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venerdì 14 agosto 2026

Recensione di "Tutto il bello che ci aspetta" di Lorenza Gentile

Buongiorno amici e bentornati sul blog! Vi state preparando per il Ferragosto? Quante grigliate? E quante letture in relax sotto l'ombrellone? Speriamo tante!

Ho appena terminato di leggere "Tutto il bello che ci aspetta" di Lorenza Gentile, autrice che avevo già apprezzato per "Le piccole libertà" e "La felicità è una storia semplice". Credo che con questo nuovo libro sia ufficialmente entrata nella classifica dei miei autori preferiti.


Trama: Viviamo in un’epoca in cui niente è impossibile, dunque se le cose non vanno dev’essere per forza colpa nostra: Selene se ne è quasi convinta.Passati i trent’anni, non ha ancora trovato la sua strada: dove ha sbagliato? È stata l’ultima delle sue azioni impulsive, aprire un ristorante che ora è sull’orlo del fallimento, oppure è successo quindici anni fa, quando ha preso la sua prima decisione da adulta? È lì che sono rimaste impigliate le sue aspirazioni?
Per scoprirlo, una notte d’estate fugge da Milano verso un paesino nel cuore della Puglia, il posto dove è cresciuta, immersa in una comunità spirituale, circondata dall’affetto degli amici e della famiglia.
La valle è sempre uguale, punteggiata di ulivi e di trulli, con il mare che orla l’orizzonte. Peccato che, appena prima di arrivare a destinazione, il motore della macchina fonda e da lì in poi niente vada più per il verso giusto.
Eppure, a volte sono proprio gli imprevisti a cambiarci la vita per il meglio. In attesa dei pezzi di ricambio, le viene messa a disposizione Amanda, una Uno rossa ricca di personalità con cui cercherà di raggiungere l’ashram dove viveva da bambina.
E se non tutti sono rimasti fermi ad aspettarla, nel giro di poco Selene riabbraccia la vecchia tata Flora, fa nuovi incontri e decide di prendersi cura di un asinello di nome Virgilio, che ha tutta l’aria di sentirsi solo come lei.
Tra gite in Salento, discussioni sul senso della vita, yoga e pomeriggi in cucina con persone che forse la conoscono meglio di quanto lei non conosca se stessa, Selene inizia a comprendere che a volte è necessario perdersi e sbagliare strada per trovare il coraggio di seguire i propri sogni. E andare finalmente incontro a tutto il bello che ci aspetta.

Per qualche strano motivo, la Puglia mi si è impressa nel cuore sin dalla notte dei tempi. Ero solo una ragazzina delle scuole medie quando partecipai al mio primo viaggio di studio di tre giorni. Nonostante non avessi molti amici (una costante nella mia vita da studentessa con voti alti) e la febbre, che volle farmi compagnia prima del rientro, mi divertii. Ricordo distintamente la meraviglia provata davanti al Castello di Federico II di Svevia, tutto ottagonale... e l'8 fu un numero che ritrovai più avanti nella mia carriera da archeologa, quando mi occupai dell'ogdoade; la magnifica cattedrale di Trani che si specchiava nel mare; il rosone del Duomo di Lecce, che ricollegavo a un centrino di merletto scolpito; le aguzze guglie delle stalattiti nelle Grotte di Castellana; e poi i trulli di Alberobello, in cui trovavano collocazione case, negozi, bar, persino chiese. Mi sembrava tutto così spettacolare!
Nel 2019 sono tornata in Puglia con mia sorella, facendo tappa a Putignano, Alberobello e Bari. E mi è piaciuta di nuovo, tantissimo. Ne ho apprezzato i colori - bianco, giallo, azzurro -, il buon cibo (e che vuoi dire alla cucina pugliese?), i ritmi lenti in cui ritrovare un po' di calma, ormai del tutto estinta a Roma.


Tornando a noi, Lorenza Gentile ha deciso di riportarmi lì, tra i muretti a secco, i trulli, gli ulivi, gli asini che pascolano nei campi, i piatti genuini (panzanella, focaccia, bombette...) e tanti personaggi di cui vorrei essere amica.

Selene è una ragazza alla soglia dei 35 anni. Si è trasferita a Milano quando era poco più che adolescente, insieme alla madre e alla sorella minore, Diana. Proprio qui, ha deciso di aprire un ristorante, "Nuvola", la cui specialità sono piatti al vapore. Per qualche strano motivo, però, le cose non vanno: i debiti aumentano, i fornitori devono essere pagati e i clienti non mettono piede nel locale. Ha persino intrattenuto colloqui con più di un consulente per poter capire come riprendere le redini della situazione, senza alcun successo.
Così, una sera, in cui la tristezza si è (giustamente) manifestata davanti a una pizza surgelata Salamino, cucinata nel monolocale milanese, Selene ripensa a quando tutto è cominciato, ma soprattutto ai momenti in cui era stata davvero felice.
Chiude casa, non avverte nessuno, prende la macchina e imbocca l'autostrada, direzione Puglia, Valle d'Itria. Il viaggio non è certo breve, ma in qualche ora Selene è arrivata.
I sensi di colpa non la abbandonano: ha lasciato tutto così, senza preavvisi, con due dipendenti (tra cui Guido, il cuoco con cui stava forse nascendo qualcosa) alle prese con il ristorante... e la pizza ad ammuffire sul tavolo. Ma poi basta guardarsi attorno, scorgere un paesaggio che ristora il cuore e incontrare persone che, con la loro semplicità, fanno la differenza: ci sono Oronzo "tuttofare", Dante il meccanico e il fido asinello Virgilio; c'è Antonio, reduce da una delusione che lo ha lasciato a pezzi; e c'è Flora, la tata di Selene, che è "casa", con i suoi manicaretti e la sua dolcezza.
Selene è tornata per ritrovare se stessa, per riprendere la vita dalle radici che, in Puglia, avevano un terreno fertile. Quando era bambina, infatti, la sua famiglia si era trasferita in Valle d'Itria. Il padre, ex avvocato convertito all'induismo, aveva acquistato un trullo e, insieme alle figlie e alla moglie (insegnante universitaria), frequentava l'ashram, dove si riuniva una comunità viva e fiorente. I ricordi belli di Selene erano tutti lì, legati a una passione abbandonata (il disegno) e a quei momenti trascorsi con i suoi amici... amici che, pur essendo andati avanti con le rispettive esistenze, non l'hanno mai dimenticata.

Foto di Jacopo Cima da Pixabay

Lorenza Gentile conduce il lettore tra le stradine assolate della Puglia, alla riscoperta di luoghi belli, di sentimenti rari e di una tranquillità ormai dimenticata. Perché se è vero che la carriera è importante ed è altrettanto fondamentale realizzarsi, a volte è bene fermarsi, prendersi cura della propria anima, trarre nuove energie e tornare a camminare, ricordandosi che i momenti bui esistono, ma non si sa mai cosa il futuro abbia in serbo. Ci sono anche tante cose belle che vale la pena di vivere.

Grazie Lorenza per questa nuova storia. Grazie perché Selene rappresenta, forse, un po' tutti noi attualmente compresi in quella fascia d'età tra i 35 e i 40 anni: ci siamo impegnati tanto, ognuno nel proprio settore, ma per questa società non è mai abbastanza. Abbiamo vissuto un'infanzia felice, colorata, che prometteva un roseo futuro e quel futuro, invece, ci ha delusi, lasciandoci a combattere con la crisi, la precarietà e la disoccupazione.

Consigliandovi caldamente "Tutto il bello che ci aspetta", vi lascio con qualche piccolo estratto e vi attendo sempre qui, tra le pagine virtuali di Sàkomar World!

«In ogni caso, pensiamo positivo. Bisogna guardare alle cose belle, anche quando tutto va male. Anzi, specialmente quando tutto va male. Se ci fai caso, c'è sempre qualcosa che brilla. Bisogna concentrarsi su quello».

«Pensavo che sarei stata io quella con i figli che correvano a piedi nudi sotto il porticato [...]. Me n'ero convinta, da ragazzina: sarei stata una madre giovane. [...] Invece ho trentaquattro anni e sono ancora sola. Non sono riuscita a scoprire cosa so fare e cosa mi piace, alle spalle ho una manciata di brevi storie d'amore, nessuna indimenticabile, non ho trovato nessuno con cui condividere la mia vita. L'idea di maternità è così lontana da essermela scordata».

«Ma la nostalgia, Selene, è l'unico dolore sensato, perché nel richiamarti al vecchio ti spinge al nuovo viaggio».

«Ti accorgi che qualcosa ti viene quando ti sembra che sia un altro a farlo e invece sei proprio tu. E' la parte migliore di te e vorresti che tutti la vedessero».

«"Non è quello che desideriamo tutti? mi chiede. "Ricominciare?
"Forse a volte si può anche solo aggiustare la rotta"».

«Ci basterà guardarlo per ricordarci che non è tutto qui. La vita non è mai tutto qui».

«Credevo che avrei trovato quello che cercavo, ma quando cerchi qualcosa stai ancora vivendo nell'illusione. In realtà, abbiamo già tutto, ovunque ci troviamo. Non c'è bisogno di andare da nessuna parte. Siamo ciò che stiamo cercando».

«In fondo, casa non è tanto un luogo quanto un tempo: quello in cui poter essere semplicemente se stessi».

sabato 1 agosto 2026

Recensione di "Molte vite, un solo amore" di Brian Weiss

Buongiorno a tutti, bentornati sul blog e buon 1° agosto! In attesa di rinfrescarmi al mare (spero...), vi parlo dell'ultimo libro che ho letto: "Molte vite, un solo amore. L'eterno incontro delle anime gemelle" di Brian Weiss.


Trama: Elizabeth è reduce da un amore sbagliato e avviata sulla strada della depressione. Pedro è un ricco giovanotto messicano segnato prima dalla morte del fratello e poi da un'indecisa relazione con una donna sposata. Elizabeth e Pedro non si conoscono, ma il dottor Weiss ha ascoltato da entrambi, durante la terapia di regressione, il racconto dello stesso episodio doloroso risalente a centinaia di anni prima. Dopo essersi amati in una vita precedente, sembrano destinati a ricongiungersi: e l'amore, che dissolve la rabbia e guarisce l'afflizione, rappresenta per entrambi l'unica possibilità di guarigione.

Il titolo potrebbe sembrare quello di una romantica storia d'amore. Per certi versi lo è, ma il libro di Weiss non è solo questo. Brian Weiss è uno psichiatra e psicoterapeuta americano, autore di altri libri, noto per la pratica dell'ipnosi regressiva.
Questo, dunque, non è un romanzo, ma un libro ispirato a fatti che sono accaduti nella carriera di Weiss, ovvero nel corso delle sue sedute di ipnosi regressiva con vari pazienti. Attraverso la pratica dell'ipnosi, Weiss è riuscito a indagare l'anima dei pazienti in profondità, facendo sì che potessero ricordare eventi appartenenti anche a vite passate. Com'è possibile tutto ciò? Vi è un unico principio in realtà: l'anima è immortale. La sua esistenza non finirà con la morte che coinvolge unicamente il corpo.
Se state pensando alla reincarnazione, è esattamente così. Secondo Weiss, le persone che hanno usufruito delle sedute di ipnosi regressiva hanno ricordato vite precedenti, vissute in altri corpi, in altre epoche. Questo ha consentito di spiegare alcune paure, traumi e persino dolori che proseguivano inspiegabilmente ad avere nella vita attuale.
Tra i pazienti di Weiss, ce n'erano due particolarmente interessanti: Elizabeth e Pedro, entrambi accomunati da un senso di "vuoto sentimentale". Dopo molte sedute di ipnosi, sarà proprio Weiss a capire che, in realtà, Elizabeth e Pedro si erano già incontrati in vite precedenti ed erano anime gemelle, molto legate tra loro, che in questa vita non erano ancora riuscite a ritrovarsi. Era come se girassero a vuoto, alla ricerca di qualcosa.
Dopo un primo contatto visivo avvenuto nello studio di Weiss, i due si incontreranno in aeroporto e non si lasceranno più.
Qual è il messaggio che Weiss vuole inviare? In primis, quello delle anime: non finisce tutto con la morte. La strada prosegue, le anime si possono incontrare di nuovo, vivere nuove vite. E la cosa più importante è imparare dalle esperienze precedenti, soprattutto ad amare il prossimo.

Foto di Usu37 da Pixabay

Detto ciò, so bene che qualcuno, come la sottoscritta, rimarrà scettico. Lo studio della mente è complesso, il funzionamento del cervello pure e mi risulta complicato credere a una regressione fino ad esperienze che risalgono addirittura ai tempi dell'Antico Egitto. Mi chiedo, da profana, quanto ci sia di vero e quanto, invece, possa essere stato creato dalla mente dei pazienti. Non sono una psichiatra e non tocca a me fornire delle risposte, ma è certo che il libro di Weiss susciti numerose riflessioni, facendo sorgere anche tanti complessi dubbi. Sicuramente merita di essere letto e non preoccupatevi del linguaggio: non ci sono tecnicismi ed è tutto molto scorrevole.
Vi lascio con qualche piccolo estratto e vi aspetto alla prossima recensione!

«L'amore può svilupparsi e sbocciare anche sul suolo più ingrato, nelle condizioni più dure. Esiste ovunque e sempre. L'amore è un fiore che sboccia in tutte le stagioni».

«Quando le tue intuizioni, le tue sensazioni istintive, il tuo cuore ti parlano al di là di ogni dubbio, non farti sviare dalle argomentazioni altrui dettate dalla paura. Che siano o no animati da buone intenzioni, gli altri potrebbero condurti molto lontano dal raggiungimento della gioia».

lunedì 27 luglio 2026

Recensione di "L'eresia di Francesco" di Cosimo Schena

Buonasera amici e bentornati sul blog! Da giorni desideravo dedicarmi alla scrittura di questa nuova recensione e mi sono ritrovata immersa in una serie di impegni da cui non sono riuscita a uscire.

Stasera vi porto a conoscere il libro di don Cosimo Schena, sacerdote, psicologo e psicoterapeuta, dedicato al Poverello d'Assisi: "L'eresia di Francesco. Storia di un santo che divenne uomo fino in fondo".


Descrizione: Sei cresciuto anche tu con l’immagine di un san Francesco impeccabile, già santo, già “altro” rispetto a noi. Poi cresci, e scopri che la santità non è una scorciatoia, ma una fatica che passa dalla carne, dalle contraddizioni, dalle domande senza risposta. Ed è esattamente da lì che passa anche la storia di Francesco. Questo libro prova a restituire Francesco alla sua umanità, liberandolo da una santità levigata e irraggiungibile. Non il santo da calendario o da citazione motivazionale, ma un uomo vero, ferito, inquieto, affamato di senso, di amore, di riconoscimento. Un uomo che non nasce santo, ma che impara lentamente a stare dentro la propria vita, senza sconti. Ne scaturisce il ritratto di un Francesco credibile e vicino, in cui ogni lettore può rispecchiarsi profondamente.

L'ho forse ripetuto più volte su questo blog: sono molto legata alla figura di San Francesco d'Assisi, sin da quando ero bambina. Sono stata più volte nella sua cittadina, l'ho amata tanto e l'ho apprezzata un po' meno per altri versi, ma ci tornerei sempre a perdermi tra le stradine in salita (o discesa), le distese di ulivi, la pace e la tranquillità che regnano la sera quando si accendono le luci della basilica.

Nel suo libro, Cosimo Schena presenta San Francesco d'Assisi sotto un'ottica diversa: non si tratta del santo che tutti conosciamo, ma dell'uomo che era prima della rinuncia e dopo, quando tutto sembrava perduto. Francesco dà un taglio netto all'esistenza in cui non si trovava a suo agio; un'esistenza voluta più dal padre e dal suo status sociale che da lui stesso. Francesco, fino al celebre episodio della spoliazione in piazza, era un ragazzo che seguiva le decisioni altrui, compiacendo la propria famiglia, pur sentendosi irrequieto, in cerca di qualcosa. A un certo punto, Francesco si rende conto che quel ruolo non gli appartiene e chiude con quella realtà, pur soffrendone. Significava mettersi contro le persone che aveva conosciuto, il padre, i parenti. E significava, soprattutto, essere considerato un pazzo.

Tutti lo scansano, lo isolano. Francesco, prima contornato da tantissime persone, si ritrova da solo e la solitudine spiazza. Francesco è solo con se stesso e i propri pensieri, finché impara ad accettare questa nuova condizione. Persino la fede vacilla. Non sente la voce di Dio che lo consiglia, ma percepisce infine la sua silenziosa presenza. Dio non se ne va, anche se non si manifesta in maniera eclatante.

E proprio quando ha imparato a adattarsi, Francesco si ritrova nuovamente in compagnia di coloro che, ammirandone il modello, vogliono seguirlo. Francesco, però, non vuole essere una celebrità, non vuole essere capo di nessun movimento e, in un certo senso, si ritrova ad essere comunque responsabile per altre persone. Impara ancora qualcosa prima che tutto cambi ancora: la condivisione fraterna. Un nutrito gruppo di seguaci vuole stare con lui e costruire con lui il suo sogno. I Frati Minori nascono così, ma di nuovo Francesco, che ne è il fondatore, sente la necessità di farsi da parte. Ormai l'ordine è diventato una realtà ecclesiale e, come tale, deve seguire specifiche regole della Chiesa. Francesco, invece, non intende abbandonare le sue alleate di sempre, la semplicità e la povertà, mentre il Vangelo è stato e sempre sarà la sua unica guida.

Assisi, Basilica di San Francesco (foto di Cristina Cumbo, maggio 2026)

Giovanni, detto Francesco perché "figlio della donna francese", diventerà poi santo, addirittura patrono d'Italia. Da quel gesto di "ribellione", di libertà, nascerà una delle famiglie più grandi: quella dei Francescani, divisa poi nell'ordine maschile dei Frati Minori Conventuali, Frati Minori Osservanti e Frati Cappuccini, nell'ordine monastico femminile delle Clarisse e Concezioniste e, infine, nell'Ordine Francescano Secolare (composto da laici). Ma Francesco non aveva la più pallida idea di chi sarebbe diventato, men che meno fondatore di un ordine e santo, nonché l'alter Christus con tanto di stimmate e ferita al costato.

Cosimo Schena descrive, quindi, un Francesco più umano, pieno di paure, dolori, pensieri che lo tormentano. Perché "da un grande potere derivano grandi responsabilità" (cit. Spider-Man) e Francesco ha avuto il potere di cambiare le cose.

Ho apprezzato molto quest'ottica differente, e non solo storica, su San Francesco d'Assisi. Don Cosimo Schena, applicando la sua formazione, è riuscito a penetrare nell'animo di un personaggio amato ancora da tantissime persone, credenti e non, forse proprio perché così vicino a noi "comuni mortali" che molto spesso ci sentiamo sbagliati e mai all'altezza delle aspettative altrui: non un super uomo, ma una persona con le sue debolezze che, seguendo i suoi principi e ciò che il suo cuore dettava, è divenuto infine santo.

Unica osservazione negativa: il libro, pur essendo scritto con parole semplici e in tono divulgativo, molto spesso è ripetitivo di tanti concetti, a volte detti quasi nello stesso modo a distanza di poche pagine. Probabilmente si tratta di una mia deformazione da accanita lettrice e da studiosa, ma è una caratteristica che mi ha più volte infastidita. Un libro di questo calibro meritava, forse, una revisione più dettagliata e una più attenta cura della sintassi.

Vi aspetto con una nuova recensione e, se vi capita, fatevi una passeggiata ad Assisi (tanto il Calendimaggio è passato per fortuna, e non troverete insopportabili e improvvise chiusure di strade). Non ve ne pentirete.

AnonimoUnknown author, FAL, da Wikimedia Commons

«Francesco resta in una terra senza mappe. Una terra in cui la preghiera, invece di darti riparo, ti espone. Ogni parola che pronunci misura la distanza. Tu parli. Ascolti. Ripeti. E senti solo l'eco. E quell'eco, ripetuta per giorni, per settimane, diventa una domanda semplice e crudele: quanto riesci a restare davanti a un silenzio senza scappare? Quando Dio tace, emergono domande che erano state tenute sotto controllo. Non arrivano ordinate. Arrivano come ondate. [...] Non è Dio a sparire per primo. E' l'immagine che Francesco aveva costruito di sé a incrinarsi».

«Francesco non si sente santo, non si sente migliore e non si sente neppure "chiamato": si sente nudo. E proprio nella nudità scopre qualcosa che non aveva mai sperimentato prima: la libertà di non dover essere nessuno. Non un figlio esemplare. non un cittadino modello, né un credente perfetto. Solo un uomo che ha smesso di mentire».

«In questo, Francesco capisce una cosa importante: la fraternità non nasce da un'idea, nasce da una ferita attraversata. [...] In quel piccolo gruppo, Francesco non si sente superiore: si sente fratello».

«Non è più il figlio che deve dimostrare qualcosa, né l'uomo che corre da solo: è uno che cammina con altri. In quel camminare insieme, quasi senza volerlo, sta nascendo qualcosa che nessuno di loro aveva previsto: non un movimento di successo o un'idea brillante, ma una fraternità povera e libera».

«E' proprio in questo tempo in cui nessuno lo chiama, lo aspetta o lo riconosce, che Francesco diventa davvero se stesso. Non ancora come santo, ma come uomo che ha smesso di misurarsi con il mondo».

«Perché la sua non è la storia di un uomo che trova Dio, ma di un uomo che smette di usare Dio per salvarsi dall'umano. Non è l'epopea di un eroe, ma il percorso di un uomo che accetta la propria fragilità senza più vergognarsene; non è la cronaca di una vocazione chiara, ma di una ferita abitata fino in fondo. Ed è proprio in questa ferita, e non nella gloria, che nasce la sua verità più grande».

«Capisce allora, lentamente, che la libertà non consiste nell'assenza di legami, ma nel non possederli. E' restare senza controllare; accompagnare senza diventare padrone; farsi vicino senza trasformarsi in salvatore».

«La sua santità non risiede nell'aver fondato qualcosa di grande, ma nell'aver saputo lasciare andare ciò che aveva fondato. Sta nell'aver accettato di non essere il protagonista. La libertà più alta non è fare ciò che si vuole, ma lasciare ciò che si ama senza smettere di amarlo».

«Forse la forma più alta dell'amore è proprio questa: fare spazio, restare presenti e lasciare che Dio compia ciò che noi non possiamo controllare».

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