Buongiorno amici e bentornati sul blog! Oggi vi parlo di un racconto breve, letto in aereo (per scacciare la paura di volare) durante il mio recente viaggio a Malta.
Prima di partire, infatti, ho cercato in libreria un libriccino che fosse leggero e pratico da portare nello zaino perché mi conosco: porto sempre con me un romanzo durante i viaggi, ma alla fine nemmeno lo apro. Sono troppo presa dalla foga di esplorare posti nuovi e la sera arrivo in camera distrutta dalla stanchezza (seppur felice).
Ho, perciò, trovato "Il mio romanzo viola profumato" di Ian McEwan. La copertina "librosa" mi ispirava e anche la storia:
Trama: Fin da ragazzi Parker e Jocelyn hanno condiviso tutto: letture, progetti, ambizioni letterarie. Le alterne fortune degli esordi non hanno fatto che temprare un'amicizia apparentemente destinata a durare per sempre. Perfino oltre l'improvviso successo di Jocelyn e l'altrettanto rapido declino di Parker. Perfino nei mondi ormai irrimediabilmente antitetici delle loro mezze età: una famiglia numerosa, un lavoro da insegnante e pochi libri all'attivo, tutti dimenticati, in un caso; un matrimonio fallito, la fama, il bel mondo delle lettere, nell'altro. Perfino allora, drasticamente separati dalla vita, Parker e Jocelyn restano inseparabili, «una famiglia», come amano ripetersi. Fino al giorno in cui, nella splendida casa dell'amico, Parker trova il dattiloscritto del suo ultimo romanzo. Lo legge d'un fiato: è il migliore che Jocelyn abbia mai scritto, la porta di accesso alla posterità. Come resistere alla tentazione di diventare lui? Del resto che cosa significa essere io, essere lui? Secondo una prospettiva particolarmente cara ai romanzieri, ci ricorda McEwan nel saggio che compendia il volume, l'io non è che «un racconto incessantemente riscritto», la «storia che raccontiamo a noi stessi». Se la biografia si sdoppia, dunque - lo scrittore di successo versus l'everyman travolto dal quotidiano - anche il racconto che l'io ne fa si può sdoppiare, ed è cosi che fra le pagine di un unico profumato romanzo viola si può consumare il crimine perfetto.
ATTENZIONE: SPOILER!
La storia è narrata dal punto di vista di Parker che, con Jocelyn, ha veramente condiviso ogni cosa sin dall'adolescenza. Entrambi scrivono romanzi, ma mentre Jocelyn ha un successo esponenziale, Parker rimane indietro. Si dedica alla famiglia, soprattutto con la nascita di tre figli, uno a poca distanza dall'altro. Il lavoro da freelance non basta più e Parker inizia anche a insegnare in un liceo. Jocelyn, invece, è al terzo libro, mentre del suo primo era uscita la versione cinematografica. A detta di Parker, nonostante tutte queste differenze, la loro amicizia non ne risentiva, eppure il divario era evidente, in particolar modo nella ricchezza delle case e degli stili di vita.
Parker leggeva tutti i libri di Jocelyn, inviandogli lettere di elogi; Jocelyn diceva di leggere i libri di Parker, ma non gli dava mai un'opinione.
Giunti intorno ai cinquant'anni, mentre Jocelyn è una celebrità, Parker ha avuto una carriera letteraria fallimentare, pur avendo una bella famiglia. Eppure quel risentimento latente che Parker si sforza di non sottolineare, c'è e, non appena trova uno spiraglio, non esita ad emergere per attaccare in maniera spietata.
Jocelyn e sua moglie Joliet decidono di prendersi una vacanza e di partire per Orvieto: occorre una pausa proprio perché Jocelyn è alle prese con un nuovo romanzo, ma non trova ispirazione, non gli sembra all'altezza delle sue aspettative. A Parker viene affidato il compito di dar da mangiare al gatto e di curare le piante in loro assenza. E qui si consuma il "delitto". Parker trova il romanzo di Jocelyn sulla scrivania, trascorre intere ore a leggerlo e lo ritiene favoloso, quindi lo prende, lo fotocopia e lo riporta al suo posto, rimettendo tutto in ordine ed eliminando le impronte digitali (!).
Inizia qui la sua attività di falsario. Parker prende dei quaderni nuovi, ci scrive su le costruzioni della trama, le mille idee, retrodatando tutto. Sta producendo le prove per far sì che quel romanzo sia attribuito a lui.
Modifica poi i nomi dei personaggi, cambia la città in cui la storia è ambientata, effettua degli sfoltimenti, mentre lascia intonse alcune pagine. Crea un pastiche e lo dà alle stampe dopo qualche mese, affidandolo a una casa editrice a pagamento che è rapidissima. Parker invia anche una copia di quel volumetto dalla copertina viola a Jocelyn sicuro che, come sempre, nemmeno la leggerà.
Dopo due anni, Jocelyn stampa la sua versione, che ha il consueto successo. Parker, allora, mette in atto il piano: invia la copia del suo romanzo a un noto critico, chiedendogli se gli ricordasse il romanzo a firma di un altro autore uscito, però, pochi mesi prima. Si scatena il putiferio. La gloria di Jocelyn, d'un tratto, cola a picco, in favore di Parker, il cui libro va a ruba.
I due proseguono a sentirsi, ma Parker mantiene il distacco. Un distacco risentito, come se quello ferito fosse stato lui. Parker ricorda persino a Jocelyn di avergli inviato una copia... quella copia che, come sempre, non era mai stata nemmeno sfogliata. Infine, Parker concede una sola intervista, ma tanto basta: al giornalista mostra tutti i suoi quaderni e l'apparente incessante lavoro che lo aveva condotto al successo letterario.
La tendenza si inverte: Jocelyn inizia ad essere evitato, mentre Parker comincia la sua ascesa. Con il denaro guadagnato, si compra una villa, quella che aveva sempre invidiato a Jocelyn e che quest'ultimo è costretto a vendere.
Nonostante il distacco iniziale, i due proseguono a vedersi. Parker sostiene di aver perdonato Jocelyn per quell'episodio (!) e Jocelyn si convince che il tutto sia stato dovuto al fatto che, avendo sempre condiviso ogni cosa, si sono ritrovati infine a scrivere un'opera simile.
Quello firmato da McEwan è un racconto paradossale, che fa però riflettere molto. Quante volte dietro l'apparente amicizia si nascondono sentimenti contrastanti, negativi? Quante volte dietro quella che, comunemente, si definisce "invidia buona", c'è semplicemente invidia? Perché l'invidia, cari lettori, per definizione non può essere buona.
Ho imparato a stare alla larga da chi dice di invidiarmi in maniera bonaria. E non mi sono mai sbagliata.
Ci sono persone che, nella loro mediocrità, invidiano chi si è impegnato e con quell'impegno ha costruito la propria vita. Quelle stesse persone, se solo ne avessero l'occasione, distruggerebbero l'esistenza del presunto amico. Si tratta solo di un dato di fatto, proprio come Parker che compie ogni sua azione programmandola, creando persino prove per essere creduto.
Nella mente di Jocelyn non è mai passato, nemmeno per un istante, il pensiero che, in sua assenza, Parker abbia potuto appropriarsi del manoscritto. Jocelyn era in buona fede, al contrario di Parker.
Voi direte che anche Jocelyn aveva il difetto di non curarsi l'amico, evitando di leggere i suoi romanzi. Benissimo, ma avrebbero potuto chiarirsi dopo tantianni. Vogliamo, però, paragonare questo all'accumulo di risentimento per tutto ciò che Jocelyn possedeva e che Parker non aveva mai ottenuto?
McEwan ha creato una mente malvagia e, purtroppo, assolutamente verosimile.
L'amicizia è bella, ma è rarissima, più rara del vero amore. Attenzione a chi si professa amico e, invece, si rivela essere un parassita. Potrebbe appropriarsi del vostro progetto, plasmarlo a suo piacimento, sparlare di voi con il mondo intero e dire che tutto ha avuto origine nella sua testa. A me è capitato. So cosa significhi, ma credo anche che la verità, pur procedendo più lentamente della menzogna, giunga sempre a destinazione, facendo crollare interi e immensi castelli di carte.
Consiglio assolutamente la lettura di "Il mio romanzo viola profumato".
Il libriccino contiene anche un altro racconto, "L'io", dal tono eccessivamente filosofico e ingarbugliato per i miei gusti, tanto da non essere riuscita nemmeno a terminarlo.
Vi lascio con un piccolo estratto e vi aspetto alla prossima recensione!
«Tornato nella stanza degli ospiti, estrassi dalla cartella un mio quaderno vuoto - me ne regalano sempre, a Natale - e mi misi a lavorare indefessamente. Cominciai a inventare lunghissime annotazioni per la stesura del romanzo che avevo appena finito di leggere. Il primo appunto lo feci risalire a una data di due anni prima. Mi allontanai deliberatamente dal soggetto diverse volte, seguendo le tracce di idee inconcludenti, ma solo per tornare sempre alla linea narrativa centrale. Scrissi a precipizio per tre giorni, completando due quaderni, ideando svariate scene. Escogitai nomi nuovi per i personaggi, modificai alcuni aspetti del loro passato, dell'ambiente che li circondava, di certi loro dettagli somatici. [...] Lavoravo sodo e cominciavo a sentirmi sinceramente creativo. In fondo, quello sarebbe stato il mio romanzo non meno del suo».









