure è successo quindici anni fa, quando ha preso la sua prima decisione da adulta? È lì che sono rimaste impigliate le sue aspirazioni?
Per scoprirlo, una notte d’estate fugge da Milano verso un paesino nel cuore della Puglia, il posto dove è cresciuta, immersa in una comunità spirituale, circondata dall’affetto degli amici e della famiglia.
La valle è sempre uguale, punteggiata di ulivi e di trulli, con il mare che orla l’orizzonte. Peccato che, appena prima di arrivare a destinazione, il motore della macchina fonda e da lì in poi niente vada più per il verso giusto.
Eppure, a volte sono proprio gli imprevisti a cambiarci la vita per il meglio. In attesa dei pezzi di ricambio, le viene messa a disposizione Amanda, una Uno rossa ricca di personalità con cui cercherà di raggiungere l’ashram dove viveva da bambina.
E se non tutti sono rimasti fermi ad aspettarla, nel giro di poco Selene riabbraccia la vecchia tata Flora, fa nuovi incontri e decide di prendersi cura di un asinello di nome Virgilio, che ha tutta l’aria di sentirsi solo come lei.
Tra gite in Salento, discussioni sul senso della vita, yoga e pomeriggi in cucina con persone che forse la conoscono meglio di quanto lei non conosca se stessa, Selene inizia a comprendere che a volte è necessario perdersi e sbagliare strada per trovare il coraggio di seguire i propri sogni. E andare finalmente incontro a tutto il bello che ci aspetta.

Per qualche strano motivo, la Puglia mi si è impressa nel cuore sin dalla notte dei tempi. Ero solo una ragazzina delle scuole medie quando partecipai al mio primo viaggio di studio di tre giorni. Nonostante non avessi molti amici (una costante nella mia vita da studentessa con voti alti) e la febbre, che volle farmi compagnia prima del rientro, mi divertii. Ricordo distintamente la meraviglia provata davanti al Castello di Federico II di Svevia, tutto ottagonale... e l'8 fu un numero che ritrovai più avanti nella mia carriera da archeologa, quando mi occupai dell'ogdoade; la magnifica cattedrale di Trani che si specchiava nel mare; il rosone del Duomo di Lecce, che ricollegavo a un centrino di merletto scolpito; le aguzze guglie delle stalattiti nelle Grotte di Castellana; e poi i trulli di Alberobello, in cui trovavano collocazione case, negozi, bar, persino chiese. Mi sembrava tutto così spettacolare!
Nel 2019 sono tornata in Puglia con mia sorella, facendo tappa a Putignano, Alberobello e Bari. E mi è piaciuta di nuovo, tantissimo. Ne ho apprezzato i colori - bianco, giallo, azzurro -, il buon cibo (e che vuoi dire alla cucina pugliese?), i ritmi lenti in cui ritrovare un po' di calma, ormai del tutto estinta a Roma.


Tornando a noi, Lorenza Gentile ha deciso di riportarmi lì, tra i muretti a secco, i trulli, gli ulivi, gli asini che pascolano nei campi, i piatti genuini (panzanella, focaccia, bombette...) e tanti personaggi di cui vorrei essere amica.

Selene è una ragazza alla soglia dei 35 anni. Si è trasferita a Milano quando era poco più che adolescente, insieme alla madre e alla sorella minore, Diana. Proprio qui, ha deciso di aprire un ristorante, "Nuvola", la cui specialità sono piatti al vapore. Per qualche strano motivo, però, le cose non vanno: i debiti aumentano, i fornitori devono essere pagati e i clienti non mettono piede nel locale. Ha persino intrattenuto colloqui con più di un consulente per poter capire come riprendere le redini della situazione, senza alcun successo.
Così, una sera, in cui la tristezza si è (giustamente) manifestata davanti a una pizza surgelata Salamino, cucinata nel monolocale milanese, Selene ripensa a quando tutto è cominciato, ma soprattutto ai momenti in cui era stata davvero felice.
Chiude casa, non avverte nessuno, prende la macchina e imbocca l'autostrada, direzione Puglia, Valle d'Itria. Il viaggio non è certo breve, ma in qualche ora Selene è arrivata.
I sensi di colpa non la abbandonano: ha lasciato tutto così, senza preavvisi, con due dipendenti (tra cui Guido, il cuoco con cui stava forse nascendo qualcosa) alle prese con il ristorante... e la pizza ad ammuffire sul tavolo. Ma poi basta guardarsi attorno, scorgere un paesaggio che ristora il cuore e incontrare persone che, con la loro semplicità, fanno la differenza: ci sono Oronzo "tuttofare", Dante il meccanico e il fido asinello Virgilio; c'è Antonio, reduce da una delusione che lo ha lasciato a pezzi; e c'è Flora, la tata di Selene, che è "casa", con i suoi manicaretti e la sua dolcezza.
Selene è tornata per ritrovare se stessa, per riprendere la vita dalle radici che, in Puglia, avevano un terreno fertile. Quando era bambina, infatti, la sua famiglia si era trasferita in Valle d'Itria. Il padre, ex avvocato convertito all'induismo, aveva acquistato un trullo e, insieme alle figlie e alla moglie (insegnante universitaria), frequentava l'ashram, dove si riuniva una comunità viva e fiorente. I ricordi belli di Selene erano tutti lì, legati a una passione abbandonata (il disegno) e a quei momenti trascorsi con i suoi amici... amici che, pur essendo andati avanti con le rispettive esistenze, non l'hanno mai dimenticata.

Foto di Jacopo Cima da Pixabay

Lorenza Gentile conduce il lettore tra le stradine assolate della Puglia, alla riscoperta di luoghi belli, di sentimenti rari e di una tranquillità ormai dimenticata. Perché se è vero che la carriera è importante ed è altrettanto fondamentale realizzarsi, a volte è bene fermarsi, prendersi cura della propria anima, trarre nuove energie e tornare a camminare, ricordandosi che i momenti bui esistono, ma non si sa mai cosa il futuro abbia in serbo. Ci sono anche tante cose belle che vale la pena di vivere.

Grazie Lorenza per questa nuova storia. Grazie perché Selene rappresenta, forse, un po' tutti noi attualmente compresi in quella fascia d'età tra i 35 e i 40 anni: ci siamo impegnati tanto, ognuno nel proprio settore, ma per questa società non è mai abbastanza. Abbiamo vissuto un'infanzia felice, colorata, che prometteva un roseo futuro e quel futuro, invece, ci ha delusi, lasciandoci a combattere con la crisi, la precarietà e la disoccupazione.

Consigliandovi caldamente "Tutto il bello che ci aspetta", vi lascio con qualche piccolo estratto e vi attendo sempre qui, tra le pagine virtuali di Sàkomar World!

«In ogni caso, pensiamo positivo. Bisogna guardare alle cose belle, anche quando tutto va male. Anzi, specialmente quando tutto va male. Se ci fai caso, c'è sempre qualcosa che brilla. Bisogna concentrarsi su quello».

«Pensavo che sarei stata io quella con i figli che correvano a piedi nudi sotto il porticato [...]. Me n'ero convinta, da ragazzina: sarei stata una madre giovane. [...] Invece ho trentaquattro anni e sono ancora sola. Non sono riuscita a scoprire cosa so fare e cosa mi piace, alle spalle ho una manciata di brevi storie d'amore, nessuna indimenticabile, non ho trovato nessuno con cui condividere la mia vita. L'idea di maternità è così lontana da essermela scordata».

«Ma la nostalgia, Selene, è l'unico dolore sensato, perché nel richiamarti al vecchio ti spinge al nuovo viaggio».

«Ti accorgi che qualcosa ti viene quando ti sembra che sia un altro a farlo e invece sei proprio tu. E' la parte migliore di te e vorresti che tutti la vedessero».

«"Non è quello che desideriamo tutti? mi chiede. "Ricominciare?
"Forse a volte si può anche solo aggiustare la rotta"».

«Ci basterà guardarlo per ricordarci che non è tutto qui. La vita non è mai tutto qui».

«Credevo che avrei trovato quello che cercavo, ma quando cerchi qualcosa stai ancora vivendo nell'illusione. In realtà, abbiamo già tutto, ovunque ci troviamo. Non c'è bisogno di andare da nessuna parte. Siamo ciò che stiamo cercando».

«In fondo, casa non è tanto un luogo quanto un tempo: quello in cui poter essere semplicemente se stessi».
sito