book

mercoledì 31 maggio 2017

Recensione di "La signora dei gelsomini" di Corina Bomann

Buongiorno cari lettori! E' da un bel po' che non scrivo sul blog, ma il tempo purtroppo è limitato e a volta mi piacerebbe poterlo rallentare.
Ho appena terminato di leggere "La signora dei gelsomini" di Corina Bomann, autrice tedesca, di cui avevo già divorato "L'isola delle farfalle".


Trama: Il sogno d’amore di Melanie sta finalmente per realizzarsi: in estate sposerà Robert e cercherà di diradare i viaggi di lavoro che troppo spesso la tengono lontana da lui, magari anche in vista della famiglia che ha sempre desiderato. Una terribile notizia però la accoglie al suo rientro dal Vietnam: poche ore prima, Robert ha avuto un grave incidente d’auto e ora è in coma. Devastata dal dolore, Melanie cerca conforto nella villa di campagna della bisnonna Hanna. A 96 anni, perfettamente lucida e avvolta in una elegante veste vietnamita, Hanna sa bene quali terribili prove può riservare l’esistenza, e decide di svelare per la prima volta la sua storia, accompagnando Melanie in un viaggio straordinario e scioccante: dall’infanzia nell’esotica Saigon, dove Hanna fu separata a forza dall’amata sorella adottiva, alla giovinezza perduta nella Germania degli anni Venti, dove vivrà un amore immenso e difficile, per poi cercare un nuovo inizio a Parigi come disegnatrice di cappelli. Una vita piena, costellata di dolori ma anche di doni inaspettati: il segreto di Hanna è aver avuto la forza di non arrendersi mai. Riuscirà Melanie a trovare il coraggio di seguire le orme della bisnonna? È possibile continuare a lottare, quando la vita sembra averti strappato tutto quello che ami?


Sono tante le storie che si intrecciano tra le pagine di questo romanzo, tanti i fili del destino che si ingarbugliano senza lasciare scampo, trovando come protagoniste due donne molto forti: Melanie e Hanna. Melanie è la pronipote di Hanna, è una fotografa affermata e gira il mondo regalando scatti meravigliosi; Hanna è la bisnonna di Melanie, gestisce un museo di moda con sua figlia Marie, è una stilista e nasconde un passato ricco di segreti.
A causa del tragico evento che coinvolge Robert, il fidanzato di Melanie, quest'ultima si ritirerà nella villa di campagna di Hanna e Marie, cercando conforto e pace. E' proprio in questa occasione che, rovistando in soffitta, Melanie comincia a scorgere alcuni piccoli indizi, rivelatori del passato della sua bisnonna in Indocina. Hanna, a 96 anni, non ha mai confidato a nessuno tutta la verità, neppure a sua figlia Marie e inizia perciò un racconto che si svolge nel lontano 1917 a Saigon, quando vi era la dominazione francese. 


Hoa Nhài (Hanna) era figlia di un diplomatico, viveva nell'agio e aveva la fortuna di potersi avvalere di un'istruzione, mentre in alcune zone di Saigon regnava la povertà, la delinquenza e la prostituzione. Un giorno Hoa Nhài incontra Thanh, una ragazzina povera, con la mamma malata, che vive nel quartiere dei pescatori. Hoa Nhài esce dal suo mondo dorato e per la prima volta inizia a vedere la realtà in tutta la sua crudezza. Le due bambine sono molto legate e, dopo una serie di circostanze, diventano persino sorelle, ma hanno una mentalità diversa da quella imperante in Indocina: non vogliono contrarre un matrimonio combinato. Vogliono studiare, vedere il mondo... Thanh ha anche le idee ben chiare: vorrebbe diventare un medico.


Quando il patrigno di Hoa Nhài decide che la ragazza avrebbe sposato il figlio di un mercante di stoffe, Hoa Nhài e Thanh pensano di fuggire per cambiare il proprio destino. Ma quella notte non tutto andrà per il verso giusto. Le due vengono adescate dai commercianti di donne e separate, forse per sempre.
La storia prosegue con Hoa Nhài, condotta in Germania, nella Casa Rossa, un bordello gestito dal crudele Hansen. La ragazza cambia il suo nome in Hanna, dopo la sua prima disgraziata notte trascorsa con un uomo che abusa di lei, lasciandola in fin di vita. Per anni è costretta a vendere il suo corpo, finché riesce a fuggire. Aiutata dalla fortuna che sembrava averla abbandonata, Hanna inizia a lavorare come guardorobiera in una Ballhouse, un locale dedicato al ballo, dove incontra Laurent, il suo più grande amore.
La crudeltà subita sembra essere stata dimenticata e finalmente Hanna può progettare una vita insieme all'uomo che ama, guadagnando anche come fotomodella, ma il passato torna con malvagità a perseguitarla.


Una nuova fuga, stavolta a Parigi, e la sua vita cambia ancora. Hanna diventa una sarta, poi stilista di cappelli... e la sua storia è destinata ancora ad intrecciarsi in una fitta rete di coincidenze e colpi di scena, proprio mentre è scoppiata la Seconda Guerra Mondiale e le idee di Hitler seminano odio e distruzione.
Hanna vive tutta la sua esistenza domandandosi cosa ne sia stato di sua sorella acquisita, Thanh... e il destino, ancora una volta apparentemente benefico, rivelerà un finale dolce-amaro.

Sono stata decisamente incollata alle pagine di questo romanzo. La vita di Hanna è meravigliosa e al tempo stesso molto straziante. Ma Hanna è una donna forte. Non si è scoraggiata, procedendo a testa alta e con dignità, nonostante le angherie subite e affermandosi nel mondo, trovando infine la sua strada.
E perché "La signora dei gelsomini" vi chiederete? Il titolo è legato a una storia, quello di due sorelle e di un ramoscello di gelsomino che avrebbe dovuto portare fortuna...


Non rivelo di più, forse ho già scritto troppo, ma è una storia così bella che Corina Bomann si conferma come una delle mie autrici preferite insieme a Lucinda Riley, impostando i romanzi tramite l'utilizzo di cornici esotiche e al comtempo con ville favolose immerse nella natura, intessendo poi la trama con oggetti del passato e tanti ricordi.
E' un romanzo drammatico, commovente e romantico, decisamente da consigliare.

La prossima lettura in cantiere sarà "Il veleno dell'oleandro" di Simonetta Agnello Hornby.
Stavolta il delicato, candido e odoroso gelsomino ha lasciato il posto al colorato e velenoso oleandro...

mercoledì 19 aprile 2017

Recensione di "Il nostro amore è per sempre" di J. Patterson e E. Raymond

Buonasera amici! E' tardi, è mezzanotte passata, ma dopo le feste sono (forse) un po' più riposata da riuscire a tenere gli occhi aperti almeno per qualche minuto oltre il consueto crollo in stile Bella Addormentata (senza Principe Filippo).
Eccomi qui, dunque, a scrivere la recensione di "Il nostro amore è per sempre" di James Patterson in collaborazione con Emly Raymond.
Ero uscita da una delle mie assurde mattinate di ricerca in biblioteca e le mie gambe mi hanno di nuovo condotta in una libreria. Non ne ho potuto fare a meno. Mi piace scorrere qualche titolo, vedere quali siano le nuove uscite, i romanzi più recensiti e consigliati, e anche quelli incartati (parlo di LaFeltrinelli). Come sempre, ero ispirata da una decina di titoli che si aggiravano tutti sui 15 euro di copertina, prezzo un po' elevato per i miei ultimi standard. Ho preferito guardare tra gli economici. Alla fine, copertina rigida o copertina morbida non fa differenza: quel che conta si trova tra le pagine.
Ed ecco qui che mi sono ritrovata tra le mani "Il nostro amore è per sempre".


Trama: Axi Moore è una «brava ragazza»: studia, è riservata e non dice a nessuno che il suo desiderio più grande è scappare da tutto. L’unica persona con cui si confida è Robinson, il suo migliore amico, di cui, anche se non lo ammetterebbe per nulla al mondo, è anche pazzamente innamorata. Senza di lui non avrebbe senso fare quel che sta per fare: partire per un viaggio on the road. Di nascosto dal padre, abbandonando la scuola a poche settimane dagli esami. Solo Robinson può capire veramente il senso di questa esperienza. E con Robinson il viaggio si trasforma in una grande avventura, al suono delle musiche che amano, alla luce delle strade che percorrono, al ritmo dei loro cuori che battono. Un’avventura che sfugge a ogni regola e anche al loro controllo. Un’avventura indimenticabile… Intenso, romantico, emozionante, «Il nostro amore è per sempre» parla al nostro cuore. Tutti conosciamo la forza dirompente del primo amore.

Non voglio passare per una persona insensibile o sempre critica, ma devo dire che da questo romanzo mi aspettavo: 1. un'altra storia; 2. qualcosa di meglio, almeno nella prima parte.
La storia è raccontata da Axi, la brava ragazza che decide di infrangere le regole e di partire alla scoperta di quei luoghi che ha sempre desiderato visitare. Nella sua avventura si fa accompagnare dal suo migliore amico, Robinson, che per nulla al mondo lascerebbe.


Inizia così un viaggio scatenato, che vede i due fuggire dalle catene di una piccola realtà, rubando moto, auto e pickup per poter attraversare più rapidamente quegli immensi stradoni americani.


Las Vegas, Detroit, San Francisco, il bosco di sequoie... tantissimi luoghi che Axi aveva solo sognato si materializzano sotto i suoi occhi. Ed è insieme a Robinson perché è questo che nel suo cuore conta davvero. 


Proprio quando però i sentimenti si rivelano in tutta la loro intensità, c'è qualcos'altro, infido e sotterraneo che rovina ogni cosa... il futuro e le speranze sembrano vane. Allora forse si comprende quell'ansia di vivere, quella voglia di libertà, di essere scalmanati e di non pensare troppo. Quella volontà di prendere al volo ogni occasione perché potrebbero non esserci molte altre probabilità per vivere tutto questo più di una volta.


Il romanzo è diviso in due parti. Nella prima non ho percepito molto, a parte l'irruenza tipica degli adolescenti. Quella voglia di fare, di andare, di lasciarsi tutto alle spalle tanto il mondo proseguirà a deludere... Avrei preferito però una maggior descrizione di luoghi visitati, una narrazione dettagliata delle sensazioni provate, cosa che invece non ho trovato tra quelle pagine. Sono sincera se dico che mi stavano anche un po' annoiando, se non fosse che ero pervasa dalla curiosità di conoscere l'interario completo.


La seconda parte si risolleva, esclusivamente perché il tragico avvenimento che coinvolge i due protagonisti conferisce senso alla fuga apparentemente immotivata della prima parte. E' allora che subentra il pathos, la sofferenza, la caducità della vita, la riflessione. Elementi questi che, a mio avviso, avrebbero potuto essere inseriti più armonicamente nello svolgimento della storia, senza effettuare un distacco così netto tra le due parti della narrazione. Nella seconda, infatti, ci sono pensieri e parole che appaiono di una maturità nettamente superiore e non attribuibile all'età dei due ragazzi.
Tuttavia, è un romanzo da leggere, certamente non il migliore di cui abbia sfogliato le pagine negli ultimi mesi, ma abbastanza bello. Ho segnato alcune frasi che mi sono piaciute... eh sì, perché anche io sono un un tantino romantica dietro questa scorza da dura.

<< Avrei avuto tutto quel che il denaro può comprare, ma non sarebbe stato come avere tutto quel che desideravo. Non ci sarebbe andato nemmeno vicino.>>


<<[...] non riuscivo nemmeno a trovare le parole per dire a un ragazzo che ero innamorata di lui. Che quando lo guardavo negli occhi mi sentivo annegare e salvare, nello stesso tempo. Che, se avessi dovuto scegliere tra morire domani e vivere il resto della mia vita senza di lui, avrei seriamente pensato di scegliere la morte immediata. Ero spaventata da quello che provavo. Ma era solo per questo che mi risultava così difficile dirglielo? Oppure temevo di non essere corrisposta? Sì, era decisamente questo a spaventarmi di più.>>


<<C'era un'altra cosa di cui non avevo tenuto conto ed era la possibilità di innamorarmi, velocemente e irrevocabilmente come si precipita da una scogliera, e accorgermi che amare qualcuno poteva significare aver voglia contemporaneamente di picchiarlo e abbracciarlo, e magari anche doverlo veder morire. No, di questo non avevo tenuto conto.>>

Al momento è tutto. La prossima lettura sarà "La signora dei gelsomini" di Corina Bomann. Vedremo dove mi condurrà stavolta l'autrice tedesca. Buona notte! 

martedì 11 aprile 2017

Ricercando... a Torino!

Buonasera lettori! Come state? Io sono tornata da un breve viaggio a Torino, mirato essenzialmente a consultare alcuni documenti in archivio. Certo, le ricerche sarebbero molto più belle se fossero pagate, ma in un momento come questo la "retribuzione" sembra essere il privilegio di pochi.
Ad ogni modo, si prosegue, non so per quanto ancora, ma si va avanti.
Ho avuto quindi l'occasione di visitare un po' Torino. Ho sicuramente perso i monumenti più belli e interessanti come Palazzo Madama e la Basilica di Superga, ho dovuto - mio malgrado - "saltare" il Museo del Cinema e il Lingotto, ma avrò un buon motivo per tornarci e visitare il tutto con calma.


Il primo giorno sono andata al Museo Egizio. Per un'archeologa e, soprattutto, appassionata dell'Egitto come me (alcuni sostanziosi scaffali della mia libreria sono occupati da volumi sulla terra dei Faraoni), è stata una tappa obbligata. L'ho trovato davvero splendido, sia per organizzazione che per esposizione; risulta, a mio avviso, magnifica l'apertura del magazzino musealizzato, seguendo FINALMENTE il modello estero.


Avevo studiato sui libri di museologia l'allestimento delle stanze buie con illuminazioni studiate ad hoc, in modo che le statue risaltassero e devo dire che, viste dal vivo, sono veramente spettacolari.


Ho però due piccoli appunti da fare:
- le didascalie bianche su sfondo trasparente (è il caso delle vetrine) sono completamente invisibili. Ho fatto molta fatica a leggere e mi sono dovuta avvicinare parecchio. Sarebbe più opportuno usare caratteri di un altro colore oppure inserire uno sfondo più scuro esclusivamente nella zona interessata dalla descrizione del reperto.
- il percorso visita mi è sembrato un po' troppo dispersivo. I reperti esposti sono tantissimi e le sale sono automaticamente numerose. La guida interattiva compresa nel prezzo di biglietto è un'ottima cosa, ma non basta selezionare il percorso tramite quello strumento. Si potrebbe creare un percorso fisico vero e proprio, con chiusure e frecce per far defluire il pubblico nella direzione desiderata.
Per il resto, nulla da dire. Solo tanti complimenti allo staff del museo e al direttore, Christian Greco, attualmente impegnato in missione. Il Museo Egizio di Torino è davvero uno splendore Italiano.


La prima giornata è poi proseguita con una lunga passeggiata verso via Garibaldi, ricca di negozi, dove ho potuto assaggiare gli agnolotti, specialità piemontese.


Durante la seconda giornata, ho dedicato la mattinata alle mie ricerche d'archivio, mentre fuori diluviava. Uscita di lì, però, la pioggia non ha accennato a diminuire. Sotto le gocce sempre più fitte, sono andata a visitare il Duomo, recandomi davanti la teca dove è conservata la Sindone, per poi uscire e dirigermi verso la Porta Palatina.




E' stata necessaria la pausa pranzo per riprendere energie utili a raggiungere la Mole Antonelliana.
Non ho visitato però il Museo del Cinema. Ci avrei impiegato tutto il pomeriggio e, con poco tempo a mia disposizione, avrei voluto vedere anche altri angoli della città, nonostante mi sia dispiaciuto molto.


Sono salita sull'ascensore e... beh, per una come me che soffre di vertigini la salita non è stata molto piacevole, anzi, direi di aver provato un misto di emozioni: paura e al contempo meraviglia per quell'architettura gigantesca all'interno della quale sembrava di volare. Forse potrei indicare il tutto con il concetto di "sublime", per dirlo alla Kant. La vista da lassù è stata però spettacolare: le Alpi innevate circondavano strade dritte e palazzi usciti da un'altra epoca, come se la realtà si fosse fermata; il giardino del Palazzo Madama spiccava stendendosi in una verdeggiante area palpitante nel cuore della città; il Po' era un corso argentato che luccicava sotto i timidi raggi di un freddo sole coperto dalle nuvole; infine, dall'alto, la Basilica di Superga sembrava vegliare in lontananza.


Dopo aver trascorso un bel po' di tempo a contemplare il panorama (neanche fossi il Viandante sul mare di nebbia di C. D. Friedrich), sono uscita dalla Mole e ho proseguito verso piazza Vittorio Veneto dove, in teoria, sarebbe dovuto passare un bus per arrivare alla chiesa di Santa Maria del Monte dei Cappuccini. La poca praticità ha fatto sì che il tram fosse quello sbagliato. Abbandonata perciò momentamente l'impresa, ho visitato la chiesa della Gran Madre di Dio, dalla cupola incredibilmente simile sia a quella del Pantheon che a quella della chiesa di San Bernardino alle Terme di Diocleziano a Roma. Al suo interno è ospitato il Larario dei caduti della prima guerra mondiale.


Si era ormai fatta una certa ora e se c'è una cosa che ho imparato è che è a Torino gli orari non sono affatto come quelli romani: verso le 19:30 i bar iniziano a proporre gli aperitivi e già verso le 21:30 molti locali sono chiusi, a meno che non si tratti di ristoranti un po' altolocati. Lo stesso Mc Donald's era praticamente vuoto già alle 21:15. Questo fatto mi ha sinceramente sopresa.
Passeggiando perciò nel giardino La Marmora, ricco di coloratissime viole, sono tornata in hotel.


Il terzo giorno, mappa alla mano e navigatore sul cellulare, ho preso il bus giusto per andare a visitare la chiesa dei Cappuccini.


La salita è veramente ripida, ma in compenso il panorama è magnifico. C'era pure una mongolfiera vicino alla Mole quella mattina.


All'interno della chiesa, ho notato un altare dedicato a S. Botonto, martire bambino, sepolto sulla via Nomentana nelle catacombe di S. Agnese. Ammetto la mia ignoranza perché non conoscevo proprio il suo culto. Accanto alla chiesa, vi è il museo Duca degli Abruzzi, dedicato alla montagna e direi per "specialisti" delle alture.
Un altro giro sul tram mi ha velocemente condotta fuori dal centro della città per visitare il magnifico Parco del Valentino, una vera e propria oasi di verde che si sviluppa sulle sponde del Po', pulite e valorizzate (qui a Roma, per il Tevere sembra ormai una pura utopia...).



Camminando, ho passeggiato per le viuzze del cosiddetto Borgo Medievale, una riproduzione molto carina di case medievali eseguita nel 1884 per l'Esposizione Generale Italiana.



Il treno ripartiva però alle 16:30 e mi sarebbe sinceramente piaciuto rimanere anche solo un giorno in più, ma Roma chiamava e gli impegni anche. Sono felice però di aver potuto visitare una città che merita sicuramente un secondo viaggio. Alla prossima, mia cara Torino!


p.s. le foto sono TUTTE di MIA esclusiva proprietà. Ne detengo perciò ogni diritto.

sito