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lunedì 27 luglio 2026

Recensione di "L'eresia di Francesco" di Cosimo Schena

Buonasera amici e bentornati sul blog! Da giorni desideravo dedicarmi alla scrittura di questa nuova recensione e mi sono ritrovata immersa in una serie di impegni da cui non sono riuscita a uscire.

Stasera vi porto a conoscere il libro di don Cosimo Schena, sacerdote, psicologo e psicoterapeuta, dedicato al Poverello d'Assisi: "L'eresia di Francesco. Storia di un santo che divenne uomo fino in fondo".


Descrizione: Sei cresciuto anche tu con l’immagine di un san Francesco impeccabile, già santo, già “altro” rispetto a noi. Poi cresci, e scopri che la santità non è una scorciatoia, ma una fatica che passa dalla carne, dalle contraddizioni, dalle domande senza risposta. Ed è esattamente da lì che passa anche la storia di Francesco. Questo libro prova a restituire Francesco alla sua umanità, liberandolo da una santità levigata e irraggiungibile. Non il santo da calendario o da citazione motivazionale, ma un uomo vero, ferito, inquieto, affamato di senso, di amore, di riconoscimento. Un uomo che non nasce santo, ma che impara lentamente a stare dentro la propria vita, senza sconti. Ne scaturisce il ritratto di un Francesco credibile e vicino, in cui ogni lettore può rispecchiarsi profondamente.

L'ho forse ripetuto più volte su questo blog: sono molto legata alla figura di San Francesco d'Assisi, sin da quando ero bambina. Sono stata più volte nella sua cittadina, l'ho amata tanto e l'ho apprezzata un po' meno per altri versi, ma ci tornerei sempre a perdermi tra le stradine in salita (o discesa), le distese di ulivi, la pace e la tranquillità che regnano la sera quando si accendono le luci della basilica.

Nel suo libro, Cosimo Schena presenta San Francesco d'Assisi sotto un'ottica diversa: non si tratta del santo che tutti conosciamo, ma dell'uomo che era prima della rinuncia e dopo, quando tutto sembrava perduto. Francesco dà un taglio netto all'esistenza in cui non si trovava a suo agio; un'esistenza voluta più dal padre e dal suo status sociale che da lui stesso. Francesco, fino al celebre episodio della spoliazione in piazza, era un ragazzo che seguiva le decisioni altrui, compiacendo la propria famiglia, pur sentendosi irrequieto, in cerca di qualcosa. A un certo punto, Francesco si rende conto che quel ruolo non gli appartiene e chiude con quella realtà, pur soffrendone. Significava mettersi contro le persone che aveva conosciuto, il padre, i parenti. E significava, soprattutto, essere considerato un pazzo.

Tutti lo scansano, lo isolano. Francesco, prima contornato da tantissime persone, si ritrova da solo e la solitudine spiazza. Francesco è solo con se stesso e i propri pensieri, finché impara ad accettare questa nuova condizione. Persino la fede vacilla. Non sente la voce di Dio che lo consiglia, ma percepisce infine la sua silenziosa presenza. Dio non se ne va, anche se non si manifesta in maniera eclatante.

E proprio quando ha imparato a adattarsi, Francesco si ritrova nuovamente in compagnia di coloro che, ammirandone il modello, vogliono seguirlo. Francesco, però, non vuole essere una celebrità, non vuole essere capo di nessun movimento e, in un certo senso, si ritrova ad essere comunque responsabile per altre persone. Impara ancora qualcosa prima che tutto cambi ancora: la condivisione fraterna. Un nutrito gruppo di seguaci vuole stare con lui e costruire con lui il suo sogno. I Frati Minori nascono così, ma di nuovo Francesco, che ne è il fondatore, sente la necessità di farsi da parte. Ormai l'ordine è diventato una realtà ecclesiale e, come tale, deve seguire specifiche regole della Chiesa. Francesco, invece, non intende abbandonare le sue alleate di sempre, la semplicità e la povertà, mentre il Vangelo è stato e sempre sarà la sua unica guida.

Assisi, Basilica di San Francesco (foto di Cristina Cumbo, maggio 2026)

Giovanni, detto Francesco perché "figlio della donna francese", diventerà poi santo, addirittura patrono d'Italia. Da quel gesto di "ribellione", di libertà, nascerà una delle famiglie più grandi: quella dei Francescani, divisa poi nell'ordine maschile dei Frati Minori Conventuali, Frati Minori Osservanti e Frati Cappuccini, nell'ordine monastico femminile delle Clarisse e Concezioniste e, infine, nell'Ordine Francescano Secolare (composto da laici). Ma Francesco non aveva la più pallida idea di chi sarebbe diventato, men che meno fondatore di un ordine e santo, nonché l'alter Christus con tanto di stimmate e ferita al costato.

Cosimo Schena descrive, quindi, un Francesco più umano, pieno di paure, dolori, pensieri che lo tormentano. Perché "da un grande potere derivano grandi responsabilità" (cit. Spider-Man) e Francesco ha avuto il potere di cambiare le cose.

Ho apprezzato molto quest'ottica differente, e non solo storica, su San Francesco d'Assisi. Don Cosimo Schena, applicando la sua formazione, è riuscito a penetrare nell'animo di un personaggio amato ancora da tantissime persone, credenti e non, forse proprio perché così vicino a noi "comuni mortali" che molto spesso ci sentiamo sbagliati e mai all'altezza delle aspettative altrui: non un super uomo, ma una persona con le sue debolezze che, seguendo i suoi principi e ciò che il suo cuore dettava, è divenuto infine santo.

Unica osservazione negativa: il libro, pur essendo scritto con parole semplici e in tono divulgativo, molto spesso è ripetitivo di tanti concetti, a volte detti quasi nello stesso modo a distanza di poche pagine. Probabilmente si tratta di una mia deformazione da accanita lettrice e da studiosa, ma è una caratteristica che mi ha più volte infastidita. Un libro di questo calibro meritava, forse, una revisione più dettagliata e una più attenta cura della sintassi.

Vi aspetto con una nuova recensione e, se vi capita, fatevi una passeggiata ad Assisi (tanto il Calendimaggio è passato per fortuna, e non troverete insopportabili e improvvise chiusure di strade). Non ve ne pentirete.

AnonimoUnknown author, FAL, da Wikimedia Commons

«Francesco resta in una terra senza mappe. Una terra in cui la preghiera, invece di darti riparo, ti espone. Ogni parola che pronunci misura la distanza. Tu parli. Ascolti. Ripeti. E senti solo l'eco. E quell'eco, ripetuta per giorni, per settimane, diventa una domanda semplice e crudele: quanto riesci a restare davanti a un silenzio senza scappare? Quando Dio tace, emergono domande che erano state tenute sotto controllo. Non arrivano ordinate. Arrivano come ondate. [...] Non è Dio a sparire per primo. E' l'immagine che Francesco aveva costruito di sé a incrinarsi».

«Francesco non si sente santo, non si sente migliore e non si sente neppure "chiamato": si sente nudo. E proprio nella nudità scopre qualcosa che non aveva mai sperimentato prima: la libertà di non dover essere nessuno. Non un figlio esemplare. non un cittadino modello, né un credente perfetto. Solo un uomo che ha smesso di mentire».

«In questo, Francesco capisce una cosa importante: la fraternità non nasce da un'idea, nasce da una ferita attraversata. [...] In quel piccolo gruppo, Francesco non si sente superiore: si sente fratello».

«Non è più il figlio che deve dimostrare qualcosa, né l'uomo che corre da solo: è uno che cammina con altri. In quel camminare insieme, quasi senza volerlo, sta nascendo qualcosa che nessuno di loro aveva previsto: non un movimento di successo o un'idea brillante, ma una fraternità povera e libera».

«E' proprio in questo tempo in cui nessuno lo chiama, lo aspetta o lo riconosce, che Francesco diventa davvero se stesso. Non ancora come santo, ma come uomo che ha smesso di misurarsi con il mondo».

«Perché la sua non è la storia di un uomo che trova Dio, ma di un uomo che smette di usare Dio per salvarsi dall'umano. Non è l'epopea di un eroe, ma il percorso di un uomo che accetta la propria fragilità senza più vergognarsene; non è la cronaca di una vocazione chiara, ma di una ferita abitata fino in fondo. Ed è proprio in questa ferita, e non nella gloria, che nasce la sua verità più grande».

«Capisce allora, lentamente, che la libertà non consiste nell'assenza di legami, ma nel non possederli. E' restare senza controllare; accompagnare senza diventare padrone; farsi vicino senza trasformarsi in salvatore».

«La sua santità non risiede nell'aver fondato qualcosa di grande, ma nell'aver saputo lasciare andare ciò che aveva fondato. Sta nell'aver accettato di non essere il protagonista. La libertà più alta non è fare ciò che si vuole, ma lasciare ciò che si ama senza smettere di amarlo».

«Forse la forma più alta dell'amore è proprio questa: fare spazio, restare presenti e lasciare che Dio compia ciò che noi non possiamo controllare».

mercoledì 1 luglio 2026

Recensione di "Lettere d'amore dalla via Appia" a cura di Rita Paris

Cari lettori, bentornati sul blog! Siete stupiti quanto me delle letture che sto facendo in questi giorni?

Ebbene, oggi vi porto a conoscere una storia vera, che sembra un romanzo. Si tratta di un libro curato da una mia collega, l'archeologa Rita Paris, ovvero "Lettere d'amore dalla via Appia".


Descrizione: Le lettere sono state trovate sulla Via Appia nel corso di lavori di scavo e restauro di uno dei monumenti funerari che fiancheggiano la strada, secondo le sistemazioni realizzate durante il governo pontificio. Si tratta di una storia d’amore sublime vissuta con sentimento intenso e tormentato, tra il 1926 e il 1928, che possiamo ricostruire attraverso le lettere del personaggio maschile, perfettamente conservate. La cura del protagonista per questo scambio epistolare e soprattutto la scelta del posto a cui consegnarne la conservazione, aggiungono un interesse speciale a questi documenti poiché la Via Appia è stata percepita come luogo dell’anima a cui affidare qualcosa di molto caro con la certezza che non sarebbe stato perso per sempre. Le lettere sono state trascritte con cura e le ricerche negli archivi hanno fornito elementi concreti alla conoscenza della storia. Non si tratta di un romanzo, ma di un racconto onesto, rispettoso e doveroso nei confronti della attenzione suscitata da questa scoperta e, forse, anche del personaggio.


Stavo aspettando il bus, in un'afosa mattinata di giugno, alla fermata di Largo Argentina e, per godere di un po' di frescura e di quell'odore confortante che solo la carta stampata possiede, sono entrata nella libreria La Feltrinelli. Lì, mi sono persa a osservare le pubblicazioni dedicate alla mia città e l'occhio mi è caduto su "Lettere d'amore dalla via Appia". La storia mi ha talmente rapita, che mi sono messa a leggerlo all'interno del negozio e mi sono detta "Acquistalo".

Fatta questa premessa, come detto in apertura, si tratta di una storia vera. Nel corso di alcuni lavori di scavo e di restauro sulla via Appia Antica, condotti nel 1999, i miei colleghi hanno rinvenuto due tubuli di piombo sigillati ai piedi del cosiddetto sepolcro Dorico, al V miglio. Si è scoperto che quei manufatti contenevano alcune lettere scritte da Ugo H. a Letizia L. tra il 1926 e il 1928. Attraverso i cognomi - non riportati per preservare la privacy degli autori e dei parenti - e la consultazione della documentazione archivistica, Rita Paris è riuscita a risalire ad alcuni dettagli della loro vita. Si apprende, perciò, che Ugo aveva partecipato alla Prima Guerra Mondiale, da cui aveva riportato delle ferite; era poi andato a lavorare presso le Ferrovie dello Stato. Nel suo ufficio, era impiegata anche Letizia, sua assistente o segretaria, con cui era nato un forte sentimento.

I due, in un primo momento, si danno del lei, passando al tu man mano che il sentimento cresce ed è così intenso che Ugo affida alle lettere tutto quel che prova nei confronti di Letizia (di cui non conosciamo la corrispondenza). Eppure, il loro è un rapporto platonico: sguardi, sospiri, pensieri, passeggiate con Roma che fa da sfondo e, forse, un solo intenso momento di intimità in cui giungono a baciarsi. Ma Ugo è sposato e ha due figli, mentre Letizia è single e vive con i genitori. Quasi subito, l'uomo confessa alla moglie ciò che gli sta accadendo. Per timore di essere scoperto? Oppure perché la moglie già sospettava qualcosa? Non lo sappiamo. Eppure Ugo non si arrende alle difficoltà, pur consapevole che questo sentimento non lo porterà da nessuna parte.

Le lettere rinvenute sono quelle scritte da Ugo a Letizia che la stessa donna gli consegnò poiché non poteva conservarle. E Ugo, per chissà quale ragione, decise di seppellirle sulla via Appia. Mi piace credere che l'uomo, con il suo animo nostalgico e romantico, abbia pensato che un tesoro come quello dovesse essere custodito su una via di tesori, affinché qualcuno in futuro potesse ritrovarlo.

Quella di Letizia e Ugo è senza dubbio una storia tormentata. I colleghi iniziano a parlar male di Letizia, la donna viene poi spostata di stanza e assegnata a un altro responsabile. Ugo ne soffre e soffre ancor di più quando Letizia, dopo aver partecipato a un concorso, lascia il posto di lavoro per andare a insegnare. Infine, la donna prende il treno per Pisa e i due si incontrano in stazione per salutarsi. Forse non si vedranno, né scriveranno più, ma sono certa che avranno portato per sempre nei loro cuori il ricordo l'uno dell'altra.

Se siete degli inguaribili romantici e se amate le storie vere, vi consiglio la lettura di questo libro. Inoltre, potete curiosare, osservando e leggendo le lettere scansionate sul sito del MUVI (Museo Virtuale) Appia: https://muviappia.it/lettere-damore-dallappia-antica/

Un solo piccolo appunto: peccato per qualche refuso sfuggito alla pubblicazione che potrà, però, essere risolto con una futura seconda edizione.

Vi lascio con qualche estratto e vi aspetto alla prossima recensione!

Foto di Sergio Scandroglio 


«Tra noi non esistono che parole e sguardi, ma se le parole possono mentire gli sguardi non mentono ad un'anima vigile, ad un cuore sofferente. Nessuna altra prova noi abbiamo della fedeltà del nostro pensiero, né la vogliamo, né la vorremmo; perciò dovremo sempre molto soffrire ché queste uniche prove di cui disponiamo sono difficili prove e più difficili ancora stanno per divenire. Ma io non conosco ostacoli e supererò qualsiasi difficoltà, qualsiasi distanza, per darti quella certezza che è come l'aria per il tuo respiro, Letizia, che è come il sangue per la tua vita».

«Dio mio, tu mi hai concesso l'immenso conforto che tanto ho anelato: poggiare almeno per un istante solo tutto il doloroso peso dei miei pensieri fra le tue mani purissime. Ma le tue mani, passando con gesto d'infinita accorata dolcezza sulla mia fronte stanca volevano consolarmi anche della parola che non poteva uscire dalle mie labbra "sei mia" perché non puoi esserlo, perché io non posso essere tuo. Perdonami se ti ho fatto del male; perdonami di non aver avuto la forza sempre di adorarti in silenzio e da lontano; perdonami anche se ho tenuto di perderti forse per sempre».

«Avevo trovato in te lo specchio della mia anima - capisci bene - della mia anima; ma era troppo grande ventura poter stringere in pugno un siffatto tesoro!»

«Quando ti assale lo sconforto pensa che sapesti dirmi le più dolci e più pure parole d'amore che cuore di donna abbia a me rivolto senza speranza alcuna, nemmeno quella che esse fossero sentite. Per te ho conosciuto questa delirante gioia e certezza e tutto mi è apparso dopo inferiore. Così sei al vertice del mio pensiero nel più splendido isolamento».

giovedì 25 giugno 2026

Recensione di "Quando meno te lo aspetti" di Chiara Moscardelli

Buongiorno a tutti e rieccoci tra le pagine virtuali del blog! Lo sapete, sono incostante con le letture, ma non è colpa mia. Leggo troppe pubblicazioni scientifiche e poi mi ritrovo stanchissima, ma in fin dei conti i risultati a casa bisogna portarli. Ho dovuto sacrificare un po' le letture che faccio per diletto perché c'è un libro a mia firma in lavorazione e un contributo archeologico molto sostanzioso che è in dirittura d'arrivo, cui si aggiungono altri articoli su rivista. Insomma, non mi sono fermata un attimo.

Ma basta con le chiacchiere e arriviamo al dunque. Vi porto a conoscere "Quando meno te lo aspetti" di Chiara Moscardelli, autrice divenuta famosa per "Volevo essere una gattamorta" (che è tra le mie prossime letture).


Trama: Penelope Stregatti, barese, con una nonna cartomante, ha trentasei anni, una laurea, due master in giornalismo e parla cinque lingue. Dei sogni che aveva però non ne ha realizzato neanche uno. Lavora come addetta stampa in una multinazionale di pannolini, la Pimpax Spa, e nel tempo libero scrive test e oroscopi sessuali per «Girl Power», un settimanale femminile. Sogna il grande amore, quello con la A maiuscola, ma incrocia solo uomini in cerca di sesso con la esse minuscola. Con i suoi amici Federico, lo sceneggiatore, Letizia, l’avvocato, e Bianca, l’antiquaria, trascorre le giornate sperando che prima o poi qualcosa di speciale possa accadere. E quando investe con la bicicletta Alberto Ristori, rompendogli una gamba, capisce che questo qualcosa è arrivato. Un mese dopo alla Pimpax Spa si presenta un consulente incaricato della ristrutturazione: Riccardo Galanti. Ma lei lo riconosce, è Alberto Ristori. Perché si fa chiamare in un altro modo? Perché dice di non averla mai incontrata prima? Penelope ha paura di lui ma ne è attratta, e quando arriva il momento di decidere se buttarsi o no, lei non si tira indietro, perché nella vita tutto può succedere, quando meno te lo aspetti.

Acquistato in una delle librerie Giunti che più amo in assoluto (Centro Commerciale Casetta Mattei) durante un pomeriggio di shopping con le mie sorelle, si è rivelato il libro leggero di cui avevo bisogno. Eh sì, ogni tanto devo riprendermi dalla fila di "disagi" davanti ai quali mi pone la vita (e ai quali forse mi sono arresa), per sognare un po', perché quando meno te lo aspetti, tutto può accadere.
E può accadere anche di investire con la bicicletta, per le strade di Milano, un uomo bellissimo, di nome Alberto Ristori che somiglia incredibilmente al conte Fabrizio Ristori di Elisa di Rivombrosa (alias Alessandro Preziosi).


Penelope, che quella sera ha bevuto un po' troppo, non riesce a crederci. Lo aiuta, lo accompagna in ospedale e finisce per pensarlo costantemente, finché qualche mattino dopo se lo ritrova in ufficio a rivestire il ruolo di "capo del suo capo" di cui lei è stata nominata segretaria. Ma Ristori, il cui scopo è probabilmente quello di far crollare la Pimpax, si fa chiamare Riccardo Galanti. Penelope è certa sia la stessa persona di quella sera, eppure lui nega e gli amici la prendono per matta quando, dopo una strana serie di eventi che si verificano e un viaggio a Parigi con Ristori/Galanti, giunge a ipotizzare che sia una specie di agente segreto o comunque che si tratti di una persona coinvolta in traffici internazionali non troppo cristallini.
Nonostante tutto, Penelope è assolutamente cotta di lui e Galanti, con le sue ambigue attenzioni nei suoi confronti, non fa altro che rafforzare il sentimento. In più c'è la nonna cartomante che prosegue a dire alla nipote che arriveranno non uno, ma due uomini per lei!
Penelope non ci capisce più nulla e, tra figuracce e incidenti vari (è alquanto sbadata, ma la comprendo perfettamente), si impegnerà per capire sia chi si nasconde davvero dietro il suo conte Ristori, sia per dare una svolta alla sua vita seguendo finalmente i suoi sogni.

Foto di Pexels da Pixabay

Non posso rivelare di più, altrimenti svelerei l'intera trama, ma è un romanzo veramente carino e divertente, scorrevole, poco impegnativo e Penelope è una protagonista davvero simpatica che riflette, ironicamente, anche una contemporanea (e ben poco confortante) realtà: quella della donna, ormai più che trentenne, preparatissima, che ha studiato tanto, che conosce cinque lingue e sogna di fare la giornalista, eppure si ritrova bloccata nel ruolo di impiegata presso una ditta che produce pannolini e assorbenti, senza uno straccio di uomo accanto perché tutti quelli che ha incontrato non avevano la minima voglia di impegnarsi. Ci ridiamo e ci scherziamo su giustamente, ma la realtà è proprio questa.

Vi consiglio questo romanzo? Assolutamente sì, non vi annoierete. Vedrete che Penelope diventerà la vostra migliore amica per qualche giorno e sognerete anche voi l'incontro con un Ristori da qualche parte (speriamo si materializzi!). Vi lascio con qualche piccolo estratto e vi aspetto alla prossima recensione!


«Qualcuno una volta mi aveva detto che il percorso della vita era come scalare una montagna. Si trascorreva la maggior parte del tempo a mettere un piede davanti all'altro, a volte ci si perdeva, si cadeva e spesso si rischiava di tornare indietro. Poi all'improvviso si riusciva a trovare la strada giusta e a quel punto si faceva un bel respiro, si alzava lo sguardo e ci si rendeva conto di quanto si era arrivati lontano. Sempre questo qualcuno, maledetto lui, aveva continuato a regalarmi perle di saggezza e mi aveva detto che la vita poteva cambiare in un attimo. Bella scoperta. Un po' come il famoso "Quando meno te lo aspetti" della nonna».

«Mentre mi preparavo per andare direttamente a letto sentii che forse la felicità e il rispetto per noi stesse non potevano derivare solo dal rincorrere un conte Ristori o dall'avere un uomo accanto a ricordarci quanto eravamo fantastiche. Anche se, per capità, sarebbe stato un aiuto».

«Bisogna avere paura di ciò che si desidera, perché può realizzarsi».
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