book

Visualizzazione post con etichetta Rizzoli. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Rizzoli. Mostra tutti i post

lunedì 1 settembre 2025

Recensione di "Un'ora" di Christian Bergamo

Buonasera, amici lettori, e bentornati tra le pagine virtuali del mio blog! Qualcuno di voi sarà rientrato in ufficio, con tanti bei ricordi di tramonti e aperitivi; qualcun altro, invece, si preparerà ad andare in vacanza, in seguito a un agosto lavorativo. Ma sono certa che, a qualunque categoria apparteniate, solo per il fatto di essere qui, avrete almeno un libro con voi, da bravi appassionati lettori.

La recensione di questa sera riguarda "Un'ora" di Christian Bergamo. Ne avete sentito parlare?


Trama: Una volta all’anno il tempo si ferma, regalandoci un’ora in cui tutto è possibile. È ciò che succede a fine ottobre, nel passaggio dall’ora legale a quella solare, ed è in questo momento sospeso che nasce la storia di Diego e Camilla. I due si incontrano in un bar neanche ventenni, allo scoccare dell’ora solare, e sullo scadere del loro tempo insieme si fanno una promessa: ritrovarsi tutti gli anni nello stesso posto per vivere quell’ora che in realtà non esiste, senza vedersi mai oltre quello spazio sicuro e senza mai parlare di sé al passato e al futuro. Un qui ed ora in cui si annida l’affetto di cui hanno bisogno, in cui prendersi una pausa da un’esistenza che, nelle sfide quotidiane, può logorare anche i sogni e gli affetti più forti. Lucio, il proprietario del locale, da dietro il bancone è arbitro e testimone dell’accordo: anno dopo anno li osserva e li ascolta tra una sigaretta e un bicchiere, senza mai immischiarsi, provando a immaginare le loro vite e a indovinare chi siano davvero fuori da quelle quattro mura dove hanno deciso di prendersi una pausa da ciò che li aspetta tutti i giorni. E la loro relazione diventa così per lui un’occasione inattesa per riflettere sulla propria realtà. Christian Bergamo ci regala nel suo romanzo un’inedita storia di quasi amore, di due vite che si incontrano di rado, come le lancette di un orologio, e che, in un mondo che corre veloce, trovano uno strano modo per non perdersi mai.


Ho conosciuto questo romanzo perché, durante un pomeriggio dello scorso anno, ho incontrato l’autore all’interno della libreria Mondadori di piazza Cola di Rienzo. Mi ero rifugiata lì, in seguito a una riunione di lavoro, e volevo respirare aria pura, aria che odorasse di libri. Caso ha voluto che quel giorno avessi dimenticato a casa anche il portafogli perché avevo cambiato borsa e mi rimanevano solo pochi spiccioli per il caffè.
Il mio giro all’interno della libreria era, quindi, meramente esplorativo, così, tanto per osservare le nuove uscite e informarmi sulle novità editoriali. Ero l’unica persona che camminasse per il negozio e Christian Bergamo mi chiese se avessi avuto voglia di ascoltare qualcosa sul suo libro. Risposi di sì. Ero in cerca di novità editoriali, no? E così sono venuta a conoscenza della storia di Lucio, il proprietario di un bar, e di Diego e Camilla, due ragazzi che, durante una notte di fine ottobre (quando c’è il cambio dell’ora, dalla legale alla solare), si erano incontrati e, ogni anno, avevano deciso di incontrarsi alla stessa ora, nello stesso locale.

Lucio è il narratore esterno, legato al bar che ha aperto nel 1996 e alla sua famiglia composta da Roberta, la moglie e unica donna della sua vita, e Federico, figlio ribelle con cui si susseguiranno dissidi finché non metterà la testa a posto. La narrazione si divide tra la vita di Lucio e lo scorrere del tempo: ogni volta in cui si ripresenta la fatidica ora dell’incontro tra Diego e Camilla è già trascorso un anno. E così avanti per ben 24 ore che, riunite, fanno una giornata, ma disposte nel tempo scandiscono 24 anni. Un’ora, la loro, che diventa un sorso d’aria nel mezzo degli eventi che caratterizzano le rispettive vite, di cui nessuno sa nulla.

Diego e Camilla staranno mai insieme? È bene dire che i due stileranno un regolamento, scritto dietro la lista dei cocktail del locale conservata all’interno dello stesso, tra i dischi in vinile. E le regole prevedono che i due si incontreranno per ben 24 volte, mantenendo sempre una certa distanza, così come che si parli sempre e solo del presente che vivranno in quell’ora, mai del futuro, né del passato.
Sono regole difficili da rispettare, ma trascorrono 24 anni così. Intanto Lucio osserva i due ragazzi crescere, diventare un uomo e una donna, affrontare le difficoltà della loro esistenza, i mutamenti del loro aspetto fisico, la presenza o meno della fede al dito.

Alla fine, i due clienti del bar diventano una presenza fissa per Lucio, un appuntamento anche per lui che non mancherà mai di esserci. Sono due affezionati sconosciuti. Il lettore non può a fare a meno di chiedersi se, al di fuori del bar, i due si siano mai dati appuntamento trasgredendo le regole, oppure come sarebbe andata se avessero deciso di mettersi insieme sin da subito. 
È un romanzo dei “se”, del condizionale applicato a un’unica ora in 365 giorni ogni anno, che fa riflettere molto. A volte le occasioni vanno colte al volo, altrimenti sfuggono e si passa un’intera esistenza a rincorrerle, a rimpiangerle. Vivere il presente, quindi, senza pensare a quel che è stato e a quel che sarà. Il finale rimane, però, aperto e sta al lettore immaginare come proseguirà il rapporto tra Diego e Camilla dopo il termine della ventiquattresima ora.

Foto di StockSnap da Pixabay

Cosa è accaduto invece a me quel pomeriggio? Ho salutato Christian Bergamo, ringraziandolo di avermi illustrato il suo libro e dicendogli che sicuramente lo avrei letto. Era imbarazzante rivelare la verità… il libro lo avrei acquistato anche subito, ma non avevo un soldo con me, in quella borsa gigantesca che mi porto sempre dietro.

Come ho trovato il romanzo? Interessante all’inizio e alla fine: è curioso il patto tra i due e il lettore è incentivato a capire come proseguirà l’anno successivo. Ma sono sincera: a un certo punto, l’ho trovato un po’ ripetitivo. Ogni anno la giornata si ripresentava sempre identica, con poche descrizioni di Diego e Camilla proprio a causa del regolamento che avevano stilato, e alcuni capitoli sono stati piuttosto lenti.

La dinamica dei fatti mi ha ricordato “One Day” di David Nicholls e gli indimenticabili Emma e Dexter che, dopo anni trascorsi lontani, decidono però di stare insieme, nonostante il finale sia poi tragico.

Ho letto in due giorni e mezzo “Un’ora”, ma consiglio di assaporarlo gradualmente, riprendendolo in più giornate per evitare l’effetto “ripetizione” che ho subito nei capitoli centrali.

Vi aspetto, perciò, con la prossima recensione, sempre qui, sullo stesso blog!

Foto tratta da da Pixabay


«Sicuro che dovremmo farlo?»
«Sì, le cose belle sono quelle che a un certo punto finiscono.»
Allora non ero d’accordo, credevo in ciò che resiste, che si trattasse di persone o circostanze. Il resto era di passaggio, perché se termina, pensavo, è destinato a essere dimenticato. E la bellezza stava proprio lì, nell’eccezione di quel che resta. Diego e Camilla erano la mia eccezione, ma solo fino alla dodicesima ora. Poi è cambiato tutto.

«Quello che dura è perché si usa poco. Sennò il consumo è inevitabile: la macchina, le suole delle scarpe, le storie d’amore. Prendi invece la nostra amicizia. Ci sopportiamo solo perché non ci frequentiamo spesso».

«Vedere questi orologi ognuno con un’ora diversa non mi dà il senso del tempo che passa, ma che c’è sempre un momento giusto per poter cambiare qualcosa, basta capire quando».

«Eccoli fragili, ragazzini, imbranati, estranei. Vedi l’amore che giro fa per poi perdersi e scordarsi dove stava andando. Questo, pensavo, è quello che succede quando la fine non è una tappa del percorso, ma solo una conseguenza».

domenica 8 gennaio 2023

Recensione di "Punto e a cuore" di Riccardo Bertoldi

Buonasera amici e buon anno! Avete ricevuto una buona dose di libri per iniziare bene il 2023? Spero di sì! Da parte mia, condivido con voi la recensione dell'ultimo libro letto: "Punto e a cuore" di Riccardo Bertoldi.


Trama: Hai mai dovuto scegliere fra testa e cuore? È questo che succede a Giulia, quando all’improvviso Riccardo riappare con un “Mi manchi, ti va un caffè?”. Si sono lasciati ormai da tre mesi, ma chissà se la loro storia è finita davvero. Rispondere di sì al messaggio di Riccardo, per Giulia significa scegliere il cuore: lo ama ancora e una parte di lei vuole provare a dargli un’altra occasione. Ma se farlo volesse dire rinunciare a se stessa, ai suoi desideri, a inseguire quei sogni che sono solo suoi? Questa doppia storia è una risposta a tutte quelle volte in cui ti sei chiesta come sarebbe andata se... E la risposta è che puoi essere la donna che vuoi: quella che prova sempre a tenere in piedi qualcosa, oppure quella che adesso ha deciso di tenersi in piedi da sola. In entrambi i casi non è mai un punto e a capo, ma sempre un punto e a cuore. Perché Punto e a cuore vuol dire questo: prendersi lo spazio di un respiro e scegliere la versione di te stessa che ami di più.


“Mi manchi, ti va un caffè?”. Tutto potrebbe ricominciare da qui. Giulia e Riccardo si sono lasciati dopo tanti anni di convivenza e di emozioni vissute assieme. Forse sarà stata l'abitudine, o forse hanno dimenticato chi sono veramente, annullandosi l'un l'altro fino a non ritrovare più le rispettive identità.
Cosa ci piaceva fare? Quali erano le nostre passioni, i nostri sogni?
Il racconto è narrato dal punto di vista di Giulia, che sta malissimo e avverte un vuoto immenso. Vorrebbe accettare l'invito solo per rivedere Riccardo, quel ragazzo che le ha fatto sempre battere il cuore con le piccole cose che lo caratterizzano, ma allo stesso tempo la ragione le dice di non cedere, di volersi bene, di mettere un punto e ricominciare.
Riccardo Bertoldi ha diviso il libro in due parti e l'editore ha deciso di fornire un messaggio iconografico: la possibilità che Giulia e Riccardo ricomincino insieme, oppure la possibilità che Giulia ricominci da sola. Sempre dietro l'ombrello, lo stesso che ha dato il via alla storia di una vita in una giornata di pioggia. Ma il punto e a capo non esiste in questa vicenda: c'è invece il "punto e a cuore" perché, sia che si riprenda in mano la propria vita decidendo di dare una svolta, oppure che si prosegua ricucendo fili e strappi di un rapporto, ciò che è stato fatto con amore, e quindi con il cuore, non si può mai cancellare.
Ascoltare il cuore o la ragione? È un dilemma che ogni essere umano si è trovato a dover affrontare. Non sempre si decide facilmente, anzi, il più delle volte è talmente complicato da sentirsi bloccati, eppure la vita deve continuare. Ma vi rivelerò un segreto: il cuore ha già deciso prima ancora che la ragione si metta in moto e farà ogni cosa per condurvi verso l'agognata felicità.

Foto di Tumisu

"Punto e a cuore" è un romanzo che analizza una situazione comune da due punti di vista che non sono mai scontati; un romanzo che spinge a riflettere, a scegliere soprattutto. Non c'è una strada giusta in assoluto, ma esiste quella che più si adatta ad ogni lettore. E qualsiasi essa sia, credo che uno dei messaggi fondamentali sia uno: mai dimenticarsi di se stessi, dei propri sogni, dei propri obiettivi. Non si sta insieme per annullarsi, ma per completarsi, rispettandosi l'un l'altro.
Vi lascio con alcune frasi tratte dal libro e vi auguro un buon proseguimento di serata!
«Mi sono chiesta per tanto tempo come si fa a capire chi è la nostra metà del cuore, poi ho capito. È quella con cui la fiducia non devi costruirla, perché la senti. Quella con cui non servono trucchi per percepire la magia. Quella per cui sentiamo il cuore di nuovo al posto giusto, anche se per tanto tempo abbiamo pensato non sarebbe più successo. Quella con cui si può non lottare, ma abbassare le armi. Vi dico questo: se accanto a qualcuno avete problemi di fiducia, scappate. Probabilmente avete ragione voi. Fermatevi solo quando avete davanti due occhi e all'improvviso pensate che non servono difese. Perché, alla fine, l'amore è questo. Qualcuno con cui poter essere fragili...»

Foto di Min An (da: https://www.pexels.com/)

«Spesso gli amori più grandi sono quelli che camminano sul filo sottile che divide ogni per sempre da un addio. Avrai l'amore che hai sempre desiderato. Quello che avevi avuto paura di aver lasciato indietro ma che non hai avuto paura di dimenticare».
«Qualche volta passi una vita a cercare di dimenticare una persona, e poi, quando pensi di esserci riuscita, lei arriva e dà una risposta a tutti i tuoi perché. Abbiamo tutti quel qualcuno. Quello per cui basta uno sguardo, un gesto, una parola e gli anni passati sforzandosi di rinascere svaniscono. Quando dopo tanti anni incontri di nuovo la persona che hai amato oltre tutto e tutti, e in pochi secondi ogni cosa è chiara».

giovedì 23 dicembre 2021

Recensione di "Abbiamo un bacio in sospeso (io e te)" di Riccardo Bertoldi

Buongiorno amici e bentornati sul blog! Vi state preparando al Natale? Personalmente vorrei avvertirlo maggiormente, ma l'animo da Grinch prende ormai il sopravvento da 3 anni a questa parte. Il motivo c'è, è evidente, ma esistono cose che non si possono evitare purtroppo. Così, nonostante ami le luci, gli addobbi, le passeggiate per le strade di Roma decorate, mi ritrovo ad essere piuttosto "verde", come il noto personaggio nominato.

Torniamo al blog e alle letture. Ho terminato proprio questa mattina un romanzo acquistato da La Feltrinelli poche settimane fa.


Trama: Leonardo fa il fotografo, ha trent’anni, gli occhi timidi di chi parla poco e una ferita al cuore che non riesce a rimarginare. Ogni giorno prende il treno per andare al lavoro e sulla carrozza numero 2 incontra il sorriso di Sara, che illumina per un attimo le sue giornate. Qualche volta, però, la paura di amare supera il coraggio di osare. E così, per Leonardo, quella sconosciuta che ascolta musica e scrive su un diario dalla copertina rossa diventa un modo per fantasticare: cosa accadrebbe se finalmente si facesse avanti e decidesse di sfidare il destino? Reduce da una lunga storia, Leonardo è tornato a Verona, la sua città, e ha ritrovato la vita che lì aveva lasciato. Un nuovo amore non era nei piani, ma si sa, il cuore fa i suoi progetti, e a volte ce li mostra nei modi più inattesi. Così un giorno Leonardo capisce che deve tuffarsi – a costo di sembrare un po’ pazzo, a costo di farsi male – e lascia sul sedile che di solito occupa la ragazza una fotografia che le ha scattato di nascosto. Il destino lo porterà dentro un negozio di musica, con la luce della notte che filtra dalla serranda semiaperta, insieme a lei: Sara. E gli ricorderà che a volte basta poco – uno sorriso rubato, una bella canzone, un bacio a fior di labbra – per aggiustare un cuore e ricominciare.

Cosa mi ha ispirata? Il fatto che Leonardo, il protagonista, dopo aver trovato il coraggio di tentare, lasci sul sedile di un treno la fotografia di quella sconosciuta che ha attirato la sua attenzione. Ho trovato sia un modo romantico, forse di altri tempi, così come l'amore scoccato tra quei sedili, mentre fuori il mondo scorre veloce, oltre i binari.


Leonardo, con alcune comprensibili difficoltà, lascia alle spalle una storia finita male, ferito e impaurito dai sentimenti. Sara, però, sembra quasi che sia stata ad aspettarlo da sempre. Tra le vie di Verona, la città di Giulietta e Romeo, e un negozio di musica, i due apriranno i rispettivi cuori, conoscendosi davvero, permettendo alle loro anime di sfiorarsi e di rimanere legate. Come nelle migliori storie d'amore, anche questa prevede degli ostacoli, in tal caso la lontananza: Sara, infatti, vive a Napoli, dove lavora ed è nata. Una storia a distanza sarebbe molto complicata perché a trent'anni non basta, ci si aspetta qualcosa in più, oltre la fiducia e la volontà di costruire un futuro insieme.
Tra fughe e ritrovamenti, Leonardo e Sara non riescono proprio a stare lontani l'uno dall'altra, ma l'amore, quello vero, richiede anche sacrifici. Saranno disposti a farli e a correre incontro alla felicità?


Riccardo Bertoldi introduce il lettore in un romanzo dalla trama molto semplice e lineare, ma forse è proprio così che devono essere le storie d'amore classiche e sempre attuali. I sentimenti scaturiscono dal cuore in maniera naturale, senza forzature, senza fastidiosi intermediari. E probabilmente, la storia di Leonardo e Sara ci riporta un po' indietro, non di tanti anni, quando le app di incontri e i social non erano l'unico (squallido) modo per conoscersi, per parlare, per uscire insieme.

Nonostate ci siano aspetti sicuramente apprezzabili, il romanzo mi ha, in realtà, un po' delusa per una serie di frasi fatte poste una di seguito all'altra che tolgono spazio, invece, a quello che avrebbe potuto essere lo sviluppo della storia. L'autore avrebbe potuto descrivere sensazioni e pensieri senza l'ausilio di frasi da social, o da Baci Perugina. I presupposti c'erano tutti... un'occasione, purtroppo, mancata.
La ritengo comunque una lettura piacevole, adatta solo agli inguaribili romantici. Vi saluto con qualche piccolo estratto.

«Mi manca avere accanto qualcuno con cui posso smettere di difendermi. Qualcuno che sappia vedere i miei difetti in mezzo ai pregi che vedono anche gli altri, e che abbia voglia di restare nonostant tutto. Vanno bene i sorrisi, i baci, l'amore e il sesso. Ma io qualche volta vorrei qualcuno con cui poter essere fragile.»

«Forse è vero, io e te non siamo stati niente. Ma mi hai insegnato che a volte il niente è fatto di baci, sguardi, carezze di notte, mani intrecciate, tramonti dentro una serranda chiusa a metà. Tu sei stato il mio niente che però è stato tutto. Un niente che non scorderò mai.»

«[...] Leo, ci sarà sempre una strada per te che porta a me, lo sai? Mi troverai dentro un brivido, dentro un sorriso che incrocerai per caso, dentro uno stupido dettaglio che per qualche motivo ti ricorderà di noi. Sarà la nostra strada segreta, quella. Una strada che ti permetterà di ripercorrere i tuoi passi e tornare a questa felicità che ci siamo cuciti addosso.»

giovedì 15 luglio 2021

Recensione di "La casa delle farfalle" di Silvia Montemurro

Buon pomeriggio, cari lettori, come state? Nel mezzo dell'estate, condivido con voi la recensione dell'ultimo romanzo che ho letto e terminato poco fa: "La casa delle farfalle" di Sivila Montemurro.


Trama: Quando la vita di Anita, trent’anni e una carriera accademica avviata, viene sconvolta da un tragico evento, decide di lasciare Hans, il suo compagno, per tornare sul lago di Como, dov’è cresciuta. Lì incontra Yoko, una bambina dai tratti giapponesi e dalla voce meravigliosa che, proprio come lei, è segnata da una ferita difficile da rimarginare. Presto Anita, leggendo il diario della nonna Lucrezia, scoprirà di essere legata a Yoko da una storia rimasta sepolta per anni che unisce le loro famiglie e risale al 1943, quando la casa di Lucrezia, la villa delle Farfalle, venne occupata da alcuni ufficiali tedeschi. Un romanzo intimo e corale, che attraversa tre generazioni di donne e che dagli anni della guerra arriva fino ai nostri giorni seguendo il volo leggero e delicato delle farfalle.

Anita, trentenne in carriera, ormai sconvolta da un episodio della sua vita che l'ha lasciata profondamente ferita (e di cui non ci è dato sapere se non verso la fine del romanzo), lascia la Germania e il fidanzato Hans per trasferirsi nella Villa delle Farfalle, sul lago di Como, dove anche sua madre, Margherita, si è ritirata da qualche tempo.
Madre e figlia non hanno mai avuto un rapporto particolarmente affettuoso e le cose tra loro sembrano procedere più per cortesia che per altri sentimenti, in una dimora in cui aleggiano segreti e misteri. In quel luogo è vissuta Lucrezia, nonna di Anita e madre di Margherita; una casa che, nel 1943, fu occupata dai tedeschi durante la Seconda Guerra Mondiale, una casa in cui le vite di tre persone in particolare si sono intrecciate, influendo sul presente e sul futuro.
Nei dintorni della villa, Anita incontra una bambina giapponese, Yoko, dalla meravigliosa voce. Le due legano immediatamente, come se si conoscessero da sempre, ma Margherita è scettica: non vuole che Anita e Yoko si frequentino. Eppure le due iniziano un rapporto di amicizia, saldato anche da Filippo, padre di Yoko e vedovo di Cho, che le condurrà a restaurare e riattivare il farfallario di Lucrezia.
Ci sono però ancora troppi misteri che avvolgono quel posto e, conseguentemente, il passato delle persone che lo frequentano. Anita si cimenta, perciò, nella lettura del diario di sua nonna Lucrezia, venendo a conoscenza di quel che fu e ricostruendo una catena di eventi. In poco tempo la percezione della sua stessa esistenza cambia, le sue certezze si modificano e molte domande hanno ora una risposta.
Proprio come le farfalle, dal volo leggiadro e delicato, così Anita si soffermerà sui ricordi e i sentimenti che hanno coinvolto Lucrezia, Margherita, Cho, ma anche Will, suo nonno mai conosciuto, e Yu Kari, madre di Cho. Sfogliando le pagine e analizzando le sofferenze della sua famiglia, anche Anita riuscirà, finalmente e con l'aiuto di chi le vuole realmente bene, ad esorcizzare le sue paure e a liberarsi di un enorme peso sulla coscienza che non le permetteva di spiccare il volo verso la sua seconda opportunità di felicità.


Silvia Montemurro ha creato un romanzo delicato, che affonda le radici in un recente passato intriso di sofferenza e di grandi sentimenti, oggi a volte dimenticati, sottolineando l'immenso valore dell'amore, ma anche dell'affetto famigliare, sostegno di cui ognuno ha bisogno. Il rapporto madre-figlia viene ripreso più volte come base, così come quel filo rosso del destino che lega, a volte non si sa perché, svariate persone nel corso della loro esistenza.
Sono una fan dei romanzi di Lucinda Riley e quello della Montemurro mi è piaciuto; tuttavia, avrei voluto, da lettrice curiosa e romantica quale sono, conoscere più dettagli dei protagonisti uomini che, a tratti, sembrano privi di sentimenti o incapaci di esprimerli. Sono certa che Will avrà avuto una tempesta dentro che si sarà portato fino all'ultimo giorno di vita; Filippo, sconvolto dal dolore, ha provato a rialzarsi, aprendo il suo cuore a un'altra persona che non è la madre di sua figlia; Alfonso, fratello di Lucrezia, ha amato incondizionatamente, pur non essendo ricambiato allo stesso modo. Forse una descrizione più dettagliata li avrebbe caratterizzati maggiormente, ma queste sono mie riflessioni e richieste da lettrice esigente.
In sintesi, romanzo consigliato, ma attenzione: quando vedrete una farfalla, sarete sicuramente curiose di conoscerne il nome e le caratteristiche, trovando forse qualche risposta nell'incipit di ogni capitolo.
Vi auguro una buona serata, lasciandovi con qualche frase che mi è praticolarmente piaciuta.

«Ci sono persone destinate a incontrarsi e ad amarsi, qualsiasi cosa succeda intorno a loro».

«Ci sono amori che sono come piante bellissime: crescono in mezzo al fango, inizialmente non visti. Ma poi sbocciano e tutti si rendono conto della meraviglia che si sono persi. E ne diventano quasi gelosi. Allora possono decidere: proteggere la bellezza o distruggerla. Il loro amore era così. Per quanto facessero, per quanto provassero, ci sarebbe stato sempre qualcun altro in mezzo a loro. Qualcuno poco sensibile ai fiori nati sul selciato».

«Non era una donna forte, era solo una ragazza innamorata. C'era una bella differenza. Una donna forte può sopportare tutto. Una ragazza innamorata è come una farfalla esposta al gelo dell'inverno. Le sue ali rinsecchiscono e lei muore».


«Forse non tutti possiamo avere l'amore che ci meriteremmo».

«Un segreto si può custodire fino a che non inizia a fare troppo male».

«Koi no yokan» affermò lui. [...] «È un'espressione giapponese, intraducibile nella lingua italiana. [...] È la sensazione che provi quando incontri qualcuno per la prima volta e sai che è scritto nel tuo destino. Sai che comunque andranno le cose, avrà una parte importante nella tua vita, perché ti farà innamorare».

martedì 23 luglio 2019

Recensione di "Detective dell'arte. Dai Monuments Men ai Carabinieri della cultura" di Roberto Riccardi

Buongiorno a tutti amici! In un ritaglio di tempo volevo condividere con voi la mia recensione di "Detective dell'arte. Dai Monuments Men ai Carabinieri della cultura" di Roberto Riccardi.


Trama: Un film nel 2014 li ha resi famosi. Erano i Monuments Men, 350 uomini di tredici Paesi che salvarono i capolavori dell'arte dalle devastazioni della Seconda guerra mondiale. Di militare avevano ben poco, erano in prevalenza esperti di arti figurative, archivisti e restauratori. Nello stesso periodo Rodolfo Siviero, agente segreto e critico d'arte, riportava in Italia con operazioni degne di un romanzo d'avventura i capolavori sottratti dal "Kunstschutz" voluto da Hermann Göring. Era figlio di un carabiniere. Prima di lui c'era stato lo scultore Antonio Canova, nominato ambasciatore dal papa per recuperare le opere portate via da Napoleone in forza del trattato di Tolentino. Nel 1969 l'Arma dei Carabinieri ha creato una struttura dedicata alla salvaguardia dell'arte, composta da squadre abituate a lavorare sui grandi scenari internazionali utilizzando tecniche professionali e innovative. È il nucleo (ora comando) Tutela patrimonio culturale. I suoi uomini hanno rimesso al loro posto La Muta di Raffaello, Il giardiniere di Van Gogh, il Cratere di Eufronio, la Triade capitolina. I risultati vanno ben al di là delle cronache giudiziarie: viaggiano fra il passato e l'eterno. Nel cinquantenario della fondazione del Tpc, a cui sono dedicati eventi e mostre in tutto il mondo, questo libro racconta le indagini, i successi e i casi su cui non è stata ancora scritta la parola fine. Dalla riapertura delle domus di Pompei al giallo del Caravaggio rubato e ai falsi Modigliani, dal salvataggio delle opere d'arte dopo il terremoto in Umbria del 2016 all'impegno in Iraq per la protezione e il recupero dei beni archeologici dopo la Seconda guerra del Golfo, è una carrellata di storie avvincenti e colpi di scena. Che non solo svelano il mondo sommerso dei tombaroli, dei furti su commissione e dei falsari di mestiere, ma rivelano anche le emozioni, i ricordi, gli aneddoti dei detective dell'arte, che hanno fatto del loro lavoro una passione senza confini.

Piove a Palermo. E' una notte di ottobre del 1969. Il Nucleo Tutela Patrimonio Artistico dei Carabinieri è stato fondato da solo qualche mese e già un caso importante si presenta davanti ai suoi occhi: dall'Oratorio di San Lorenzo è scomparsa "La Natività" del Caravaggio. Ancora oggi quel dipinto è nella lista delle opere d'arte più ricercate di tutti i tempi, il simbolo del traffico d'arte internazionale.


E' così che il Gen. Roberto Riccardi, attualmente Capo Ufficio Stampa dell'Arma dei Carabinieri, comincia la sua narrazione, illustrando in modo scorrevole e a volte "poetico" il mestiere dei Detective dell'arte, degli 007 Italiani che si occupano di recuperare le opere illecitamente sottratte, di restituirle, ma anche e soprattutto di contrastare ogni azione criminale rivolta verso il patrimonio culturale e paesaggistico.


Il Comando Carabinieri Tutela Patrimonio Culturale ha compiuto 50 anni il 3 maggio scorso ed è proprio grazie a questo reparto speciale dell'Arma, fiore all'occhiello tutto Italiano, che l'umanità è in grado di recuperare frammenti della propria storia.
E' quando i tombaroli si aggirano furtivamente nelle campagne che i Carabinieri del TPC indagano e contrastano i trafficanti d'arte internazionali. La Triade Capitolina, magnifico gruppo scultoreo, è stata recuperata così.


E' quando i ladri, frequentemente aiutati da una talpa interna, decidono di recarsi a un museo per rubare opere importanti, magari su commissione, che i Carabinieri del TPC devono essere immediatamente reperibili e correre sul luogo del "delitto" per raccogliere le prove e iniziare le indagini. "Il giardiniere" di Van Gogh, o i dipinti trafugati dal Museo di Castelvecchio a Verona hanno richiesto complesse operazioni investigative prima di portare a casa un risultato positivo, restituendo alla collettività le opere d'arte. 


Ma tutto ciò non riguarda esclusivamente le opere già note: tra i "ricercati" dai Carabinieri vi sono anche manufatti di arte sacra, piccoli oggetti, quadri di artisti sconosciuti che avevano un valore affettivo, sacro, religioso "bisognosi" di essere recuperati per colmare un vuoto tangibile nelle comunità.
Poi ci sono i falsari, sempre pronti a immettere sul mercato manufatti contemporanei spacciati per originali, uomini senza scrupoli che, pur di guadagnare sulla buona fede degli acquirenti, sarebbero disposti a qualsiasi cosa. E' così che sorgono casi come quello dei falsi Modigliani per citarne solo uno dei più famosi.
Infine ci sono le missioni "speciali": i Caschi Blu della Cultura, Unite4Heritage, sono in prima linea quando si tratta di dare man forte in situazioni tragiche, quali calamità naturali (terremoti, alluvioni, incendi, etc.) e guerre, che minacciano il patrimonio culturale.


Tutto questo riguarda le attività del Comando Carabinieri TPC, che può fare costante affidamento sulla "Banca Dati dei beni culturali illecitamente sottratti", il più grande e completo database al mondo contenente informazioni e fotografie relative alle opere d'arte trafugate.


Roberto Riccardi, oltre a narrare le imprese, nomina anche le persone che indossano quella divisa: donne e uomini impegnati costantemente per far sì che la memoria e la storia, nazionale e internazionale, non si disperda, ma continui a raccontare dettagli di un passato tremendamente attuale. Donne e uomini infaticabili, che sacrificano spesso gli affetti per adempiere al proprio dovere e rimanere al servizio di ogni cittadino.
I Monuments Men hanno indubbiamente scritto una pagina importante di storia; i Carabinieri del Comando Tutela Patrimonio Culturale camminano accanto al cittadino ormai da 50 anni, senza mai lasciarlo solo, impedendo prima di ogni altra cosa che la deliquenza possa in qualche modo compromettere la memoria di ognuno di noi. 


E' ormai dal 2013 che ho personalmente iniziato il cammino della tutela del patrimonio, studiando i casi specifici, occupandomi della comunicazione e informando ogni cittadino degli eventi "delittuosi" riguardanti i beni culturali. E' solo puntando sulla consapevolezza del singolo che si potrà (forse) educare al rispetto verso la storia e le testimonianze di un passato collettivo.

venerdì 10 febbraio 2017

Recensione di "I nostri cuori chimici" di Krystal Sutherland

Buonasera amici! Vi scrivo da un blog che ha cambiato, già da qualche giorno, aspetto. Vi piace? Mi mancava troppo il richiamo all'acqua, alla sua trasparenza, alle placide onde che si infrangono sugli scogli o al sussurrare del ruscello nel bosco. Ho perciò optato per un "ritorno" alle origini, meno Sàkomariano, meno vintage (com'era il secondo template che avevo scelto), ma più riflettente la mia personalità.
Stasera vi presenterò la recensione di un romanzo pubblicato di recente: "I nostri cuori chimici" di Krystal Sutherland. Lo avete letto? Intanto procediamo con copertina e trama.


Trama: Henry Page, 17 anni, è l'ultimo dei romantici, da sempre all'inseguimento del grande amore. E forse proprio per questo, non si è mai innamorato. Ma un giorno in classe arriva Grace Town, e tutto cambia. Grace cammina aiutandosi con un bastone, porta vestiti troppo grandi per lei, ha sempre lo sguardo basso. Henry se la ritrova accanto nella redazione del giornale della scuola, e presto ne rimane incantato. Grace ha ovviamente qualcosa di spezzato, ma questo non fa che attirare Henry, convinto di poterle ridonare quel sorriso che fino a pochi mesi prima era una sua quotidiana compagnia. Ma forse ciò che è spezzato non sempre si può riparare, e il grande amore è più amaro di quanto i romantici credano.


La storia di Henry e di Grace comincia come ogni storia adolescenziale (o almeno, come la maggior parte di esse): tra i banchi di scuola.
Henry Page è un ragazzo sensibile, si vorrebbe dedicare alla redazione del giornale della scuola ed è romantico, forse troppo per il giorno d'oggi. Cerca l'amore perfetto, quella relazione idilliaca alla Romeo e Giulietta, convinto che i suoi genitori siano il prototipo di quel che significa "amare".


A 17 anni perciò non ha ancora avuto una ragazza accanto a sé e non si è mai innamorato, finché non incrocia lo sguardo spento di Grace Town, una stranissima creatura. Grace indossa abiti da ragazzo, ha i capelli biondi che non lava da giorni, zoppica appoggiandosi a una stampella ed è scostante.
Attratto dal mistero che la circonda, Henry inizia a parlare con lei, cercando di conoscere ogni suo aspetto, ogni sua debolezza, fino a innamorarsene. Grace però è ferita. Ha l'animo incredibilmente lacerato da un recente passato da cui non riesce a staccarsi e da sensi di colpa per i quali si impone la punizione del ricordo quotidiano.
Nonostante le ferite che Grace infligge costantemente, Henry non si arrende. Vuole aggiustare i cocci di Grace, rimetterli al proprio posto, incollarli e saldarli proprio come fanno i giapponesi con il Kintsugi valorizzando gli oggetti rotti con venature dorate. Ma riuscirà Henry a farsi amare davvero da Grace?


Prima di tutto si tratta di un contemporary romance YA (Young Adult), quindi destinato essenzialmente a un pubblico adolescente, ma io sono convinta che non ci sia età per leggere i libri. Un adulto può leggere libri da bambini e da ragazzi in qualsiasi momento della sua vita. E devo dire che complessivamente mi è piaciuto abbastanza. Ho effettuato un salto indietro nel tempo, fino a giungere al liceo (epoca che non ricordo con piacere per svariati motivi) e a pensare con il cervello di una diciassettenne romantica, a volte ingenua, esattamente come capita ad Henry. Ma "I nostri cuori chimici" non è un romanzo melenso, anzi, mostra i sentimenti in tutta la loro cruda realtà. Sono sensazioni che derivano da processi chimici, nient'altro che biologia, meccanismi che si attivano per motivi misteriosi e ci coinvolgono fino a farci stare male.
Grace è un personaggio complesso. La sua psiche è rimasta intrappolata in un trauma molto grave e la realtà sembra scorrerle attorno priva di senso, finché sono i sentimenti a risvegliarle l'animo... anche se il passato, che sembra sempre legarla indissolubilmente a sé, la spinge a ferire.


Henry è un ragazzo ironico, amante di Harry Potter (punto a suo favore), romantico, sognatore, illuso che l'amore si presenterà ai suoi occhi in maniera perfetta, che riuscirà a riconoscere la sua anima gemella perché è così che le "fiabe" hanno tramandato. La realtà, invece, insegna che l'amore non si riconosce. E' imprevedibile, imperfetto, pieno di errori, persino brutto, ma sono proprio quei difetti a rendere qualcosa unico e perciò amabile nella sua essenza. Ma l'amore spesso ti riduce in pezzi scomposti, straziandoti l'anima anche quando sei così giovane. E quando questo capita, bisogna avere il coraggio di lasciare andare le persone. Il tempo curerà i tagli.


"I nostri cuori chimici" è un romanzo in cui i personaggi protagonisti maturano, crescendo insieme, imparando e cambiando.
La mia opinione personale? Il romanzo non è un capolavoro, ma scorre velocemente e si legge bene. Credevo riuscisse a coinvolgermi maggiormente come ha fatto solo in alcune sue parti.
L'adattamento della narrazione al punto di vista di un ragazzo ha fatto sì che l'autrice usasse espressioni che, personalmente, detesto, con intercalare di parole volgari e modi di dire tutt'altro che poetici. Come ho già detto in altri casi, non vi è nulla di sconvolgente, ma i romanzi dovrebbero essere un trampolino di lancio, un esempio da cui partire. Se ai nostri ragazzi proponiamo libri in cui si scrive come si parla tutti i giorni, non lamentiamoci del risultato, ovvero di persone essenzialmente cafone che non si rendono nemmeno conto di non riuscire ad esprimersi in italiano e in maniera educata.
Ho apprezzato alcuni pensieri, forse troppo poetici e maturi per essere verosimilmente attribuiti a ragazzi di diciassette anni che, nonostante tutto, ho segnato perché fanno breccia nel cuore del lettore.
Alla fine, consiglio il romanzo che, tuttavia, potrà non piacere a tutte le tipologie di lettore.


<<Potrei dirti che quando ti innamori di qualcuno le parti del cervello si attivano come quando hai fame e sete. E potrei dirti che quando la persona che ami ti lascia, tu muori di fame, la agogni, soffri di astinenza, come un tossico con la droga. E so che tutto questo sembra molto poetico, o esagerato, o drammatico, ma non lo è. Lo strazio che senti nel cuore è scienza, come l’amore.>>


<<L’amore non deve durare una vita per essere reale. Non puoi giudicare la qualità di un amore dal tempo che dura. Tutto muore, incluso l’amore. A volte muore con una persona, a volte muore in se stesso. La più grande storia d’amore mai raccontata non deve riguardare due persone che hanno passato tutta la vita insieme. Potrebbe essere un amore che è durato due settimane, due mesi o due anni, ma è bruciato più luminoso e caldo e sfavillante di qualunque altro amore precedente o futuro. Non piangere per un amore fallito: non esiste un concetto simile. Ogni amore si equivale nel cervello.>>


<<Grace Town è stata una esplosione chimica nel mio cuore. È stata una stella che si è trasformata in supernova. Per qualche fugace attimo ci sono stati luce e calore e dolore, più luminosi di una galassia, e nella sua scia lei non ha lasciato altro che oscurità. Ma la morte delle stelle fornisce i mattoni della vita Tutti noi siamo fatti di materia stellare. Tutti noi siamo fatti di Grace Town.>>


La mia prossima lettura sarà "Giovane carina molla tutto e cambia vita" di Lisa Owens. Direi che è sincronizzato con la mia attuale situazione. Chissà come cambierà la vita della protagonista (e come la mia)?

mercoledì 21 ottobre 2015

Recensione di "La rabbia e l'orgoglio" di Oriana Fallaci

Buonasera a tutti cari lettori! In un pomeriggio d'autunno come questo, in cui inizia a rinfrescare parecchio e Roma è coperta da un grigio banco di nuvole, avrei tanta voglia di mettermi vicino a un termosifone acceso, con un plaid sulle gambe, una tazza fumante di cappuccino e un buon libro a farmi compagnia. Queste sono fantasie... nella realtà sono davanti a un pc, mi sono presa un attimo di pausa per scrivere sul blog e proseguirò con le mie ricerche per la tesi cui mi lega un rapporto di amore/odio. E sono anche abbastanza infreddolita.
Questa estate (sembra trascorsa un'eternità... sigh) trovandomi a passeggiare per un centro commerciale, sono entrata in un Euronics. Accompagnavo mio fratello e mio padre a vedere cose tecnologiche, ma ovviamente la sezione libri (che apprezzo tantissimo) mi ha attratta inequivocabilmente e mi sono ritrovata a scegliere un romanzo da inserire nella mia già pienissima libreria. Ne avevo due in mano, indecisa su quale prendere, poi una copertina rosso scuro con le scritte in oro ha catturato la mia attenzione: "La rabbia e l'orgoglio" di Oriana Fallaci. Ho mollato i due romanzi, ho afferrato il nuovo libro e senza esitazione mi sono diretta alla cassa.



L'ho cercato tanto a Roma, ma non sono riuscita a trovarlo. Erano mesi che avrei voluto leggerlo. Voi direte "beh un po' in ritardo, considerando la data di pubblicazione dell'opera della Fallaci".
L'11 settembre 2001, il fatidico giorno dell'attentato contro le Torri Gemelle e il Pentagono, avevo ancora 14 anni, dovevo iniziare il liceo (il 15 settembre) e una volta cominciata scuola ero terrorizzata, perché l'edificio aveva il nome di un famosissimo presidente americano, J. F. Kennedy, e più di una volta c'è stato l'allarme bomba. Ero uscita dall'ambiente "ovattato" della scuola privata per entrare in una pubblica dove ogni cosa era cambiata. E in più si era aggiunta l'ansia, perché diciamolo, il terrore da quel giorno ce lo siamo portati dietro un po' tutti. Ci siamo svegliati.
Mio padre chiamò dallo studio. Io ero a fare i compiti e sono corsa in salone, dove mia madre guardava terrorizzata ciò che stava accadendo a New York. Quelle torri che collassavano dopo lo schianto degli aerei e la gente che si buttava giù...



Quindi, sì, lo leggo in ritardo, ma all'epoca non avevo testa e nemmeno la cultura che ho adesso per affrontare un libro come "La rabbia e l'orgoglio" che presupponeva una conoscenza un po' più approfondita del mondo politico, religioso e sociale. A 14 anni ero poco più di una bambina, anche se ti dicevano "ormai vai al liceo, sei una signorina". A me degli affari degli adulti me ne importava poco e niente,  così come delle compagne che giocavano a fare le grandi truccandosi a più non posso, vestendosi come quarantenni e facendo a gara su " vediamo con quanti ragazzi riesci a stare".
Sono sempre stata nel mio mondo che non includeva nulla di tutto questo.
Ad ogni modo, lasciamo da parte il passato... per fortuna non tornerà.
Avevo letto qualcosa della grande Oriana nel web, frasi ed estratti di suoi scritti e mi sono sempre trovata sulla sua stessa frequenza di pensiero.



"La rabbia e l'orgoglio" non è uno scritto su cui passare oltre, soprattutto adesso, in un momento storico come il nostro. Mi ritrovo a pensare che una Fallaci che desse una smossa al popolo Italiano e a quello Europeo, alla cultura occidentale con le sue parole crude, con i suoi concetti chiari, ci sarebbe proprio voluta. La Fallaci ha scritto non troppi anni fa (il 2001... sono appena 14 anni, quasi 15), ma la gente, si sa, dimentica presto, annebbiata da altre preoccupazioni, altri interessi, dal "viviamoci il momento che al futuro ci penseranno gli altri", scordando che quegli "altri" sono proprio i figli, i nipoti, le persone cui vorremo bene che nel fatidico e "lontanissimo" domani si troveranno in un mondo che non hanno scelto di ridurre così.
Oriana ha scritto di getto, con tutta la grinta che una donna forte come lei poteva trovare e un immenso coraggio. Sì, coraggio perché al giorno d'oggi se una persona si permette di alzare la testa e dire "Io alle imposizioni di un buonismo che maschera atti di terrorismo non ci sto. Voglio difendere la mia cultura, il mio paese, la mia gente" ti danno del razzista e fascista. Eh cari signori, è proprio così. Come diceva la Fallaci, razzista è pure un termine improprio. Cosa c'entra la razza? Nulla. Qui si parla di una cultura, quella islamica, che lo vogliate o no, che si vuole imporre sull'Occidente. Un Occidente che ha sbagliato indubbiamente, ma che ora come allora è sotto attacco. E noi proseguiamo a non vederlo.



Nemmeno quando gli estremisti distruggono Palmira, nemmeno quando tagliano la gola ai cristiani, nemmeno quando uccidono la loro stessa gente, neanche quando USANO a piacimento le donne come incubatrici per la loro caterva di figli, nascondendole sotto i burqa, umiliandole, sposandole talmente giovani che sono poco più che bambine.



Neanche questo basta a comprendere quanto una certa mentalità sia atroce. La Fallaci dà voce a tutto questo e non le date della fascista. Se leggete bene, lei ha vissuto durante l'epoca della guerra e detestava quel clima, quel modo di fare dittatoriale, suo padre fu torturato dai fascisti. Perciò informatevi prima di parlare. Le sue parole e la sua rabbia - per citare il titolo - da dove nascono? Dall'esperienza. La Fallaci ci è andata nelle zone di guerra in Medio Oriente, ha vissuto con quella gente e non si è mai fatta mettere i piedi in testa, rispettando e facendosi rispettare.
E purtroppo, lo sottolineo, purtroppo la Fallaci si è rivelata profetica. Tutto ciò che ha scritto e che ha previsto (lo ripeto, non perché fosse una Cassandra, ma per la sua esperienza in materia) ora si sta realizzando. Lo vediamo tutti i giorni ai telegiornali, lo vediamo quotidianamente in giro.
Non dirò di più altrimenti dovrei intavolare un discorso politico e non mi va. Mi incavolavo per la politica ai tempi del liceo. Adesso mi cadono le braccia, ma una certa rabbia la provo e si alimenta ogni giorno per come vedo ridotto il mio paese.
Per concludere, so bene che solo le persone intelligenti e colte, di qualsiasi tendenza, potranno leggere Oriana Fallaci. Le altre si faranno influenzare dall'opinione popolare... eppure è proprio a tutti noi che le sue parole dovrebbero arrivare. Il nostro orgoglio, quello di un popolo Italiano dalla bandiera verde, bianca e rossa, dovrebbe emergere e pretendere rispetto per una cultura che ormai viene massacrata di offese giornaliere. Abbiamo così tanta paura di apparire come xenofobi agli occhi del mondo, di essere catalogati con la parola "fascista" che ormai tolleriamo tutto, anche le prese in giro da parte di persone che vorrebbero vedere tutti gli Occidentali sotto terra. Passo e chiudo.



«Vi sono momenti, nella Vita, in cui tacere diventa una colpa e parlare diventa un obbligo. Un dovere civile, una sfida morale, un imperativo categorico al quale non ci si può sottrarre».


«Una predica la si giudica dai risultati, non dagli applausi o dai fischi. E prima di vedere i risultati della mia ci vorrà qualche tempo. Non si può pretendere di svegliare al'improvviso, e solo con un piccolo libro scoppiato in due o tre settimane, un paese che dorme».
sito