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martedì 3 novembre 2026

Recensione di "Il mio romanzo viola profumato" di Ian McEwan

Buongiorno amici e bentornati sul blog! Oggi vi parlo di un racconto breve, letto in aereo (per scacciare la paura di volare) durante il mio recente viaggio a Malta.

Prima di partire, infatti, ho cercato in libreria un libriccino che fosse leggero e pratico da portare nello zaino perché mi conosco: porto sempre con me un romanzo durante i viaggi, ma alla fine nemmeno lo apro. Sono troppo presa dalla foga di esplorare posti nuovi e la sera arrivo in camera distrutta dalla stanchezza (seppur felice).

Ho, perciò, trovato "Il mio romanzo viola profumato" di Ian McEwan. La copertina "librosa" mi ispirava e anche la storia:


Trama: Fin da ragazzi Parker e Jocelyn hanno condiviso tutto: letture, progetti, ambizioni letterarie. Le alterne fortune degli esordi non hanno fatto che temprare un'amicizia apparentemente destinata a durare per sempre. Perfino oltre l'improvviso successo di Jocelyn e l'altrettanto rapido declino di Parker. Perfino nei mondi ormai irrimediabilmente antitetici delle loro mezze età: una famiglia numerosa, un lavoro da insegnante e pochi libri all'attivo, tutti dimenticati, in un caso; un matrimonio fallito, la fama, il bel mondo delle lettere, nell'altro. Perfino allora, drasticamente separati dalla vita, Parker e Jocelyn restano inseparabili, «una famiglia», come amano ripetersi. Fino al giorno in cui, nella splendida casa dell'amico, Parker trova il dattiloscritto del suo ultimo romanzo. Lo legge d'un fiato: è il migliore che Jocelyn abbia mai scritto, la porta di accesso alla posterità. Come resistere alla tentazione di diventare lui? Del resto che cosa significa essere io, essere lui? Secondo una prospettiva particolarmente cara ai romanzieri, ci ricorda McEwan nel saggio che compendia il volume, l'io non è che «un racconto incessantemente riscritto», la «storia che raccontiamo a noi stessi». Se la biografia si sdoppia, dunque - lo scrittore di successo versus l'everyman travolto dal quotidiano - anche il racconto che l'io ne fa si può sdoppiare, ed è cosi che fra le pagine di un unico profumato romanzo viola si può consumare il crimine perfetto.

ATTENZIONE: SPOILER!

La storia è narrata dal punto di vista di Parker che, con Jocelyn, ha veramente condiviso ogni cosa sin dall'adolescenza. Entrambi scrivono romanzi, ma mentre Jocelyn ha un successo esponenziale, Parker rimane indietro. Si dedica alla famiglia, soprattutto con la nascita di tre figli, uno a poca distanza dall'altro. Il lavoro da freelance non basta più e Parker inizia anche a insegnare in un liceo. Jocelyn, invece, è al terzo libro, mentre del suo primo era uscita la versione cinematografica. A detta di Parker, nonostante tutte queste differenze, la loro amicizia non ne risentiva, eppure il divario era evidente, in particolar modo nella ricchezza delle case e degli stili di vita.
Parker leggeva tutti i libri di Jocelyn, inviandogli lettere di elogi; Jocelyn diceva di leggere i libri di Parker, ma non gli dava mai un'opinione.
Giunti intorno ai cinquant'anni, mentre Jocelyn è una celebrità, Parker ha avuto una carriera letteraria fallimentare, pur avendo una bella famiglia. Eppure quel risentimento latente che Parker si sforza di non sottolineare, c'è e, non appena trova uno spiraglio, non esita ad emergere per attaccare in maniera spietata.
Jocelyn e sua moglie Joliet decidono di prendersi una vacanza e di partire per Orvieto: occorre una pausa proprio perché Jocelyn è alle prese con un nuovo romanzo, ma non trova ispirazione, non gli sembra all'altezza delle sue aspettative. A Parker viene affidato il compito di dar da mangiare al gatto e di curare le piante in loro assenza. E qui si consuma il "delitto". Parker trova il romanzo di Jocelyn sulla scrivania, trascorre intere ore a leggerlo e lo ritiene favoloso, quindi lo prende, lo fotocopia e lo riporta al suo posto, rimettendo tutto in ordine ed eliminando le impronte digitali (!).
Inizia qui la sua attività di falsario. Parker prende dei quaderni nuovi, ci scrive su le costruzioni della trama, le mille idee, retrodatando tutto. Sta producendo le prove per far sì che quel romanzo sia attribuito a lui.
Modifica poi i nomi dei personaggi, cambia la città in cui la storia è ambientata, effettua degli sfoltimenti, mentre lascia intonse alcune pagine. Crea un pastiche e lo dà alle stampe dopo qualche mese, affidandolo a una casa editrice a pagamento che è rapidissima. Parker invia anche una copia di quel volumetto dalla copertina viola a Jocelyn sicuro che, come sempre, nemmeno la leggerà.
Dopo due anni, Jocelyn stampa la sua versione, che ha il consueto successo. Parker, allora, mette in atto il piano: invia la copia del suo romanzo a un noto critico, chiedendogli se gli ricordasse il romanzo a firma di un altro autore uscito, però, pochi mesi prima. Si scatena il putiferio. La gloria di Jocelyn, d'un tratto, cola a picco, in favore di Parker, il cui libro va a ruba.
I due proseguono a sentirsi, ma Parker mantiene il distacco. Un distacco risentito, come se quello ferito fosse stato lui. Parker ricorda persino a Jocelyn di avergli inviato una copia... quella copia che, come sempre, non era mai stata nemmeno sfogliata. Infine, Parker concede una sola intervista, ma tanto basta: al giornalista mostra tutti i suoi quaderni e l'apparente incessante lavoro che lo aveva condotto al successo letterario.
La tendenza si inverte: Jocelyn inizia ad essere evitato, mentre Parker comincia la sua ascesa. Con il denaro guadagnato, si compra una villa, quella che aveva sempre invidiato a Jocelyn e che quest'ultimo è costretto a vendere.
Nonostante il distacco iniziale, i due proseguono a vedersi. Parker sostiene di aver perdonato Jocelyn per quell'episodio (!) e Jocelyn si convince che il tutto sia stato dovuto al fatto che, avendo sempre condiviso ogni cosa, si sono ritrovati infine a scrivere un'opera simile.

Foto di Peter H da Pixabay

Quello firmato da McEwan è un racconto paradossale, che fa però riflettere molto. Quante volte dietro l'apparente amicizia si nascondono sentimenti contrastanti, negativi? Quante volte dietro quella che, comunemente, si definisce "invidia buona", c'è semplicemente invidia? Perché l'invidia, cari lettori, per definizione non può essere buona.
Ho imparato a stare alla larga da chi dice di invidiarmi in maniera bonaria. E non mi sono mai sbagliata.
Ci sono persone che, nella loro mediocrità, invidiano chi si è impegnato e con quell'impegno ha costruito la propria vita. Quelle stesse persone, se solo ne avessero l'occasione, distruggerebbero l'esistenza del presunto amico. Si tratta solo di un dato di fatto, proprio come Parker che compie ogni sua azione programmandola, creando persino prove per essere creduto.
Nella mente di Jocelyn non è mai passato, nemmeno per un istante, il pensiero che, in sua assenza, Parker abbia potuto appropriarsi del manoscritto. Jocelyn era in buona fede, al contrario di Parker.
Voi direte che anche Jocelyn aveva il difetto di non curarsi l'amico, evitando di leggere i suoi romanzi. Benissimo, ma avrebbero potuto chiarirsi dopo tantianni. Vogliamo, però, paragonare questo all'accumulo di risentimento per tutto ciò che Jocelyn possedeva e che Parker non aveva mai ottenuto?
McEwan ha creato una mente malvagia e, purtroppo, assolutamente verosimile.
L'amicizia è bella, ma è rarissima, più rara del vero amore. Attenzione a chi si professa amico e, invece, si rivela essere un parassita. Potrebbe appropriarsi del vostro progetto, plasmarlo a suo piacimento, sparlare di voi con il mondo intero e dire che tutto ha avuto origine nella sua testa. A me è capitato. So cosa significhi, ma credo anche che la verità, pur procedendo più lentamente della menzogna, giunga sempre a destinazione, facendo crollare interi e immensi castelli di carte.

Consiglio assolutamente la lettura di "Il mio romanzo viola profumato".
Il libriccino contiene anche un altro racconto, "L'io", dal tono eccessivamente filosofico e ingarbugliato per i miei gusti, tanto da non essere riuscita nemmeno a terminarlo.

Vi lascio con un piccolo estratto e vi aspetto alla prossima recensione!

«Tornato nella stanza degli ospiti, estrassi dalla cartella un mio quaderno vuoto - me ne regalano sempre, a Natale - e mi misi a lavorare indefessamente. Cominciai a inventare lunghissime annotazioni per la stesura del romanzo che avevo appena finito di leggere. Il primo appunto lo feci risalire a una data di due anni prima. Mi allontanai deliberatamente dal soggetto diverse volte, seguendo le tracce di idee inconcludenti, ma solo per tornare sempre alla linea narrativa centrale. Scrissi a precipizio per tre giorni, completando due quaderni, ideando svariate scene. Escogitai nomi nuovi per i personaggi, modificai alcuni aspetti del loro passato, dell'ambiente che li circondava, di certi loro dettagli somatici. [...] Lavoravo sodo e cominciavo a sentirmi sinceramente creativo. In fondo, quello sarebbe stato il mio romanzo non meno del suo».

mercoledì 28 ottobre 2026

Recensione di "Morte di un cardinale" di Paolo Regina

Buonasera amici e bentornati sul blog! Tra una tazza di té caldo e una copertina sulle gambe (non so voi, ma sento terribilmente freddo tra le mura domestiche), un buon libro è la giusta compagnia.

Cosa ho terminato di leggere? Un genere che non è propriamente il mio, eppure questo libro mi è piaciuto molto. Si tratta di "Morte di un cardinale" di Paolo Regina.


Trama: Un uomo cammina velocemente sulle sponde del Po. Ha le mani insanguinate. A un certo punto si ferma e lancia una rivoltella nel fiume, dove le acque sono più profonde. Poi si mette a correre. Poco più indietro, sotto i piloni del pontile, c’è un altro uomo con il foro di un proiettile sulla fronte. È il cardinale di Ferrara. Gaetano De Nittis, brillante capitano della Guardia di Finanza, il Corpo più “odiato” d’Italia, si trova a indagare su questa morte eccellente. Il caso lo trascina nelle sabbie mobili degli interessi dei notabili della città, tra intrighi di palazzo, giochi di potere e grossi accordi economici. De Nittis, con la colonna sonora del blues del suo idolo B.B. King, inizia così un’altra indagine “ufficiosa” nel tentativo di scagionare da un’accusa di omicidio un giornalista innocente. Il capitano dovrà fare anche i conti con un misterioso falsario di banconote e con un delitto irrisolto di venti anni prima. Il tutto mentre Rosa, la giovane donna che ama, si trova inaspettatamente faccia a faccia con il suo doloroso passato. Con il suo secondo romanzo Paolo Regina si conferma un giallista originale e ispirato, inventore di un protagonista indimenticabile che si muove in una città di provincia descritta magnificamente, con le sue contraddizioni, le invidie, le maldicenze, l’umanità e la cultura locale che resiste alle trasformazioni urbane.

La prima domanda è: come sono arrivata a questo libro. L'ho acquistato, insieme al romanzo di Nicholas Barreau, nell'ambito di una promozione La Feltrinelli. Mi aveva ispirato il busto reliquiario in copertina.
Ho iniziato a leggerlo in maniera un po' scettica, perché mi conosco e so che un certo genere di storie non mi appassiona più di tanto. E invece mi sono ricreduta. "Morte di un cardinale" scorre incredibilmente bene, con un ritmo incalzante e il capitano della Guardia di Finanza, Gaetano De Nittis, è un personaggio particolare: di origine pugliese, solitario, ma anche ironico, puntiglioso, a volte buffo (in sella alla sua Bianchi per le vie di Ferrara) e ficcanaso con un cuore gentile. In poche parole, mi è molto simpatico (non me ne vorranno gli amici dell'Arma).
Qual è l'oggetto dell'indagine di De Nittis? Ufficialmente una serie di banconote false che circolano improvvisamente tra alcuni commercianti di Ferrara; ufficiosamente, invece, l'omicidio del cardinal Previati sulle rive del Po che ha visto coinvolto il suo innocente amico giornalista, Bonfatti.
L'alto prelato è stato ucciso a sangue freddo, con un colpo di pistola esploso dal basso in alto. Caso ha voluto che il giornalista dovesse proprio incontrarsi con il cardinale, ma che non ci abbia mai parlato. Giunto lì, infatti, Bonfatti vede l'uomo in una pozza di sangue, tocca la pistola, poi la getta in acqua e si nasconde notando due soggetti poco raccomandabili accanto alla sua macchina. E Bonfatti, infine, si reca da De Nittis a confessare l'accaduto.


Accadrà anche che Bonfatti, su consiglio di Gaetano, si rechi dai Carabinieri e che il capitano Cuviello (storico antagonista di De Nittis), senza svolgere approfondimenti particolari, lo arresti, considerandolo unico responsabile.
De Nittis è certo che il giornalista sia innocente e il solo modo per scagionarlo sembra essere quello di svolgere indagini parallele a quelle dell'Arma, fingendo che Finanza e Carabinieri stiano collaborando.
Dietro la morte di Previati, si cela una realtà complessa, che affonda le proprie radici in un segreto, custodito da un altro sacerdote, risalente a molti anni prima. Un segreto che, se fosse rivelato, getterebbe fango sulla Chiesa di Ferrara. Intanto, Rosa, la fidanzata di De Nittis, si è chiusa in un silenzio atipico... ma il capitano ancora non sa che è perseguitata dal suo precedente amore (sposato) che non ha intenzione di lasciarla libera.

Se amate le indagini, i gialli non troppo cruenti (direi per niente) e cercate un protagonista eccezionale, "Morte di un cardinale" fa al caso vostro. Assolutamente consigliato!
Piccola aggiunta finale: Paolo Regina ha scritto altri tre romanzi che riguardano le avventure del capitano De Nittis, ovvero "Morte di un antiquario", "Da quanto tempo non piangi, capitano De Nittis?" e "Promemoria per il diavolo".

Vi lascio con un breve estratto e vi aspetto al prossimo romanzo!


«Niente ha più senso. I giorni della settimana sul calendario, l'avvicendarsi delle stagioni, non hanno alcun significato. Scorrono come titoli di coda. Allora chiudi. Chiudi le porte a tutto. [...] Finché un giorno ti svegli e ti guardi allo specchio. L'immagine è cambiata, perché l'esistenza, in fondo, è prepotente, testarda, non sente ragioni. Devi continuare a vivere, perché fai parte di un progetto che non si ferma con te, povero, insignificante essere umano. E allora comprendi che devi rimetterti in cammino. Ma hai bisogno di un luogo protetto, un rifugio in cui ogni sera potrai toglierti i tuoi indumenti da palcoscenico e tutte le maschere che, andando per il mondo, indosserai. Un luogo lontano, dove non ci sono memorie, e dove forse, un giorno, potrai dimenticare chi eri e diventare chi sarai. Una tana dove rinascere e dare luce a quella promessa di vita che è rimasta nascosta dentro di te, nonostante tutto. Allora te ne vai. In altre città dello spazio e dello spirito, in cui potrai bastare a te stessa e curare con il balsamo del tempo tutte le tue ferite. Perché, in fondo, il cuore è saggio, molto più di te, e sa perfettamente quando tornare a pulsare. E tu, alla fine, potrai arrenderti. E concederti, forse, ancora un po' d'amore».

domenica 20 settembre 2026

Recensione di "Tornare al Cairo" di Denise Pardo

Buonasera a tutti, amici, e bentornati tra le pagine virtuali di Sàkomar World!

Oggi vi porto al Cairo, tra le atmosfere esotiche e misteriose che tanto hanno affascinato gli occidentali, suscitando passioni tali da condurre, purtroppo, anche all'indiscriminato saccheggio delle antichità.


Trama: Millenovecentoquaranta. A Kate Lambert bastano pochi giorni al Cairo per innamorarsene perdutamente. Si è lasciata alle spalle una Londra plumbea su cui già soffiano i venti della nuova guerra. La capitale egiziana è luminosa, rifulge perfino di notte del chiarore del deserto, una babele di odori, cibi, lingue, religioni che non conosce barriere né diffidenza, solo accoglienza e curiosità. A un primo sguardo, Kate è come molte donne inglesi, gli occhi azzurri, i capelli dorati, i lineamenti fini. La sua fame di vita però la rende diversa. I luoghi prediletti dalla comunità cosmopolita, come il Shepheard’s Hotel e la Pasticceria Groppi, sono magnifici, ma lei preferisce perdersi nei vicoli polverosi, respirare il profumo di gelsomino e di legno di Agar, camminare lungo la Corniche del Nilo. Crede nella libertà dei suoi vent’anni che si spalancano davanti a lei come una promessa. Fino all’incontro con Hafez. Di lui non sa nulla se non ciò che vede, gli abiti occidentali, l’accento di Oxford, anche se percepisce qualcosa di sfuggente e misterioso. Non sa ancora che Hafez ha un profondo legame con Gamal Abd el-Nasser, quel Nasser che trama insieme a un gruppo di ufficiali per rovesciare re Farouk e restituire l’Egitto agli egiziani. Che fomenta il sentimento antibriannico e l’antisemitismo dilaganti per sancire la fine del colonialismo e il nuovo corso del Levante. L’amore tra Kate e Hafez è un terremoto che li trova impreparati e li distoglie dal loro destino. Da Londra al Cairo, da Alessandria a Beirut, arriverà il tempo della scelta fra la loro unione o l’Idea più grande che potrebbe distruggerla.

Panoramica di Il Cairo (foto di Cristina Cumbo, luglio 2025)

Ho acquistato il romanzo di Denise Pardo qualche mese dopo essere tornata dal mio primo viaggio in Egitto, un paese in cui desideravo andare sin da quando ero bambina. Innamorata da sempre delle piramidi, delle tombe dipinte, dei geroglifici (che imparai a leggere da autodidatta), recarmi tra le sabbie d'Egitto è stato come tornare in un posto familiare, pur non avendoci mai messo piede: Il Cairo con le sue strade affollate, le moschee, le mercanzie esposte in ogni modo a Khan el-Khalili, Saqqara e la piana di Giza dominata dalle piramidi; Luxor, con i maestosi templi e la Valle dei Re e delle Regine, il Nilo enorme e regale, gli edifici che richiamano la presenza britannica; Hurghada, dalle spiagge infinite e il mare cristallino (unico inconveniente: per non rompersi una gamba, è opportuno fare attenzione agli scogli).
Con tanta meraviglia negli occhi e nel cuore, sulla scia del collega archeologo Howard Carter, me ne sono tornata a Roma con un volo mattutino e la voglia di riprendere l'aereo, esplorare altri posti, fare tappa ad Alessandria, Philae, Abu Simbel, Assuan, Siwa, Santa Caterina sul Monte Sinai...
Ebbene, potrei continuare a parlarne per ore senza stancarmi mai perché le passioni non si spengono così facilmente, ma torniamo al libro.

Questa è la storia di Kate Lambert, figlia di James Lambert, al seguito dell'ambasciatore britannico in Egitto. Kate si trasferisce a vivere con suo padre al Cairo, dove frequenta le scuole e dove, interessandosi di politica e amando una cultura tanto diversa dalla sua, si inserisce rapidamente all'interno della società medio-borghese, composta da persone di provenienza e confessione religiosa diverse che convivono tra loro: ebrei, musulmani, copti. Il Cairo è un intreccio di culture che, da subito, affascina Kate insieme ad alcuni luoghi particolari, come la Corniche lungo il Nilo. Tuttavia, sono gli anni Quaranta del Novecento e i venti di guerra si respirano anche in quella parte di Mediterraneo. L'Egitto non è esente dagli influssi politici. Nasser, sostenuto dai suoi, sta cercando di prendere il potere.
In questo clima così variopinto, Kate conosce Hafez, egiziano, di buona famiglia, alle cui spalle ci sono studi condotti in Occidente. Il loro rapporto è magnetico, passionale da entrambe le parti, eppure ostacolato dai rispettivi mondi di provenienza. Sembra un controsenso, ma non lo è: nonostante Il Cairo sia così eterogeneo, gli egiziani stanno maturando un sentimento antibritannico e una unione come quella di Kate e Hafez, peraltro molto vicino a Nasser, non è ben visto.
I due si avvicineranno e separeranno molte volte, finché il destino avrà l'ultima parola.

Il Cairo, nelle vicinanze di Khan el-Khalili (foto di Cristina Cumbo, luglio 2025)

Ho amato "Tornare al Cairo", ma a tratti ne avrei anche abbandonato la lettura. Lo ritengo un romanzo controverso, tanto quanto l'amore tra Kate e Hafez. Se da un lato l'Egitto viene dipinto, attraverso gli occhi di Kate, come un luogo affascinante, caratterizzato da un particolare magnetismo, multiculturale, eppure legato alle radici di antiche civiltà, ovvero un luogo di cui si avverte una profonda nostalgia quando si è distanti, dall'altro lato la narrazione si fa molto pesante quando (frequentemente) vengono descritti minuziosamente tutti i passaggi politici che hanno portato alla deposizione di re Farouk e alla presa di potere di Nasser.
Logicamente, è ammirevole quanto Denise Pardo si sia documentata, studiando il contesto storico in cui ambientare la narrazione, ma avrei preferito ci fosse un po' meno approfondimento politico e più descrizione degli ambienti in cui si muoveva Kate. A volte, si ha l'impressione che Kate sia migrata da una ricca casa all'altra, occupandosi solo e soltanto di intessere relazioni sociali, quando invece sono sicura (me la sono immaginata) passeggiare per le vie del Cairo, ammirandone i colori, ascoltando il vociare della popolazione, il canto dell'imam dalla moschea, osservando la coesistenza dell'architettura umile, rurale, con quella di stampo britannico, coloniale.
Avrei preferito, quindi, non solo che si descrivessero le occasioni di incontri, di chiacchiere più o meno serie tra donne, infarcite di caffè turco, di deliziosi dolci e di serate nei palazzi, nonché di amicizie che improvvisamente si trasformano in rapporti da cui stare alla larga, in parole non dette o pronunciate con cautela (un clima di spionaggio), ma più vita quotidiana, più semplicità oltre ai grandi temi religiosi e identitari.
E forse sarò romantica io, ma ho detestato Hafez con tutta me stessa. Non per il suo coinvolgimento negli affari politici (è un uomo del suo tempo, che difende la propria identità culturale seriamente minacciata e già ampiamente compromessa dal colonialismo), ma per il suo profondo egoismo sentimentale.
Mentre Kate è talmente presa da lui da lasciare addirittura il marito (peraltro, sposato per dimenticarlo), Hafez non rinuncia a nulla. Pretende che sia lei a cambiare, lei a sopportare di essere un'amante e non una moglie, fino a giungere alla richiesta estrema di nascondersi dietro un finto aspetto medio orientale, senza neppure apprezzare la figlia avuta (se fosse stato un maschio, il discorso sarebbe stato diverso). Non è certamente un amore semplice, scontato, banale. Kate rappresenta la Gran Bretagna del colonialismo; Hafez, l'Egitto sottomesso, colonizzato, che alza la testa e reagisce. Ma quanta sofferenza si avverte in questo rapporto, quasi sempre unilaterale, in cui alla fine prevalgono gli ostacoli...

La piana di Giza e le piramidi viste dal ristorante di un albergo (foto di Cristina Cumbo, luglio 2025)

Consiglio questo libro? Sì, a patto che lo si legga senza aspettarsi che sia un romanzo leggero. Vi verrà sicuramente voglia di andarvi a documentare meglio sulle varie dinamiche politiche egiziane e, successivamente, di organizzare un viaggio in Egitto. E qui vi posso dire: spendeteli bene quei soldi. Andate a visitarlo, non ve ne pentirete.

«A volte sono le cose profondamente sbagliate a farci perdere la testa».

«A pensarci bene, il loro amore è il simbolo di quello che a Kate è subito piaciuto in modo incondizionato. Il Cairo che avvicina, condivide e unisce, Il Cairo dell'inclusione pacifica».

«Quando dovrai fare una scelta vitale, spera che sia l'epoca in cui nascono i narcisi. Portano bene e sono un esempio di energia positiva. Pensa quanta ne devono avere per spaccare la terra dura e ricordare che arriva il sole».

«Kate chiuse gli occhi per un attimo per assaporare il caldo della sera, i profumi dei gelsomini e del frangipane. Quanto aveva sognato le notti del Cairo, la luna sulle Piramidi e il canto degli animali notturni. Qualunque cosa stesse per accadere, era tornata dove voleva stare».

p.s. è assolutamente vietato riutilizzare le mie foto, senza prima avermi chiesto il permesso e aver inserito il link al presente post.
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