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giovedì 25 giugno 2026

Recensione di "Quando meno te lo aspetti" di Chiara Moscardelli

Buongiorno a tutti e rieccoci tra le pagine virtuali del blog! Lo sapete, sono incostante con le letture, ma non è colpa mia. Leggo troppe pubblicazioni scientifiche e poi mi ritrovo stanchissima, ma in fin dei conti i risultati a casa bisogna portarli. Ho dovuto sacrificare un po' le letture che faccio per diletto perché c'è un libro a mia firma in lavorazione e un contributo archeologico molto sostanzioso che è in dirittura d'arrivo, cui si aggiungono altri articoli su rivista. Insomma, non mi sono fermata un attimo.

Ma basta con le chiacchiere e arriviamo al dunque. Vi porto a conoscere "Quando meno te lo aspetti" di Chiara Moscardelli, autrice divenuta famosa per "Volevo essere una gattamorta" (che è tra le mie prossime letture).


Trama: Penelope Stregatti, barese, con una nonna cartomante, ha trentasei anni, una laurea, due master in giornalismo e parla cinque lingue. Dei sogni che aveva però non ne ha realizzato neanche uno. Lavora come addetta stampa in una multinazionale di pannolini, la Pimpax Spa, e nel tempo libero scrive test e oroscopi sessuali per «Girl Power», un settimanale femminile. Sogna il grande amore, quello con la A maiuscola, ma incrocia solo uomini in cerca di sesso con la esse minuscola. Con i suoi amici Federico, lo sceneggiatore, Letizia, l’avvocato, e Bianca, l’antiquaria, trascorre le giornate sperando che prima o poi qualcosa di speciale possa accadere. E quando investe con la bicicletta Alberto Ristori, rompendogli una gamba, capisce che questo qualcosa è arrivato. Un mese dopo alla Pimpax Spa si presenta un consulente incaricato della ristrutturazione: Riccardo Galanti. Ma lei lo riconosce, è Alberto Ristori. Perché si fa chiamare in un altro modo? Perché dice di non averla mai incontrata prima? Penelope ha paura di lui ma ne è attratta, e quando arriva il momento di decidere se buttarsi o no, lei non si tira indietro, perché nella vita tutto può succedere, quando meno te lo aspetti.

Acquistato in una delle librerie Giunti che più amo in assoluto (Centro Commerciale Casetta Mattei) durante un pomeriggio di shopping con le mie sorelle, si è rivelato il libro leggero di cui avevo bisogno. Eh sì, ogni tanto devo riprendermi dalla fila di "disagi" davanti ai quali mi pone la vita (e ai quali forse mi sono arresa), per sognare un po', perché quando meno te lo aspetti, tutto può accadere.
E può accadere anche di investire con la bicicletta, per le strade di Milano, un uomo bellissimo, di nome Alberto Ristori che somiglia incredibilmente al conte Fabrizio Ristori di Elisa di Rivombrosa (alias Alessandro Preziosi).


Penelope, che quella sera ha bevuto un po' troppo, non riesce a crederci. Lo aiuta, lo accompagna in ospedale e finisce per pensarlo costantemente, finché qualche mattino dopo se lo ritrova in ufficio a rivestire il ruolo di "capo del suo capo" di cui lei è stata nominata segretaria. Ma Ristori, il cui scopo è probabilmente quello di far crollare la Pimpax, si fa chiamare Riccardo Galanti. Penelope è certa sia la stessa persona di quella sera, eppure lui nega e gli amici la prendono per matta quando, dopo una strana serie di eventi che si verificano e un viaggio a Parigi con Ristori/Galanti, giunge a ipotizzare che sia una specie di agente segreto o comunque che si tratti di una persona coinvolta in traffici internazionali non troppo cristallini.
Nonostante tutto, Penelope è assolutamente cotta di lui e Galanti, con le sue ambigue attenzioni nei suoi confronti, non fa altro che rafforzare il sentimento. In più c'è la nonna cartomante che prosegue a dire alla nipote che arriveranno non uno, ma due uomini per lei!
Penelope non ci capisce più nulla e, tra figuracce e incidenti vari (è alquanto sbadata, ma la comprendo perfettamente), si impegnerà per capire sia chi si nasconde davvero dietro il suo conte Ristori, sia per dare una svolta alla sua vita seguendo finalmente i suoi sogni.

Foto di Pexels da Pixabay

Non posso rivelare di più, altrimenti svelerei l'intera trama, ma è un romanzo veramente carino e divertente, scorrevole, poco impegnativo e Penelope è una protagonista davvero simpatica che riflette, ironicamente, anche una contemporanea (e ben poco confortante) realtà: quella della donna, ormai più che trentenne, preparatissima, che ha studiato tanto, che conosce cinque lingue e sogna di fare la giornalista, eppure si ritrova bloccata nel ruolo di impiegata presso una ditta che produce pannolini e assorbenti, senza uno straccio di uomo accanto perché tutti quelli che ha incontrato non avevano la minima voglia di impegnarsi. Ci ridiamo e ci scherziamo su giustamente, ma la realtà è proprio questa.

Vi consiglio questo romanzo? Assolutamente sì, non vi annoierete. Vedrete che Penelope diventerà la vostra migliore amica per qualche giorno e sognerete anche voi l'incontro con un Ristori da qualche parte (speriamo si materializzi!). Vi lascio con qualche piccolo estratto e vi aspetto alla prossima recensione!


«Qualcuno una volta mi aveva detto che il percorso della vita era come scalare una montagna. Si trascorreva la maggior parte del tempo a mettere un piede davanti all'altro, a volte ci si perdeva, si cadeva e spesso si rischiava di tornare indietro. Poi all'improvviso si riusciva a trovare la strada giusta e a quel punto si faceva un bel respiro, si alzava lo sguardo e ci si rendeva conto di quanto si era arrivati lontano. Sempre questo qualcuno, maledetto lui, aveva continuato a regalarmi perle di saggezza e mi aveva detto che la vita poteva cambiare in un attimo. Bella scoperta. Un po' come il famoso "Quando meno te lo aspetti" della nonna».

«Mentre mi preparavo per andare direttamente a letto sentii che forse la felicità e il rispetto per noi stesse non potevano derivare solo dal rincorrere un conte Ristori o dall'avere un uomo accanto a ricordarci quanto eravamo fantastiche. Anche se, per capità, sarebbe stato un aiuto».

«Bisogna avere paura di ciò che si desidera, perché può realizzarsi».

domenica 19 aprile 2026

Recensione di "La donna che visse nelle città di mare" di Marosella Di Francia e Daniela Mastrocinque

Buongiorno amici, bentornati sul blog e buona domenica! Finalmente ci "rivediamo" dopo un periodo davvero impegnativo.

Quest'oggi vi porto a conoscere la storia di Costanza, ovvero "La donna che visse nelle città di mare":


Trama: Messina, 1904. Alla Palazzata, la magnifica costruzione che domina il mare avvolgendolo come un abbraccio, vive Costanza con la sua famiglia. È allegra, vivace, anticonformista, ama lo sport e disegnare figurini di moda, e presto sposerà Alfonso. Il giorno della festa di fidanzamento, però, la sua esistenza si sgretola: entrando nello studio del padre, Costanza scopre con orrore che si è suicidato. Alfonso, incapace di sopportare lo scandalo, rompe la promessa di matrimonio e lei precipita in uno stato di attonito, cieco sconforto. Oltre l'oceano e lontano da tutto quel dolore scintilla New York, cuore caotico di un mondo nuovo che tutti accoglie e tutti, a suo modo, consola. Ed è lì che Costanza, su invito della famiglia Vitale, si reca per rimarginare le cicatrici. Proprio quando si sente pronta per tornare a Messina, però, le arriva la notizia del terremoto che ha devastato la città. E si ritrova di nuovo sommersa dalle macerie: quelle della sua Palazzata, ma soprattutto quelle che nuovamente le pesano sull'animo. Cosa resta, dopo che tutto è crollato?Napoli, 2012. Lucilla è un giovane e brillante soprano che arriva al Teatro San Carlo per l'audizione che forse le cambierà la vita. In tasca ha una lettera: l'ha trovata per caso nell'appartamento di sua nonna Rosa e porta la firma di Costanza Andaloro, una misteriosa ava di cui nel tempo si è persa ogni memoria. Di lei si sa solo che ha trascorso gli ultimi anni della sua vita al Rione Sanità. Sulle tracce del proprio passato, Lucilla scoprirà una storia sorprendente e conoscerà la verità più preziosa: l'unica via per rinascere dalle rovine è essere fedele ai propri desideri.
Una storia vera, una saga familiare impetuosa, una figura femminile indimenticabile.

Questo è uno di quei libri cui giravo intorno da tanto tempo e che, alla fine, ho acquistato in un luogo dove mi ero recata per pranzare, a dimostrazione del fatto che quando l'ispirazione arriva, arriva.

Sono i primi anni del Novecento. Costanza Andaloro è una ragazza di Messina e, tra poco, si sposerà con Alfonso, con cui è fidanzata. Costanza si prepara, quindi, a una nuova vita, ma un evento sconvolge l'esistenza di tutta la sua famiglia: il padre viene ritrovato morto, in un lago di sangue, all'interno del suo studio. Si è suicidato. La macchia del disonore e del peccato la marchia per sempre. Lasciata da Alfonso, Costanza cade in una profonda depressione. Si risolleva solo quando sua zia, provando a farla risorgere da quel torpore, prende contatti con alcuni compaesani migrati negli Stati Uniti i quali la invitano a trascorrere del tempo oltreoceano. Costanza accetta e attraversa quel mare che quotidianamente ammirava dal porto di Messina.

Porto di Messina (foto di Cristina Cumbo, febbraio 2023)

Negli Stati Uniti la vita è diversa, più libera sotto ogni punto di vista e Costanza sembra ritrovare quel sorso di ossigeno che in Sicilia le mancava, nonostante la nostalgia della famiglia si faccia sentire. La ragazza continua a scrivere lettere alla madre e ai fratelli ed è pronta per ritornare in patria, ma una nuova disgrazia si abbatte sugli Andaloro. È il mese di dicembre del 1908. Alle ore 05:20 del mattino un fortissimo terremoto rade al suolo Messina. Nessuno dei familiari di Costanza sembra essersi salvato.
Costanza non si riprenderà mai da questo evento. Il suo cuore sarà avvolto da un gelo perenne, complice anche il senso di colpa per essere rimasta in vita.
Ma tutto prosegue, tutto va avanti. Negli Stati Uniti, ci sono opportunità, la sartoria è la passione di Costanza e, grazie a un matrimonio non proprio fortunato, né fortissimamente voluto, la donna tornerà in Italia, a Napoli, dove finalmente metterà radici. Un'altra città di mare, un'altra città che, pur essendo diversa da Messina, la rimetterà in contatto con il suo passato.
Dopo tantissimi anni, Lucilla, promettente cantante lirica, trova una lettera di una certa Costanza all'interno dell'appartamento della sua defunta nonna Rosa. Dovendo andare a Napoli per un'audizione al San Carlo, Lucilla si mette sulle tracce di Costanza, che scoprirà essere la sua bisnonna, passata per il Rione Sanità, con cui ha tantissime cose in comune, a cominciare dal bellissimo colore ramato di capelli.

Foto di Julius H. da Pixabay

Ebbene, a causa di impegni lavorativi, ci ho impiegato più di un mese per leggerlo, ma direi che è stato un bene, perché sono riuscita ad assaporare questo romanzo che rientra a pieno titolo tra i miei libri preferiti. In alcuni tratti mi sono commossa, in altri ho pianto insieme a Costanza e in altri ancora ho provato tutta la sua rabbia, motore poi dei suoi successi. E, prima di voltare l'ultima pagina, avevo la vaga impressione che si trattasse di una storia tratta dalla realtà e che fossero state condotte ricerche d'archivio (ormai ho esperienza)... e infatti non mi sbagliavo!
Costanza Andaloro è un personaggio liberamente ispirato alla nonna di una delle due autrici, che ha vissuto una storia del tutto simile. E da ricercatrice posso affermare che non c'è niente di più soddisfacente di condurre delle ricerche sulle proprie radici, mettendo insieme i vari tasselli e facendo combaciare fatti che sembravano perduti nei meandri del tempo.
Le due autrici, Marosella Di Francia e Daniela Mastrocinque, sono riuscite a creare un personaggio incredibilmente forte e avanti con i tempi, una donna che agli inizi del Novecento desiderava essere indipendente, lavorando e portando avanti i suoi obiettivi, i suoi sogni, senza limitarsi solo alla maternità, alla cura della casa e del marito.

Come avrete ormai capito, è una lettura che vi consiglio!
Vi lascio con qualche piccolissimo estratto e vi aspetto alla prossima recensione! Buona domenica!

«Dopo un po' la terra si è allontanata ed è rimasto solo il mare, solcato da un gran numero di navi che in breve si sono disperse, diventando un puntino all'orizzonte. Infine solo l'oceano e il cielo si confondevano alla vista. In quel momento mi è sembrato di non appartenere più a niente, nessun luogo, come se il peso della mia vita si fosse fermato al di là dello Stretto. C'è una specie di ebrezza in tutto questo, la libertà assoluta, senza passato né futuro. Ma che farne di questa libertà? Se fossi sola su questa nave dove andrei, dove dirigerei il timore? L'angoscia della mancanza di limiti, quando puoi scegliere tutto, anche chi essere».

«Ci sono solo due modi per sfuggire al presente: uno è rifugiarsi nel passato, l'altro nel futuro. E tu sei troppo giovane per rifugiarti nel passato. Domenico Andaloro».

«Nessuno nella vita è sicuro di riuscire in niente, ma lo fa lo stesso, lo fa per sé stesso. Quando sarai grande spero lo ricorderai. Io lo faccio perché mi piace, perché mi rende felice».

domenica 13 luglio 2025

Recensione di "Il caffè della pazza gioia" di Emma Hamberg

Buongiorno a tutti e bentornati tra le pagine virtuali del mio blog!

Di ritorno da un viaggio in Egitto (a volte i sogni si avverano, anche quando non ci credi più), ho terminato di leggere un romanzo iniziato qualche settimana fa. Si tratta di "Il caffè della pazza gioia" di Emma Hamberg, edito dalla Giunti.


Trama: A quarantanove anni, Agneta ha tutto ciò che si può desiderare dalla vita: una bella casa, i figli ormai grandi che vivono fuori, un lavoro stabile e Magnus, un marito serio e affidabile. Peccato che niente corrisponda davvero ai suoi sogni e che nessuno sembri capirla davvero, come se parlasse una lingua incomprensibile. Magnus, poi, non ha mai tempo per lei, dato che deve prima dedicarsi al ciclismo, al nuoto, al birdwatching, a seguire un'alimentazione sana e noiosa. In questa esistenza composta, Agneta ha imparato a fare benissimo un'unica cosa: adeguarsi ai dettami degli altri fino a diventare invisibile. E anche a sorseggiare vino di nascosto, mentre guarda compulsivamente programmi televisivi sulla ristrutturazione di vecchi casali francesi. Non sa ancora che la sua esistenza sta per essere stravolta per sempre. Quando per puro caso le cade l'occhio sul bizzarro annuncio di un giornale, qualcosa dentro di lei si risveglia: uno sconosciuto che si definisce “ragazzo cresciuto” cerca aiuto in casa per cucinare e fare le pulizie. Unico requisito, parlare svedese. Ma c'è un piccolo particolare: il luogo di lavoro è in un paesino sperduto nel cuore della Provenza. Tra personaggi indimenticabili, scomodi segreti, balli in punta di piedi e caffè che si trasformano in appuntamenti, Agneta scoprirà che a volte partire significa ricominciare. E che non è mai troppo tardi per dire di sì alla vita che si desidera davvero. Un bestseller al femminile pieno di ironia che mescola amore, amicizia e colpi di scena: il perfetto comfort book per tutti gli animi coraggiosi che sanno che non c'è vera felicità senza un pizzico di follia.

Devo ammettere che la copertina gioca un ruolo fondamentale nella scelta dei libri. I colori, in particolare, mi hanno ispirata e spinta all'acquisto del romanzo nell'ambito di una promozione Giunti che prevedeva in regalo una bellissima borsa all'uncinetto.
Detto ciò, la storia è incentrata su Agneta, quarantanovenne svedese, sposata con Magnus, e madre di due figli ormai adulti che, nonostante vivano lontani da casa, proseguono a chiedere soldi ai genitori (un classico). Agneta ha un lavoro stabile, che non la soddisfa nemmeno un po', e in generale tutta la sua vita, seppur apparentemente perfetta, le causa un profondo disagio interiore. Tutti sembrano imporle di essere quel che non è. Trascorrono gli anni e, a forza di nascondersi dietro una maschera di felicità illusoria cui contribuiscono pressioni sociali da ogni parte, Agneta non si sente più se stessa. Il suo corpo e la sua mente le chiedono disperatamente di dare una svolta alla sua vita prima che sia troppo tardi.
Così, complice l'atteggiamento decisamente insopportabile del marito (un soggetto salutista, fissato con lo sport, il movimento, il cibo senza grassi e impegnato esclusivamente a fotografare uccelli rari), Agneta inciampa in un annuncio di lavoro come ragazza alla pari in un paesino sperduto della Francia.
Senza pensarci due volte, la donna prepara i bagagli e parte. Sono molte le domande che si pone, i dubbi che sorgono dentro di lei, ma (fortunatamente) vince quel pizzico di amore rimanente per se stessa.
Agneta giunge, quindi, a Saint Carelle dove Fabien, proprietario del piccolo bar in paese e autore dell'annuncio, la accoglie, insieme a una dolce signora di nome Bonnibelle.


Entrambi la guidano verso un monastero divenuto residenza di un anziano signore, Einar.
E quindi dove sono i bambini cui fare da babysitter? In realtà la barriera linguistica e il traduttore Google hanno fatto sì che l'annuncio si presentasse leggermente "diverso" da quanto richiesto: la persona cui badare è proprio Einar.
Agneta è spaventata. Non si aspettava di lasciare la propria vita, seppur con tutte le difficoltà e i disagi, per andare a fare da badante a un anziano signore con la demenza senile. Si dà come limite una settimana, dopodiché sarebbe tornata indietro. E invece, Agneta inizia a rinascere proprio tra le mura di quell'eclettico monastero, parlando con Einar e riscoprendo quella parte di lei rimasta celata sotto una spessa coltre di prepotenza altrui.

Foto di Marie da Pixabay

Come ho trovato questo romanzo? Prima di tutto, scorrevole, si legge facilmente grazie all'ironia di Agneta che ne impregna le pagine. Anche gli episodi che si susseguono sono narrati dalla protagonista con così tanto humor che è impossibile non volerle bene. Ho apprezzato di meno il passato di Einar: l'anziano signore, omosessuale, viene caratterizzato da un comportamento totalmente sessualizzato (es. lui e il suo amante si fanno erigere due statue in casa in cui sono ritratti completamente nudi con gli attributi in bella vista, oppure la piscina che è stata concepita a forma di fallo). L'intento dell'autrice era probabilmente quello di creare attorno ad Agneta una situazione surreale che, nonostante tutto, l'ha aiutata ad uscire dalla prigione in cui era rinchiusa, nonché di comunicare come ognuno debba essere se stesso, pur nelle sue "sregolatezze". Tuttavia, la storia di Einar, così come presentata, rischia di fornire - almeno secondo il mio parere - una visuale del tutto distorta e grottesca sulla reale esistenza delle persone omosessuali.
Per il resto, il messaggio di fondo è un inno alla libertà, a non limitare i propri desideri per compiacere chi ci circonda e ad essere, quindi, sempre se stessi per venir apprezzati così come siamo. E coloro che non ci apprezzano? Molto semplicemente non sono persone adatte a noi.

Se vi state chiedendo infine se mi sia venuta voglia di mollare tutto e di trasferirmi in un paesino della Provenza, la risposta è sì. E chissà, magari l'occasione si presenterà veramente quando meno me lo aspetto.
Vi lascio con qualche frase e vi attendo sempre qui con la prossima recensione!

«Se per vivere la tua vita hai dovuto compiere un sacrificio enorme, allora devi celebrarla. Ogni singolo giorno. Ogni occasione deve essere buona per festeggiare, perdonare, ballare, ridere e stappare una bottiglia di champagne. Il dolore va affrontato col sorriso.»

«Chi sono io? Cosa è vero? Cosa è fantasia? Cosa è brutto, cosa è bello? Chi se ne frega! Credo che dovremmo farci una sola domanda: cosa ci piace?»

P.s. come ormai troppo spesso accade, il titolo non riflette assolutamente il contenuto del libro. Quello originale e, ovviamente, più attinente è: "Mi chiamo Agneta".

martedì 10 giugno 2025

Recensione di "I cinque profumi del nostro amore" di Laure Margerand

Buongiorno a tutti amici e bentornati sul mio blog!

È bastato un viaggio in treno e qualche giorno lontana da Roma per terminare rapidamente un libro. Dovrei prendermi più frequentemente delle pause da questa città!


Trama: Osannato dal pubblico come una star, Pierre-Emmanuel è uno degli scrittori francesi più noti, sempre in testa alle classifiche. Ma ormai scrive come una macchina, e da tempo ha perso l’ispirazione e la stima della moglie. Quando Agathe lo lascia per un altro, Pierre vede crollare ogni certezza. Come riconquistare la donna che ama ricordandole tutte le emozioni vissute insieme? Nel pieno della crisi, finalmente ha un’illuminazione: scriverà un grande romanzo sul loro amore. Ma non un romanzo qualsiasi: dato che l’olfatto è il senso che più di ogni altro riesce a risvegliare i ricordi in modo immediato, Pierre incarica Gabriella, famoso “naso”, di creare una fragranza per ogni momento cruciale della storia con Agathe, per poi racchiuderla in un segnalibro. Il profumo del loro primo incontro, della passione, della vacanza a Cuba, della pelle del loro bambino. Però, per ritrovare il suo talento letterario ormai smarrito, Pierre ha bisogno di altro aiuto. Per questo contatta Charlotte, la migliore editor sulla piazza, chiedendole di assisterlo nella scrittura. Non può sapere che la giovane nasconde un segreto che la rende la persona meno adatta per quel compito: ha perso l’olfatto in seguito a un terribile trauma che ha distrutto la sua famiglia, e da allora conduce un’esistenza solitaria e appartata. Eppure la singolare proposta dello scrittore risveglia qualcosa in lei. Ma qualcuno che non riesce più a sentire gli odori e le emozioni può lavorare su un romanzo olfattivo? E se fosse proprio quello di cui ha bisogno?

Prima di Süskind non avevo mai letto un libro che parlasse di profumi, di odori, di sensazioni e ricordi ad essi legati. Laure Margerand nel suo “I cinque profumi del nostro amore” riprende, in un certo senso, proprio il celebre autore conferendo all’olfatto l’importanza che merita. Se ci pensiamo, infatti, ogni persona, ogni momento, ogni sensazione sono caratterizzati da un profumo o da un odore che il cervello ricorda, immagazzina. E ogni qualvolta in cui il nostro naso percepirà quel determinato profumo o odore, torneremo immediatamente a pensare a chi o a cosa è direttamente legato.

ATTENZIONE: SPOILER

Charlotte, la protagonista del romanzo, è anosmica, ovvero non sente più gli odori e, automaticamente, nemmeno i sapori. La sua vita non è sempre stata così. Tutto si è spezzato quando Nathan, suo figlio, è morto improvvisamente nel sonno. Non c’è stato modo di salvarlo. E insieme a Nathan, se n'é andato anche Julien, il marito, che non è più riuscito a sopportare il suo dolore e quello di Charlotte. L’ultimo odore che la donna ricorda per anni è proprio quello del suo bimbo, della sua pelle, dei suoi capelli. Poi il nulla.

Trascorre molto tempo prima che Charlotte provi a riprendere una vita normale. Era una scrittrice, ma la vena non scorre più in lei. Decide così di fare la coach letteraria ed è in questo modo che conosce un famoso autore, Pierre-Emmanuel Frank, con il suo nuovo progetto: far tornare sua moglie Agathe, da cui si è separato, attraverso un libro olfattivo che le ricordi tutti i profumi e gli odori legati alla vita trascorsa assieme.

Charlotte non ha il coraggio di rivelare che è anosmica e, dopo varie insistenze di Pierre-Emmanuel, accetta di lavorare per lui. Intanto l’autore ingaggia una bravissima profumiera, Gabriella, che avrà il compito di produrre il “lato olfattivo” del libro.


A un certo punto, però, persino questo equilibrio si spezza: Gabriella si accorge che Charlotte, critica e severa sia con le sue creazioni profumate, sia con le pagine scritte da Pierre-Emmanuel, non sente alcun odore. E se Gabriella lo dicesse allo scrittore? Cosa potrebbe pensare di Charlotte? Così la donna decide di confessare tutto: se in un primo momento il mondo sembra acquisire tonalità scure, improvvisamente tutto diventa più leggero, in particolare dopo aver annusato un profumo che Gabriella aveva creato affinché fosse associato al figlio di Pierre-Emmanuel. La mente e il corpo di Charlotte si sbloccano, permettendole di tornare a respirare a pieni polmoni.

Non rivelerò altro perché già ho parlato molto. L’intento di Laure Mergerand era probabilmente quello di scrivere un romanzo che denunciasse come un dolore molto forte, un vero e proprio trauma, possa congelare per tanti anni e a volte per sempre la persona che lo ha subito. Allo stesso tempo, però, la reazione più comune che è quella di chiudersi in se stessi è anche la peggiore perché non fa che aumentare l’isolamento e il dolore. Charlotte guarisce solo quando è costretta a dire la verità e successivamente ad annusare un odore che le ricorda incredibilmente quello del suo bambino. È come se il suo corpo avesse riallacciato i fili, tornando indietro nel tempo e recuperando quel che era perduto.

Nonostante avessi auspicato un bel finale per Charlotte, mai avrei immaginato che l’autrice decidesse di farla tornare con l’ex marito solo dopo aver recuperato l’olfatto. Non mi permetterò di giudicare le varie sfumature di amore tra due persone, ma il meccanismo che appare innescarsi non è proprio dei migliori. Sembra che Julien riabbracci la moglie solo ed esclusivamente perché lei è tornata normale, quando invece di andare via e farsi una nuova vita nel momento più duro (quello della morte del bambino), avrebbe dovuto rimanere accanto a Charlotte, affrontando e superando insieme il lutto. È troppo comodo così. Al contempo, Charlotte stessa, che non ha mai smesso di amare Julien, sbaglia a mio avviso a ricercare l’ex marito. Fossi stata nell’autrice, avrei fatto “risorgere” Charlotte spingendola a lasciare alle spalle il passato doloroso, seguendo i suoi sogni e iniziando una nuova vita con una persona in grado di amarla con tutto il pesante fardello.



Per concludere, il romanzo è sicuramente particolare, ma non mi ha entusiasmata più di tanto. Non sono riuscita a immedesimarmi nel personaggio di Charlotte come avrei voluto; di Julien si parla pochissimo, quando invece sarebbe stato bello capire davvero anche i suoi sentimenti (ne avrà avuti... spero); Gabrielle, pur giocando il ruolo fondamentale di profumiera per la “costruzione” del libro, non è un personaggio abbastanza approfondito perché di lei si sa pochissimo; Pierre-Emmanuel appare come un uomo piuttosto superficiale ed egoista, finché non decide di scrivere un libro effettuando una scelta romantica che, però, non era in linea con l’uomo che era stato fino a poco prima. Insomma, ritengo manchi quel focus necessario sui vari personaggi che avrebbe permesso di amarli maggiormente, entrando nella parte senza rimanere lettori distaccati e osservatori di una storia che si svolge con poco coinvolgimento.

Devo, mio malgrado, far rientrare "I cinque profumi del nostro amore" nella categoria delle "letture sotto l'ombrellone", senza tuttavia consigliarlo.
Vi aspetto sempre qui, sul blog, alla prossima recensione... anche perché ho già iniziato un nuovo libro!

venerdì 23 maggio 2025

Recensione di "L'uomo che portava a spasso i libri" di Carsten Henn

Buonasera amici lettori e bentornati per la seconda volta in un mese! Miracolo? Forse. Avevo tanto bisogno di tornare alle mie vecchie abitudini, ma a volte è necessario fare anche i conti con gli impegni quotidiani che non è possibile rimandare.

Ebbene, sono qui a parlarvi di "L'uomo che portava a spasso i libri" di Carsten Henn.


Trama: Nonostante i suoi settantuno anni, ogni giorno il libraio Carl Kollhoff parte per il suo “giro”; infatti è addetto alla consegna a domicilio dei libri ordinati dai suoi clienti più speciali. Lettori voraci che sono diventati suoi amici e che lui chiama come i personaggi dei grandi classici della letteratura: da Mr Darcy, un vecchio cliente che vive da solo in una grande villa, al dottor Faust, che legge solo saggi storici, passando per Jane Eyre, la signora Calzelunghe, Ercole e molti altri. Ma una sera, durante il suo percorso attraverso il centro della città, sbuca al suo fianco una bambina dai ricci scuri, col viso pieno di lentiggini. Ha nove anni e dice di chiamarsi Schascha, indossa un cappotto giallo e occhiali da aviatore su un casco di cuoio. Ignorando la reazione infastidita e un po’ burbera di Carl, lei continua a tornare e, ogni volta un po’ di più, comincia a incrinare la rigida routine dell’anziano e a fargli mettere in discussione le sue idee sulla vita. Quando Carl perde inaspettatamente il lavoro, servirà la forza delle storie e di una bambina un po’ petulante perché tutti i personaggi coinvolti, compreso lui, trovino il coraggio di superare i loro problemi e di aiutarsi a vicenda.

Foto di Ksenia Chernaya 
(https://www.pexels.com/it-it/foto/libri-negozio-biblioteca-interni-3952076/)

Nella mia lunga lista di libri da leggere, "L'uomo che portava a spasso i libri" era stato segnato da tempo, finché non mi è stato regalato. Come più volte esternato, i libri che parlano di libri sono forse tra i più belli. Le storie affascinano la gran parte di noi, sin dall'infanzia, ed è sempre magnifico quando c'è qualcuno - sia esso un lettore o uno scrittore - che sa raccontarle.
Carl lavora in una libreria da tanti anni. Le storie sono la sua passione, conosce un numero infinito di autori e di libri e ha un buon rapporto con i lettori. In realtà, il suo è un lavoro particolare: Carl "porta a spasso i libri", ovvero li consegna a domicilio. Questo gli consente di attraversare la città a piedi e di conoscere i clienti, molto più di quei pochi secondi trascorsi in negozio al momento dell'acquisto.
Così ogni affezionatissimo cliente, proprio per le sue caratteristiche, ha ottenuto un soprannome: c'è Mr. Darcy, un gentiluomo solitario che vive in una grande e bellissima casa, è innamorato dell'amore e vorrebbe una donna accanto a sé (perché ritiene che una donna che legge sia un bellissimo spettacolo); c'è la signora Calzelunghe, un po' bizzarra, che non mette piede fuori di casa da tanti anni; c'è Jane, che ama le storie tristi, forse perché riflettono la sua vita trascorsa accanto a un uomo violento da cui non riesce a fuggire; c'è suor Amaryllis, ultima del suo ordine che non vuole lasciare il monastero; infine, "Il Lettore", che in realtà è uno scrittore senza il coraggio di farsi leggere e conoscere.
Carl percorre le stradine della città ogni giorno, finché non incontra una bambina speciale, Charlotte, detta Schascha, che lo accompagnerà sempre nelle sue avventure. Questo duo così particolare - un signore di 71 anni con un cappello verde in testa e una bimba di 9 anni con un cappotto giallo e gli occhiali da aviatore - fa visita ai tanti lettori della città, regalando loro storie e cambiando anche le loro esistenze.
Infine, si sa la forza dei libri è tanta e chi non legge questo non può capirlo. Anche Carl, il vecchio e gentile libraio, avrà bisogno di vicinanza e di una scintilla che riaccenda in lui l'amore per quella missione che lo ha animato per tutta una vita.

Foto di Andrea Piacquadio
 (https://www.pexels.com/it-it/foto/ragazza-in-camicia-blu-che-indossa-occhiali-da-lettura-libro-di-lettura-3755716/)

Di questa fiaba ho amato la piccola Charlotte che, come un magico folletto, affianca Carl nella sua missione di regalare storie ai cittadini e, successivamente, a chi più ne ha bisogno. È una bimba fantasiosa e fuori dal mondo, intelligente e altruista, perfetta per diventare una libraia quando sarà adulta, ma anche una scrittrice (è brava a disegnare e a creare personaggi). Se ve lo state domandando, la risposta è sì, questa bimba mi ha ricordato me stessa quando avevo la sua età.

È sicuramente un libro consigliato a chi ama le storie, le fiabe, i libri, la gentilezza. I primi capitoli scorrerranno un po' lentamente, tanto da farvi domandare "Ma tutto il libro sarà così? Con lo stesso percorso di Carl, le stesse persone da incontrare, gli stessi gesti da compiere?"; poi, verso la metà, tutto inizia ad acquisire un senso e la quotidianità di Carl Kollhoff si trasforma nella fiaba ideata da Carsten Henn.

Vi lascio con qualche frase e vi aspetto alla prossima recensione!

«Sai, amo molto i libri, perciò non li brucio. Anche se penso che sia accettabile bruciarli, ma solo in via eccezionale, per riscaldarsi quando l'inverno è molto freddo e si rischia di morire congelati. In quel caso possono salvare delle vite. Possono farlo in più di un modo, riscaldandoci il cuore e, nelle emergenze, il corpo.»

«Sai, le persone dimenticano sempre più spesso di leggere. Eppure tra le copertine ci sono degli esseri umani con le loro storie. In ogni libro c'un cuore che inizia a pulsare mentre lo leggi, perché è legato a quello del lettore.»

«Sai, non esiste un libro che piaccia a tutti. E se esistesse, sarebbe un brutto libro. Non si può essere amici di tutti, perché ciascuno è diverso. Bisognerebbe essere senza personalità, senza angoli né spigoli. Ma anche in quel caso, molti non ti apprezzerebbero, perché hanno bisogno di angoli e spigoli. Capisci? Ciascuno necessita di libri diversi, perché ciò che una persona ama dal profondo del cuore ne lascia un'altra del tutto indifferente.»

«Naturalmente un libro si poteva strappare via, ma una persona che legge gode di una protezione speciale, come se fosse impegnata in un'attività sacra.»

«[...] penso non ci sia nulla di più bello di una donna che legge. Quando si immerge in un libro e dimentica tutto ciò che la circonda, perché è da tutt'altra parte.»

«La differenza tra un romanzo con il lieto fine e uno senza è solo quando si smette di raccontare la storia.»

«Perché i libri hanno bisogno di qualcuno che indichi loro la strada giusta.»

giovedì 19 settembre 2024

Recensione di "Cannoli siciliani. Mare, amore e altre cose buone" di Roberta Corradin

Il libro letto a cavallo tra agosto e settembre è quello che lascia un po’ di malinconia: lo hai portato in spiaggia con te, profuma ancora di mare e di crema solare, ma allo stesso tempo è quello che terminerai di leggere sul bus, mentre tutto ricomincia.

È stato così per “Cannoli siciliani” di Roberta Corradin, acquistato in una piccola libreria Giunti, finalmente in edizione economica. Era da tempo che volevo leggerlo, che mi incuriosiva.
 

Trama: Mare, sole, amore: la Sicilia d’estate ha molte promesse, ma non per Arianna, che lavora senza sosta alla redazione di due libri in due lingue diverse. Si consola con le tante delizie che l’isola offre anche agli stacanovisti come lei: granite, gelati, cannoli e menu di pesce. Nel frattempo, seduta a cena col laptop aperto, guarda distrattamente Nisso, diminutivo di Dionisso, chef belloccio e un po’ arrogante che le ricorda un giovane Antonio Banderas e manda avanti due ristoranti. Lui ha vissuto sempre in Sicilia, lei è cittadina del mondo. Lui ha poco più di trent’anni, lei poco più di cinquanta. Nessuno dei due ha tempo e voglia di innamorarsi. Ognuno dei due ha un sogno. Diverso. Ma non così tanto. Il destino se ne frega della iniziale riluttanza dei due e tesse trame al posto loro, finendo per intrecciarli stretti in una storia che, anno dopo anno, li porta a confrontarsi e a costruire insieme case, menu, ristoranti, progetti reali e immaginari. Respireranno modi di pensare, stili di vita, cibi e spezie prima sconosciuti. E realizzeranno tante cose buone, da mangiare e non solo, per chi siede ai tavoli del loro ristorante sulla piazzetta di una borgata di mare e per tutta la comunità locale, a partire dalle molte donne a cui Arianna mostrerà che nella vita si può sempre scegliere, e cambiare vita è sempre un’opzione valida. Sullo sfondo, la bellezza mozzafiato della Sicilia barocca, il mare splendente e le colline degli Iblei. Una storia d’amore scritta con uno stile ironico e sagace e con un finale a sorpresa che vi farà ridere, pensare, piangere e sognare. E chissà, anche cambiare.

Questa è una storia ambientata in Sicilia, tra le distese degli Iblei e il mare. È il cibo a far incontrare Nisso (il cui nome deriva da Dioniso) e Arianna, l’uno chef, l’altra giornalista impegnata in vari progetti, tra cui quello di recensire ristoranti. Nisso non si è mai voluto legare, è uno spirito libero, con la sua moto e la nuova semplicissima casetta in campagna (dove non ha il bagno e il letto è una stuoia); Arianna ha visto il mondo, ha viaggiato a Parigi, New York, ha avuto alcune storie, ha anche provato ad avere una bambina, ma la vita l’ha portata poi nell’isola, dove tutto è cambiato; lui ama la montagna e detesta tutto quel blu marino, mentre lei ama il mare nonostante provenga dal Nord Italia. Nisso ha una trentina d’anni; Arianna una cinquantina. Ebbene sì, c’è una differenza di 20 anni tra i due, ma l’età non si rende conto della sintonia tra loro, dei desideri dell’uno che sono anche quelli dell’altra e viceversa. Arianna pone fine al suo peregrinare e si stabilisce con Nisso a Testa dell’Acqua (frazione di Noto), in una bella casa che si è fatta costruire; ad Avola (vicino Siracusa), invece, c’è il ristorante che Nisso conduce e che Arianna, prima per caso, poi per scelta aiuterà a gestire.

Foto di Peter H da Pixabay

I giorni si susseguono così, tra un piatto e l’altro, visitatori che rimangono più che soddisfatti ogni qualvolta entrano in quel ristorantino, camerieri e aiuti in cucina che si alternano, le vicende di casa con i tre cani adottati e qualche viaggio nei momenti di chiusura del locale. Ma se per tanti anni Arianna e Nisso sono legati da quel forte sentimento iniziale, con il trascorrere del tempo – che intanto diventano 15 anni – tutto sembra affievolirsi e una discussione li porta ad allontanarsi un po’. Lei ha lasciato la sua vita da viaggiatrice per stare con lui, ma lui ora ha bisogno di cambiare, di dare un’altra svolta alla figura di chef.

Il ristorantino sulla piazza sarà lì ad attenderli, oppure sarà stato il sogno di una vita insieme che, alla fine, è rimasto in sospeso?

La narrazione si svolge con un alternarsi di voci, ovvero quella di Nisso e Arianna, come se stessero scrivendo un diario a quattro mani. Mentre nella prima parte la storia procede spedita, da metà romanzo in poi diventa più lenta, più ripetitiva. Non nego di aver avuto (purtroppo) voglia di terminarlo perché non trovavo più elementi che tenessero accesa la mia attenzione.

Sicuramente un ruolo di spicco lo giocano i magnifici paesaggi della Sicilia. Sembra di stare in vacanza, in quei posti assolati, tra i fichi d’india, le buganvillea, le case costruite in pietroni color sabbia, il ristorantino sulla piazzetta di Avola e il mare che è una cornice azzurra. Sono stata tre volte in Sicilia, ne ho visitato la parte occidentale, quella centrale e l’orientale. Sono diverse tra loro, ma affascinanti e io ho ancora tanto da vedere e da conoscere.

Carina l’idea di inserire delle ricette. Mi è venuta voglia di provarne qualcuna, ma chissà se a Roma possono avere lo stesso sapore…

Foto di Leopictures da Pixabay

Detto ciò, ero incuriosita da questo libro e volevo leggerlo sin da quando è uscito, ma non mi ha soddisfatto appieno. Pensavo a una narrazione diversa, anche della quotidianità del ristorante, ma forse raccontata da un personaggio solo, lasciando spazio a sensazioni, riflessioni che facessero immedesimare il lettore. Mi sono sentita un po’ distaccata e, probabilmente, il problema è tutto qui.

L’epilogo e i ringraziamenti fanno comprendere come nella narrazione ci sia, sì, un pizzico di immaginazione, ma per il resto sia tutto vero. Arianna è un po’ la trasposizione dell’autrice, Roberta Corradin. Perché? Lo capirete solo leggendo.

Vi lascio con qualche piccola citazione e vi aspetto alla prossima recensione!

«Ho sempre pensato che le montagne dividano, chiudano visuali, rendano il tuo mondo più angusto. Il mare invece unisce tutti i luoghi, tutte le genti. Il mare ti lascia guardare lontano; e se guardi lontano, pensi lontano».

«Grandiosa Véronique. […] Ti guarda in faccia e vede i libri che devi leggere, te li impila tra le mani, e sì, è un atto commerciale, ma la cosa incredibile di Siddharta è che ha sempre ragione. Quei libri aspettavano te. I libri sono attori che sanno sempre quando entrare in scena nelle nostre vite».

«Una delle tante forme della felicità è quando quelli più bravi di te ti copiano. Il segreto, se volete saperlo a voi lo dico, è il cuore. Non ce lo mette più nessuno il cuore, e quando c’è si sente, e fa la differenza».

«Quando scegli, nella vita, non muori. Ti rinnovi ogni volta. Ogni scelta che fai è un nuovo pezzo di te che germoglia».

«La felicità è una casetta sulla spiaggia, svegliarsi la mattina e prima di ogni cosa andare a salutare il mare. Non ho resistito. […] Il mare per me è una terapia. Individuo un’onda lontana e non la perdo mai di vista, finché si scioglie sulla riva. Quell’onda è stata a Beirut, è stata a Istanbul, sarà a Gibilterra e poi nell’immensità dell’oceano».

domenica 21 luglio 2024

Recensione di "Il sogno di Cristina. La principessa di Belgioioso" di Angela Nanetti

Buonasera a tutti amici e bentornati, come sempre, sul blog! Questa sera vi porto a conoscere una donna straordinaria e poco nota: Cristina Trivulzio di Belgioioso.


Descrizione: Gli eventi che hanno segnato la nostra Storia, attraverso la vita di un personaggio affascinante e avventuroso: Cristina Trivulzio Belgioioso, giovane rampolla, bella e colta, della famiglia più facoltosa di Milano. Dai salotti di Parigi alle barricate di Roma, dalla Turchia a Gerusalemme, Cristina fonda giornali, scrive saggi, frequenta rivoluzionari, artisti e uomini di stato. Una principessa di grande personalità, che non esita a fare scelte coraggiose per coerenza con i propri ideali. Una vita ricca, avventurosa, un cuore libero sia in amore che nella vita, sullo sfondo dell'Italia risorgimentale.

A scuola, quando ho studiato la storia dei moti carbonari, di Giuseppe Mazzini, della Repubblica Romana e dell'Unità d'Italia, nessuno ha mai menzionato una principessa. Ho sempre sentito il nome di grandi uomini: Giuseppe Garibaldi, Giuseppe Mazzini, il generale Oudinot, Pio IX, Goffredo Mameli, Napoleone III, e così via. Al massimo, si accennava ad Ana Maria de Jesus Ribeiro, meglio conosciuta come Anita (o Annita) Garibaldi, la cui statua equestre è posizionata al Gianicolo, rappresentata sì come rivoluzionaria, ma anche come madre. Perché è in quest'ultimo ruolo che sono sempre state "rinchiuse" le donne: unicamente come madri. Una donna non è solo questo, ma è molto di più e ancora oggi si fatica tanto a capirlo. Una donna ha dei desideri, delle ambizioni, dei sogni esattamente come un uomo. Quando cambieremo i libri di storia, includendo anche le donne che l'hanno scritta, saremo davvero un paese avanzato. Al momento dobbiamo ancora accontentarci di leggere delle imprese di eroi (uomini) che facevano la guerra.

Detto ciò, passiamo alla figura principale di questo libro: la principessa Cristina Trivulzio, coniugata Belgioioso, nata a Milano nel 1808. Orfana di padre, rifiutò il matrimonio con il cugino, per legarsi invece all'uomo che più ammirava a quel tempo, Emilio Barbiano di Belgioioso, attratto a sua volta dalla consistente dote di lei.
Ma qui cominciano i problemi. Una donna che amava la libertà di pensiero e di azione come Cristina si ritrova malata a causa del marito: sifilide, il morbo che William Hogarth raffigurava sempre sul volto dei nobili personaggi e delle prostitute. Emilio, infatti, dalla condotta sessualmente libertina, non nascondeva di avere un'amante (e non solo una) e, anzi, propose alla stessa Cristina di vivere insieme a lei.
La principessa ovviamente rifiutò, separandosi dal marito. Da questo momento, iniziano i viaggi di Cristina come esule fuori dalla Lombardia, a Genova, in Francia, poi a Roma, a Costantinopoli, a Gerusalemme, per tornare infine in Francia e a Milano dove morirà il 5 luglio 1871.
Ma quale ruolo ebbe la principessa nella storia? Un ruolo molto importante. Ella appoggiava le azioni di Giuseppe Mazzini, per combattere contro il dominio austriaco. Più di una volta i suoi beni furono vincolati dall'Austria a causa delle sue condotte rivoluzionarie, ma Cristina non si fermò, né si impaurì. Per guadagnare qualche soldo, insegnò disegno, si impegnò nelle traduzioni, scrisse sui giornali e riuscì ad acquistare un appartamento, che divenne uno dei salotti più frequentati, soprattutto dai patrioti italiani. In una delle occasioni che si presentarono, conobbe François Mignet, padre della sua unica figlia, Maria.
Dopo un periodo di relativa tranquillità, quando riuscì a recuperare i suoi beni, Cristina si dedicò ai poveri contadini lombardi, aprendo asili e fornendo assistenza e istruzione. Nel momento in cui scoppiarono i moti del 1848, organizzò un battaglione di volontari partenopei, tornò a Milano e la liberò temporaneamente, finché non tornò sotto il controllo austriaco.
A Roma, la Belgioioso diede ancora il suo contributo negli ospedali, dal Santo Spirito, al San Giacomo, fino all'Ospedale di Trinità dei Pellegrini, dove venne assegnata e dove prese in cura il giovane Goffredo Mameli. Le donne che prestavano servizio volontario erano parte della borghesia, ma non mancavano le prostitute. E fu proprio questo fatto che, quando la Repubblica Romana cadde qualche mese dopo riconsegnando Roma a papa Pio IX, i cardinali sottolinearono come la Belgioioso avesse affidato gli uomini feriti a donne dalla moralità indegna.
Da Civitavecchia, la principessa partì nuovamente esule, insieme alla figlia Maria e alla governante, per Costantinopoli dove la accolse un clima totalmente differente: bazar, pascià e gli orribili harem in cui le donne erano confinate. Ad ogni modo, Cristina si adattò, spostandosi fuori città e conducendo una vita contadina, fino al viaggio verso Gerusalemme dove la figlia Maria prese la prima comunione.

Ritratto di Cristina Trivulzio di Belgiojoso, Collezione privata, Firenze (Francesco Hayez, Public domain, da Wikimedia Commons)

Ma era tempo di tornare in Europa. Doveva pensare al futuro di Maria. Nel momento in cui, ad Aleppo, cominciava a organizzare il viaggio di ritorno, la governante inglese, la signorina Parker, le denunciò atti di violenza che il magazziniere - con cui aveva una relazione - operava nei suoi confronti. La Parker aveva il naso rotto che proseguiva a sanguinare. Cristina affrontò l'uomo, invitandolo ad allontanarsi per sempre da casa sua e questo le costò molto caro. Il magazziniere le tese un aggguato, aggredendola con un coltello che la ferì quasi a morte.
Cristina, con la sua grande forza d'animo, si fece curare e, nonostante le ferite invalidanti - soprattutto quella al collo che la costrinse a una postura curva - intraprese il viaggio, per tornare in Lombardia, dove visse i suoi ultimi anni.
Riuscì a far riconoscere Maria al marito Emilio, facendo sì che il titolo e i possedimenti fossero ereditati dalla figlia. Il 17 marzo 1861 veniva proclamato il Regno d'Italia e Cristina si ritirò pian piano dalla scena politica, che l'aveva vista scambiarsi lettere con Mazzini, Cavour e i più potenti uomini di quel tempo.
I bersaglieri entreranno a Roma solo nel 1870, con la breccia di Porta Pia, confinando Pio IX in Vaticano e annettendo i territori dell'ex Stato Pontificio al Regno d'Italia. Cristina di Belgioioso, dopo un'esistenza ricca di colpi di scena, morirà nel luglio 1871.
Francesco Hayez la ritrasse nella sua veste di nobildonna generosa e coraggiosa, animata dal fuoco della libertà, della conoscenza e dell'altruismo.

Se vi consiglio il libro di Angela Nanetti? Lo avrete capito leggendo la recensione: assolutamente sì. Non vi fermate ai manuali di storia. Andate oltre. C'è molto altro dietro quelle scarne righe.

sabato 15 luglio 2023

Recensione "Piccoli desideri" di Michelle Adams

Buon pomeriggio amici lettori, bentornati tra le pagine virtuali del mio piccolo blog in questo caldissimo pomeriggio di luglio.

Proprio per cercare di "rinfrescare" la temperatura, vi porto a Porthsennen, sulla costa della Cornovaglia, dove le onde ruggiscono sulla scogliera e, in lontananza, risplende il faro di Wolf Rock.



Trama: Non è mai troppo tardi per vivere il grande amore.
Vorrei farti leggere il mio diario, in modo che tu sappia che ogni giorno di quest'anno ho pensato a te.

Elizabeth Davenport ormai ha pochissime ragioni per avventurarsi fuori dal suo cottage sulla ventosa costa della Cornovaglia e una di queste è Tom. Nel suo giorno preferito dell'anno, da quasi mezzo secolo, il suo grande amore di gioventù torna nella sua vita con l'unico scopo di lasciarle un regalo: un croco azzurro in un piccolo vaso di terracotta e un bigliettino legato con uno spago. Ci scrive sempre un desiderio, qualcosa che avrebbero potuto fare se fossero stati insieme, come poltrire a letto, bere champagne a colazione o guardar crescere i figli. Il fatto che in tutti questi anni non abbia mai mancato all'appuntamento indica che si amano proprio come il giorno del loro primo bacio, il 7 settembre. Eppure oggi, che sarebbe dovuto essere il loro cinquantesimo anniversario, il regalo non c'è. Per quanto cerchi di non darci peso, Elizabeth è sconvolta e in lei si fa strada la certezza che a Tom sia successo qualcosa. Spinta dalla preoccupazione, fa la valigia e si reca a Londra per scoprire cosa gli è accaduto. E se fossero ancora in tempo per un ultimo desiderio? Ma, soprattutto, cos'è che li ha tenuti separati per tutti questi anni? Alternando presente e passato, Michelle Adams ci regala due protagonisti indimenticabili per una storia d'amore tenera e commovente, che scalda il cuore e riempie l'anima.


Quando questo romanzo è uscito, la sua copertina colorata e il titolo mi hanno immediatamente incuriosita. Ho scaricato l'estratto e l'ho tenuto prima sul cellulare, poi sul tablet. Volevo leggerlo, dovevo. Ma non lo trovavo nelle librerie, finché a maggio scorso, entrando in una libreria Mondadori, ho provato di nuovo a chiedere.
"Ce n'è una copia sola". Quella divenne la mia copia.

Foto di Hans da Pixabay

Elizabeth ha più di cinquat'anni, l'artrite reumatoide ed è consumata dal fatto che sua figlia, Kate, non le rivolga più la parola. Nel giorno del suo compleanno, però, sa che fuori alla porta troverà sempre il regalo del suo unico grande amore, Tom, insieme a un croco e a un biglietto con un desiderio che avrebbe voluto realizzare se si fossero sposati e avessero vissuto assieme le rispettive vite.
Quell'anno, fuori dalla porta, non c'è proprio nulla. Tom non può essersi dimenticato, Elizabeth ne è certa. Nonostante sia malandata, la donna compie l'ennesimo atto di coraggio: chiude casa, affida il gatto (e le piante) alla sua amica Francine e parte per Londra, cercando Tom all'indirizzo che, un tempo, aveva provato a reperire.

Finalmente, dopo tanti anni, i due si ritrovano ed Elizabeth crede che sia giunto il momento di esaudire quei desideri, nonostante l'età, nonostante le debolezze. Ma il destino non è stato clemente e il tempo scorre velocemente, soprattutto quando l'amore, che tanto ha aspettato, sembra ormai non poter più essere vissuto. Sfidando la sorte, Elizabeth e Tom decidono di provarci comunque. Certo, entrambi hanno trascorso la propria esistenza con altre persone, entrambi hanno dei figli, ma non si sono mai dimenticati l'uno dell'altra e sempre avranno tatuato nel proprio cuore ricordi e desideri.

Foto di Tim Hill da Pixabay

Ho quasi pianto quando ho terminato di leggere "Piccoli desideri" e le riflessioni si sono affollate in me, particolarmente sensibile a una storia come questa.
Ho sempre creduto - e questo pensiero non cambierà - che se due persone hanno la fortuna, in questo mondo composto di finzioni, di trovarsi e di amarsi, debbano stare insieme. A volte occorrono dei sacrifici, a volte bisogna affrontare i pregiudizi della propria famiglia, degli amici e dei conoscenti, a volte bisogna superare le distanze, ma un sentimento autentico è cosa rarissima.

Elizabeth e Tom tutto questo lo avevano. Si erano incontrati a Porthsennen, ex compagni di scuola, e si erano innamorati. Elizabeth era promessa a un giovane medico, Tom faceva parte di una famiglia disagiata e lavorava come pescatore, pur avendo altre ambizioni. Ma né i limiti "sociali", né le "promesse" imposte, avevano potuto separarli. Si erano incontrati nelle onde del mare, nei crochi blu, nel vento che sfiorava la costiera, nei dipinti che Elizabeth amava tanto creare prendendo ispirazione da tutto il "bello" che riusciva a osservare.
Tom, il pescatore che leggeva "Orgoglio e pregiudizio" di Jane Austen, sognava di diventare architetto, Elizabeth di fare la pittrice. Ma i loro bellissimi sogni vengono infranti da altri eventi che contribuiscono a separarli... incluso il fatto che le loro rispettive lettere non giungeranno mai a destinazione.
L'amore, però, prosegue a vivere. Ne è dimostrazione il fatto che Elizabeth abbia cercato Tom; ne è dimostrazione il fatto che Tom abbia sempre pensato ad Elizabeth portandole un regalo, senza mai avere però il coraggio di bussare.
Quando i due si ritrovano, è tardi. La vita non è stata clemente. Quei desideri che, da giovani, apparivano tanto semplici da realizzare, si complicano, ma con un po' di impegno la lista si dimezza. Il problema è un altro: la malattia, contro cui l'uomo è davvero impotente.

Arrivare a pensare che due persone che avrebbero potuto e dovuto stare insieme e si ritrovino solo molto in là con gli anni, mi ha veramente spezzato il cuore. Non si può aspettare una vita intera per condividere solo pochi frammenti rubati di un'esistenza desiderata.



Di storie come quella di Elizabeth e Tom ce ne sono tante nella realtà, ma forse, mi dico, non vale la pena correre il rischio? Mettere da parte l'orgoglio, gli ostacoli e tutto il resto per essere davvero felici? Perché, è vero, la felicità può essere trovata anche in altre cose (lavoro, hobby, viaggi), ma se è stare con una determinata persona che può veramente farti tornare il sorriso e rendere la vita degna di essere vissuta, perché mai non stare insieme?
Tutto dipende da noi, da quel che vogliamo veramente. Io credo, e forse sarò sognatrice, che se è vero amore, due persone faranno di tutto per poter stare insieme; se ci sono scusanti, se i problemi si ingigantiscono al solo pensiero di fare un passo in più, forse quell'amore non è ancora maturo o non è vero amore. Vorrei sbagliarmi, anzi, spero vivamente di sbagliarmi in futuro.

Quello di Michelle Adams è un romanzo molto bello, una storia intensa che genera riflessioni in riva al mare della Cornovaglia e poi tra le vie di Londra. Lo consiglio assolutamente, ma preparate un pacchetto di fazzoletti se, come me, siete persone particolarmente sensibili.
Vi lascio con qualche frase e vi aspetto alla prossima recensione!



«Mi pare di ricordare che amavi dipingere. Lo fai ancora?»
«Sì» disse lei, sorpresa che lo sapesse e sollevata che la conversazione prendesse un’altra piega.
«E sei brava?»
«Qualcuno dice di sì, e a volte lo penso anch’io. Ma per mio padre è uno sciocco passatempo».
A quel punto calò il silenzio, finché Tom non appoggiò per terra la tazza. «Non c’è niente di sciocco nelle cose che ti rendono felice».

«Sogni mai una vita diversa, in cui nessuno si aspetta niente da te? Una vita in cui non sei costretto a pescare per aiutare i tuoi?» chiese a Tom.
«Sognare è un lusso da ricchi, Elizabeth» rispose lui, alzandosi.

«[…] Sono i sogni a renderci quello che siamo».

«Tom le aveva risvegliato qualcosa dentro. Le aveva acceso una scintilla, un’energia incredibile; le faceva venire voglia di incendiare il mondo intero. Da questo si poteva capire se una persona era quella giusta, pensò. Ti faceva sentire a posto con te stessa, ti rendeva consapevole delle tue doti e capacità; era in grado di tirare fuori il meglio di te».

«Ma se non puoi amare una persona per sempre, allora perché amarla?»

mercoledì 12 ottobre 2022

Recensione di "Equazione di un amore" di Simona Sparaco

Buonasera a tutti! Come state? In modalità nostalgica, ritorno a quei giorni di fine estate quando, nella libreria di fiducia e in un pomeriggio assolato, ho acquistato il romanzo di Simona Sparaco, ispirata proprio da quella formula riportata in copertina...


Trama: Singapore è una bolla luminosa a misura di gente privilegiata e Lea, che non indossa nemmeno un gioiello, ha lasciato Roma per vivere lì. Ha sposato un avvocato di successo e si è trasferita a Singapore, tempio finanziario dello sfarzo e del consumo. La ragione le dice che, anche se a tratti si sente malinconica, non avrebbe potuto scegliere compagno più affidabile di Vittorio. Ma nel suo cuore brucia ancora il ricordo di un amore così doloroso da indurla a fuggire. Si chiama Giacomo e l'ha conosciuto a quattordici anni, sui banchi di scuola. Asociale, tormentato e geniale, soprattutto in matematica, Giacomo è perennemente in fuga da un dramma misterioso che lo spinge verso amori distruttivi. Ma quando Lea è costretta a tornare a Roma per la pubblicazione del suo libro, il passato finirà per travolgerla con tutta la sua prepotenza. Secondo i princìpi della fisica che Giacomo stesso le ha insegnato, nulla può separare due particelle quantiche una volta che sono entrate in contatto. Saranno legate per sempre, anche se procedono su strade diverse, lontane e imprevedibili. Un romanzo che lascia senza fiato. Una storia appassionante e poetica, carica di emozione e colpi di scena. Una riflessione a tutto tondo sull'amore e sul destino, da una delle scrittrici più forti e amate della narrativa contemporanea.

Lea e Giacomo si sono rincorsi per anni, sin da quando le loro anime si sono incrociate tanto tempo fa. Lei era poco più che una bambina, lui una specie di genio incompreso della matematica; lei era innamorata, lui sembrava insensibile, ma nascondeva un trauma intriso di tanta tristezza, racchiuso in una misteriosa foto.
Anche quando Lea si sposa, le loro vite proseguono a incontrarsi, sembrerebbe per caso, eppure la fisica quantistica ha una motivazione a tutto ciò: “se due particelle interagiscono tra loro per un certo periodo di tempo e poi vengono separate, non possono più essere descritte come due entità distinte, perché tutto quello che accade a una continua a influenzare il destino dell’altra. Anche ad anni luce di distanza”.

 
E mentre Lea, trasferitasi prima a Londra, poi a Singapore con il marito, diventa scrittrice, Giacomo contro ogni pronostico lavora in una casa editrice, proprio quella che seleziona il libro di Lea per la pubblicazione. Le loro vite si incrociano di nuovo. Nulla sembra essere cambiato dall’ultima volta, in cui lui era assistente di Lettere all’università e Lea – ancora perdutamente innamorata – lo aveva seguito in Grecia, in vacanza, da dove era poi fuggita senza più voltarsi indietro.
Lea è ancora lì, con la sua ferita aperta, con il suo amore apparentemente non corrisposto. Eppure qualcosa le dice che Giacomo la ricambia, ma non può lasciarsi andare. Una rete lo tiene intrappolato, legato a qualcosa che lo ha sconvolto nel passato.
La revisione del libro si svolge a Roma e Lea torna in patria, a casa sua, quel luogo che tanto le è mancato. Si sente finalmente riagganciata alle proprie radici. Non può negare di avere un marito fedele, ordinatissimo e super organizzato, di vivere in una Singapore che è lontana anni luce da Roma per innovazioni, ma… tutta quella perfezione non le appartiene. Il suo è un mondo più colorato, più in movimento, libero e creativo. È un mondo che le manca terribilmente e di cui ha sempre fatto parte Giacomo, l’uomo complicato che le ha ingarbugliato l’esistenza.

Il finale mi ha lasciato dentro tanta malinconia e anche un bel po’ di tristezza, ma le equazioni hanno una risoluzione e tutta torna in un cerchio continuo.
Questa è una storia particolare, una storia di un amore che prosegue nello spazio e nel tempo, qualcosa di raro, di luminoso e di estremamente fragile.

Simona Sparaco unisce fisica, matematica e sentimenti, trasportando il lettore in un romanzo coinvolgente, complesso, antitetico. Ciò che è logico sembra sempre essere più sicuro, ma quanto sono belle l’imprevedibilità e l’imperfezione, che fanno di noi dei semplici essere umani, con un cuore che batte e ha una propria memoria. Una memoria che non mente mai.


Vi lascio con qualche frase. Mi sono dovuta limitare per non riportare tutto il romanzo. Consigliato assolutamente!

«Io e la letteratura: due particelle quantiche» riportava il titolo. Giacomo faceva riferimento a un fenomeno di fisica quantistica, l’entanglement, letteralmente groviglio, intreccio, per spiegare il rapporto che si era creato tra la sua vita e i libri che aveva letto. Nell’entanglement quantistico, due particelle elementari, come gli elettroni o fotoni, che costituiscono un insieme e che interagiscono per un certo periodo di tempo in esso, sono poi soggette a un legame indissolubile: se vengono separate, anche a distanza di chilometri o anni luce, si comportano come un tutt’uno.

«Sono i libri a sceglierci» scriveva. «Ci chiamano, come se sapessero di cosa abbiamo bisogno». Era questa, per Giacomo, la vera lettura. Qualcosa che si muove insieme a noi, che ci determina, e che qualche volta, se siamo fortunati, ci salva.

«Ci sono stati momenti, in tutti questi anni», gli disse «in cui mi sembrava di leggere il tuo nome dappertutto. Nelle strade, negli articoli di giornale, pareva che tutto il mondo si chiamasse come te. Forse è proprio questa la fisica quantistica, la possibilità di sentire presente nella tua mente qualcuno che fisicamente non c’è».

«E chissà che le coincidenze, nella vita reale invece, non siano proprio piccole distrazioni di chi, da lassù, tiene in mano la penna». «Noi siamo questo, Lea: due particelle supersimmetriche» e le stringe la mano, rivolge uno sguardo ai segni sulla loro pelle che ora sono vicini e quasi si sfiorano. «Qualunque cosa farai o dirai, ovunque deciderai di andare, continuerai a esercitare un’influenza sulla mia vita, che tu lo voglia o meno. Ma se decidi di restare, se decidi di amarmi, allora renderai tutto molto più semplice».

mercoledì 27 febbraio 2019

Recensione di "La lettera d'amore" di Lucinda Riley

Buongiorno amici! E' quasi terminato febbraio e qui, tra una cosa e l'altra, il tempo vola. Ma non ho intenzione di cadere in constatazioni ovvie, bensì vorrei notare che era una vita che non usavo più il blog seguendo il suo specifico scopo, quello di accogliere recensioni e quanto di letterario riesca a trovare interessante.
Il problema principale è stata propria la grande concentrazione di impegni che mi ha fatto davvero addormentare ancor prima di prendere in mano un libro. La stanchezza si avverte tutta insieme...

Ieri pomeriggio ho terminato di leggere "La lettera d'amore" di Lucinda Riley. Che sdolcinata, penserete. Sì, anche io lo avrei pensato prima di voltare l'ultima pagina e scoprire un romanzo diverso dal genere che la Riley predilige. "La lettera d'amore" è, invece, un libro che mescola amore, antiche lettere e soprattutto (è la parte preponderante) spionaggio. Lo avreste mai detto?


Trama: Ci sono segreti facili da smascherare e altri che restano sepolti per una vita intera. Come quello di Rose, l'anziana signora che Joanna, giovane reporter del Morning Mail, conosce durante la cerimonia di commemorazione del famoso attore Sir James Harrison. Pochi giorni dopo, Joanna riceve un plico contenente una vecchia lettera d'amore e un biglietto dalla grafia tremolante, ma è ormai troppo tardi per chiedere qualsiasi spiegazione: Rose è morta e la sua casa completamente svuotata, come se la donna non fosse mai esistita.Quando anche l'appartamento di Joanna viene messo sottosopra, la giornalista capisce che ha tra le mani una storia scottante, e la sua unica via d'uscita è scoprire la verità sui misteriosi amanti della lettera. Chi erano realmente? E perché è così importante che nessuno sappia di loro?
Sulle tracce di un enigmatico carteggio, Lucinda Riley ci trasporta in un mondo di pericolosi segreti, intrighi di Stato e sconvolgenti colpi di scena, in cui lasciarsi andare all'amore, a volte, è un rischio troppo grande.


Se mi fossi trovata al posto di Joanna, con il lascito di ricordi di quella enigmatica vecchina che era Rose, probabilmente anche io avrei fatto la stessa cosa: indagare. Una persona curiosa tenta inevitabilmente di andare fino in fondo alle storie, soprattutto se poi la donna anziana di turno viene a mancare in circostanze misteriose e tutta la sua roba sparisce all'indomani della sua morte. La vecchia Rose custodiva un segreto, legato a un noto attore e al contempo alla famiglia reale... ma si sa, i segreti prima o poi devono essere svelati. Nessuno porta tutto con sé nell'aldilà.
Joanna è proprio la destinaria di qualche indizio: una lettera e la raccomandazione di trovare una persona, una certa Lady bianca.


Joanna inizia così un'avventura che la condurrà a perdere il lavoro e a seminare una scia di morte dietro di sé... perché chiunque sia implicato anche marginalmente in quella faccenda finirà per non rimanere vivo abbastanza a lungo da poterlo raccontare. Quella di Joanna è una corsa contro il tempo e la paura, giocata tramite sotterfugi, tra i detti e non detti; una battaglia che spesso la contrappone al suo migliore amico, Simon, agente segreto dell'MI5; a Zoe, la nipote di James Harrison, il famoso attore, nonché sua cara amica; a Marcus, il suo grande amore e fratello di Zoe, verso cui prova un sentimento fortissimo e sbocciato inaspettatamente.


Ma cosa può esserci di così importante nella storia di una persona da far sì che la bocca di chiunque venga chiusa per sempre? Ebbene, vi è proprio uno scandalo che per la Corona d'Inghilterra potrebbe fare la differenza nella successione al trono, un evento che affonda le sue radici nel passato della Seconda Guerra Mondiale e che avrà le sue ripercussioni anni più tardi. 
Non mancano, ovviamente, nelle descrizioni di Lucinda Riley le magnifiche ambientazioni tra Londra, lo Yorkshire e l'Irlanda, nelle grande ville dal sapore vittoriano e nei cottage sulla spiaggia rocciosa, ma stavolta è il sospetto, il timore, la suspense che tengono legato il filo del discorso.


Una bella storia non c'è che dire, con lieto fine incluso, ma devo essere sincera: a volte ho perso il filo della narrazione. La storia di James Harrison era talmente ingarbugliata che richiedeva un alto grado di attenzione, in particolare verso i nomi dei vari personaggi (che non erano pochi).
Il mio giudizio è positivo perché la storia è raccontata in maniera avvincente, ma preferisco la classica Riley, sempre legata al ritrovamento di qualche cimelio del passato che scrive di storie e sentimenti di un'altra epoca.

E ora sotto con il prossimo romanzo!

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