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venerdì 13 settembre 2024

Recensione di "Sogni romani" di Renato Mammucari

Buongiorno amici e bentornati! In questa mattina grigia di pioggia, torno per un attimo a un mese fa, quando il caldo, per alcuni asfissiante ma che a me rigenera, accompagnava le mie giornate vicino al mare.

Era un pomeriggio di agosto quando, passeggiando per le stradine del centro di Anzio, mi ritrovai davanti a una bancarella di libri usati. Da una parte vi era una montagna di fumetti, dai Topolino più antichi ai Diabolik, ai Dylan Dog; dall’altra romanzi dalle pagine ingiallite, esposti insieme a libri d’arte e storia. Spulciando tra le copertine variegate, ho estratto “Sogni romani” di Renato Mammucari, rimanendo attratta dallo sguardo della donna ritratta in copertina. Effettivamente si tratta di un noto dipinto conservato presso la Galleria Nazionale d’Arte Moderna di Roma, “Sogni” di Vittorio Corcos, ma non avevo ricollegato immediatamente. In fin dei conti sono un’archeologa, non una storica dell’arte e qualcosa può sfuggirmi. Ad ogni modo, lo sguardo sognante della donna ritratta in copertina, nel suo vestito d’epoca, seduta su una panchina dove ha posato l’ombrellino, il cappello e tre libri impilati, hanno fatto sì che la mia scelta ricadesse su questo romanzo.

Al momento dell’acquisto, il signore della bancarella mi spiega che quello è l’unico romanzo di Mammucari che, invece, è noto per i suoi scritti storici, soprattutto su Velletri e l'Ottocento. Sempre più incuriosita, ho iniziato a leggerne le pagine.


Trama: Un viaggio nell'universo sentimentale di due innamorati e nei luoghi che, non mero fondale al loro peregrinare, hanno impedito che quell'amore che era in loro appassisse prima ancora di cominciare a fiorire. Da Sabaudia, la loro "conchiglia", fondata attorno ad un fazzoletto legato ad un albero più alto degli altri; al Circeo, quel fossile vivente affiorante da acque azzurrissime, copula di due infiniti, l'immensità del cielo in cui si staglia come un animale preistorico e l'incommensurabile distesa del mare da cui emerge; ed a Latina, una città dechirìchiana che conserva tali atmosfere metafisiche da far evocare "le città del silenzio" dannunziane. Da Roma, con quell'Accademia di Belle Arti edificata sul greto del Tevere ove un tempo c'era il "porto della legna"; a Velletri, fondata dai Volsci prima dell'Urbs, alla ricerca di ciò che resta di quel libero Comune; ed a Tivoli, con Villa d'Este ove si entra nei giardini incantati del Rinascimento e villa Adriana che spinge a vagare nei Campi Elisi dell'antichità. Da Parma, che ricorda quella "sindrome" stendhaliana per la quale l'arte può comprendersi solo con un po' di malinconia e d'infelicità; a Camerino, una cittadina così arroccata su un aprico colle da non dare "confidenza alla campagna"; sino a Livorno, in quel paese da favola nel quale si vorrebbe vivere per sempre.


Tutto inizia dalla solitudine e dalla malinconia di giorni passati sulle rive del Circeo, a Sabaudia. Chiara cammina triste sulla spiaggia, avvertendo il vuoto lasciato dalla morte del marito, Alberto, con cui aveva trascorso gli anni sin da quando era poco più che ventenne. E tutto ruota intorno a un dipinto, “Sogni” di Vittorio Corcos, che sembra tornare periodicamente nella vita di Chiara: riprodotto su una scatola di cioccolatini, poi su un calendario a scuola, nello studio di Alberto, il suo professore presso l’Accademia di Belle Arti dove Chiara si era iscritta grazie alla sua passione per il disegno e l’acquerello, infine l’originale alla Galleria Nazionale d’Arte Moderna. Un dipinto che unisce e che, nei suoi elementi iconografici, riconduce simbolicamente ai vari elementi dell’esistenza di Chiara. Ma questo romanzo non è solo una storia d’amore, è anche un viaggio nei luoghi più belli del Lazio e d’Italia: Sabaudia, il Circeo, Latina, Cori, Roma (Trastevere e il centro storico), Velletri, Tivoli (Villa d’Este), Parma, Camerino, Livorno.

Foto di GianniJohn da Pixabay


Tra le righe di questa storia, emerge la passione storico-artistica dell’autore (che è avvocato di professione). Non può fare a meno di descrivere, quasi in poesia, i luoghi nominati.

“Sogni romani” è una storia d’altri tempi, un romanzo che non si fa fatica a leggere, trasportati dalla bellezza di città e paesaggi italiani, ma anche del candore del sentimento provato da Chiara che sboccia in un amore destinato a non spegnersi mai, nemmeno dopo la morte del marito.

Inutile specificare che sono rimasta molto soddisfatta dal mio acquisto, anzi, dall’aver scovato questo piccolo tesoro tra i libri dimenticati dell’ultima bancarella sulla via.

Vi lascio con due brevissimi estratti e vi aspetto alla prossima recensione!

Foto di summerstock da Pixabay

«I quadri non vanno guardati ma letti, altrimenti si rischia di far parte di quella massa di visitatori dei musei e delle gallerie che si accontenta più dell’ostensione che della visione» perché, concluse abbassando il tono della voce, come per parlare al loro animo prima ancora che alla mente, «solo in tal modo riuscirete a capire e quel che più conta a carpire il “segreto” del quadro stesso».

«Uscirono dalla Galleria in silenzio; lei aveva timore di guardarlo e fu Alberto a rompere quella tensione dicendole: «Solo così si può amare per sempre, perché non sono due corpi ad unirsi, che prima o poi come tutte le cose terrene finiscono per diventare cenere, ma sono due anime che si cercano per incendiarsi l’uno con l’altra, come le tegole di un tetto si danno l’acqua a vicenda senza chiedersi il perché, solo per il piacere di completarsi vicendevolmente».

giovedì 8 dicembre 2022

Recensione di "Il quadro mai dipinto" di Massimo Bisotti

Buonasera a tutti amici e bentornati a Sàkomar che, già da qualche settimana, ha cambiato colore. Amo l'azzurro da sempre, ma un rosa più sfumato rendeva il testo più leggibile e ho effettuato questa modifica sulla base di un consiglio molto gradito.

Dove vi porto oggi? Tra Roma, Venezia e Santiago, con "Il quadro mai dipinto" di Massimo Bisotti.


Trama: Patrick è un insegnante e un pittore con l'ossessione per la perfezione. In una mattina di giugno entra per l'ultima lezione nella sua aula dell'Accademia di Belle Arti. È pronto a lasciare Roma per ripartire da zero a Venezia, città fatta d'acqua e d'incanto. Torna a casa e prima di partire decide di andare in soffitta per dare un ultimo sguardo al quadro che ritrae la donna che ha molto amato, la donna il cui ricordo porta sempre con sé. Ma, quando scopre la tela, la vede vuota: la donna sembra avere abbandonato il quadro. Sgomento, Patrick copre nuovamente il dipinto. In fretta e furia abbandona la soffitta e Roma, e corre all'aeroporto. Durante il volo, però, batte la testa e all'arrivo si ritrova confuso, non riesce a ricordare bene il motivo per cui è partito. Ma in tasca ha un biglietto con un indirizzo e un nome: "Residenza Punto Feliz". Si recherà là e troverà una nuova e strana famiglia pronta ad accoglierlo. Miguel, il proprietario della pensione, uno spagnolo saggio cui è facile affidarsi; Vince, gondoliere con il cuore spezzato da un amore andato male; e il piccolo Enrique, curioso ed entusiasta come solo i bambini sanno essere. La nuova vita di Patrick scorre tra amnesie e scoperte, finché a una festa incontra Raquel e non ha dubbi: è lei, la donna che è fuggita dal suo quadro. Un libro sul perdersi e il ritrovarsi, sulla memoria e l'accettazione di se stessi, sull'importanza di restare fedeli al precetto più vero e necessario: "mai controcuore".

Avrei voluto scrivere di più oltre alla quarta di copertina che, in qualche modo, tratteggia la trama del libro stesso, ma non ci riesco. Purtroppo questo romanzo, se così si può chiamare, è stato una totale delusione, a dispetto della copertina molto bella e di quanto prospettavano le prime pagine.
Prima che Patrick, insegnante di arte e pittore, avesse un'amnesia temporanea dovuta a un forte colpo alla testa preso in aereo durante una turbolenza, stava insieme a Raquel. Ebbene sì, ma i due si erano separati per motivazioni difficilmente comprensibili tra ragionamenti filosofici di cui il libro è infarcito. Probabilmente perché Raquel vedeva Patrick eccessivamente concentrato sulla sua passione, la pittura, tanto da trascurarla (e qui dovrò fare una riflessione personale: la trascurava così tanto da arrivare a farle un ritratto... ecco, persino questo punto non è realistico).
Grazie al padre di lei, tale Miguel - che ha avuto tre figli, ovvero Raquel, Vince e Enrique, da tre donne diverse -, e a un bigliettino che il pittore si ritrova nella tasca (come?), nonostante l'amnesia, Patrick capirà di dover andare a Venezia a ritrovare la "Residenza Punto Feliz", dove poi riuscirà a imbattersi nuovamente in Raquel, a innamorarsi ancora una volta di lei e a recuperare la memoria. In tutto ciò, prima di prendere quell'aereo Roma-Venezia, si dovrà specificare che Patrick si era accorto che dal quadro che stava dipingendo era scomparsa la donna che era certo di aver ritratto... Raquel è quella donna, ma solo incontrandola di nuovo, la riconoscerà.


Foto di hitesh choudhary (da: https://www.pexels.com/)

La trama, estremamente povera, è oltretutto piena di passaggi banali. Uno in particolare, avrebbe dovuto essere, forse, un momento tragico, che a me ha fatto invece sorridere. A Santiago, Patrick entra nella cattedrale, mentre Raquel e Vivien (ex moglie di Vince, suo fratello) stanno al bar, dove lo aspetteranno. Quando Patrick esce dalla cattedrale, trova il bar chiuso, le due donne che ne sono andate e lui che non sa come rintracciarle perché si è perso il cellulare lasciandolo in un taxi. Cosa fa il nostro paladino? Comincia a girare a vuoto, finché trova un B&B da dove riesce a chiamare Miguel, che non gli risponde. Pensando di essere stato miseramente abbandonato, prenota un volo per Roma e torna a casa, dove un suo amico lo terrà a cena. Dopo una giornata, lo raggiunge Raquel, facendogli una sorpresa mentre era al bar a fare colazione, e spiegando che lei e l'altra donna lo avevano cercato senza trovarlo, che senza cellulare non sapevano come rintracciarlo e che Miguel non aveva risposto perché stava in ospedale. Una serie di sfortunati eventi direi!
Tutto ciò appare costruito esclusivamente per fare da cornice a una serie di frasi/pensieri - anche molto belli se presi singolarmente - che messi insieme avrebbero composto un puzzle denominato "romanzo".

Mi spiace sempre scrivere una recensione negativa, ma è uno dei libri che meno ho apprezzato in tutta la mia vita da lettrice. Si tratta di un testo semplicemente irrealistico: non è possibile che, in una conversazione, due persone si rispondano a stoccate poetiche. L'unico frammento di poesia che leggo, una volta al secolo, è quello contenuto nelle frasi dei Baci Perugina perché, per il resto (ma direi per fortuna!) nessuno a delle semplici domande mi risponde con digressioni poetiche sull'amore.
Frequento i social e Massimo Bisotti lo avevo sempre abbinato ad alcuni pensieri, devo dire meravigliosi (perché lo sono! Ma non vanno incollati tra loro per farne un romanzo!), che comparivano sotto immagini e post vari. Avevo poi notato in libreria alcuni volumi che riportavano il suo nome, ma non farò più l'errore di comprare un suo romanzo. A ognuno la sua professione: Bisotti, a mio avviso, può fare - e gli riesce bene - il poeta, non lo scrittore.
Vi lascio con qualche pensiero tratto dal libro che, se fosse stato presentato invece come una raccolta di poesie/riflessioni, sarebbe stato sicuramente più apprezzato.

«[...] se hai paura di amare qualcuno, è proprio con quel qualcuno che devi stare».

«Non ci stanchiamo mai di veder nascere sorrisi sul viso di chi amiamo, sono sempre una conquista».

«Le persone più incantevoli al mondo hanno sempre un vissuto complesso. Sono spesso le più difficili da amare ma anche quelle che sanno dare di più».

«Sai, c'è un momento nella vita di una persona in cui il suono abita lo spazio. E' il momento in cui si desidera essere una cosa sola, una sciocca, smielata e preziosa cosa sola. Allora capisci che il tuo tempo e il suo tempo si fermano in quel preciso momento. E in quel momento non c'è nessun altro posto in tutto l'universo in cui il tempo abbia voglia di fuggire».

«[...] l'amore ha un suo spirito, che lo si mette alla prova con la memoria, con i ricordi. Non importa che non esista più nulla di materiale, fin quando esistono i ricordi, finché la memoria non ci abbandona, le persone e le storie continuano a vivere».

mercoledì 6 maggio 2020

Recensione di "Una storia straordinaria" di Diego Galdino

Buonasera a tutti! Come state? Mentre le giornate si allungano, la speranza di uscire da questo momento buio forse si fa più tangibile, o almeno è così che voglio pensarla.
Intanto i libri, come sempre, mi hanno fatto compagnia. Stavolta è toccata a "Una storia straordinaria" di Diego Galdino.


Trama: Luca e Silvia sono due ragazzi come tanti che vivono vite normali, apparentemente distanti. Eppure ogni giorno si sfiorano, si ascoltano, si vedono. I sensi percepiscono la presenza dell'altro senza riconoscersi. Fino a quando qualcosa interrompe il flusso costante della vita: Luca perde la vista e Silvia viene aggredita in un parcheggio. La loro vita, sconvolta, li porta a chiudersi in un'altra realtà e il destino sembra dimenticarsi di loro. Eppure, due anni dopo la loro grande passione, il cinema, li fa conoscere per la prima volta e Luca e Silvia finiscono seduti uno accanto all'altra alla prima di un film d'amore. I due protagonisti, feriti dalle vicissitudini degli eventi passati, si ritrovano, così, loro malgrado, a vivere una storia fuori dall'ordinario. Ma l'amore può essere tanto potente da superare i confini dei nostri limiti e delle nostre paure? E il destino, quando trova due anime gemelle, riesce a farci rialzare e camminare insieme?

Ancora una volta Diego Galdino ci catapulta nella realtà romana, in una piazza Barberini affollata, in una metro piena di gente, soprattutto quando piove e la Capitale si blocca. Ma Roma non è solo questo, è i suoi monumenti, la sua storia che fa capolino da ogni angolo, i suoi scorci romantici che, se osservati con la persona giusta, rendono il tutto più magico.

 
"Una storia straordinaria" narra di Luca e Silvia, due ragazzi che ancora non sanno quanto sia intrecciato il loro destino. Lavorano nello stesso luogo, prendono la metro alla stessa fermata, amano gli stessi gusti di gelato/frappè e si recano persino alla stessa gelateria. Le loro esistenze si sfiorano, ma non si incontrano mai davvero, eppure sarebbero perfetti l'uno per l'altra.
Due eventi particolari avvengono prima che il destino decida che sia arrivata l'ora di vivere la loro avventura insieme: Luca perde la vista per una malattia; Silvia, invece, viene aggredita e derubata, riportando uno shock che non le permette di fidarsi degli uomini, né di avvicinarsi a loro.
Una loro grande passione comune farà sì che, rigorosamente al buio, entrambi si "vedano". Si conoscono al cinema, si incontrano di nuovo al supermercato e così i due iniziano a frequentarsi, dando modo a un amore dolce, delicato e al contempo passionale di sbocciare e di assumere i più bei colori dell'arcobaleno.


Il mondo di Luca non è più buio, ma illuminato dalla luce di una candela di nome Silvia, e quello di Silvia ora è più bello, meno grigio e sicuro da quando c'è Luca. I due si compensano, incastrandosi perfettamente come parti di un puzzle.
Questa è una storia composta da coincidenze che assumono i contorni di quel destino, a volte un po' beffardo, che per un motivo o per un altro, riesce comunque a far incontrare le persone giuste (o almeno, il più delle volte). Ma è anche una storia di sofferenza, vissuta e superata, di due fenici che risorgono dalle proprie ceneri, alzandosi in volo e perdendo quota di tanto in tanto. Sì, perché donne e uomini non sono perfetti, ma è proprio nella loro imperfezione che riescono ad amarsi a vicenda.

L'autore intesse una trama composta da alcuni particolari elementi che, insieme, riescono a dar vita a una "storia straordinaria". In primis, c'è l'amore per Roma: Diego Galdino ama la sua città, in ogni sua sfaccettatura; la conosce a fondo e non la lascerebbe mai per nulla al mondo, come ogni buon vero romano (e da romana, archeologa per di più, lo capisco benissimo). In questo volume nomina alcuni luoghi a me molto familiari: il quartiere Prati, l'Aurelio, Corso Vittorio Emanuele II, la piazza della Cancelleria, Campo de' Fiori, l'Isola Tiberina... posti che non si possono dimenticare!


In seconda posizione, c'è la mancanza: Luca non ha più la vista, il senso forse più importante tra tutti, quello che permette di essere in contatto con il mondo, e Silvia non possiede più un pezzetto di se stessa, non fisicamente, ma nell'animo. Ad unirli c'è un amore profondo che si insedia proprio lì dove c'è assenza, per andare a riempire i vuoti e renderli parti solide. Si tratta di un amore dolce, forte, tenero, un amore che tutti vorrebbero vivere, quasi da film perché incontrare qualcosa di così speciale è raro... forse capita solo una volta in tutta l'esistenza.
"Una storia straordinaria" è un libro da gustare "ad occhi chiusi", fermandosi ogni tanto a immedesimarsi, a pensare alle frasi e ai concetti impressi tra le sue pagine.

Ho avuto modo di conoscere l'autore già nei suoi romanzi "Il primo caffè del mattino" e "L'ultimo caffè della sera" (peraltro chi come me li ha letti, troverà qualche rimando... ma non anticipo nulla. Trovateli voi). Mi aveva conquistata per il suo modo dolce di osservare le persone, descrivendone i sentimenti con semplicità, e per le belle vedute di una Roma vissuta veramente, passeggiando tra i suoi vicoli e godendone ogni minuscola parte.
Una sola cosa avrei evitato: gli eccessivi rimandi ai film. Luca è un appassionato di cinema, d'accordo, ma a volte cita troppe scene (caratteristica che anche gli amici stessi notano nella narrazione), quasi come vivesse in un collage cinematografico. A mio avviso, se anche ci sono dei parallelismi, il lettore vorrebbe trovarli da sé, senza il suggerimento del protagonista.

Per il resto, ringrazio Diego per avermi fatto compagnia anche in questa avventura. Quando sarà finita questa emergenza, dovrò assolutamente andarlo a trovare al bar per prendere un caffè speciale (che mi consiglierà lui) e farmi autografare i romanzi (con foto annessa ovviamente). Purtroppo non ci sono ancora riuscita, in quanto studio e lavoro non mi hanno permesso di prendere tante pause, ma stavolta non mi ferma nessuno.

Vi lascio con qualche piccola citazione... ho dovuto effettuare una scelta ardua, altrimenti avrei pubblicato tutto il libro.

«Lo avrebbe fatto di persona in un momento appropriato, giusto, magari mentre gli teneva le mani: un gesto che per lei avrebbe significato tantissimo, un gesto che avrebbe dato la giusta importanza a quel momento e soprattutto a lui, anzi a loro due. Tanti avrebbero scelto un bacio, un abbraccio, ma per lei stare insieme ora voleva dire lasciarsi prendere le mani, perché a volte basta afferrare una mano per farsi trarre in salvo».


«[...] L'amore va vissuto a piedi scalzi, comodamente; va passeggiato, sentendo ogni passo percorso insieme sulla pelle nuda, per viverlo il più intensamente possibile. Come quando vai al mare e appena arrivi in spiaggia senti il bisogno di affondare i piedi nella sabbia baciata dal sole per sentire quel calore che ti scalda prima piano e poi sempre più forte fino a bruciare così tanto che sei costretto a correre verso il bagnasciuga per immergerti nell'acqua fresca e godere di que refrigerio, perché la vita così è proprio bella».

 
«Quando le persone si amano i baci non finiscono mai».


«Ma dov'era finita la paura? La paura? Che cos'è la paura? L'amore non conosce paura. Vive la sua vita senza di essa. Perché non gli serve nemmeno per restare concentrato. L'amore non teme nessuno, perché sa di essere invincibile, oltre ogni logica».



«Luca assentì e poi prese la punta finale del cornetto Algida, notoriamente la più buona, e la diede a lei».


«Il destino spesso ci sorprende, mettendo sul nostro cammino persone con cui saremmo dovuti partire insieme e che invece ci ritroviamo ad aspettare seduti da qualche parte. Perché il bello di una storia d'amore banale e scontatissima non è il lieto fine, ma come ci si arriva».


 «Passiamo la vita ad affannarci per renderla migliore quando basterebbe trascorrerla con la persona che ci considera il modo più bello per migliorare la propria...».


«La luce non può impedire a qualcuno di farti del male, non può proteggerti, non è quello il suo scopo, la luce serve a farti vedere cosa è bello e cosa è brutto, serve a farti vedere la differenza. La luce fa la differenza».


«L'amore è coraggio. Il coraggio di amare, infischiandosene di tutto e di tutti. Che la gente soffra, che i cuori si spezzino a causa della tua decisione, se tu sei convinto che quella persona sia l'amore della tua vita, che è la persona capace ci renderti felice e di fare della tua vita una vita che merita di essere vissuta, allora devi scendere dal furgoncino e andare da lui, o da lei. Avere fede l'uno nell'altra».


martedì 29 gennaio 2019

"Bella l'archeologia! E dove lavori?"

Giornata di sole, una delle poche a Roma in queste settimane di pioggia intensa, un miracolo forse dato che già per domani è previsto un acquazzone.
Ho vari giri da fare, come se il mondo si fosse svegliato tutto insieme concentrando il mio coinvolgimento in una giornata sola. Dopo il primo appuntamento, ho intenzione di concedermi un po' di tempo soltanto per me, perdendomi tra le sale di Palazzo Braschi e andando a visitare la piccola mostra temporanea su Paolo VI, "papa degli artisti". Sono curiosa perché conosco poco questo aspetto, soprattutto se legato a una collezione di arte contemporanea che, logicamente, è piuttosto distante dal mondo antico in cui solitamente vivo.

Dicevo, primo appuntamento della giornata: entro nell'edificio super riscaldato, subendo uno sbalzo termico da far paura e pregando che non mi peggiori il raffreddore.
Chiedo informazioni, attendo due minuti, mi siedo, stretta di mano. Tutto a posto, sorrisi di circostanza, qualche parola per rompere il ghiaccio.
- Bene, questo è per lei. Allora come la registro?
- Scusi, in che senso?
- Cosa ha studiato?
- Archeologia... sono archeologa, dottore di ricerca.
- Ah bene, il mondo antico mi affascina. Avrei voluto studiarlo, ma poi ho fatto altro (tipico, penso tra me e me). Dove lavora quindi? Quale riferimento inserisco?

Quello spacco nel mio animo fa di nuovo crack. Lo "scotch da pacchi" ultraresistente che avevo messo per non farmi male non ha evidentemente retto. Anche stavolta subisco il colpo, ma non riesco ad ammortizzarlo completamente.

- Sono archeologa, ma svolgo ricerche in maniera indipendente al momento.
- Nessuna affiliazione? Università, istituto di ricerca...?
- Sono disoccupata. Non so cosa voglia inserire. Scriva quel che più si addice secondo lei.
- Oh, beh... mi dispiace tanto allora...
- Non fa nulla, non sono l'unica.


La signora scrive, con un sorrisetto di commiserazione, ovvero l'ultima cosa che vorrei suscitare. Perché non ho bisogno di essere commiserata, non voglio che la gente provi pietà e mi dica "poverina".
Mi pesa dover dire quel "disoccupata", mi pesa soprattutto dopo 10 anni di intenso studio - una laurea triennale, una magistrale, un corso di perfezionamento, un anno di baccelleriato, uno di licenza e tre di dottorato -, dopo una vita trascorsa tra sopralluoghi, tirocini formativi sugli scavi, ricerche in biblioteca e in archivi. Mi pesa e mi fa star male, alle mie richieste di lavoro con invio di decine e decine di CV, ricevere sempre gli stessi commenti: "Sei troppo formata", oppure "Ci occorre una risorsa con capacità specifiche" che non corrispondono alle mie (si veda bandi di concorso cuciti per i vari candidati). O ancora, l'umiliazione "Se vuoi possiamo collaborare, ma gratuitamente. Sai, con il mondo culturale va così".
No, non va così. Va così in Italia dove i baroni decidono chi inserire nei vari posti, dove i concorsi pubblici lo sono per finta perché è già stato tutto stabilito a tavolino, dove quelli come me che hanno il "difetto" di aver studiato e di avere competenze sono ridotti a un numero in eccesso, a persone inutili.
Sono disoccupata e no, molto probabilmente non rientrerò nemmeno nel famoso reddito di cittadinanza, con il quale comunque non sarei stata d'accordo. Avrei preferito un posto di lavoro normale, anche con uno stipendio moderato, ma che valorizzasse i miei studi, la mia persona, che mi restituisse dignità.

"Il lavoro nobilita l'uomo"... e se il lavoro non si trova, cosa facciamo? La mia generazione si è sentita dire che è piena di bamboccioni, è dovuta emigrare adattandosi a "lavoretti" (non ha scelto di farlo! E' stato quasi un obbligo imposto dalla mancanza di un futuro!), ha dovuto studiare il triplo delle attuali classi dirigenti composte ancora da signori che dovrebbero andare in pensione ma proseguono a rimanere incollati alle loro sedie.

Sono disoccupata e mi sento male ogni volta che qualcuno mi chiede "Cosa vedi nel tuo futuro?"... perché io un futuro non lo vedo più. 


Devo vivere alla giornata e non c'è nulla che mi faccia sentire peggio: si avverte un vuoto, un senso di abbandono. Avevo dei sogni che si sono infranti, avevo degli obiettivi che mi sono stati sottratti. 
Vorrei fare l'archeologa, dico, ma in realtà lo sono già. Allora forse la cosa più sensata da dire è "Vorrei avere un'opportunità, quella che tutti mi stanno negando".
Qualcuno mi ha detto "Prosegui a studiare. Fai anche la scuola di specializzazione". C'è altro che dovrei fare? Ci sono altri soldi che dovrei chiedere ai miei genitori per avere titoli che metterò da parte? Ancora non basta?

Cara segretaria, poco più grande di me, che mi hai guardato con commiserazione, mi viene da domandarmi come abbia ottenuto il posto che ricopri. Sicuramente con merito, ma se così non fosse? So che non te ne importa, ma ci vuole tatto con il prossimo. Non sei al telefono. Hai guardato negli occhi una studiosa che ha affrontato di tutto nella vita, che ha un passato travagliato di cui non parla mai, che ha ottenuto quel poco combattendo con tutte le forze e che non sta con le mani in mano. 
Se è disoccupata, il problema non è in lei, ma nella gente che ha incontrato lungo la sua strada e che ha reso il suo percorso scivoloso e impervio. Quell'archeologa dall'incarnato mediterraneo, con i lunghi capelli castani e lo sguardo acuto non si è mai arresa anche se porta con sé un bagaglio di tristezza. Quell'archeologa ama il suo lavoro, eppure non può esercitarlo.


- Va bene, faccio io.
- Sì, ma qualsiasi cosa, specifichi che gli studi li ho terminati già da due anni.

Esco da lì, comunque a testa alta, ma con quello spacco nell'animo che fa male. Come tutte le ferite, con il tempo passerà. La cicatrice sarà lì in bella mostra, pronta a riaprirsi. Provo a difenderla con lo scudo e un sorriso, ma spesso non ci riesco più. 
Percorro Campo de' Fiori, lancio uno sguardo a Giordano Bruno e proseguo. Il museo mi attende. Mi immergo nuovamente nel passato: se non posso lavorare per tutelarlo, valorizzarlo e studiarlo, almeno nessuno mi impedirà di osservarlo.

giovedì 6 settembre 2018

Recensione di "L'ultimo caffè della sera" di Diego Galdino

Roma, Trastevere: l'estate non è ancora terminata, è agli sgoccioli dicono, ma da brava romana so per certo che durerà almeno fino a ottobre, per lasciare il passo a un autunno mite. Cammino, calpestando i sanpietrini intrisi di storia. Chissà quante altre persone prima di me lo hanno fatto, chissà che stato d'animo avevano, da dove provenivano e se andavano di fretta, oppure se si godevano quelle meraviglie che pian piano emergevano dalle stradine della Città Eterna.


Roma è così: ogni angolo nasconde un tassello di storia, una curiosità, un particolare che te la fa amare ogni giorno di più. È proprio il suo essere unica e magica che spinge ognuno di noi abitanti a tornare in quelle stradine, senza mai stancarsi di ammirarle, di fotografarle, di viverle portandole nel cuore. 


Trastevere… a pochi passi da lì frequentavo il liceo. Tante volte sono scesa lungo le scale che da via Dandolo conducono al MIUR, per poi inoltrarmi da piazza S. Cosimato all'interno di quel rione immerso ancora in un'altra epoca; ho percorso quelle vie con i miei migliori amici o con la mia famiglia, scherzando e chiacchierando; ho passeggiato da sola, seguendo l'arte e l'archeologia, spesso soffermandomi sulle lastre incise nel portico della basilica di S. Maria… e, infine, insieme a una persona che, durante una calda mattina di giugno, si è portata via un frammento del mio cuore senza avermelo ancora restituito.


Roma nun fà la stupida stasera… e c'è poco da fare, è lei a farti innamorare, a farti battere il cuore anche quando pensi che una morsa di ghiaccio lo abbia avvolto inesorabilmente. 
È quello che capita a Massimo. Dopo la storia con Geneviève, non è più riuscito a riprendersi. Ha tentato invano di incrociare lo sguardo di altre donne, di affidare se stesso a un altro amore, ma il ricordo di quella ragazza francese gli aveva marchiato il cuore in maniera indelebile. Erano state forse le persone giuste al momento sbagliato… non per Massimo, che per Geneviève avrebbe fatto di tutto, ma per lei che travolta dalla paura provocata dagli amori intensi ha preferito lasciarlo, tornando a Parigi. 


Come se non bastasse, Dario, l'amico più caro di Massimo, viene a mancare e il bar Tiberi perde una colonna portante. Quando in un clima di velata tristezza e di cambiamento una ragazza dagli occhi blu e dai capelli neri chiede del famoso caffè alla nutella, Massimo avverte qualcosa di diverso. È forse una scossa che il suo cuore aspettava, quel calore che tanto gli era mancato, ma Mina – questo il nome della ragazza dalle origini indo-italiane che lavora in un negozio di abbigliamento al centro – torna a farlo vivere, lentamente, partendo dalle piccole cose, da una conoscenza graduale, da una bellissima amicizia che esplode in una romantica passione. 

  
Tra un caffè e l'altro sorseggiato nel bar di fronte alla basilica di S. Maria in Trastevere, una pizza in macchina seguita da lunghi baci appassionati e momenti indimenticabili trascorsi in una stanza dalle pareti rosa, Massimo e Mina capiscono di essere fatti l'uno per l'altra. Il destino li ha fatti incontrare, ma è quello stesso che ha anche ingarbugliato qualche filo di troppo… perché il passato a volte può affacciarsi, chiedendo di compiere delle scelte difficili. 


"L'ultimo caffè della sera" è un romanzo romantico, di quelli che mentre ne sfogli le pagine, fanno riprendere vita a ricordi ed emozioni. Ed è anche una storia tutta romana, con personaggi secondari che introducono il lettore nel tipico clima della Città Eterna, dove i piccoli bar e le piazzette, poste all'ombra dei familiari monumenti, diventano luoghi di ritrovo, di confidenze, di scherzi con quelle battute che solo un romanaccio doc può intonare nella maniera più corretta. 


Massimo è l'uomo che vorrei incontrare, una persona buona, che sa donare il proprio cuore, devoto al lavoro e ancora di più alla donna che ama, nonché alla sua città, Roma. Ma credo che gli uomini come Massimo siano pressoché estinti. Mina è invece una ragazza semplice che nasconde tanta forza e coraggio; una ragazza che, nonostante le delusioni, non ha smesso di credere nell'amore. E quest'ultimo l'ha ripagata perché, come dice una canzone di Max Pezzali, «L'amore ha detto il vero nel promettere “Ritornerò”».

Grazie caro Diego per questo romanzo, in cui la nostra meravigliosa Roma fa da scenario a una storia che riscalda il cuore. 


Alcune citazioni che ho scelto per voi:

«Negli amori tormentati ci si riconosce dato che bene o male, in un modo o nell'altro, che sia stato ieri, oggi o tanto tempo fa, chiunque ha amato così, senza colpa, né peccato, ma solo perché non ne poteva fare a meno». 


«Ma lei non lo stava aspettando, non più, forse l'aveva già aspettato troppo, ma gli uomini, a volte, sanno essere dei vigliacchi che prima lanciano il cuore e poi nascondono la mano». 


«[…] lui si sentì come il direttore d'albergo di Pretty Woman e sorridente le rispose: “Dev'essere difficile lasciare andare qualcosa di così bello”, per poi concludere, “perché alla fine è sempre lei che salva lui”».


«Lasciarsi andare è bello. Lasciarsi andare è giusto. Lasciarsi andare è un atto di fede, e la fede fa bene». 


«Forse sarei stata qui a cena con te lo stesso, perché l'essere umano non cerca la felicità, quella si può trovare in tanti modi, o posti, noi cerchiamo l'amore: l'ultima casa della nostra vita». 


«Capita di conoscere persone e di provare per loro un sentimento fortissimo in poco tempo. E succede, inevitabilmente, di sentirsi tanto uniti a queste persone da convincersi di essere nati solo per stare con loro e che faranno parte della nostra vita per sempre». 


«La vita è così, la passi a correre da solo cercando sempre di raggiungere qualcosa, poi, un bel giorno, ti rendi conto che per trovare la cosa più importante di tutte, la felicità, ti bastava fermarti e restare seduto su una panchina insieme alla persona giusta». 


domenica 30 ottobre 2016

La terra trema ancora...

Buongiorno amici, non sono scomparsa. Sono sempre stata china sulle correzioni effettuate sul catalogo della mia tesi. Mancano quelle al volume di testo che spero vivamente di terminare a breve. Ormai la stanchezza inizia a farsi sentire e sinceramente anche la necessità di provare a trovare un lavoro, meglio se attinente al mio campo di studi, nonostante non sia molto fiduciosa.
Oggi però scrivo sul mio blog... scrivo perché il tremore che mi ha pervaso le ossa non mi è ancora passato. Erano le 06:30 circa quando mi sono svegliata di soprassalto, non so nemmeno io perché. I gabbiani avevano iniziato a lamentarsi sopra il tetto, ma per la strada regnava il silenzio. In fondo, è entrata in vigore l'ora solare e tutti si stavano godendo un po' di sonno in più. Eppure il mio sonno non riusciva a tornare, ad avvolgermi di nuovo nelle sue spire. Avvertivo una strana agitazione addosso. Mi sono girata e rigirata nel letto, finché i primi raggi di sole non hanno iniziato a penetrare dalle serrande della mia cameretta. Avevo chiuso gli occhi da poco, quando alle 07:40 sono stata letteralmente sballottata contro il muro da una fortissima scossa di terremoto ondulatoria.
I ricordi, legati a quella notte del 2009 quando la mia adorata L'Aquila è stata rasa al suolo, si sono immediatamente risvegliati. Roma non è territorio sismico, ma anche qui avvertiamo le conseguenze di quel che accade nel centro Italia. Sono giunte da poco alcune notizie relative a danni nella basilica di San Paolo fuori le mura e di San Lorenzo fuori le mura, così come di un ascensore crollato in zona Marconi.
La diretta di Rainews 24 - accesa fino a un'ora fa - è stata agghiacciante. Per fortuna stavolta non ci sono state vittime (era stato tutto evacuato il 27 ottobre), ma il nostro patrimonio culturale si sta lentamente sgretolando. Quel poco che rimaneva in piedi ad Accumoli, Arquata del Tronto e Amatrice è venuto giù definitivamente, come un castello di carte.


E poi Norcia... la basilica di San Benedetto, un'opera d'arte di immenso valore, un polo culturale e religioso fondamentale, non c'è quasi più. Aveva resistito al sisma del 24 agosto, quella scossa che fortunatamente non avevo avvertito non essendo a Roma.


Da archeologa, mi si spezza il cuore. Ho pianto quando ho visto nel 2009 la basilica di Collemaggio franare e quella delle Anime Sante collassare... ho tremato quando solo l'anno scorso sono passata in macchina attraverso alcune strade dell'Aquila... ho osservato con immensa tristezza case sventrate nei paesetti delle frazioni, altre puntellate e disabitate a distanza di anni... un Abruzzo ferito e spesso abbandonato.



Non riesco a pensare a quanto abbiamo perso e perderemo. Sì, perché non è finita qui, come in ogni terremoto, come in ogni paese soggetto a rischio sismico. E mi chiedo ancora una volta come possiamo permettere tutto questo. 
In Giappone i terremoti sono all'ordine del giorno, eppure gli abitanti hanno reagito, hanno costruito in maniera antisismica, hanno adattato le loro costruzioni. Mi chiedo perché l'Italia non possa effettuare la dovuta prevenzione.


Purtroppo si ritorna sempre al punto di partenza: poco personale, non ci sono assunzioni, mancano i fondi (che fine faranno mai?) e noi perdiamo tasselli della nostra storia insieme a vite umane.
Il lavoro da svolgere sarà così tanto e di portata così ampia che non credo si potrà recuperare tutto (si pensi solo agli affreschi della basilica di Assisi... alcuni frammenti sono ancora nei cassetti in attesa di essere riassemblati e si parla del sisma del 1997), ma possiamo prevenirlo, questo sì.
E' costoso? Con tutte le tasse che gli Italiani pagano sono certa che il denaro per tutelarli si possa e si debba trovare. I nuovi edifici dovranno (è un must, non un'opzione) essere costruiti in maniera antisismica e il nostro patrimonio artistico - almeno i monumenti maggiori - dovrà essere monitorato e protetto. I danni probabilmente ci saranno comunque, ma un conto sarà fronteggiare un danno, un conto sarà trovarsi davanti all'ennesimo caso di distruzione e morte.
In fondo, lo sappiamo da sempre, l'Italia è un paese a forte rischio sismico. La storia parla e i dati geologici anche. E' perciò nostro dovere tutelarci, ora più che mai, effettuando controlli serrati sulle nuove costruzioni (per evitare le varie furberie alle quali siamo abituati), così come su quelle più antiche.


In questa giornata, non posso far altro che dedicare un pensiero e una preghiera a quelle persone che hanno ormai perso tutto, sperando vivamente che il governo e l'Europa si mettano in moto immediatamente per far sì che il loro futuro possa essere ricostruito. In fin dei conti, ora è l'Italia ad essere in difficoltà... terremoto ed emergenza immigrazioni (non dimentichiamola, visto che siamo praticamente rimasti soli in mezzo al Mediterraneo) ci stanno mettendo in ginocchio.
Le persone dell'Aquila sono ancora alloggiate nelle case prefabbricate; gli abitanti dell'Irpinia proseguono da decenni ad essere sfollati; i terremotati del 24 agosto e di questi giorni sono nelle tende e nei camper. Se nessuno si muove, forse ad emigrare saranno (di nuovo) gli Italiani, lasciando alle spalle un paese che si sta sgretolando sotto ogni punto di vista.
Stavolta non nego di avere paura... E' in momenti come questi che si percepisce quanto sia piccolo e insignificante l'uomo rispetto a tutto quel che lo circonda...


mercoledì 6 aprile 2016

"Chiaro di Luna" finalmente su Kindle e Kobo!

Cari lettori,
buon pomeriggio! Come state? Personalmente sono riuscita a prendermi l'influenza... ad aprile. Sono brava eh?
Ad ogni modo, guardiamo il lato positivo: ho avuto del tempo per potermi finalmente dedicare all'impaginazione definitiva di "Chiaro di Luna", imparando ad usare il programma "Sigil" e... proprio ieri sera sono riuscita a pubblicare il romanzo su KDP e Kobo!
Sono felicissima che Luna e Alex possano girare liberamente su vostri e-reader e nella vostra fantasia! Troverete perciò l'ebook a 1, 99 euro su Amazon Kindle e a 2, 99 su Kobo Mondadori.
Per chi preferisse il cartaceo, penso uscirà più in là. Sinceramente vorrei adottare CreateSpace perché ho avuto alcuni problemi con il precedente sito di self-publishing, ma devo informarmi e soprattutto capire come funzioni.
Bene, vi lascio quindi con la trama e il link d'acquisto. Vi aspetto tra i miei lettori e ricordatevi le recensioni!!!

Link d'acquisto Amazon Kindle: http://www.amazon.it/Chiaro-di-Luna-Cristina-Cumbo-ebook/dp/B01DUNJ89C/ref=sr_1_1?ie=UTF8&qid=1459952983&sr=8-1&keywords=chiaro+di+luna+cristina+cumbo

Link d'acquisto Kobo Mondadori: https://store.kobobooks.com/it-it/ebook/chiaro-di-luna



Trama: 


Rockenfield, 1315 d.C.: un'orda malefica di mercenari provenienti dall'Est, si abbatte sul piccolo villaggio ai confini con la Foresta Nera. Dei mostri, metà uomini e metà lupi, li combattono per proteggere le proprie terre. Karl, il misterioso eremita, viene ucciso, ma la maledizione della luna viene trasmessa a una bambina, Livvy. Roma, 2008: Luna è una ragazza come tante, forse un po' scontrosa e asociale, ma il suo carattere è stato forgiato a causa del bullismo imperante nel suo liceo. A volte vorrebbe fuggire e scappare da quella realtà, ma un giorno, in preda a un tremendo attacco di rabbia, il suo corpo inizia a mutare. Lei è l'erede della maledizione che è scritta nel suo DNA, ma Luna non vuole arrendersi al destino. Inizia un viaggio, volto a scoprire la verità, cavalcando le ali del tempo e ripercorrendo una leggenda, fino ad arrivare a Friburgo, dove un segreto, nascosto da secoli di storia, è in attesa di essere svelato...




Genere: Fantasy, Paranormal, Gothic

Prezzo ebook:

Amazon Kindle: 1, 99 euro
Kobo Mondadori: 2, 99 euro

Booktrailer:


mercoledì 10 febbraio 2016

Booktrailer del mio nuovo romanzo "Chiaro di Luna", prossimamente in cartaceo ed ebook

Buonasera a tutti amici, come state?
Tra una cosa e l'altra, rigorosamente in notturna (la creatività viene al calar della sera), sono riuscita a creare il booktrailer di "Chiaro di Luna", in cui si vede l'anticipo della copertina interamente disegnata da me, retro incluso. In realtà è più scura... non capisco perché nel video il blu venga fuori così brillante, ma l'importante è il contenuto.
Solo per voi e sul mio blog quindi, ecco l'anteprima del romanzo che prossimamente troverete in cartaceo e formato digitale. La data d'uscita non posso anticiparla, ma sarà sicuramente un po' più in là. Intanto rimanete connessi al mio blog, alla mia pagina Facebook e al profilo Google+, dove troverete ogni aggiornamento.


Trama: Rockenfield, 1315 d.C.: un'orda malefica di mercenari provenienti dall'Est, si abbatte sul piccolo villaggio ai confini con la Foresta Nera. Dei mostri, metà uomini e metà lupi, li combattono per proteggere le proprie terre. Karl, il misterioso eremita, viene ucciso, ma la maledizione della luna viene trasmessa a una bambina, Livvy.
Roma, 2008: Luna è una ragazza come tante, forse un po' scontrosa e asociale, ma il suo carattere è stato forgiato a causa del bullismo imperante nel suo liceo. A volte vorrebbe fuggire e scappare da quella realtà, ma un giorno, in preda a un tremendo attacco di rabbia, il suo corpo inizia a mutare. Lei è l'erede della maledizione che è scritta nel suo DNA, ma Luna non vuole arrendersi al destino. Inizia un viaggio, volto a scoprire la verità, cavalcando le ali del tempo e ripercorrendo una leggenda, fino ad arrivare a Friburgo, dove un segreto, nascosto da secoli di storia, è in attesa di essere svelato...



Che ne dite? Spero di avervi tra i miei lettori! Luna vi aspetta per un'emozionante avventura tra Roma e Friburgo, a metà tra il presente e un oscuro passato.

sabato 9 gennaio 2016

Idee creative e notturne... e piccoli anticipi del nuovo romanzo, "Chiaro di Luna"

E' notte ormai. La gente dorme mentre il mio cervello lavora incessantemente. Gli ho semplicemente dato il via e lui è partito a razzo. A volte mi spaventa il fatto che sia più creativa di notte, all'ombra, piuttosto che di giorno quando le persone comuni vivono.
Ho lavorato alla tesi da stamattina fino a oggi pomeriggio inoltrato; poi d'improvviso ho chiuso tutto, nonostante le idee proseguissero a vorticare, ho aperto il romanzo e ho modificato un pezzo della trama così come avevo pensato di fare durante una di queste notti (purtroppo ho il sonno molto leggero...).
Adesso avrei voglia di disegnare, forse lo farò o forse no, si è fatto troppo tardi. Ieri era quasi l'01:00 quando ho preso carta, matita e gomma, mi sono seduta in mezzo al letto, sotto le coperte e ho iniziato a tracciare linee che, pian piano, hanno preso consistenza, generando il volto di una ragazza e quello affrontato di un lupo.
Sì, sto ideando la copertina per il mio prossimo romanzo e, dopo aver pensato e ripensato a ricorrere a un grafico, oppure a scattare personalmente le foto per la cover (come ho fatto per i 3 romanzi di Sàkomar), ho deciso di disegnarla e manipolarla al pc.
Forse mi ci vorrà più tempo, ma imparerò anche qualcosa di nuovo che in futuro potrebbe servirmi e poi il romanzo sarà più personale.
Diamo un'identità a questo nuovo scritto. Lo avevo già anticipato in qualche vecchio post: si chiamerà "Chiaro di Luna".



Il titolo è rimasto invariato dal tempo in cui era solo un racconto scritto per partecipare a un concorso che mi suggerì una professoressa durante gli anni del liceo. Non seppi più nulla delle selezioni, né dei risultati. Magari non vinsi mai, oppure arrivai a classificarmi in qualche posizione per me importante, ma non mi venne mai comunicato, nonostante il racconto fosse piaciuto alla prof in questione e lei stessa mi avesse fatto i complimenti. Sono misteri e forse rimarrò sempre con la curiosità... ma insomma, se il mio passato liceale non voglio ricordarlo e non ne voglio parlare un motivo ci sarà, giusto? Stendiamo quindi un velo pietoso che è meglio.
Il racconto, se ricordo bene, avrebbe dovuto essere di fantasia e al contempo parlare di temi attuali, quali bullismo, droga, etc., in pratica gli argomenti dei temi che ogni volta che c'era il compito in classe di italiano ti ritrovavi davanti.
Fu un'illuminazione la mia. Chissà perché e per come, ma d'un tratto, un pomeriggio, impugnai la penna biro blu e iniziai a scrivere su una manciata di fogli protocollo. Il racconto mi prese molto e fui entusiasta del risultato. Luna, la protagonista, mi somigliava... eccome, ma all'epoca non me ne accorsi. Fidatevi: Christine di Sàkomar avrà pure il mio nome anglofono, ma lei è davvero frutto della mia fantasia o forse incarna tante qualità che avrai voluto possedere come essere più sensibile, o meglio, riuscire a dimostrarlo, essere davvero coraggiosa e buona.
Luna è la me stessa di qualche anno fa: incosciente, impaziente, asociale, suscettibile, irascibile, glaciale, ma anche curiosa, fragile sotto la sua apparente scorza d'acciaio. E diciamo pure che qualcosa è rimasto nell'attuale me. Il carattere si cambia difficilmente... però a me piace. In fondo mi ha permesso di raggiungere i miei modesti traguardi e, anche se a volte non mi sopporto (capita a tutti immagino), so che al mondo ci sono persone in grado di apprezzarmi e tollerarmi, quindi va bene così. La trasposizione della me del passato in Luna è stata del tutto involontaria, ma non me la sono sentita di cambiarla revisionando e riscrivendo alcune parti della storia. "Chiaro di Luna" è nato con un personaggio complicato e ho deciso che rimarrà così. Luna la si ama o la si odia, non ci sono vie di mezzo.



Ovviamente insieme alle righe vergate in blu sul foglio, arrivarono anche i disegni dei protagonisti: Luna, la ragazza maledetta, il suo migliore amico Alessandro e il suo principale rivale, Luis.
Mettiamo le cose in chiaro: non è per questioni di scarsa fantasia che un altro dei miei personaggi si chiama Alessandro. L'Alessandro di "Chiaro di Luna" si chiama così perché è un nome questo che mi è sempre piaciuto insieme a pochi altri (come Stefano, Matteo, Francesco, Angelo...), e principalmente perché, durante i miei "gloriosi" anni da giovane disadattata in procinto di diventare un'attaccabrighe professionista, adoravo il calcio. E sì, Alex Del Piero era uno dei miei preferiti, insieme a Claudio Javier Lopez, Hernan J. Crespo, Juan S. Veron, Gianluigi Buffon (che è rimasto il mio "grande amore" insieme a Chris Evans, come penso si sia intuito). Guardavo il calcio, ogni partita, anche sulle reti più impensabili. Seguivo il campionato, la Champions League, la Coppa Italia, le partite della Nazionale, i tg sportivi, i programmi post partita (es. novantesimo minuto), compravo i giornali calcistici che ancora tengo nel mio "archivio segreto", avevo tutti gli album di figurine ed ero informata su formazioni, allenatori, calciomercato... Non è tutto. Giocavo con i miei compagni di classe. Accadeva più frequentemente alle medie ed era tutto iniziato da una mia frattura multipla al braccio (che novità...) che non mi aveva permesso di giocare a pallavolo con le mie compagne femmine. Ero brava e adoravo correre, combattere per prendere il pallone, imprimere tutta la mia potenza in quei pochi centimetri di gomma, iniziare un'azione e contribuire al goal...
Al liceo ci ho giocato qualche volta, ma all'epoca i ragazzi non erano troppo aperti di mente per permettere a una ragazza di prendere a calci un pallone con loro e mi ritrovavo a tentare di giocare a pallavolo (che era più una chiacchierata collettiva) o a volano che mi piaceva discretamente.



Ero un maschiaccio insomma, forse ci ero diventata e la colpa non era nemmeno totalmente mia. Poi la passione per il calcio si è mitigata, fino a scomparire quando è emerso il "calcioscommesse" e per me non ha più avuto senso guardare le partite. Mi sono ridotta a seguire la Nazionale e basta... e Gigi Buffon ovviamente.
Nel racconto quindi Luna aveva un caratteraccio che, nella trasposizione romanzata, ho cercato di addolcire un po', ma nemmeno troppo. Ho moderato la sua sete di vendetta che, per motivi legati alla trama che non anticiperò, provava in maniera smisurata.
Luis rappresenta il bullo di turno, il delinquente che può comandare perché è temuto e tenta di portare nel suo gruppo anche i bravi ragazzi, riuscendo ad allettarli con strategie di convincimento a furia di pestaggi, prese in giro e traffico di droga. Luis incarna il prototipo del ragazzo odierno con gravi problemi sociali che purtroppo pullula nelle scuole medie e superiori.



Quello del bullismo è un tema a me caro. Lo abbiamo subito un po' tutti nella mia famiglia... io da una punto di vista psicologico sia alle medie che al liceo, con prese in giro pesanti e invidie che hanno condotto a parole e atteggiamenti a dir poco offensivi nei miei confronti. Ricordo con angoscia quei momenti che invece avrebbero dovuto rappresentare un passato spensierato e che per me purtroppo sono un incubo. Vale lo stesso per mio fratello e mia sorella che hanno vissuto, per un certo periodo di tempo, nel mio stesso ambiente. Forse mia sorella minore si è salvata un po' di più, ma insomma è la regola ormai che le persone educate, riservate e studiose siano prese di mira da microcefali ambulanti spesso sostenuti dai professori che, senza intervenire, non fanno altro che supportarli nelle loro azioni. La scuola è da riformare insieme alle menti che la popolano...
Termino con Alessandro. Inizialmente è un amico un po' impiccione, troppo curioso e anche eccessivamente popolare. Poi il suo personaggio muta, cresce e diventa il ragazzo che è un punto fermo nella vita di Luna, la sua ancora di salvezza, il suo abbraccio senza tempo. Alessandro è la pietra miliare nella storia della burbera protagonista che, solo grazie a lui, trova un po' di umanità perduta o nascosta sotto il suo aspetto.



Perché sono andata a finire a parlare di "Chiaro di Luna", del mio "oscuro" passato e del profilo psicologico dei personaggi? Bene, come si è ormai capito, con il 2016 ho intenzione di pubblicare il romanzo finalmente, di far vedere la luce a quel racconto di 15 pagine che è diventato uno scritto di più di 300, che ha assunto toni gotici e fantasy legati al Medioevo oltre che all'età contemporanea.
Sarà un romanzo ambientato per metà a Roma, la mia città bellissima e attualmente massacrata da una discutibile gestione (evito discorsi politici, ma la realtà è ben chiara sotto gli occhi di tutti), e per metà a Friburgo in Brisgovia che ho conosciuto casualmente tramite le mie ricerche nel web.
Direi che dopo questo romanzo, forse un viaggetto a Friburgo mi toccherà farlo. E' diventata una meta obbligata, un desiderio da realizzare perché fa un po' parte di me, della mia fantasia, di una storia che mi appartiene e a cui sono ormai tanto legata.



Credo che per ora sia tutto. Rimanete quindi sincronizzati sul blog (diventare followers fissi non vi fa male comunque. Lo apprezzo se spingete un semplice pulsante...), sulla pagina Facebook, sul profilo Google+ e su Twitter. "Chiaro di Luna" sta per arrivare. Probabilmente dovrò fare una nuova revisione (della serie "le revisioni non finiscono mai") perché voglio che sia corretto al 99,9%, dovrò creare un booktrailer (ho già scelto la musica) e terminare la copertina. Infine ci saranno gli accordi con il sito di selfpublishing che porteranno via un po' di tempo, sempre se deciderò di affidarmi di nuovo a uno di essi. Devo ancora pensarci, ma tra tesi e impegni vari, anche "Chiaro di Luna" rientra nei progetti per il 2016... e quando faccio una promessa, state pur certi che la mantengo.
Adesso vado a dormire... o a creare nuove idee. Sì, è decisamente più appropriato.
Buona notte!!!



p.s. Vi piace la nuova grafica del blog? Meno fantasy, più professional ;)

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