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venerdì 12 novembre 2021

Recensione di "Le due culture" di C. P. Snow

Buon pomeriggio! Torno sul mio blog per parlarvi di una lettura un po' particolare, che non conoscevo. La signora che me ne ha parlato mi ha anche prestato il libro. Non si tratta di un saggio scorrevole, ma riflessivo: "Le due culture" di C. P. Snow.


C'è chi di letteratura non ne vuole sentir parlare, chi il latino lo considera una lingua morta, ma c'è anche chi con la matematica ci ha litigato da tempo e non ha mai compreso la fisica.
Le due culture citate da Snow sono esattamente la cultura umanistica e quella scientifica, in eterno contrasto tra loro. Un classico della storia: sin da quando ho memoria, sono sempre state "materie" contrapposte, ma non per questo totalmente separate. Tra le due infatti può esserci interazione.
Ho letto i commenti e le recensioni in merito al volumetto in questione: alcuni sostengono che gli scienziati cerchino la verità, mentre gli umanisti la bellezza. Ma se non fosse così? 
Posso guardarla dal mio punto di vista personale e sostenere che anche gli umanisti cerchino la verità. Sono un'archeologa. Di certo non sono insensibile davanti alla magnificenza di una scultura quando si presenta l'occasione di osservarla, o alla bellezza incarnata da un mosaico o da quegli affreschi che tanto amo, ma signori, forse sarete sorpresi: l'archeologo cerca la verità. Non si mette alla volontaria ricerca del dettaglio "bello". No, l'archeologo cerca la verità storica, tenta in ogni modo e con i mezzi posti a sua disposizione (si includano i c.d. mezzi "scientifici") di ricostruirla, anche quando le tracce sono veramente labili. Incrocia le fonti scritte e i reperti materiali per poterne venire a capo, e basa la sua esistenza sull'analisi degli strati di terra che sono contenitori di informazioni preziosissime.


Snow, ovviamente, generalizzava e forse, alla sua epoca, l'archeologo - che è la figura più scientifica tra quelle umanistiche - procedeva ancora secondo una concezione antiquaria.
Posso dire, però, che archeologo a parte, le due visioni di Snow non siano totalmente da considerare superate, anzi, basti pensare alla formazione in Italia. La suddivisione tra liceo classico e liceo scientifico (che per esperienza, molto spesso, di scientifico non ha nulla) fa sì che le neo matricole si dividano in chi ama la matematica, la scienza, la fisica e chi ama la letteratura, la storia, la storia dell'arte, disprezzandosi a vicenda. Vi dirò da soggetto atipico che, dopo aver frequentato il liceo scientifico si è iscritta poi ad archeologia (penando non poco con il latino e il greco), che la cultura scientifica e quella umanistica dovrebbero rivestire la stessa importanza perché entrambe contribuiscono a formare una persona intelligente e produttiva.
In Italia, attualmente, ci troviamo esattamente nella situazione che Snow descriveva per l'Inghilterra nel 1959: le persone dedite allo studio delle materie scientifiche studiano la metà degli umanisti, eppure trovano immediatamente impiego con retribuzione mediamente elevata; gli umanisti sono disoccupati o scarsamente retribuiti, pur avendo studiato oltre 10 anni.
Che cos'è che dovrebbe cambiare, si domandava Snow? La nostra educazione. Ebbene sì, bisognerebbe iniziare a capire che entrambi gli aspetti sono fondamentali per far sì che la società proceda e si evolva. Una "rivoluzione scientifica" che investe un X paese farà sì che quest'ultimo proceda tecnologicamente, ma dal punto di vista sociale e delle radici identitarie sarà scarso, anzi, rischierebbe di perderle tragicamente. Snow ne parlava tanti anni fa... adesso in Italia ne osserviamo le conseguenze.


E ancora: perché non integrare le due cose? Porto ancora il confronto con il mondo dei beni culturali. Se davvero funzionasse (ormai è sempre più un'utopia dal mio punto di vista, ma la speranza è l'ultima a morire...), potremmo osservare una sinergia tra scienziati e umanisti. Come? Per esempio, nell'individuazione di un'opera falsa non lavorano solo gli storici dell'arte o gli archeologi che, con la loro esperienza, potranno dare opinioni in merito, bensì anche esperti in diagnostica (fisici) che applicheranno strumentazioni e metodologie scientifiche volte a smascherare "l'inganno".


Potrei farne mille di esempi simili, ma il problema rimane solo uno: una integrazione dei due "mondi" culturali a livello centrale, partendo proprio dall'educazione. Sono sempre stata convinta che un liceo unico sia una soluzione. Perché approfondire più il latino e il greco tralasciando la matematica e la fisica? Si approfondiscano tutti gli aspetti per formare persone in grado di adattare le proprie abilità, persone in grado di comprendere le varie sfaccettature che compongono la realtà a 360°, senza giungere a criticare chi ama risolvere equazioni, o chi invece ama scrivere romanzi. E nel mondo del lavoro si collabori! Non è richiedendo "tuttologi" che si produce occupazione, né ricchezza sia dal punto di vista economico che culturale! Questo, purtroppo, siamo costretti - soprattutto noi della fascia 30-40 - a vederlo ogni giorno: richiesta figura con 10 anni di esperienza in economia, arte, museologia, in possesso di laurea magistrale, dottorato, scuola di specializzazione, etc., in grado di parlare francese, tedesco e inglese, automunito, che usi il PC a tutte le ore del giorno e della notte, capace di lavorare in team, ma anche in autonomia.
Chissà se Snow questo lo aveva previsto quando le parole della sua conferenza tenuta a Cambridge confluirono nel volumetto? Forse persino lui era ottimista nel volgere lo sguardo al futuro... e invece...


«Di fatto, la distanza che separa scienziati e non-scienziati è molto meno superabile fra i giovani di quanto lo fosse anche trent'anni fa. Trent'anni fa le culture non si rivolgevano da tempo la parola: ma almeno si sorridevano freddamente, attraverso l'abisso che le separava. Ora la cortesia è venuta meno, e si fanno le boccacce. Non si tratta soltanto del fatto che oggi i giovani scienziati sentono di far parte di una cultura in ascesa, mentre l'altra è in ritirata. Si tratta anche, che per essere brutali, del fatto che i giovani scienziati sanno che, con una laurea mediocre, otterranno un buon posto, mentre i coetanei e colleghi di Inglese o di Storia saranno fortunati se guadagneranno i due terzi. Nessun giovane scienziato provvisto di un certo talento penserebbe di non essere ricercato o di fare un lavoro ridicolo, come pensava il personaggio di Lucky Jim, e di fatto, una parte del malcontento di Amis e dei suoi compagni è il malcontento dei laureati in lettere sotto-occupati.
C'è una sola via per uscire da questa situazione: e naturalmente passa attraverso un ripensamento del nostro sistema educativo».

martedì 23 luglio 2019

Recensione di "Detective dell'arte. Dai Monuments Men ai Carabinieri della cultura" di Roberto Riccardi

Buongiorno a tutti amici! In un ritaglio di tempo volevo condividere con voi la mia recensione di "Detective dell'arte. Dai Monuments Men ai Carabinieri della cultura" di Roberto Riccardi.


Trama: Un film nel 2014 li ha resi famosi. Erano i Monuments Men, 350 uomini di tredici Paesi che salvarono i capolavori dell'arte dalle devastazioni della Seconda guerra mondiale. Di militare avevano ben poco, erano in prevalenza esperti di arti figurative, archivisti e restauratori. Nello stesso periodo Rodolfo Siviero, agente segreto e critico d'arte, riportava in Italia con operazioni degne di un romanzo d'avventura i capolavori sottratti dal "Kunstschutz" voluto da Hermann Göring. Era figlio di un carabiniere. Prima di lui c'era stato lo scultore Antonio Canova, nominato ambasciatore dal papa per recuperare le opere portate via da Napoleone in forza del trattato di Tolentino. Nel 1969 l'Arma dei Carabinieri ha creato una struttura dedicata alla salvaguardia dell'arte, composta da squadre abituate a lavorare sui grandi scenari internazionali utilizzando tecniche professionali e innovative. È il nucleo (ora comando) Tutela patrimonio culturale. I suoi uomini hanno rimesso al loro posto La Muta di Raffaello, Il giardiniere di Van Gogh, il Cratere di Eufronio, la Triade capitolina. I risultati vanno ben al di là delle cronache giudiziarie: viaggiano fra il passato e l'eterno. Nel cinquantenario della fondazione del Tpc, a cui sono dedicati eventi e mostre in tutto il mondo, questo libro racconta le indagini, i successi e i casi su cui non è stata ancora scritta la parola fine. Dalla riapertura delle domus di Pompei al giallo del Caravaggio rubato e ai falsi Modigliani, dal salvataggio delle opere d'arte dopo il terremoto in Umbria del 2016 all'impegno in Iraq per la protezione e il recupero dei beni archeologici dopo la Seconda guerra del Golfo, è una carrellata di storie avvincenti e colpi di scena. Che non solo svelano il mondo sommerso dei tombaroli, dei furti su commissione e dei falsari di mestiere, ma rivelano anche le emozioni, i ricordi, gli aneddoti dei detective dell'arte, che hanno fatto del loro lavoro una passione senza confini.

Piove a Palermo. E' una notte di ottobre del 1969. Il Nucleo Tutela Patrimonio Artistico dei Carabinieri è stato fondato da solo qualche mese e già un caso importante si presenta davanti ai suoi occhi: dall'Oratorio di San Lorenzo è scomparsa "La Natività" del Caravaggio. Ancora oggi quel dipinto è nella lista delle opere d'arte più ricercate di tutti i tempi, il simbolo del traffico d'arte internazionale.


E' così che il Gen. Roberto Riccardi, attualmente Capo Ufficio Stampa dell'Arma dei Carabinieri, comincia la sua narrazione, illustrando in modo scorrevole e a volte "poetico" il mestiere dei Detective dell'arte, degli 007 Italiani che si occupano di recuperare le opere illecitamente sottratte, di restituirle, ma anche e soprattutto di contrastare ogni azione criminale rivolta verso il patrimonio culturale e paesaggistico.


Il Comando Carabinieri Tutela Patrimonio Culturale ha compiuto 50 anni il 3 maggio scorso ed è proprio grazie a questo reparto speciale dell'Arma, fiore all'occhiello tutto Italiano, che l'umanità è in grado di recuperare frammenti della propria storia.
E' quando i tombaroli si aggirano furtivamente nelle campagne che i Carabinieri del TPC indagano e contrastano i trafficanti d'arte internazionali. La Triade Capitolina, magnifico gruppo scultoreo, è stata recuperata così.


E' quando i ladri, frequentemente aiutati da una talpa interna, decidono di recarsi a un museo per rubare opere importanti, magari su commissione, che i Carabinieri del TPC devono essere immediatamente reperibili e correre sul luogo del "delitto" per raccogliere le prove e iniziare le indagini. "Il giardiniere" di Van Gogh, o i dipinti trafugati dal Museo di Castelvecchio a Verona hanno richiesto complesse operazioni investigative prima di portare a casa un risultato positivo, restituendo alla collettività le opere d'arte. 


Ma tutto ciò non riguarda esclusivamente le opere già note: tra i "ricercati" dai Carabinieri vi sono anche manufatti di arte sacra, piccoli oggetti, quadri di artisti sconosciuti che avevano un valore affettivo, sacro, religioso "bisognosi" di essere recuperati per colmare un vuoto tangibile nelle comunità.
Poi ci sono i falsari, sempre pronti a immettere sul mercato manufatti contemporanei spacciati per originali, uomini senza scrupoli che, pur di guadagnare sulla buona fede degli acquirenti, sarebbero disposti a qualsiasi cosa. E' così che sorgono casi come quello dei falsi Modigliani per citarne solo uno dei più famosi.
Infine ci sono le missioni "speciali": i Caschi Blu della Cultura, Unite4Heritage, sono in prima linea quando si tratta di dare man forte in situazioni tragiche, quali calamità naturali (terremoti, alluvioni, incendi, etc.) e guerre, che minacciano il patrimonio culturale.


Tutto questo riguarda le attività del Comando Carabinieri TPC, che può fare costante affidamento sulla "Banca Dati dei beni culturali illecitamente sottratti", il più grande e completo database al mondo contenente informazioni e fotografie relative alle opere d'arte trafugate.


Roberto Riccardi, oltre a narrare le imprese, nomina anche le persone che indossano quella divisa: donne e uomini impegnati costantemente per far sì che la memoria e la storia, nazionale e internazionale, non si disperda, ma continui a raccontare dettagli di un passato tremendamente attuale. Donne e uomini infaticabili, che sacrificano spesso gli affetti per adempiere al proprio dovere e rimanere al servizio di ogni cittadino.
I Monuments Men hanno indubbiamente scritto una pagina importante di storia; i Carabinieri del Comando Tutela Patrimonio Culturale camminano accanto al cittadino ormai da 50 anni, senza mai lasciarlo solo, impedendo prima di ogni altra cosa che la deliquenza possa in qualche modo compromettere la memoria di ognuno di noi. 


E' ormai dal 2013 che ho personalmente iniziato il cammino della tutela del patrimonio, studiando i casi specifici, occupandomi della comunicazione e informando ogni cittadino degli eventi "delittuosi" riguardanti i beni culturali. E' solo puntando sulla consapevolezza del singolo che si potrà (forse) educare al rispetto verso la storia e le testimonianze di un passato collettivo.

martedì 29 gennaio 2019

"Bella l'archeologia! E dove lavori?"

Giornata di sole, una delle poche a Roma in queste settimane di pioggia intensa, un miracolo forse dato che già per domani è previsto un acquazzone.
Ho vari giri da fare, come se il mondo si fosse svegliato tutto insieme concentrando il mio coinvolgimento in una giornata sola. Dopo il primo appuntamento, ho intenzione di concedermi un po' di tempo soltanto per me, perdendomi tra le sale di Palazzo Braschi e andando a visitare la piccola mostra temporanea su Paolo VI, "papa degli artisti". Sono curiosa perché conosco poco questo aspetto, soprattutto se legato a una collezione di arte contemporanea che, logicamente, è piuttosto distante dal mondo antico in cui solitamente vivo.

Dicevo, primo appuntamento della giornata: entro nell'edificio super riscaldato, subendo uno sbalzo termico da far paura e pregando che non mi peggiori il raffreddore.
Chiedo informazioni, attendo due minuti, mi siedo, stretta di mano. Tutto a posto, sorrisi di circostanza, qualche parola per rompere il ghiaccio.
- Bene, questo è per lei. Allora come la registro?
- Scusi, in che senso?
- Cosa ha studiato?
- Archeologia... sono archeologa, dottore di ricerca.
- Ah bene, il mondo antico mi affascina. Avrei voluto studiarlo, ma poi ho fatto altro (tipico, penso tra me e me). Dove lavora quindi? Quale riferimento inserisco?

Quello spacco nel mio animo fa di nuovo crack. Lo "scotch da pacchi" ultraresistente che avevo messo per non farmi male non ha evidentemente retto. Anche stavolta subisco il colpo, ma non riesco ad ammortizzarlo completamente.

- Sono archeologa, ma svolgo ricerche in maniera indipendente al momento.
- Nessuna affiliazione? Università, istituto di ricerca...?
- Sono disoccupata. Non so cosa voglia inserire. Scriva quel che più si addice secondo lei.
- Oh, beh... mi dispiace tanto allora...
- Non fa nulla, non sono l'unica.


La signora scrive, con un sorrisetto di commiserazione, ovvero l'ultima cosa che vorrei suscitare. Perché non ho bisogno di essere commiserata, non voglio che la gente provi pietà e mi dica "poverina".
Mi pesa dover dire quel "disoccupata", mi pesa soprattutto dopo 10 anni di intenso studio - una laurea triennale, una magistrale, un corso di perfezionamento, un anno di baccelleriato, uno di licenza e tre di dottorato -, dopo una vita trascorsa tra sopralluoghi, tirocini formativi sugli scavi, ricerche in biblioteca e in archivi. Mi pesa e mi fa star male, alle mie richieste di lavoro con invio di decine e decine di CV, ricevere sempre gli stessi commenti: "Sei troppo formata", oppure "Ci occorre una risorsa con capacità specifiche" che non corrispondono alle mie (si veda bandi di concorso cuciti per i vari candidati). O ancora, l'umiliazione "Se vuoi possiamo collaborare, ma gratuitamente. Sai, con il mondo culturale va così".
No, non va così. Va così in Italia dove i baroni decidono chi inserire nei vari posti, dove i concorsi pubblici lo sono per finta perché è già stato tutto stabilito a tavolino, dove quelli come me che hanno il "difetto" di aver studiato e di avere competenze sono ridotti a un numero in eccesso, a persone inutili.
Sono disoccupata e no, molto probabilmente non rientrerò nemmeno nel famoso reddito di cittadinanza, con il quale comunque non sarei stata d'accordo. Avrei preferito un posto di lavoro normale, anche con uno stipendio moderato, ma che valorizzasse i miei studi, la mia persona, che mi restituisse dignità.

"Il lavoro nobilita l'uomo"... e se il lavoro non si trova, cosa facciamo? La mia generazione si è sentita dire che è piena di bamboccioni, è dovuta emigrare adattandosi a "lavoretti" (non ha scelto di farlo! E' stato quasi un obbligo imposto dalla mancanza di un futuro!), ha dovuto studiare il triplo delle attuali classi dirigenti composte ancora da signori che dovrebbero andare in pensione ma proseguono a rimanere incollati alle loro sedie.

Sono disoccupata e mi sento male ogni volta che qualcuno mi chiede "Cosa vedi nel tuo futuro?"... perché io un futuro non lo vedo più. 


Devo vivere alla giornata e non c'è nulla che mi faccia sentire peggio: si avverte un vuoto, un senso di abbandono. Avevo dei sogni che si sono infranti, avevo degli obiettivi che mi sono stati sottratti. 
Vorrei fare l'archeologa, dico, ma in realtà lo sono già. Allora forse la cosa più sensata da dire è "Vorrei avere un'opportunità, quella che tutti mi stanno negando".
Qualcuno mi ha detto "Prosegui a studiare. Fai anche la scuola di specializzazione". C'è altro che dovrei fare? Ci sono altri soldi che dovrei chiedere ai miei genitori per avere titoli che metterò da parte? Ancora non basta?

Cara segretaria, poco più grande di me, che mi hai guardato con commiserazione, mi viene da domandarmi come abbia ottenuto il posto che ricopri. Sicuramente con merito, ma se così non fosse? So che non te ne importa, ma ci vuole tatto con il prossimo. Non sei al telefono. Hai guardato negli occhi una studiosa che ha affrontato di tutto nella vita, che ha un passato travagliato di cui non parla mai, che ha ottenuto quel poco combattendo con tutte le forze e che non sta con le mani in mano. 
Se è disoccupata, il problema non è in lei, ma nella gente che ha incontrato lungo la sua strada e che ha reso il suo percorso scivoloso e impervio. Quell'archeologa dall'incarnato mediterraneo, con i lunghi capelli castani e lo sguardo acuto non si è mai arresa anche se porta con sé un bagaglio di tristezza. Quell'archeologa ama il suo lavoro, eppure non può esercitarlo.


- Va bene, faccio io.
- Sì, ma qualsiasi cosa, specifichi che gli studi li ho terminati già da due anni.

Esco da lì, comunque a testa alta, ma con quello spacco nell'animo che fa male. Come tutte le ferite, con il tempo passerà. La cicatrice sarà lì in bella mostra, pronta a riaprirsi. Provo a difenderla con lo scudo e un sorriso, ma spesso non ci riesco più. 
Percorro Campo de' Fiori, lancio uno sguardo a Giordano Bruno e proseguo. Il museo mi attende. Mi immergo nuovamente nel passato: se non posso lavorare per tutelarlo, valorizzarlo e studiarlo, almeno nessuno mi impedirà di osservarlo.

domenica 15 ottobre 2017

Cagliari e dintorni: report di viaggio

Mentirei se dicessi che stavolta non ero agitata. Sono sincera: ero in ansia per la conferenza, lo sono sempre di solito, ma stavolta era diverso. La mia prima conferenza da PhD (proclamata tale, seppur ancora senza diploma) comportava una certa responsabilità, nonostante parlassi di un argomento che ormai fa parte di me. Come ho scritto qualche giorno fa su Facebook - e i miei contatti lo sanno bene - non mi abituerò mai a tutto questo... o forse sì, quando sarò più grande.
Un po' è colpa del carattere, un po' della "giovane" età, un po' anche della spavalderia che a me manca, mentre ad altri colleghi viene così naturale che sembra quasi siano nati con la sapienza infusa.
Eppure, è andato tutto bene e, oltre al carattere puramente scientifico di questo magnifico incontro di studi, sono riuscita a conoscere Cagliari.


Per la prima volta ho posato i miei piedi sul suolo sardo e sono stata davvero contenta di averlo fatto.
Appena giunta in città dall'aeroporto, ho subito percepito quell'odore di mare, di salsedine, di estate, nonostante sia ottobre. Al porto erano attraccate gigantesche navi da crociera che si ergevano imponenti accanto a barche a vela e yatch che, in confronto, sembravano tanto piccole, in miniatura.


Davanti al porto, i vicoletti del quartiere di Marina si inoltrano nella città, così tortuosi, stretti, colorati, ricchi di negozietti. Ho alloggiato lì, ma con il senno di poi non farei la stessa scelta. Purtroppo la situazione della sicurezza sta sfuggendo di mano al nostro paese e troppi individui dalle losche intenzioni sono riuniti in un'unica zona. Marina è stupenda, ma rischia di diventare la nuova Stazione Termini/Esquilino di Roma. Lo dico con la tristezza nel cuore e non proseguirò oltre su questo tasto. Ce ne sarebbero di cose da dire, ma forse ancor più da fare. L'azione occorre molto più della parola, ora come ora.
A Marina sorge la chiesa di Santa Eulalia. Volevo visitarla a tutti i costi perché studiai il culto di questa santa in occasione del viaggio in Spagna e, nello specifico, a Mérida di qualche anno fa. L'edificio barocco è un luogo solare e pacifico, rischiarato da una miriade di colori che si espandono e filtrano dai vetri delle cappelle laterali, regalando un'atmosfera quasi mistica.


Il mio animo archeologico è stato però attratto dagli scavi in cui sono visibili le varie fasi del sito, visitabili in un percorso davvero ben ideato.


Per terminare, il complesso prevede anche un piccolo museo ecclesiastico, in cui sono conservati arredi liturgici, dipinti e statue votive.
Inoltrandosi e perdendosi lungo le salite di Cagliari, è possibile imbattersi in resti archeologici che emergono tra i palazzi, come nel caso della distrutta chiesa di Santa Lucia,


oppure in minuscole perle di stampo barocco quale la chiesa di Sant'Antonio.
Via Manno è ricca di negozi: piccole e grandi marche si affiancano ai negozi tipici e di souvenir.
Non potrà passare inosservata la Collegiata di Sant'Anna, la cui facciata risplende di riflessi dorati e rosati alla luce del tramonto, e la cui cupola caratterizza dall'alto il panorama di Cagliari.


La lunga salita - Largo Carlo Felice che prosegue in via di Santa Margherita - conduce al quartiere di Castello, dominato per l'appunto dalla rocca in cui è installata la cosiddetta Cittadella dei Musei, con il Museo Archeologico e le varie aule dove si tengono le lezioni di archeologia.


La visuale da lì è spettacolare: Cagliari si estende ai piedi del monte, immersa e abbracciata dall'azzurrissimo mare.


Grazie alla mia amica Stefy - che non ringrazierò mai abbastanza per avermi fatta sentire a casa - sono riuscita a visitare Marina Piccola, con il suo spettacolare mare azzurro e la spiaggia del Poetto, così bianca in confronto a quella cui sono abituata;


a tutto ciò, si è aggiunta la Riserva Naturale del Molentargius, dove i magnifici fenicotteri rosa passeggiavano placidamente nelle acque delle saline, sotto lo sguardo vigile della Sella del Diavolo.


L'ultimo giorno di permanenza (e di convegno) ho visitato Nora (Pula). La cornice marina gioca sicuramente un ruolo importante nella meraviglia che il visitatore prova giungendo fin davanti alle rovine di questo sito pluristratificato. Un must per chiunque voglia scoprire la storia della Sardegna.


Il mio viaggio, iniziato in maniera piuttosto ansiosa, è terminato con una corsa in aeroporto. Un incidente sull'autostrada ha fatto sì che arrivassi mentre l'imbarco era iniziato. Ho saltato la fila verso i controlli (ringrazio chiunque abbia avuto pietà di me) e corso a perdifiato fino al mio volo, in maniera talmente incosciente da non aver nemmeno controllato il gate, fortunatamente azzeccato.
Una volta salita a bordo, neanche le mie consuete vertigini hanno fatto capolino. Ero talmente esausta che l'adrenalina era scemata, lasciando il posto alla stanchezza. Mentre l'aereo si alzava in volo su una costa illuminata da una miriade di luci, chiudevo persino gli occhi, rilassandomi e sorridendo.
Alla fine, la temerarietà, un pizzico di incoscienza, l'amicizia e la passione per la mia materia hanno prevalso su tutto il resto. Sono approdata a Roma con la voglia di riprendere il mio trolley blu, l'inseparabile zaino, la macchina fotografica e imbarcarmi per il prossimo volo.

N.B. Le foto sono TUTTE state scattate dalla sottoscritta. Ne detengo perciò OGNI diritto ed è severamente vietato usarle senza il mio esplicito consenso.

domenica 2 luglio 2017

Viaggiando sulle rive del Lago d'Orta: Pella, Isola San Giulio, Orta San Giulio

Buonasera! E' proprio vero che se manchi qualche giorno dalla tua sede - qualunque essa sia - devi recuperare almeno il doppio di quel che hai lasciato al ritorno. Avevo talmente tante cose in sospeso, che ho trascorso la domenica al pc. La concludo degnamente con questo post sul blog, almeno mi rilasso un po' ricordando momenti e luoghi piacevoli.
Nei giorni scorsi, precisamente dal 26 al 30 giugno, sono stata a Pella, in provincia di Novara, sul lago d'Orta dove è stato organizzato un convegno internazionale sulle sepolture (28-30 giugno) cui ho preso parte come posterista.
Era già da qualche mese che, ogni tanto, tra un impegno e l'altro, curiosavo in giro per il web sui luoghi da visitare e devo dire che la bellezza paesaggistica dei piccoli paesi sul lago d'Orta è veramente superba. Non ci ero mai stata, né ne avevo sentito parlare spesso, romanocentrica come sono... ma insomma, se fosse per me, farei le valigie tutti i giorni e non starei mai ferma nello stesso posto (se fossi ricca, se avessi un lavoro, se avessi la certezza di un futuro... ovvero nel mondo dei sogni).
Ad ogni modo, il 26 sono partita da Roma Fiumicino verso Milano Malpensa e da lì dritta a Pella, attraversando Borgomanero e San Maurizio d'Opaglio dove una scultura di un rubinetto si trova nel bel mezzo dell'incrocio.


E non è una stravaganza: il piccolo centro, infatti, accoglie il museo del rubinetto. Ero curiosa ed è un peccato che non abbia potuto visitarlo, ma le distanze da quelle parti possono essere percorse solo in macchina. Attraversare a piedi le strade provinciali è una follia bella e buona.
A Pella io e mia sorella Valentina siamo state accolte dalle suore della Casa Maria Ausialitrice che ci hanno davvero fatto sentire come fossimo a casa nostra: nella nostra stanzetta, con la finestra affacciata sul ruscello e sul giardino, non ci è mancato nulla, relax compreso.
Il 26 abbiamo perciò deciso di visitare per bene Pella e dintorni. Il paese non è grande e praticamente incentrato tutto sul lungolago.



Gli esercizi commerciali sono rari, il minimo indispensabile per i pochi abitanti: una gelateria, un tabaccaio/bar, due ristoranti, una farmacia, un parrucchiere, un alimentari, un bar più grande e un negozietto di un'associazione culturale.


Nella torretta che sorge appena prima della piazzetta dell'imbarcadero si trova una gelateria/creperia con tavolini esterni. Siamo state clienti per ben tre volte e, potessi, ci tornerei anche adesso per assaggiare una crepes salata, o magari un gelato alla viola.



Procedendo internamente per una salitella, dopo una piccola fabbrica di compensato e OSB, si intravede il campanile della chiesa parrocchiale di Sant'Albino, il cui tetto - nello stile del luogo - è ricoperto di lamelle di pietra (che sembrano di ossidiana).



Di fronte vi è un fontanile restaurato e poco più in là un ponticello che conduce al cimitero di San Rocco e che permette una magnifica visuale sul torrente Pellino.


Sono tanti gli angoli di Pella che ho fotografato, tra i colori delle ortensie azzurre, rosa e bianche, tantissime le istantanee delle onde che si infrangono dolcemente sulla riva, mentre le barche sono cullate morbidamente sul lago.


Verso la parte opposta, sorge invece la chiesa di San Filiberto, risalente all'XI secolo, con le cappelle della via Crucis affrescate del 1794. E' un sito davvero affascinante. Se solo ci si sofferma a pensare, sembra quasi di scorgere un abitato rurale e di udire il suono delle campane che chiama gli abitanti i quali, lentamente, si dirigono verso il portale, lasciando alle spalle i campi e le proprie attività.
Noi archeologi spesso viaggiamo nel tempo, solo osservando i nostri adorati siti. Quel che per il resto del mondo può apparire come un muro sperduto, per noi riprende le sembianze di un tempio, di una chiesa, di un palazzo... e pullula ancora di quella vita di qualche secolo fa.



Eppure sono rimasta purtroppo impressionata delle condizioni in cui versa la chiesa: un contrafforte ligneo la sorregge, mentre l'interno è pericolante e sui muri vi è una paurosa risalita capillare con macchie di umidità conseguenti. Ho letto sul web che la chiesa è stata puntellata il 7 dicembre e si attendono gli interventi... ma sono trascorsi mesi e il monumento è in uno stato gravissimo. Faccio personalmente un appello alla Sovrintendenza e alla Curia: agite prima che sia troppo tardi. San Filiberto è "un paziente molto malato". Se crollerà, sarà poi troppo tardi per recuperare la nostra storia...
Il 26 siamo tornate indietro lentamente, tra una foto e l'altra. Alzo ci era sembrata (giustamente) irraggiungibile a piedi e il temporale non sembrava voler avere pietà.
Il 27 il traghetto ci ha condotte all'isola di San Giulio dove il monastero benedettino spicca luminoso durante la notte.


Che dire della basilica? Definirla meravigliosa è forse troppo superficiale, ma non trovo altro termine. Gli affreschi sono stati restaurati e spiccano nei loro colori, mentre la cripta accoglie il corpo di San Giulio il quale, secondo la tradizione, arrivò nel Cusio insieme a Giuliano e qui costruì la novantanovesima chiesa.


Merita una passeggiata in tutta tranquillità il borghetto medievale che costituisce interamente l'isola, soffermandosi a osservare gli scorci e a leggere le frasi che accompagnano il visitatore in un percorso quasi spirituale.



Il traghetto, tra una goccia di pioggia e l'altra, ci ha condotte a Orta San Giulio, decisamente più popolata di Pella, forse per il maggior numero di ristoranti e alberghi.


Dopo una breve pausa pranzo, è iniziata l'esplorazione del piccolo centro, percorrendo le viuzze tra case dalle facciate intonacate e decorate, i portici, i negozietti tipici, le chiesette nascoste che appaiono improvvisamente - tra cui l'oratorio di San Rocco e la chiesa della SS. Trinità - il palazzo municipale con un giardino curatissimo, il cancello sul lago e il monumento a Carl Heinz Schroth.



Infine, ci siamo dirette verso il Sacro Monte d'Orta e no, non con il trenino, ma a piedi, compiendo una vera follia. La salita infatti non è ripida, ma ripidissima e il sentiero abbastanza scivoloso.


Ovviamente questo viaggio da pellegrini medievali non è stato pianificato. Purtroppo non sapevamo del mezzo che, in qualche minuto, ci avrebbe condotto più agevolmente (e senza farci mancare il respiro) sulla cima del monte. Ad ogni modo, siamo due ragazze forti e ce l'abbiamo fatta con molta soddisfazione.


Una volta giunto in cima, il visitatore viene accolto da un bosco, una splendida distesa di verde, una riserva naturale vera e propria; tra le fronde però si avvista l'operato umano, consistente in tantissime cappelle barocche che, tramite affreschi e statue lignee a grandezza naturale, narrano la storia di San Francesco d'Assisi.


Inutile dire quanta pace si possa respirare percorrendo i sentieri fino ad arrivare al belvedere che domina il lago d'Orta.


Dopo aver trascorso qualche ora in capo al mondo, la discesa dal percorso precedente non è stata agevole a causa della pioggia che ha reso il terreno viscido, ma con molta calma, il centro abitato è di nuovo comparso ai nostri piedi.
Il 28 e il 29, tra un acquazzone e l'altro, si è svolto il convegno internazionale sulle sepolture di prestigio. E' stata una bellissima occasione - almeno per me - per riuscire a comparare varie realtà sepolcrali sia dal punto di vista regionale, sia dal punto di vista cronologico... e la mia prima esperienza come posterista, in cui ho preso parte "attiva" (non esclusivamente come uditrice quindi) a un convegno internazionale, rispondendo alle domande di alcuni studiosi, mentre altri mi hanno dato spunti di riflessione.
Il 30, mentre i congressisti si recavano verso le mete che noi avevamo visitato i giorni precedenti, erano in preparazione le valigie con metodologia Easyjet, ovvero "nulla può essere lasciato fuori se scegli il biglietto standard". E' stata una vera e propria impresa, una specie di tetris giocato con vestiti, macchina fotografica, borsa, eccezion fatta per il poster che ho dovuto obbligatoriamente portare a mano.
Diciamo che il brutto tempo non ha contributo a un volo ottimale... abbiamo incontrato turbolenze e un vuoto d'aria veramente terrificante. Per una come me che soffre di vertigini, penso sia stata una delle peggiori esperienze degli ultimi anni.
In sintesi, sono tornata a Roma più rilassata (escludendo il volo di ritorno), forse un po' più "grande" dal punto di vista professionale e con un nuovo bagaglio di conoscenze piemontesi.
C'era ancora tanto che avrei voluto visitare, tra cui la Madonna del Sasso che vedevo ogni mattina al risveglio... ho un buon motivo per tornarci!


Dalla mia postazione è tutto! Buona notte!

n.b. le foto inserite nel post sono state scattate da me (eccetto quella del rubinetto). Sono quindi la proprietaria e ne detengo ogni diritto. E' vietato pubblicarle senza la mia esplicita autorizzazione.

giovedì 15 giugno 2017

Ritorno in Belgio durante una settimana di giugno...

Buonasera a tutti, amici! Riesco a tornare sul mio blog dopo qualche giorno ed è già un miracolo di per sé. Direi che, nonostante l'imprevisto finale che purtroppo è avvenuto (e di cui non parlerò per riservatezza), sia opportuno narrare del mio secondo viaggio in Belgio.
Devo essere sincera? Non vedevo l'ora di tornare! A novembre scorso avevo sulle spalle il mio pc con la tesi, non mi ero goduta nemmeno un minuto in treno, non avevo visto i meravigliosi paesaggi verdeggianti che mi circondavano perché avevo gli occhi puntati sul mio lavoro e avevo dormito pochissimo, trascorrendo le mie notti accanto a un termosifone d'hotel che scaldava troppo poco per quella temperatura gelida mentre le dita ticchettevano sulla tastiera. Poi la discussione c'è stata, sono trascorsi alcuni mesi ed è arrivata la mia adorata estate. Nello zaino stavolta ho inserito solo la macchina fotografica, un blocchetto e tanta voglia di esplorare e conoscere una cultura diversa dalla mia.
La prima tappa è stata Bruges. Quante volte l'ho vista dalle foto che circolano nel web, quante volte ho desiderato affacciarmi da quei ponticelli in mattoncini rossi e osservare le placide acque solcate dalle barche di turisti affascinati quanto me. E infine è accaduto. Mi sono ritrovata lì, dopo 1 ora e 24 di treno (in piedi... quel giorno era affollatissimo). Inizialmente un po' spiazzata, mi sono procurata una mappa che, alla fine, ho guardato molto poco. Ho preferito seguire le guglie di una cattedrale che faceva capolino dai tetti: la Sint-Salvatorskathedraal, dove l'aguzzo gotico bianco e nero lasciava intravedere le tombe dipinte di XIV secolo.



Non ho seguito la via principale con i negozi, preferendo percorrere le stradine interne insieme al flusso di turisti curiosi che si dirigevano verso la Chiesa di Nostra Signora - purtroppo in restauro -, il Museo Archeologico e i primi ponticelli che accoglievano gruppi di timidi cigni immersi nelle acque azzurre.


Nei paraggi hanno cominciato ad apparire le prime botteghe ricche di merletti, ricami e pizzi, proseguendo una tradizione che mi ha ricordato quella di Burano.


Accanto a questi luoghi di un'altra epoca che profumavano di lavanda e camomilla dei sacchettini preparati con cura, vi erano cioccolaterie e negozietti in cui era possibile osservare la lavorazione delle caramelle... e mai mi sarei immaginata che la pasta di zucchero potesse essere impastata come il pane.


Prima di una piccola svolta, ecco in un angolo un diamante appeso, insegna del Museo del Diamante. Bruges, come Anversa, si dedica alla lavorazione di questi preziosi gioielli.


Proseguendo la passeggiata, tra tavolini colorati e arricchiti con fiori di ogni tipologia, eccoci giungere in un immenso parco, dominato da un lago e da tantissimo verde. Cigni, germani reali e anatroccoli, gazze, cavalli, salici, malva, lavanda e un tripudio di colore contribuivano a far sì che il Minnewater Park (parco degli innamorati) sembrasse emerso da una favola.



A poca distanza, si estendeva il silenzioso e magnifico Begjinof (Beghinaggio), composto da una chiesetta e da tantissimi piccoli alloggi, disposti su due piani, dalle finestre grandi, dai mattoni bianchi e dalle tegole rosse.


Ovviamente sarebbe occorso più tempo per visitare tanto altro - tra cui la Basilica del Santo Sangue - ma sono stata felice così... e avrò altro da vedere quando tornerò.
La seconda tappa è stata Gent. La stazione è abbastanza distante dal centro storico, quindi è stato necessario prendere il tram che si ferma immediatamente sulla piazza in cui si affacciano monumentali la Cattedrale di San Michele, quella di San Nicola e più in lontananza quella di S. Bavone.




Si percepisce un'atmosfera medievale, che prosegue tra i vicoli, costeggiando il lungo fiume e inoltrandosi in uno spazio di arte contemporanea: la cosiddetta via dei murales, dove il colore è l'elemento dominante insieme all'allegria dell'arcobaleno che si sprigiona dalle pareti.


Il luogo che sicuramente consiglierei di visitare è Gravensteen, ovvero il castello dei conti di Fiandra: scale a chiocciola, luci e ombre che si alternano, mentre in una sala si svolge un combattimento in stile medievale; le merlature delle mura, le torri che permettono una visuale magnifica sulla città, il vento che soffia sul prato verdissimo, la sala con gli strumenti di tortura (su qualcuno mi sono soffermata, sono sincera...), quella con le spade e le armature, fino alla cappella in cui domina una luce dorata proveniente dalla grande finestra cruciforme centrale, immergendo l'ambiente in un'atmosfera spirituale d'altri tempi.







Nei pressi di Gravensteen non poteva mancare una cioccolateria tipica, in cui i boccali traboccavano di cioccolata artistica di ogni tipologia e colore, ma non posso dimenticare il profumo... se ci ripenso, avrei voglia di tornare solo per un assaggio.
Infine, si torna a Leuven, la piccola cittadina universitaria, sede della KU (Katholieke Universiteit), che ancora aveva numerosi angoli da scoprire e da ammirare, come il Sint-Donatus Park (Parco di San Donato) con la sua torre immersa nel verde, il laghetto e la piccola cascata artificiale.




Devo dire però che la passeggiata nell'orto botanico è stata meravigliosa, nonostante il tempo pazzerello e qualche goccia di pioggia. Il lago con le ninfee sembrava uscito da un quadro di Monet e le zone ombreggiate, create da alberi dal tronco intrecciato oppure dall'acero giapponese, immergevano il tutto in un clima fiabesco.





Vi è un'unica scelta che non ho condiviso perché mi appare un tantino pericolosa: gli alveari di api senza protezione, vicino al percorso di visita.


Non poteva mancare la visita alla Biblioteca universitaria, con tour delle sale e scalata della torre campanaria, alla scoperta della storia di Leuven, data alla fiamme dall'ignoranza nazista e ricostruita successivamente.




Infine il Gran Beghinaggio, patrimonio UNESCO, ha costituito l'ultima tappa di questo viaggio che sarebbe dovuto durare una giornata in più. Proprio tra le viuzze di sanpietrini e casette tipiche, con l'odore di brace a guidarmi, mi sono imbattuta in una famigliola di germani reali... o meglio, la mamma con la covata di anatroccoli. Uno spettacolo veramente tenero.




Tornando indietro, le luci della sera illuminavano di una calda luce giallognola il Municipio e la Cattedrale di San Pietro, mentre i tavoli dei ristorantini iniziavano a riempirsi.
Ho già in mente qualche altra meta per un prossimo eventuale viaggio nelle Fiandre... ma sarà una sorpresa, qualora ci fosse in futuro.
Voi siete stati in Belgio? Se ancora no, vi consiglio di intraprendere un viaggetto, anche di una sola settimana per scoprire questi luoghi incantati.

p.s. Le foto sono state scattate TUTTE dalla sottoscritta. Ne detengo perciò ogni diritto e ne è vietata ogni forma di riproduzione.
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