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giovedì 25 settembre 2025

Recensione di "Ora amati" di Roberto Emanuelli

Buon pomeriggio amici e bentornati sul mio blog! Come vi avevo anticipato, i libri letti nel mese scorso sono stati numerosi. Oggi, quindi, termino con le mie letture estive, tornando poi al consueto ritmo di pubblicazione, portandovi a conoscere "Ora amati" di Roberto Emanuelli.


Trama: Fino a che punto possiamo andare contro noi stessi per amore? Fino a che punto si può concedere fiducia a chi ci inganna? Fin dove possiamo spingerci nel perdonare chi mostra indifferenza mentre andiamo in mille pezzi? Clara vive a Roma, dove gestisce una libreria. Ama il suo lavoro e crede che i libri non regalino solo sapere, ma a volte possano curare, persino salvare chi ne ha bisogno. Adesso però nemmeno lei riesce a trarre beneficio dalla lettura. La sua vita è una continua altalena da quando, tre anni prima, ha conosciuto Alessandro. Ha accettato una relazione costellata di distacchi improvvisi e mezze verità. Una storia che non è quasi mai come vorrebbe. Clara è diventata insicura, a volte stenta addirittura a riconoscersi. Senza i suoi amici, sarebbe già crollata. Anna invece vive a Milano e studia Economia alla Bocconi, per volontà dei genitori più che sua. Davanti a lei c’è un futuro già scritto: tornare in Calabria e prendere le redini dell’attività di famiglia. Ma non è questo che vuole: si sente fuori posto e incompresa. Poi incontra Francesco, e tutto sembra cambiare. La felicità, comincia a pensare, può esistere anche per lei. Ma Francesco è troppo preso da se stesso, e sembra dosare di continuo il tempo che le dedica. Un giorno la ricopre di attenzioni, quello dopo scompare gettandola nello sconforto. In nome dell’amore possiamo perderci e dimenticare chi siamo? Qual è, una volta toccato il fondo, la strada per rinascere e tornare ad amarci?

Questa è la storia di Anna Clara, o meglio, è la storia di tante di quelle persone da poterci scrivere un’enciclopedia. Perché, la verità è che nonostante ognuno di noi sia consapevole che certi amori tossici possano avvelenare lentamente l’esistenza fino ad annientarci, è anche vero che tutti anelano a un sentimento dolce e potente come l’amore. Esistono gli sbagli, esistono gli inganni, esistono dei vuoti incolmabili e, inevitabilmente, ci si ritrova in situazioni che mai si sarebbero immaginate.
Anna Clara è una libraia, lavora a Roma dove è approdata in seguito a un periodo trascorso a Milano, Bologna e Firenze. E nella Capitale ha trovato la sua dimensione, se non fosse per questo amore tormentato con Alessandro, sposato, con due figli, conosciuto in libreria. Sono tante le promesse che si sono stratificate nel tempo, dai sogni di case al mare a una nuova famiglia; desideri che si sono trasformati in illusioni cui Anna Clara, nonostante faccia male, continua a credere perché l’amore le benda gli occhi.
Nemmeno davanti all’evidenza, ai ritagli di tempo trascorsi assieme soppiantati da un’immensa solitudine, Clara riesce a convincersi del fatto che Alessandro non lascerà mai la moglie e che lei sarà sempre e solo l’amante, la seconda scelta, la persona da tenere nascosta e da presentare come un’amica.
Ma quando la corda è tesa, alla fine si spezza. Le bugie, come si suol dire, hanno le gambe corte e il castello di carte viene giù con il primo alito di vento. Fa male, malissimo, un dolore atroce che parte dal cuore e si irradia per tutto il corpo; poi il vuoto, sempre lì, nello stesso punto. Qualcosa è andato in frantumi, ma è allora che bisogna ricominciare. Clara lo capisce dopo tre anni, dopo menzogne mascherate da situazioni impossibili da superare, da sensi di colpa e da quello smisurato egoismo di Alessandro, nemmeno troppo velato, ma invisibile agli occhi della protagonista.

Foto di Hello Cdd20 da Pixabay

Ci sono storie che, a volte, sembrano scritte per noi. E questa storia è stata scritta anche per me.

È complicato uscire da rapporti definiti "tossici": ti senti inadeguata e mai abbastanza, ti assalgono i maledetti sensi di colpa, soprattutto se la persona in questione – come Alessandro – è manipolatrice e riesce a tessere trame fittissime usando i sentimenti in suo favore. È difficile vedere la realtà così com’è, capire che da lì non ne uscirai perché non c’è volontà condivisa per cambiare la situazione (nel caso di Anna Clara, Alessandro non voleva realmente divorziare, ma solo avere un’amante, anzi, più di una). Uno solo ne beneficia, mentre l’altro appassisce, si chiude in se stesso, capita persino che allontani amici e parenti. Ma esistono anche gli imprevisti, quelle “falle” nel sistema che, pur con dolore, ti destano dal sonno profondo in cui sei caduta. Ed è lì, che pur con mille difficoltà, inizia la rinascita. A volte è improvvisa, a volte è graduale, ma come la fenice risorge dalle proprie ceneri, anche le vittime di amori tossici possono farcela. Amare se stessi è il primo passo; colmare quei vuoti che sono rimasti e che, probabilmente, erano precedenti al rapporto distruttivo è il passo successivo. Tutto il resto viene da sé.

Consiglio di leggere “Ora amati”, non solo perché mi sono ritrovata all’interno di numerose parti di questa storia, ma anche perché ognuno di noi può essere Clara. Bisogna sapersi difendere, riconoscere chi non fa per noi (perché, attenzione, non cambierà con il tempo) ed essere consapevoli che, una storia andata male, non è la fine del mondo. Dal baratro sentimentale si può uscire e, con i propri tempi, tornare persino ad amare.
Da parte mia, grazie Roberto Emanuelli, grazie per questo bel libro. Ne avevo bisogno.

Vi lascio con qualche piccolo estratto significativo e vi aspetto con la prossima recensione.

Foto di Stephane da Pixabay

«L’armatura che mi sono costruita negli anni mi sembrava inscalfibile. Mi sono lasciata andare raramente. Ho sempre messo limiti e paletti con gli uomini. Poi è arrivato Alessandro. Solo lui ha saputo aprire una crepa. Si è insinuato nell’acciaio di quel mio secondo corpo, dietro al quale mi proteggevo e guardavo il mondo, sentendomi al sicuro. Con lui sono cadute tutte le mie difese. Con lui mi sono aperta, a lui ho raccontato ogni mia paura, le sofferenze passate, tutto quello che mi ha ferita, tutto quello che mi ha segnata. E quando, ora, lui mi colpisce e mi fa male, nonostante io tenti di reagire, nonostante io provi in tutti i modi a proteggermi, per non cadere ancora, per non cadere più, sembra che io non sia più capace di proteggermi. Con lui, solo con lui, mi sento disarmata. Vulnerabile. Indifesa».

«Gli ho sempre assicurato che non lo avrei giudicato se avesse scelto di rimanere con lei, per i figli o anche solo per paura. Non lo avrei giudicato nemmeno se fosse rimasto con lei solo per interesse. L’unica cosa che gli ho chiesto è stata di essere sincero, e di dirmi chiaramente come stavano le cose. Di non lasciarmi nell’incertezza».

«Ne approfitto anche per invitare tutti a non smettere mai di sostenere l’editoria e le librerie, continuando ad acquistare libri, a regalarli. Perché regalare un libro significa regalare la possibilità di sognare, di viaggiare in mondi che non sapevamo esistessero. Di essere liberi».

«Dici di amarmi, che sono la tua vita, che non puoi vivere senza di me. Mi parli del nostro futuro, della famiglia che avremo. Mi giuri che sono l’unica nel tuo cuore, quella a cui pensi la notte prima di dormire e la mattina appena sveglio. E allora perché adesso non ci sei? E perché mi sento così sola? Se mi ami più della tua vita, perché non ti accorgi che la mia sta andando a pezzi?»

«Oggi ho preso la macchina di mamma e ho guidato fino al mare. Dista solo venti minuti da casa. Il mare, fin da piccola, mi ha sempre salvata. Anche soltanto guardarlo, respirarlo mi fa sentire distante da questa realtà che non mi piace, mi alleggerisce il cuore, mi ricorda che, alla fine, comunque andrà, ci sarà un posto dove tornare. Un orizzonte nel quale perdersi».

«”Gli amori tossici, oltre a distruggerci, hanno il potere di farci credere che non ameremo mai più nessuno in quel modo. […] Ma sappi che non è così. O meglio: forse è vero che non ameremo più nessuno in quel modo. In quel modo malato. In quel modo sbagliato”».

«Ma forse è proprio questo che succede prima di rinascere, no? Si muore davvero un po’. Forse possiamo rinascere realmente solo quando siamo disposti a cambiare. Quando abbiamo il coraggio di diventare altro, lasciando andare il passato. E io riparto da qui, riparto da me stessa. Da una nuova me stessa».


domenica 13 ottobre 2024

Recensione di "Elisir d'amore" di Eric-Emmanuel Schmitt

Buongiorno e buona domenica amici e, come sempre, bentornati! Il traffico di Roma ha queste "qualità": è insopportabile, è troppo e, quindi, favorisce la lettura... perché durante quei 50 minuti/1 ora di mezzi per fare pochi chilometri bisognerà pur fare qualcosa per non impazzire, no? Ed ecco il motivo, direi positivo (almeno), per cui sono di nuovo qui a scrivere.

Ad ogni modo, qualche giorno fa, ho deciso di fare un rapido giro a un mercatino dell'usato che prevede anche una nutrita sezione dedicata ai libri. Vi dirò, mi piange il cuore a vedere tutte quelle storie accatastate, alcune delle quali dimenticate da anni, così come i bellissimi libri storico-artistici o archeologici che giacciono sugli scaffali. Notando un nome noto, ho alla fine deciso di "adottare" un libro (e mi sono dovuta trattenere perché avrei presi almeno una decina).

Il romanzo, che forse è preferibile definire racconto epistolare e di cui vi parlerò, è "Elisir d'amore" di Eric-Emmanuel Schmitt.


Trama: Dopo cinque anni di amore travolgente, Adam e Louise si lasciano. È una separazione dolorosa e straziante che porta Louise a trasferirsi a Montreal, in Canada, mentre Adam rimane a Parigi. Lontani migliaia di chilometri, e separati da un oceano, i due cominciano una corrispondenza volenterosamente improntata all'amicizia in quanto logica e saggia fine di un grande amore. Così si raccontano la nuova vita che stanno facendo, le nuove amicizie e soprattutto i nuovi amori, con quella confidenza intima e speciale che cinque anni di appassionata convivenza hanno conferito loro. Ma il gioco nasconde una trappola. È davvero possibile diventare amici di una persona con cui si è condivisa l'esperienza di un amore profondo, oppure passione e amicizia sono condannati a restare due mondi incompatibili?

Lui è uno psicanalista, lei una giurista presso uno studio internazionale. Sono stati insieme 5 anni, si conoscono perfettamente, si amano, eppure si lasciano. Le cose non funzionano più tra Louise e Adam. Louise si trasferisce persino da Parigi a Montreal, ponendo un oceano tra lei e Adam.
Perché si sono lasciati? Una storia già vista mille volte: mentre stava con Louise, Adam andava a letto con altre donne. Non erano storie importanti, non ne ricordava nemmeno i nomi, ma per una donna non è una pratica tollerabile.
A cosa preferisce ricorrere Adam, pur di non troncare i legami? All'amicizia, ritratto sbiadito e insipido dell'amore, che logicamente Louise non accetta: «L'amicizia dopo l'amore mi umilierebbe. Riconvertire una passione immensa in piccolo monolocale affettuoso non mi tenta, preferisco ritrovarmi direttamente in mezzo alla strada».

Foto di zhi wei yu da Pixabay

Louise e Adam, quindi, iniziano a scriversi, si pongono a vicenda domande e, infine, accade che una collega di Louise, Lily, diventa paziente di Adam, colui che sostiene di avere un "elisir d'amore" innato.
Si nota la gelosia, mascherata da nonchalance perché nell'esistenza di Louise c'è ormai Brice, ma la vita continua e la corrispondenza pure, anzi, non manca un colpo, rivelando il latente desiderio di riprendere il rapporto dove lo avevano lasciato.
Chissà come finirà... Io termino con le parole di Antonello Venditti: "Certi amori non finiscono, fanno dei giri immensi e poi ritornano".
Attraverso le lettere (o forse email) di Louise e Adam il lettore si immedesima nelle pene d'amore che tutti (o quasi) viviamo: l'amarezza, la gelosia, la passione bruciante, l'affetto, l'amicizia, la lontananza, a volte (e per chi ci riesce) il perdono. Ed proprio questo, credo, l'obiettivo dello scrittore: tracciare una "psicologia" del sentimento tramite le frasi, a volte stringate, dei due protagonisti.

Vi lascio con qualche frase e vi aspetto alla prossima recensione!


«Oggi, per esempio, ho pensato tutto il giorno alle cose buffe che mi succedevano e che avrei voluto raccontarti, ho desiderato condividere il libro, il film o la musica appena scoperti, ti ho fatto domande, dato risposte, dedicato sorrisi, sospiri, esclamazioni. Insomma, siamo stati sempre insieme. [...] Sei solidamente piazzata dentro di me, più di quanto potrebbe esserlo una semplice anatomia gradevole, sei incisa nella mia immaginazione, nel mio futuro, nei miei ricordi».

«Adam, si può essere padroni di ciò che si pensa, ma mai di ciò che si sente».

«Credo che l'amore sia stato inventato per rendere poetica la vita».

«La bellezza del primo amore viene dal fatto che non è ancora stato minacciato dalla fine, crediamo che il presente sia eterno, ignoriamo che si inaridirà».

«Caro Adam, a questo punto la domanda è: siamo liberi di amare il tale o il talaltro? Scegliamo? Veniamo scelti?».

«L'amore è la dimostrazione che percepiamo la realtà unicamente attraverso il filtro delle nostre fantasie. Peggio, è la prova che la realtà non è poi gran cosa».

giovedì 14 settembre 2023

Recensione di "Il caffè alla fine del mondo" di John Strelecky

Buonasera a tutti, amici lettori! In questa calda serata di settembre, vi parlerò di un libretto trovato, del tutto casualmente, in una libreria della località in cui sono andata in vacanza. Non ero alla ricerca di qualche storia particolare, ma l'ho trovata comunque... o forse era lei a cercare me.


Trama: A volte nella vita quello che sembrava un fastidioso imprevisto può rivelarsi una scorciatoia verso la felicità. È ciò che accade a John, il protagonista di questo libro, un uomo che va sempre di fretta ma che un giorno, per colpa del traffico, è costretto a rallentare e imboccare un cammino secondario, reale e metaforico, ignaro che quello che sta per incontrare – un misterioso caffè in mezzo al nulla – lo cambierà per sempre. Sì, perché il caffè alla fine del mondo esiste ed è dentro di noi, è il luogo dove tutte le nostre domande trovano risposta, dove i nostri desideri appaiono nitidi e raggiungibili, e dove finalmente troveremo il coraggio di cambiare. Un libro da tenere sul comodino, da leggere e rileggere, per non scordarci mai che affrontare noi stessi è l'unica via verso la felicità.


Tutto il libro, piuttosto breve, è metaforico, basti pensare al suo inizio: John - tra l'altro il protagonista si chiama come l'autore, quindi è forse possibile leggerci qualcosa di personale? - imbocca la strada abituale perché vuole staccare, prendersi una pausa, e la trova bloccata. Un traffico assurdo e quando giunge al bivio, la polizia gli fa cambiare direzione causa incidente, spingendolo a perdersi.
In questo nulla delle strade americane, che siamo così abituati a osservare nei film, c'è un bar, unico luogo civile e illuminato. John si ferma qui, tanto più che il carburante non abbonda nella sua automobile. Entra in questo locale e trova un'atmosfera accogliente e d'altri tempi, con il bancone lungo, gli sgabelli, i divisori, un vecchio registratore di cassa, le zuccheriere.
Ci saremmo aspettati che John fosse l'unico cliente e invece il bar, sperduto nel nulla, ha diverse persone sedute ai tavoli, ognuno dietro il proprio separé, in coppia o da solo, ma tutti sono a proprio agio.

Foto di StockSnap da Pixabay

Il bar, denominato "Checifaiqui", è gestito da Casey e da Mike, che diventano i due principali interlocutori di John quando quest'ultimo apre il menù, in cui ci sono vari messaggi, tra cui il seguente: "Spunti per ingannare l'attesa: Che ci fai qui? Hai paura della morte? Ti senti appagato?".
John non crede ai propri occhi, ma sia Casey che Mike si avvicinano, gli parlano, gli pongono delle domande e lui reagisce, incuriosito. Che ci fa lì, in quel bar? Oppure altrove?
In realtà "Che ci fai qui?" è la prima e fondamentale domanda che caratterizza tutto il libro ed equivale a chiedersi "Qual è il tuo Scopo di Esistenza (SDE)"?

John, che incarna poi tutti noi, si mette a riflettere ad alta voce, ascoltando le esperienze di Casey, di Mike, ma anche di un'altra donna presente nel bar. Qual è il suo scopo di esistenza? Qual è il suo sogno? Cosa vuole fare nella vita? Ma soprattutto, perché sembra che ognuno non faccia mai ciò per cui è nato, accontentandosi di fare un lavoro che non ama per guadagnare e poi ottenere pochissimo tempo da dedicare a quel che realmente vorrebbe fare? Vale la pena di vivere così, oppure è possibile impegnarsi da subito per raggiungere il proprio SDE?
Le due domande successive seguono a ruota. Hai paura della morte? John riflette, fino a pensare che, probabilmente, chi ha vissuto seguendo il proprio SDE, non deve temere la morte. Ha realizzato tutto, ha vissuto una vita felice, appagante. E da qui "Ti senti appagato?"

Foto di Pexels da Pixabay

La metafora iniziale della strada l'ho letta come la vita di John, improvvisamente trafficata, bloccata. John, quindi, è costretto a deviare, ma si perde perché non sa dove si sta dirigendo. I titolari del bar costituiscono una luce per lui, una ricarica per proseguire lungo la strada che, in realtà, John avrebbe voluto e avrebbe dovuto imboccare sin dall'inizio. Dà una svolta alla propria vita.
Quanti di noi si accontentano, a volte per necessità, a volte perché gli ostacoli sono talmente tanti che finiamo per demoralizzarci? Ma dentro il nostro cuore conosciamo perfettamente cosa vogliamo. C'è chi ha più coraggio, a volte incoscienza, a volte ancora testa dura per inseguire i propri obiettivi e vivere felice, anche se - a volte - non diventa ricco (felicità e ricchezza non sempre procedono di pari passo).
Nella vita, però, l'importante è sentirsi appagati. Chiudere gli occhi la sera e pensare con entusiasmo al giorno successivo e con il medesimo entusiasmo a quello già trascorso. Ci saranno comunque momenti difficili, perché trovare il proprio SDE non costituisce una magia, ma si tratta di uno stato d'animo differente che aiuta ad affrontare proprio quelle discese demoralizzanti con più leggerezza.

Non nego, infine, di aver desiderato di trovare un bar come il "Checifaiqui", un posto che si posiziona tra l'immaginario e il reale, o forse appare a chi più ne ha bisogno, un po' come la "stanza delle necessità" di Harry Potter.
"Il caffè alla fine del mondo" è un libretto che scorre velocemente, anche se consiglio di leggerlo con attenzione e, insieme a John, di porsi le sue stesse domande. In fin dei conti, i libri ci accompagnano per insegnarci qualcosa e io, da questa lettura, ho imparato a pensare che, forse, insistere per seguire il proprio SDE non è sbagliato. La strada sarà probabilmente più complicata, bisognerà cambiarla, prendere una traversa, ma la soddisfazione e la felicità di percorrerla per tornare a ciò che, a malincuore, avevamo lasciato, sarà incomparabile.

«Non permettere alle cose, o alle persone, di portarti a credere di non avere più il controllo del tuo destino. Scegli attivamente la tua strada, altrimenti qualcun altro la sceglierà per te».

martedì 8 agosto 2023

Recensione di "Ogni piccola cosa interrotta" di Silvia Celani

Buon martedì a tutti e bentornati sul mio blog! Oggi vi porto a conoscere un romanzo, acquistato tanto tempo fa in quel di Mondadori in piazza Cola di Rienzo. Mi sono detta che, uscita da un archivio, rientravo di nuovo in un luogo pieno di carta scritta... forse perché le librerie sono quei rari posti in cui trovo conforto e mi sento a mio agio.

Il romanzo di cui vi parlerò è "Ogni piccola cosa interrotta" di Silvia Celani:


Trama: Sono le nostre imperfezioni a renderci più forti. Sono loro a tracciare la strada delle nostre cose interrotte.
Mi chiamo Vittoria e la mia vita è perfetta.
Ho una grande casa e tanti amici. Non mi interessa se mia madre si comporta come se io non esistessi. Se mio padre è morto quando ero piccola. Se non ricordo nulla della mia infanzia. Se, anche circondata da persone e parole, sono in realtà sola.
Io indosso ogni giorno la mia maschera, Vittoria la brava figlia, la brava amica, la brava studentessa. Io non dico mai di no a nessuno. Per me va benissimo così.
È questo senso di apnea l’unica cosa che mi infastidisce. Quando mi succede, quello che ho intorno diventa come estraneo, sconosciuto. Ma è solo una fase. Niente potrebbe andare storto nel mio mondo così impeccabile.
Ero convinta che fosse davvero tutto così perfetto. Fino al giorno in cui ho ritrovato i pezzi di un vecchio carillon di ceramica. Non so cosa sia. Non so da dove provenga. Non so perché mi faccia sentire un po’ spezzata e interrotta, come lui. Ma so che, da quando ho provato a riassemblarlo, sono affiorati ricordi di me bambina. Della voce di mio padre che mi rassicura mentre mi canta una ninnananna. Momenti che avevo sepolto nel cuore perché, come quel vecchio carillon, all’improvviso si erano spezzati per sempre.
Eppure ora ho capito che è l’imperfezione a rendere felici. Perché le cose rotte si possono aggiustare e diventare ancora più preziose.

Vittoria dice di avere una vita perfetta, amici che la adorano, una casa splendente, soldi come se piovessero. Eppure la nostra protagonista sa benissimo che la sua esistenza è votata all’apparenza perché non ha una vita perfetta, bensì in frantumi, quelli che considera amici non lo sono davvero, la casa è splendente ma vuota di affetti, il rapporto con la madre è inesistente, i soldi ci sono ma non possono comprare amore.
A dimostrazione di tutto ciò, Vittoria comincia ad accusare attacchi di panico, sempre più di frequente, fino a perdere i sensi. Ma cosa è accaduto realmente a questa ragazza? C’è stato un tempo in cui la vita di Vittoria era davvero perfetta, o almeno, lei crede di ricordarla così. Nei fotogrammi della sua mente c’è il suo papà, defunto, di cui non saprebbe dire nulla. È come se la sua mente avesse rimosso ogni cosa riconducibile a lui. Un giorno, cercando i tranquillanti nei cassetti della madre, Vittoria si imbatte in un sacchetto che contiene tanti frammenti di ceramica. È un carillon, di cui lei ha ricordi confusi… un carillon che era un regalo del suo adorato papà.

Foto di syd.oztr ✪ (https://www.pexels.com)

È lì che Vittoria, grazie all’immenso e paziente lavoro della psicoterapeuta, decide di scavare a fondo nel passato per capire la causa del suo immenso dolore. Tra scatoloni, lettere e fotografie, Vittoria ricostruirà ciò che è stato e che non è come lo ricordava: è totalmente imperfetto, anche sconvolgente, ma la verità bisogna accettarla per quel che è. Finalmente la ragazza riuscirà a ricomporre i pezzi mancanti e, proprio come nella pratica del kintsugi, a valorizzare le ferite, attribuendo persino un perché al comportamento freddo e scostante della madre nei suoi confronti.
Nel suo percorso sarà supportata da Ion, un muratore russo-moldavo, dal passato altrettanto doloroso. I due riusciranno ad amare le cicatrici l’uno dell’altro.

Come ho trovato questo libro? Bello, doloroso e irritante al tempo stesso. Bello per le emozioni che può suscitare, dato che il lettore si ritrova a seguire il percorso di rinascita interiore della protagonista; doloroso perché quelle stesse emozioni scavano dentro e fanno riflettere; irritante poiché, in passato, sono state numerose le situazioni ingiuste come quella che si ritrovano a vivere Vittoria e sua madre prima di lei, volte esclusivamente a salvare le apparenze.

ATTENZIONE SPOILER!

Vittoria, nella sua ricerca, trova le lettere dell’amante del padre, un tale Luca. Pur rispettando l’orientamento sessuale di ognuno, una rivelazione del genere è sconvolgente. Suo padre, Vittorio, era comunque sposato. E allora non amava sua madre? Non amava la figlia che aveva avuto?

Ebbene, è qui che emerge tutto il dolore contenuto nei personaggi di questa storia. In passato, infatti, per nascondere l’omosessualità dei propri figli, molti genitori organizzavano matrimoni, costringendo i due malcapitati a sposarsi e a procreare. Per quale scopo? Quello di dare l’apparenza della famiglia comune, senza pensare alla sofferenza che potevano causare. La madre di Vittoria ha odiato la figlia di riflesso quando ha capito che il marito era omosessuale e che aveva cercato di procreare per dovere, non per amore. Questa linea d’odio (del tutto motivata) ha influito negativamente sulla donna e automaticamente sulla figlia, che si è sentita non voluta. Allo stesso tempo, Vittorio ha dovuto rinunciare all’amore per Luca in favore di un matrimonio falso, fingendo quindi una vita che non aveva cercato ma che gli era stata imposta.

Foto di Daria Obymaha (https://www.pexels.com)

Quando si dice che siamo artefici del nostro destino, a volte la sottoscritta sorride. Non è sempre così. Una persona può volere ardentemente qualcosa, combattere per averla e nonostante tutto ritrovarsi a dover seguire forzatamente la via tracciata da qualcun altro – molto spesso prevaricatore e prepotente – per lei. E poi tutto dipende dai tempi, dalla cultura di base, dall’area geografica di questo assurdo mondo pieno di regole e di una morale dettata dall’uomo, ma attribuita alle divinità.

In questo libro vi è anche un altro messaggio importante: a volte bisogna riuscire a dire no, proprio per non essere sopraffatti, per non far decidere a qualcun altro ciò che invece avresti dovuto e potuto decidere con la tua testa. 
Non commenterò oltre, ma dirò solo una cosa: un libro è un oggetto magico. Arriva sempre al momento giusto, con i suoi messaggi, a volte più diretti, a volte meno, che comunque trovano riflesso nella vita del lettore. C’è un motivo per cui questo libro è arrivato ora nella mia. Bisogna saper dire no, bisogna impuntarsi anche a costo di sbagliare, purché si decida di seguire i nostri desideri, non quelli altrui. È tanto facile a dirsi, quanto difficile a farsi, ma probabilmente ricordarselo è già un passo avanti.

Vi saluto con alcuni piccoli estratti. Alla prossima!

«Anche se cerchiamo di proteggere ciò che amiamo con tutti noi stessi, non sempre siamo in grado di farlo, sai?» La mano di suo padre lascia la sua spalla per accarezzarle lieve i capelli. «Ma niente finisce. Anche una cosa rotta può tornare a vivere.»

«Quante cose possono essere dette senza pronunciare una sola parola? Quante possono essere comprese senza doverne ascoltare nemmeno una? Ecco, tutte quelle parole non dette mi servirono per sussurrargli grazie, quei grazie che guariscono, e poi salvano.»

«Ogni piccola cosa interrotta nella nostra vita rimane come un sassolino nella scarpa che, a ogni passo, ci procura dolore. Possiamo decidere di smettere di camminare del tutto, oppure possiamo sfilarci la scarpa e liberarci del sassolino. Non gettandolo via, ma conservandolo nel palmo della mano, dove non ci farà più così male. Non appena smetterai di considerare questa tua pelle diversa, macchiata, come un difetto, scoprirai quanto ti renda semplicemente speciale.»

«Quanto può ferirci ciò che non c'è mai stato? Quanto può svuotarci l'amore di cui siamo stati privati?»

«[...] Perché ciò che io e Ion amavamo veramente l'uno dell'altra erano proprio quelle cicatrici che, superando ogni avversità, avevamo infine colmato d'oro.»

lunedì 26 dicembre 2022

Recensione di "Sempre con te" di Mattia Ollerongis

Buongiorno a tutti e buon Santo Stefano! Vi siete ripresi dalla Vigilia e dal Natale? Io sto lentamente cadendo in letargo, me ne rendo conto. Forse la stanchezza accumulata si fa sentire nei momenti di relax.
Oggi condivido con voi la mia recensione di "Sempre con te" di Mattia Ollerongis. Ho acquistato questo libro durante lo shopping natalizio. Per caso l'ho aperto, ho letto alcune righe che sembravano scritte per me e ho deciso che avrebbe fatto parte della mia libreria.



Trama: Non si sceglie di nascere con la paura: succede e basta. Il futuro spaventa, ma, se ci sono pericoli che si possono evitare, altri si devono affrontare. Riuscire a farlo dipende unicamente da noi. Kamilla ha solo sette anni quando una folla di bambini ancora sconosciuti, ma pronti a giudicarla, diventa l'insormontabile ostacolo da superare. Per la prima volta, da sola. Crescere non aiuta chi, come lei, custodisce dentro una versione speculare di sé, tremendamente più fragile. Quella ragazza vestita di fiori, che vorrebbe essere una rosa per proteggersi con le spine, allo specchio vede solo difetti e si odia per essere così diversa da come vorrebbe. Kamilla però stringe i denti e trova la forza per stravolgere tutto. Afferra quel giubbotto di salvataggio che le è stato lanciato e sopravvive alle tempeste dei colpi al cuore, delle delusioni, delle storie d'amore finite male. Finché, passo dopo passo, quella fragile bambina imparerà a conoscere se stessa attraverso gli occhi maturi della donna che è diventata. Dopo il successo di Ti stavo pensando, una nuova commovente storia di crescita, tra prosa e poesia, di Mattia Ollerongis, il poeta di Instagram che ha incantato migliaia di lettori.

"Sempre con te" non è il titolo di un romanzo d'amore. Si tratta invece di un libro psicologico, introspettivo, che focalizza l'attenzione sul passato e sul presente di Kamilla, una ragazza profondamente segnata dall'ansia e dalla paura che, a volte nella sua vita, hanno preso il sopravvento.
Quanto mi riconosco in lei, mi sono detta sfogliando le pagine. Mi riconosco quando mi sentivo (e a volte ancora mi sento) diversa dagli altri, quando le mie abitudini erano e sono completamente differenti, quando la mia sensibilità cozza contro un mondo che è sempre pronto a deriderti. E ancora, mi riconosco quando mi ritrovo ad avere paura di amare perché so di dare tutta me stessa, mentre l'altro vuole solo giocare, trascorrere il tempo, divertirsi un po' e passare a una nuova avventura, senza alcun impegno... perché impegnarsi è faticare, è prendersi cura del prossimo.
Giungono così le insicurezze: sono io ad essere brutta, poco interessante, le altre sono migliori di me, io non sono nulla in confronto, non merito di essere felice. Ricordo bene cosa si possa provare, ricordo quando si comincia a camminare tenendo la testa bassa, perché tanto il mondo non risplende e tu non attiri proprio nessuno. Quel fantasma oscuro ti fa sempre compagnia: puoi chiamarlo ansia, insicurezza, panico... qualsiasi sia il suo nome ti getta in una melassa buia, da cui è difficile uscire.

Foto di Liza Summer (da: https://www.pexels.com/)

Kamilla subisce il distacco e la scomparsa del padre, dopo la separazione dei genitori; riflette, quindi, in ogni ragazzo che incontra - e purtroppo avrà ragione - la persona pronta a farla affezionare, per poi lasciarla, senza un motivo davvero valido. Kamilla non riesce più a fidarsi e, nonostante tutto, prova ancora. A volte se la prende con la madre, che invece ha dovuto accollarsi anche le responsabilità del marito nell'educazione della figlia, ma sa che in fondo non è colpa sua. Le persone più sensibili sono quelle che soffrono maggiormente, che si fanno tanti problemi, che non riescono a vivere totalmente spensierate e che devono combattere battaglie, talvolta insostenibili, con loro stesse. Kamilla è così. Desidera vivere senza angoscia, ma allo stesso tempo le sue paure la tengono legata, finché cresce, riprende in mano la sua vita: scrive, scrive tantissimo, e parla con la sua amica, poi con il suo psicologo. Pian piano giunge l'equilibrio: l'ansia non è scomparsa, ma è diventata piccolina, convive con Kamilla; si fa sentire ogni tanto, ma la sua voce è flebile e Kamilla non la ascolta. Ha vinto la sua battaglia al momento, è stata forte e dovrà esserlo in futuro. E sì, Kamilla è diversa dalle altre: non è superficiale, ha ancora dei valori in cui credere, desidera un amore che sia alla sua altezza e che, finalmente, arriverà.
Non conoscevo Mattia Signorello, in arte Ollerongis. Attraverso una breve ricerca sul web deduco che molti suoi pensieri sono stati condivisi sui social, ma a me non sono mai capitati davanti. Sono contenta però di aver letto questo breve e intenso libro. In Kamilla ho ritrovato me stessa, quella di un tempo e quella attuale che ancora combatte estenuanti battaglie contro le insicurezze.

«Ci sono persone meravigliose che non sanno di esserlo. Bellissime presenze che con il tempo sfumano fino a trasformarsi in fantasmi, versioni sbiadite di ciò che sarebbero potute essere, solo perché qualche brutto pensiero passa loro per la testa.
Non vai bene.
Sei tu il problema.
Dove pensi di andare?
Guardati, dai.
Non hai niente da offrire.
Sei inutile.
Pensi di essere simpatica?
Una freccia dopo l'altra, finché il dolore è così intenso da non sentire altro, da non ricordare più come ci si sentisse prima. L'insicurezza è il mezzo più rapido per non raggiungere i propri sogni».

«Ciao, ragazza tutta sospiri,
cuore un po' a pezzi,
occhi carichi di nostalgici momenti
e lacrime che sanno di mare.
Quando ridi sei poesia,
quando piangi sei l'amore.
Mi ricordi l'estate,
quei tramonti pazzeschi,
la pelle bruciata,
le labbra infuocate.
Mi ricordi alluvioni
quando ti apri un po',
quando ti arrabbi,
fai disastri,
scali montagnee a volte precipiti.
Il tempo è ballerino dentro di te
un po' come il tuo umore
turbato
dal passato.
Perché una volta ti fidavi,
parlavi di più,
e non ti tormentavi.
Ma qualcosa è cambiato,
ma tu non hai smesso di accecare,
di resistere
per conservare
la tua parte gentile, quella bella,
quella che assomiglia un po' a un fiore,
quella dolce, che sfuma in tutti i colori del mondo.
Non sei mai stravolta per piacere,
sei sincera,
se qualcuno ti fa ridere
è già un po 'dentro al tuo cuore,
e se c'è da piangere, piangi,
e se c'è da baciare, sei arte,
e se c'è da resistere, ti superi,
e se c'è da stupire, ti mostri.
Sei un capolavoro.
Sei sempre stata così.
Ecco, sei sempre stata.
In quanti possono dire lo stesso?
Ha fatto male
essere te
per tutto questo tempo?»

Foto di DanaTentis da Pixabay



domenica 27 settembre 2020

Recensione di "L'arte di amare" di Erich Fromm

Buonasera amici, o forse, potrei dire già buonanotte. Di nuovo all'insegna di una giornata segnata dal diluvio, i libri mi hanno fatto compagnia. Condivido con voi la recensione dell'ultimo volume letto durante le mie vacanze.




Trama: Ogni essere umano avverte dentro di sé in modo istintivo e insopprimibile l’assoluta necessità dell’amore. Eppure, in molti casi, si ignora il vero significato di questo complesso aspetto della vita. Per lo più l’amore viene scambiato con il bisogno di essere amati. In questo modo un atto creativo, dinamico e stimolante si trasforma in un tentativo egoistico di piacere. Ma il vero amore è un sentimento molto più profondo, che richiede sforzo e saggezza, umiltà e coraggio. E, soprattutto, è qualcosa che si può imparare. Da un grande e insuperato maestro della psicologia del Novecento, un saggio da leggere tutto d’un fiato, un invito a vivere il vero amore che ognuno può fare proprio.


In un'epoca in cui siamo sempre di fretta, in cui ogni minuto di tempo libero dev'essere immediatamente occupato da attività spesso futili, in un momento storico in cui droga e alcool colmano quei vuoti dell'animo, per l'amore forse non c'è abbastanza spazio. Qualcuno non sa neppure cosa voglia dire "amare" confondendo il tutto con l'attrazione sessuale, con un bisogno temporaneamente soddisfatto che non fa altro che alimentare quell'esigenza di sentimenti, quella necessità di eliminare la solitudine.
Non troverete nel saggio di Fromm un manuale per individuare il vero amore o per imparare ad amare una persona, ma una serie di profonde riflessioni sul comportamento dell'essere umano, nonché alcuni "consigli" da seguire per riuscire ad amare nella quotidianità, facendo sì che diventi un processo spontaneo e naturale. 
Per amare occorrono umiltà, coraggio, volontà, pazienza, concentrazione, un mix di elementi difficili da conquistare e da possedere in maniera costante. Nella suddivisione dei tipi di amore – fraterno, materno, erotico, per se stessi, per Dio – Fromm si ritrova ad analizzare i comportamenti dell'essere umano dalla nascita alla maturità, tracciando uno spaccato della società. E se è vero che l'amore è la forza più potente, si giunge alla conclusione, forse un po' pessimistica, che purtroppo l'amore nella società attuale è l'eccezione, un fenomeno ormai divenuto marginale. 


«L'amore infantile segue il principio: amo perché sono amato. L'amore maturo segue il principio: sono amato perché amo. L'amore immaturo dice: ti amo perché ho bisogno di te. L'amore maturo dice: ho bisogno di te perché ti amo». 

«Amare qualcuno non è solo un forte sentimento, è una scelta, una promessa, un impegno». 

«L'amore dovrebbe essere essenzialmente un atto di volontà, di decisione di unire la propria vita a quella di un'altra persona» 

«Amare significa affidarsi completamente, incondizionatamente, nella speranza che il nostro amore desterà amore nella persona amata. Amare è un atto di fede […]». 


«Paradossalmente, la capacità di stare soli è la condizione prima per la capacità d'amare. Chiunque tenti di stare solo con se stesso scoprirà quanto difficile sia». 

«L'amore è possibile solo se due persone comunicano tra loro dal profondo del loro essere, vale a dire se ognuna delle due sente se stessa dal centro del proprio essere».

sabato 19 settembre 2020

Recensione di "L'isola dell'abbandono" di Chiara Gamberale

Buongiorno lettori! Finalmente è arrivato il weekend di una settimana piuttosto faticosa... perché quando si ricominciano le attività è sempre un po' così, macchinoso, finché non si prende l'abitudine e si spinge sull'acceleratore. Visto che nello scorso agosto sono stata una lettrice provetta, proseguo a condividere con voi le mie letture.


Trama: Pare che l’espressione “piantare in asso” si debba a Teseo che, una volta uscito dal labirinto grazie all’aiuto di Arianna, anziché riportarla con sé da Creta ad Atene, la lascia sull’isola di Naxos. In Naxos: in asso, appunto. Proprio sull’isola di Naxos, l’inquieta e misteriosa protagonista di questo romanzo sente all’improvviso l’urgenza di tornare. È lì che, dieci anni prima, in quella che doveva essere una vacanza, è stata brutalmente abbandonata da Stefano, il suo primo, disperato amore e sempre lì ha conosciuto Di, un uomo capace di metterla a contatto con parti di sé che non conosceva e con la sfida più estrema per una persona come lei, quella di rinunciare alla fuga. E restare. Ma come fa una straordinaria possibilità a rivelarsi un pericolo? E come fa un trauma a trasformarsi in un alibi? Che cosa è davvero finito, che cosa è cominciato su quell’isola? Solo adesso lei riesce a chiederselo, perché è appena diventata madre, tutto dentro di sé si è allo stesso tempo saldato e infragilito, e deve fare i conti con il padre di suo figlio e con la loro difficoltà a considerarsi una famiglia. 
Anche se non lo vorrebbe, così, è finalmente pronta per incontrare di nuovo tutto quello che si era abituata a dimenticare, a cominciare dal suo nome, dalla sua identità più profonda… Dialogando in modo esplicito e implicito con il mito sull’abbandono più famoso della storia dell’umanità e con i fumetti per bambini con cui la protagonista interpreta la realtà, Chiara Gamberale ci mette a tu per tu con il miracolo e con la violenza della vita, quando ci strappa dalle mani l’illusione di poterla controllare, perché qualcosa finisce, qualcuno muore o perché qualcosa comincia, qualcuno nasce. E ci consegna così un romanzo appassionato sulla responsabilità delle nostre scelte e sull’inesorabilità del destino, sui figli che avremmo potuto avere, su quelli che abbiamo avuto, che non avremo mai. Sulle occasioni perse e quelle che, magari senza accorgercene, abbiamo colto.


Chiara Gamberale ci conduce all'interno del complesso universo psicologico che regola i rapporti umani, soffermandosi sull'abbandono: lasciarsi senza una spiegazione, senza un preavviso, di nascosto, o premeditandolo. L'abbandono porta con sé porzioni di ricordi, persino di anima. E lascia un vuoto, a tratti incolmabile. 
La protagonista della storia è Arianna, mamma di Emanuele, che custodisce dentro di sé una miriade di pensieri, sensazioni, ricordi che talvolta la confondono fino a farle smarrire la via: c'è Stefano, il suo ex, un uomo psicologicamente debole, dipendente da droghe e psicofarmaci, da tradimenti, che aveva bisogno di qualcuno che si occupasse di lui come una mare; c'è Di, il surfista di Naxos, che raccoglie l'animo ferito e sperduto di Arianna, dandogli nuova vita, amandola senza compromessi, limpidamente come l'acqua del mare che adora; c'è Damiano, lo psichiatra di Stefano, che poi diventa anche quello di Arianna, sposato e poi amante, infine padre; c'è Emanuele, i cui occhi si sono appena aperti su questo nuovo mondo, il riflesso del futuro in un piccolo corpo di neonato. 


Arianna ha dentro di sé tutto questo e molto di più. È una donna che spesso si è annullata per amore e che ora si chiede se sarà all'altezza di essere una buona madre. "L'isola dell'abbandono" è un romanzo psicologico, interiore, in cui echeggia Freud; un romanzo che rispecchia, almeno un po', ognuna di noi quando siamo alle prese con i nostri sogni e alla stesso tempo con la paura di trascurare le persone che amiamo. 

«Se sapessimo di che cosa abbiamo bisogno, non avremmo bisogno dell'amore…» 

«Evidentemente l'amore, pensa lei […], mentre ci prende, ci tira via da quello che eravamo fino a un attimo prima e inganna tutti i nostri buchi… Non solo ci fa credere che non verremo più abbandonati, ci fa anche dimenticare di esserlo stati – dal nostro passato amore, da un amico, un altro amico, da nostro padre, nostra madre, dalla speranza che le cose andassero diversamente da come sono andate» 

«Ecco perché mi sto innamorando pazzamente di te. Perché quando parliamo e quando facciamo l'amore noi ci intendiamo proprio […]. È così, è esattamente così anche secondo me: il problema è sempre uno solo, sempre quello: abbiamo paura di non essere amati. E allora ci rifugiamo nel nostro trauma, nelle nostre ossessioni. Ma lo capisci il paradosso? Non lo vedi che, proprio perché ce ne stiamo lì, accartocciati nel nostro mito, nessuno ci potrà mai conoscere per quello che siamo e dunque ci potrà amare? Non è evidente che mentre crediamo di difenderci ci stiamo mettendo definitivamente a rischio?» 


«Costanza: quella che ci vuole per riuscire ad abbandonarsi. E però non abbandonare». 

«Era semplicemente un uomo. E lei lo aveva amato, se amare significa… che cosa significa amare? Significa esserci». 

«Sei proprio convinta che un lungo matrimonio tiri fuori chi siamo, mentre un amore che non è stato destinato a durare no, non lo possa tirar fuori? E se invece la nostra verità più profonda non fosse che un frammento e avesse a che fare proprio con quella purezza, con quello splendore divino?».

lunedì 16 dicembre 2019

Recensione di "Mantieni il bacio. Lezioni brevi sull'amore" di Massimo Recalcati

Scrivo in notturna, mentre noto che sui vetri si forma la condensa. E' freddo fuori, siamo ormai a dicembre, le luci inondano le strade del centro di Roma, ma come sempre il Natale si sente meno. Eppure dovrebbe essere una festività calda, felice, con un pizzico di dolcezza, mi ripeto. Ma io sono la prima a non avvertire nulla di tutto ciò. Anche per il Natale, forse, esiste un tempo per viverlo appieno. Non basta il giorno in sé, ma occorrono vari elementi e bisogna far sì di possederli tutti per tornare a pensare che si tratti di un periodo magico.

Passeggiando, dunque, per Roma, qualche giorno fa, sono entrata in libreria. C'era gente che iniziava a radunarsi per la presentazione di un libro. A me invece interessava solo un po' di silenzio e l'odore di carta. Cercavo ispirazione nelle copertine nuove, nelle immagini che si susseguivano evocative finché, non trovando nulla che facesse al caso mio, mi venne alla mente una lettura, "Mantieni il bacio. Lezioni brevi sull'amore" di Massimo Recalcati. Ricordavo perfettamente la foto di un uomo e una donna d'altri tempi che si tenevano per mano, guardandosi negli occhi, seduti nel vagone di un treno.
Nonostante non sia proprio nel mio miglior momento romantico, ho deciso di acquistarlo e leggerlo per cercare spiegazioni, più che risposte. Queste ultime può averle solo il singolo a seconda della propria esperienza.


Trama: Perché “ancora” è la parola dell’amore. Chi ha detto che l’empatia sia necessaria per fondare una buona relazione? Che l’amore sia anzitutto dialogo? E se quelle del “dialogo” e dell’“empatia” fossero delle parole d’ordine finalizzate proprio a scongiurare l’alterità dell’Altro, la sua radicale e irriducibile differenza, il suo essere straniero? Se la condizione di ogni amore non fosse dialogo ma l’incontro con un segreto indecifrabile, con un mistero che resiste a ogni sforzo empatico? Lacan affermava che il rapporto sessuale è impossibile, è sempre fallito. Non posso mai sentire quello che l’altro sente, confondermi, coincidere, essere lui. Ma è proprio dall’esperienza di questo fallimento che diviene possibile l’amore come amore per l’eteros. Si tratta di provare a condividere proprio l’impossibilità di condividere il rapporto. Se ti amo non è perché dialogo con te ma perché in te c’è qualcosa di te e di me che mi sfugge, impossibile da raggiungere. Scopro, cioè, in te un segreto che mi supera e si distanzia da ogni empatia possibile. Per questo Lacan identificava l’amore con la donna, se la donna è – come è – il nome più radicale del segreto impossibile da decifrare. In una ricerca intima e profonda, Massimo Recalcati indaga il miracolo dell’amore, il sentimento più misterioso di tutti. “La fedeltà non è una prigione, né una gabbia,” spiega, “se si trasforma in un sacrificio bisogna liberarsi. La fedeltà diventa una postura dell’amore perché trasforma lo stesso in nuovo, non c’è bisogno di andare altrove per trovarlo. Come quando guardiamo un’alba sorgere: l’abbiamo vista mille volte ma non ci stancheremmo mai di ammirarla, ogni volta ci appare diversa, nuova.”

Ricordo che Erri de Luca, nel suo libro "I pesci non chiudono gli occhi", scrisse riguardo la bellezza del verbo "mantenere". E qui Recalcati "Mantiene il bacio". Come si può mantenere un gesto tanto dolce, passionale, intimo come il bacio? Come si riesce a mantenere il legame che si crea tra due anime tramite il contatto dei corpi, delle bocche, delle lingue?

«Il bacio è forse l'immagine che, più di ogni altra, condensa la bellezza e la poesia dell'amore. [...] Se non c'è amore senza dichiarazione, non c'è amore senza bacio».


Mi tornano in mente anche i tempi andati, quando ero solo una studentessa delle scuole medie e il nostro professore di religione (eh sì) ci parlò della differenza tra tanti tipi di amore. Ci chiese "Ragazzi, quale dei due è il vero amore: quello dei genitori verso un figlio, o quello di una donna verso un uomo?".
Non ci pensai su due volte. Avevo le idee precise tanti anni fa, forse perché ero giovane e ancora non avevo incontrato chi davvero mi avrebbe far potuto battere il cuore, per poi puntualmente spezzarmelo. 
Risposi io: "Quello di una donna verso un uomo".
Il professore sorrise e mi chiese perché. Ero timida, già era un passo avanti l'aver alzato la mano per rispondere, dato che tendevo a confondermi con l'ambiente circostante. 
Proseguì lui: "L'amore di una madre per un figlio si chiama affetto; quello di una donna per un uomo è un amore intenso, diverso".
Ovviamente non andò oltre. Forse ai tempi d'oggi avrebbe persino iniziato una lezione di educazione sessuale, ma all'epoca no, ancora si tendeva a rimanere piuttosto neutrali in merito a certi discorsi.
E' proprio qui, però, che si inseriscono le riflessioni di Massimo Recalcati. Il bacio è l'inizio di tutto quel che si può chiamare amore nel vero senso della parola. Ogni bacio è una silenziosa dichiarazione d'amore, un "ti amo" scaturito dal cuore. Ed è il bacio d'amore quello che si ricorda chiudendo gli occhi, rivivendo ogni singola sensazione, ogni istante trascorso a intrecciare il proprio essere con l'altra persona, a respirare il respiro dell'altro.


Il bacio non unifica. Mantiene, infatti, due corpi separati, due entità distinte che trovano, in quel momento così intimo, un'intesa. E' proprio questo, però, la premessa per un amore probabilmente duraturo. Solo ed esclusivamente questa. 
L'amore non deve essere possessivo, altrimenti sfocia nella violenza; l'amore non deve annullare l'altro, ma lasciare all'altro la propria individualità e libertà; l'amore non deve riversarsi solo ed esclusivamente sui figli, ma deve proseguire ad essere provato per il partner, mentre si sarà consapevoli del legame filiare che, un giorno, si spezzerà, regalando indipendenza; l'amore è desiderio, brucia, ustiona e dura a lungo... ma forse non è per sempre, come tutti vorrebbero farci credere a cominciare dalle promesse matrimoniali; l'amore è anche separazione, laddove è meglio non farsi più del male e proseguire la propria vita singolarmente.


Non si possono tenere lezioni sull'amore. Questa è la premessa di Massimo Recalcati, ma ci si può solo limitare a riflettere, a cercare di capirne i meccanismi che hanno comunque e sempre una logica diversa a seconda della persona. L'amore è soggettivo e, proprio per questo, sempre differente. L'amore prima o poi capita a tutti ed è bello viverlo, che duri o meno. Forse siamo fatti per amare e l'amore «ci salva ogni volta dalla ferita del mondo».

«Mantengo il bacio nel buio della notte e nella luce del giorno. Lo mantengo nel tempo che passa. Lo mantengo nel furore acceso del mondo, nella sua ferocia. Gli amanti scavano il loro nascondiglio, la loro pace nella guerra, nell'infinito dolore dell'essere. Quando si baciano spengono il rumore del mondo, infrangono la sua legge, sequestrano il tempo dal suo movimento ordinario. Cadono insieme nelle loro lingue distinte e abbracciate».
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